Ecuador

Diario di viaggio 2009

di Carlo Pancera

Le foto

 

 

venerdì 7 agosto 2009

 

Si parte, ma non si parte... e intanto che aspettiamo pazientemente all'areoporto di Amsterdam di salire sul nostro aereo per l'Ecuador, sento uno che dice che un ecuadoriano gli diceva che dopo la pace col Perù del 1998, hanno aperto le porte alla emigrazione, e che questo ha dato molto fiato alle famiglie povere grazie alle rimesse che hanno consentito a molti di farsi la casa, o comunque di stare meglio. Ma dopo cinque anni avevano chiuso di nuovo, e chi già era fuori buon per lui...ma chi era dentro non riceveva più il visto d'uscita... Adesso l'emigrazione è ripresa e una grande percentuale di donne (ma anche di uomini) tra i 25 e i 35 anni è a lavorare all'estero, perciò ci sono così tante postazioni di cabine telefoniche internazionali...

E così si delinea la nostra meta come una realtà all'arrovescio della nostra realtà: noi facciamo difficoltà a lasciar entrare, loro a lasciar uscire...

Insomma intanto l'aereo non parte, ha un guasto ci dicono, e dopo tre ore dicono che debbono andare a prendere un altro aereo... Sali, scendi, risali.... E' anche così che si marca una sorta di rito di passaggio...o di rito propiziatorio. Il viaggio dunque inizia con questa sua dimensione faticosa, bisogna conquistarsi l'obiettivo.

Cade miseramente la leggenda degli olandesi precisi e efficienti (potevano controllare 'sto aereo un po' prima, o no?), e sono gli ecuadoriani a lamentarsene di più. Molte/i di loro lavorano in Europa, e per i loro famigliari che li attendono un ritardo di questo volo di tre o quattro ore, è un grande disagio.

Mi aspettavo di incontrare tra gli ecuadoriani soprattutto montanari andini, e invece no, sono quasi tutti dei meticci bianchicci, o negretti...sono della pianura, della costa...

Gli areoporti si sa, sono un piccolo concentrato del mondo, ci passano e ci convivono brevemente genti in transito di ogni nazione e lingua. Ma in questi luoghi anonimi il melting pot è una realtà quotidiana, garantita dalla brevità del passaggio, e quindi dalla condizione del tutto egocentrata e di indifferenza totale verso il vicino con cui non si ha nulla a che spartire, se non dettagli contingenti.

Ma la grande diversità passa per il tipo di viaggio in cui ognuno si sente calato. C'è chi viaggia per affari, per lavoro, per motivi famigliari, per puro divertimento, per andare a rilassarsi, per fare shopping conveniente, o perchè partecipa ad un viaggio di gruppo organizzato da una agenzia, oppure per dare una rapida occhiata di un week-end, o per motivi sportivi o agonistici, per ragioni sentimentali, per eventi tristi, o addirittura luttosi, o di persecuzioni, per spirito di avventura o di conoscenza, o per studio, ...ecc.

E quindi gente che compie magari lo stesso viaggio, nello stesso posto, sta in effetti facendo un viaggio molto differente. E poi intervengono componenti psicologiche, caratteriali, legate alla compagnia, nota o casuale, oppure alla condizione di solitudine, ..., e dunque le stesse cose eventi, incontri, esperienze, ecc. assumono un diverso significato, durata, sensazione, ...

L'aereo ad Amsterdam non riescono a ripararlo (?) e dopo più di 3 ore partiamo con un nuovo aereo, scocciati ma anche con un rassicurante senso di sicurezza.

Atterrati per un breve scalo all'isoletta di Bonaire nei Caraibi (fa parte delle Antille olandesi), prima di ripartire si trova che c'è un problema grave anche in quell'aereo ....! Dopo un'ora e mezza ripartiamo. Arrivati in Ecuador, a Guayaquil si trova un difetto, una perdita di carburante, anche questa volta dobbiamo cambiare aereo solo per questo ultimo tratto per Quito...!

Certo è che mentre eravamo in attesa là a Guayaquil, un pensierino alla vicenda della emigrazione (poi mancata) dei miei genitori proprio in quella città, subito dopo la seconda guerra mondiale, non potevo non farlo...(ma a quei tempi l'Ecuador era un Paese molto diverso dall'attuale, era una cosiddetta "banana republic", ed era socialmente e economicamente molto arretrato. Inoltre allora vigeva il razzismo, mentre oggi si definisce una società multiculturale: è cambiato il mondo anche da queste parti...!). Chissà, sarei stato un altro io stesso (e forse sarebbero degli altri anche i miei figli...).

Distrutti fisicamente e moralmente, giungeremo infine a Quito......Strastanchi, per essere stati bloccati su quel sedile tanto tempo (15 le ore di volo effettivo), ma anche per aver dovuto arrivare in aereoporto due ore in anticipo per il check-in (nonostante lo avessimo già fatto via internet), e per le attese snervanti di ore negli areoporti per cambio e per scalo, e inoltre ora anche per il cambiamento di clima, di altitudine, e di fuso orario, cerchiamo lo sportello per il biglietto del taxi, e si scopre che non si può andare con l'auto sino all'hotel perché quella calle è pedonale ! ( e -poi scopriremo- anche perché in questi giorni il centro storico è chiuso a causa di una festività importante)...

Per lo meno non abbiamo da perdere tempo a cambiare i soldi, perchè qui dal novembre 2000 con il fallimento della moneta nazionale, il sucre, c'è stata la "dollarizzazione" del paese, quindi vigono i biglietti dei dollari usa, mentre solo per le monete hanno corso anche quelle nazionali.

 

sabato 8 agosto

 

Ora eccoci finalmente e comunque a Quito ! già sull'aereo nell'ultimo tratto le facce di quelli che sono saliti erano più montanare di quelle di chi era sceso a Guayaquil. Comunque ora qui a Quito, anche se si dice che la popolazione sia molto mista, in realtà mi pare prevalga un tipo fisico andino. Leggo che nella zona della sierra gli indios sono il 55%, i meticci il 33% e i creoli e bianchi il 10%. La piazza centrale della città è a 2850 metri sul livello del mare, ed è situata alle falde del vulcano Pichincha  (4794 m., "il signore del fuoco") che da il nome alla provincia. L'impegno del nostro viaggio è quello di visitare esclusivamente la fascia andina (ma restare sotto i 3600 a causa di miei problemi cardiaci). Poiché in effetti l'Ecuador è costituito da 4 mondi differenti, la pianura e la costa, la cordigliera della sierra e i suoi altipiani, la parte est che è un pezzo di Amazzonia, e l'arcipelago delle Galàpagos. Quattro mondi distinti, non vogliamo fare confusione, ci basta conoscerne uno.

Prendiamo un minibus-taxi dall'areoporto. Tutta la famiglia è presente, è come una azienda a conduzione famigliare, ci sono il taxista, la moglie, la bimba, e il bimbetto piccolino. Faccio un po' di conversazione col piccolino di 3 anni che mi dice che è il papà che sa "manejar" (=guidare nello spagnolo ecuadoriano).

La città è proprio lunga, lunga, e stretta, e si vedono i suoi limiti ai lati. Mi pare più tranquilla e modesta di certe altre città scassate, sporche e approssimative che abbiamo viste in altri paesi poveri.

L'hotel San Francisco (che non sta in plaza San Francisco come avevamo immaginato), è al primo e secondo piano di un bell'edificio coloniale del Seicento, con un patio fiorito (sarebbe stato il primo albergo dell'Ecuador, già nell'anno 1700), e l'accoglienza è gradevole.

Nella saletta con le poltrone e il computer collegato a internet, guardo la mia posta e trovo una mail di benvenuto di una persona che avevo contattato prima di partire, Miguel Pumaquero !... che si offre di portarci in giro nei dintorni suoi, e che verrà a trovarci qui a Quito dopodomani, ma che carino!

Su un tavolino vedo il libro di Galeano, "Las venas abiertas de América Latina", che è l'ultimo libro che ho avuto in mano prima di partire e che poi non ho preso per risparmiare spazio e peso. E' come un saluto di collegamento...

Siccome stiamo in una habitaciòn senza finestre, usciamo subito a fare quattro passi. Dicono che il centro storico di Quito sia l'area coloniale meglio conservata e più grande delle Americhe (e perciò dichiarata patrimonio culturale dell'umanità dall'Unesco) e in effetti lo si può ben vedere già da un primo giretto: Plaza grande, con il palazzo presidenziale, e l'arcivescovado, la cattedrale ecc.; poi più in là vedremo la iglesia de la Merced in stile moresco secentesco; e poi la plaza San Francisco con la imponente chiesa con il suo grande atrio, e il complesso conventuale, tra i primi edifici coloniali del Cinquecento ... Proprio là sotto ci fermiamo a riposare al bar all'aperto "Tianguez", per prendere il primo mate de coca. E siamo soddisfatti di aver avuto una prima visione di bei palazzi, belle architetture di questo quartiere storico ben conservato. Dicono che all'inizio della colonia gli spagnoli si servirono di validi costruttori indios, e che sorse una originale scuola quiteña di pittori, scultori, e artigiani di valore, in gran parte di provenienza locale indigena, addestrati alla conoscenza degli stili europei da frate Ricke, cugino primo dell'imperatore Carlo V, ai quali si debbono opere d'arte di grande bellezza  (al proposito c'è anche un raccontino popolare su Pampite, un indio artista del legno).

Ma quel che in questa prima uscita mi aveva più colpito, è stato il fatto che subito, appena in piazza grande, ci eravamo imbattuti in un ciclista colombiano solitario, anche lui sessantenne, ex professore di "storia universale", che si fa tutta l'America del Sud in bicicletta... Ci fermiamo a parlare un po'. Conosce l'Europa, e anche l'Italia dove ha girato sempre in bici. E' andato in pensione, la famiglia è ben sistemata, i figli oramai grandi, e lui si è sentito libero di andarsene in giro per mesi. Non so, mi è sembrato questo primissimo incontro, come un segno di un altro io di un'altra possibile vita, che mi dava il benvenuto...

Poi fa irruzione la fame che, giunti all'ora di pranzo (ma ci sono sette ore di ritardo...), ci porta nel cortile del palazzo laterale della piazza centrale, in una gradevole trattoria, la "cafeteria del fraile", cioè il caffé del frate, che dà sulla balconata interna, dove mangiamo benissimo: prendiamo, in tre, un locro con queso y aguacate (cioé una minestra di patate e mais con formaggio e avogado), caldo de verduras con pollo (cioé un brodino di verdure e di pollo), trucha con crema de almendras (=trota con una crema alle mandorle), pollo a la naranja (pollo all'arancia), e camarones a la plancha (gamberoni alla griglia). L'assaggio della gastronomia locale è sempre un buon ingresso, una buona introduzione in una cultura, in un altrove, gustando le abitudini culinarie si comprende tangibilmente come è vivere in un contesto altro, assaggiare ti da la misura della creatività di un paese e puoi decidere se ti piace il loro modo di elaborare il nutrimento, la degustazione del buono ha una funzione essenziale in una introduzione, forse altrettanto di quanto non la svolga il bello mostrandosi sotto inedite sembianze architettoniche, paesaggistiche, umane...

Intanto giù nel patio arriva un gruppo musicale goliardico di studenti universitari, che suona con chitarre, e canta, pezzi classici spagnoli del seicento riadattati. Bravi e simpatici. Dopo l'occhio e il palato, anche questa è per noi una introduzione alla componente hispanica di questa ex colonia, attraverso la gradevolezza per l'orecchio e l'appetibilità dei suoni e delle armonie caratteristiche.

Ma l'incontro più commovente era stato in piazza San Francisco, con una giovane india venuta nella capitale per questa festa, sin dai dintorni del Cotopaxi, di nome Aida, di vent'anni, piccolina, bassettina, magrolina, che ci voleva vendere delle sciarpettine (belline, a poco prezzo, Ghila ne compra una).  Parliamo un po', lei è del villaggio di Quilotoa (a 3800 m.), mentre altre sono di Tigua e sono qui per vendere i loro quadretti naif. Le ho poi chiesto se potevo farle una foto per ricordo, lei dice gentilmente di sì con la sua vocina sottile, e con il suo sorriso dolce, e un corpulento poliziotto poco distante è subito intervenuto per dirle in modo brusco che non può chiedere soldi per farsi fotografare! Lei poi era rimasta come intristita, perché ci dice che quello proprio la perseguita. E ben a proposito è qui sotto l'egida della imponente chiesa-monastero dei francescani, e del santo dei poveri. La sua aria dimessa -nonostante il bel costume tradizionale e la collana la rendessero quasi elegante-, e la vocina e i modi aggraziati di questa povera contadinella tanto lontana da casa, mi hanno commosso.

Ma penso al contrasto tra la chiesetta della "porziuncola" ad Assisi, e la massiccia imponenza di questo tempio-fortezza che domina alta sulla grande piazza sottostante, che è una emblematica testimonianza dell'impegno speciale che i francescani avevano offerto di svolgere per civilizzare gli indigeni, la colonia fece leva su di loro per conquistare le anime dei "selvaggi" ignari della vera religione e hispanizzarli. Leggo dunque quella che qui è una famosa leggenda che narra della edificazione di questa chiesa nei primi tempi della Quito spagnola: la storia di Cantuña, al quale all'inizio del seicento venne edificata e dedicata una cappella adiacente al monastero. 

Dunque si tratta degli ultimi anni dell'impero inca e dei primi anni della colonia dopo la conquista. Come è noto l'ultimo Inka fu il nativo Atahualpa (o Atawallpa). Il suo valoroso generale in capo era Rumiñahui, il quale tentò di liberare il suo Signore che era stato catturato con un tranello dagli invasori, ma non riuscì, e dopo il suo assassinio organizzò la resistenza di questa parte dell'impero, ma fu sconfitto, e allora si precipitò a tentare la difesa della valle sacra del Cusco al sud. Runiñahui (così chiamato dal nome di una montagna rocciosa) nascose da qualche parte il tesoro reale, e ne affidò il segreto al suo fedele aiutante Walpa. Dopo l'incendio della città di Qitu (appiccato dalle truppe incas prima di ritirarsi), e la vittoria definitiva dei conquistatori spagnoli, iniziò subito la costruzione della città coloniale, tra cui quella del monastero e della chiesa francescana fu una delle prime, essendo cominciata già nel 1535. Il figlio di Walpa, rimasto orfano ed anche menomato durante l'incendio, fu trovato e protetto dal capitano Hernàn Juàrez, che lo istruì, lo fece convertire, e che infine essendo senza figli, lo adottò. Cantuña, battezzato come Francisco, per riconoscenza gli avrebbe confidato l'informazione sul luogo del tesoro, ma poco dopo il capitano spagnolo morì raccomandando il figlio ai francescani e dicendo loro che lo lasciava erede di tutte le ricchezze che aveva conquistato durante la guerra. La confraternita dunque chiese all'indio di contribuire al finanziamento della costruzione del nuovo complesso religioso (pensando forse anche che costui poteva più facilmente far lavorare manodopera locale). E Cantuña si impegnò solennemente a trovare il denaro necessario per l'edificazione del grande atrio che era progettato all'ingresso della chiesa. Forse voleva acquistare così riconoscenza, o almeno benevolenza da parte dei nuovi dominatori per un indio, a vantaggio generale della sua gente. Ecco dunque una storia che allude al primo concepimento della futura realtà del moderno Ecuador prima coloniale, poi creolo, e ora multiculturale. Questa è una delle leggende più note e più raccontate, in varie versioni, dagli abitanti della città sotto il nome di "Tradizione di San Francisco", così come è riportata dallo studioso del folklore quiteño Luìs Anìbal Sanchez.

L'indio Cantuña, spinto forse da un'ansia di grandezza per restare ricordato nella storia tra i fondatori della chiesa di San Francisco, commise la singolare follia di firmare un solenne impegno per costruire il grandioso atrio. Raccolse non si sa come molti fondi, e si avviò l'impresa di fabbricazione. Ma quando già stava per scadere il tempo entro cui si era impegnato a garantire la consegna, l'opera era a metà. Preso dal panico, divorato dall'ansia, e oramai febbricitante Cantuña con l'orgoglio ferito, non sapeva come trarsi dall'impiccio in cui si era cacciato. Presto sarebbe stato gettato in prigione, e oltretutto sommerso dal sarcasmo degli spagnoli, e dal disprezzo della sua stessa gente. Mancavano oramai solo diciotto ore, e già alcuni gli chiedevano "ma dove li hai presi tutti quei soldi? dove pensavi di trovare l'oro necessario per questa impresa? Ma tu sei un pazzo e un imbroglione". Alla penombra del tramonto, disperato si inginocchiò e pregò "Jesùs muy poderoso" il potente Gesù di fare un miracolo. Convinto di essere stato ascoltato, si recò di fretta verso il cantiere, e gli parve di intravedere dei divini costruttori all'opera, vide molta luce e poi da lì ne uscì solo un fumo che dissipatosi mostrò che il cantiere era deserto. In un sussulto di rabbia diede un grido blasfemo, ed apparve un personaggio avvolto in un mantello rosso, che sorrideva in modo enigmatico. Costui gli si avvicinò dicendogli: "Cantuña conosco il tuo dolore, so che domani sarai disgraziato e verrai maledetto da tutti, io posso far in modo che al primo albeggiare l'opera sia conclusa. Tu mi firmerai questo contratto, sono Lucifero, il demone della stella del mattino, e voglio la tua anima in cambio. Accetti?" L'indio non vacillò e subito disse: "sì accetto, però se al primo raggio dell'alba, prima che si estingua il suono dell'ultima campana dell'Ave Maria, ancora mancherà da collocare qualcosa, fosse pure una sola pietra, questo contratto sarà nullo!".  "Sia fatto. Firma", e scomparve.

Se ne tornò confuso alla sua abitazione il nostro Cantuña, e si sentì tormentato dai dubbi per tutta la notte. Poco prima dell'alba, rendendosi conto della follia commessa, pregò il cielo di perdonarlo  per la colpa commessa, e chiese un rimedio per la sua povera anima. Ma dato che intanto l'alba si approssimava, corse verso la chiesa per vedere se era cambiato qualcosa. E gli sembrò di vedere, mentre arrivava alla piazza, un gran forsennato via vai di operai, e l'atrio ben in piedi con anche il suo tetto. Dunque la sua anima era perduta! Si inginocchiò per fare penitenza e pronunciò una orazione fervente di fede. Intanto Lucifero rideva di lui. Il sole già stava per alzarsi dietro l' Itchimbia (una collina attorno a Quito), e l'atrio che Cantuña ora osservava da vicino era quasi terminato. Lucifero rise ancora.

Suonarono le quattro campane, araldi dell'aurora. "Vittoria" ruggì Lucifero. "Vittoria!" esclamò Cantuña, "manca una pietra, un blocco, ne manca uno!". E all'istante del primo raggio solare dell'alba il diavolo con i suoi sprofondò negli inferi.

L'anima del povero indio era libera, e come per una evocazione prodigiosa il grandioso atrio si levava solenne dinnanzi agli sguardi dei fedeli quiteños che convergevano per la funzione mattutina.

 

Ce ne sono in realtà varie versioni di questa leggenda, anche abbastanza diverse tra loro, come sempre accade per testi di tradizione orale (e alcune si possono trovare in breve anche nelle guide turistiche; rinvierei però per vedere  una versione diversa da questa ma valida in italiano, alla raccolta di "Leggende della Sierra, della Costa e delle foreste dell'Ecuador", a cura di L.Bersezio e M.A. Pérez, Paroladifiaba-Aries editore, Padova, 2000).

Certo pur imperniandosi attorno ad un protagonista indio, non è una storia di carattere indio questa, ma di lontana matrice germanica e soprattutto di forte carattere hispanico, anche se un poco adattata. Siamo a metà del Cinquecento, e forse sotto l'impero di Carlo V qualche artigiano e qualche religioso germanico era giunto nel nuovo mondo e aveva divulgato dei racconti sulle vicende di G.J.Faust (morto nel 1540), e d'altronde già vi erano leggende germaniche medievali abbastanza simili (si vede nella raccolta a cura di Hermann Hesse quella sul ponte), con la stipula di patti con cui il diavolo tentava di ingannare astuti fedeli che poi riuscivano ad ingannarlo. O forse questi racconti erano giunti dopo, quando all'inizio del Seicento i francescani decisero di dedicare a Cantuña una cappella, e ormai già circolavano un paio di storie a stampa della favolosa leggenda faustiana.  E' chiaramente presente anche un più antico tratto ermetico  e mercuriale, che si fonde con il carattere un po' picaresco di questo Lucifero.  D'altra parte c'è l'importanza -tipica della cultura andina- data al primo raggio di sole, uno strano intreccio di complementarietà tra santità e follia, e una nascosta quasi complicità tra intervento celeste e tellurico, nonché il tema sociale della integrazione dolorosa e faticosa dei nativi. L'allusione al favoloso tesoro di Atahualpa, come a oro del diavolo (la spiritualità prehispanica veniva demonizzata). Insomma questa leggenda segna per certi versi l'inizio della cultura creola e meticcia nel continente hispanoamericano, che poi marcherà questi territori per secoli.

E' stato un buon inizio venire subito nella affascinante piazza San Francisco a sorseggiare un bel mate de coca caldo.

Ci addormentiamo alle sei / sei e mezza del pomeriggio!, perché qui a quest'ora tramonta il sole e comincia a venir buio (e freschino). La nostra habitaciòn come dicevo non ha finestre. Si tratta di una habitaciòn cui ci sono due ambienti comunicanti, con due letti matrimoniali, e un bagno, ma nei muri non ci sono aperture. Forse sarà per questo che di notte non sentiamo il freddo nonostante l'assenza di riscaldamento, infatti grazie all' effetto-stalla ci riscaldiamo con il calore emanato dai nostri stessi corpi e dai nostri fiati... (oltre al fatto che sui letti ci sono due coperte di buona lana e il copriletto). La habitaciòn, come le altre, dà sulla balconata interna verso il bel patio fiorito, e l'unica fonte per il ricambio d'aria dunque è la porta in legno traforato. Basta tenere aperti gli scuri interni della porta, e un poco di aria entra, anche se così chiunque passa potrebbe guardar dentro... Comunque dormiamo come sassi.

 

domenica 9

 

Ci alziamo che è mattino prestissimo, comincia appena ad albeggiare.

Già stanotte si sono sentiti mortaretti, fuochi d'artificio, canti, e dal pomeriggio di ieri si notava un continuo confluire di una fiumana di gente verso la piazza centrale. E' per via della festa per il bicentenario del primo "grido" di indipendenza, festa che si terrà oggi nella capitale (anche se la ricorrenza formalmente sarebbe domani...).

Un operaio che stava facendo lavori di recinzione della piazza ci dice che ogni evento in effetti inizierà alle 5 pm, per cui ci consiglia di andare a visitare la località chiamata Mitad del Mundo (nome dovuto al fatto che di lì passa l'equatore), in quanto là ci sarà musica con spettacoli e balli, già dalle 12 e 30.

Allora con un taxi ci facciamo portare là. E' suggestivo trovarsi proprio sulla latitudine zero. C'è un gran monumento (un po' pesante), costruito nel '79, alto trenta metri, con su un globo da 5 tonnellate, e con un terrazzino da cui si vede bene il retrostante vulcano Pululahua. Il monumento che c'era prima, uguale ma più ridotto, e che era stato costruito per il bicentenario della "missione geodesica" francese del 1736 è stato spostato in un altro villaggio. E' abbastanza massiccio e grande, tanto che dentro ci sta un museino di carattere etnografico sulle popolazioni indigene dell'Ecuador che vivono a cavallo dell'equatore. C'è poi a lato del viale con le statue degli scienziati, un museino di geodesia, un planetario, e anche vari negozietti e ristorantini. Ma soprattutto oggi, giornata di cielo limpido e sgombro, c'è un SOLE spaccapietre. Nella piazzetta centrale si svolgono effettivamente spettacoli di musiche e anche danze, ma non sono un gran ché, anzi sono proprio l'esempio di come si potrebbe ridurre tutto il patrimonio folklorico a una farsa a fini di intrattenimento per turisti (sudamericani o di altri paesi).

Dunque quando La Condamine venne qui nel settecento per fissare il punto esatto di passaggio dell'equatore, e calcolarne la lunghezza (per poi stabilire il metro, cioè la misura universale) restò sorpreso per il fatto che la circonferenza risultava essere maggiore di quanto si aspettasse (essendo il diametro all'equatore di circa 12756 km). E così si è scoperto che la terra non è una sfera, ma è schiacciata ai poli e un po' più larga al centro. Sicché avevano ragione gli antichi a dire che la cima del Chimborazo (il monte più alto dell'Ecuador) era il punto più vicino al dio Sole (Inti), o come dissero gli scienziati francesi con altra prospettiva, il punto più distante dal centro della terra (nonostante sia meno alto dei monti dell'Himalaya rispetto al livello del mare). Per varie cause non riusciamo ad andare a visitare il museo del tempio del sole, che è vicino alle rovine archeologiche di Rumicucho, lungo la strada incaica dell'Intyñan, dove gli antichi Qitus ritenevano, a ragione (!), che passasse l'equatore (o meglio: dove i raggi del sole giungono perpendicolari), cioè poche centinaia di metri più in là rispetto alla linea tracciata dagli scienziati del gruppo di La Condamine, sul colle Catequilla al bordo del cratere spento del vulcano Pululawa. Nel tempio c'è una apertura sulla volta del soffitto che permette di rendersi conto del l'inclinazione stagionale dell'asse terrestre rispetto al sole, e che illumina via via dei pannelli con i simboli del calendario astronomico (gli scienziati antichi avrebbero così rilevato anche l'oscillazione periodica dell'asse), e dal mirador, dal terrazzo panoramico, si ammira uno dei più grandi crateri abitati che ci sia al mondo, che oggi è anche una Riserva Geobotanica.

Peccato. Oltretutto al ritorno saliamo in un bus che invece non va fino al centro storco di Quito. Per cui scendiamo alla terminale delle corriere, una grande stazione di bus, e da lì prendiamo un taxi per ritornare al nostro albergo. Il taxista era un indio col volto ocra brunato per il sole e gli chiedo da quali montagne provenisse, ma lui invece è quiteño d.o.c. da generazioni (dal suo viso allora potrebbe anche essere forse un discendente degli antichi indios Qitus ?), e mi fa varie domande sull'Italia e sulla lingua italiana, è un tipo pieno di curiosità e intelligente. Si lamenta per la conferma del mandato presidenziale a Correa e per il tipo di sviluppo economico in corso. Si lamenta di come sta crescendo in modo accellerato e abnorme la città, e ha nostalgia di quando era piccolo e Quito era una cittadina tranquilla (negli aa. sessanta ancora aveva 300 mila abitanti, nel 1974 mezzo milione, dieci anni fa già il solo municipio ne includeva un milione e mezzo, ma ora in più ci sono i popolosi sobborghi, che di fatto sono contigui). Ha quindi assistito a grandi trasformazioni soprattutto in questa ultima dozzina d'anni. Ma in realtà tutto l'Ecuador ha visto grandi movimenti e migrazioni, sia di inurbamento dai campi alle città e cittadine in sviluppo, sia dalle montagne verso la pianura e la costa, dove quasi la metà degli abitanti sono "immigrati" interni, e negli ultimi anni con la febbre dell'oro nero, del petrolio, verso l'oriente e l'Amazzonia che viene massicciamente deforestata, e infine ultimamente l'emigrazione verso l'estero.

Intanto constatiamo che il centro è stato chiuso e sigillato, e facciamo gran giri, e poi dovremo per forza farci un pezzo a piedi. Siamo stanchi, ustionati dal sole, e ancora per niente acclimatati, e sballati per il fuso orario (con problemini per gli orari di assunzione delle mie pillole). Intanto qui in centro c'è un gran casino di gente per questa fiesta del grito de independencia, ma è proprio come stare in un autobus zeppo...! Ci sono pure dei soldati pronti in assetto antisommossa, con l'elmetto, il fucile mitragliatore imbracciato, le divise mimetiche ecc. Compro un bellissimo cappello di feltro nero, anche se è un po' caro ($22) è proprio molto bello e sono contento, lo porterò molto spesso, viste le folate di arietta fresca e le serate freddine. Ci sono gruppi musicali per le strade che fanno un miscuglio tra rock, ex Inti Illimani, e salsa...Ceniamo in un internet café in piazza grande. Ci riposiamo un pochino, poi torniamo in albergo e cerchiamo di tirare svegli fino alle 8 di sera (!), e a quel punto crolliamo addormentati.

 

lunedì 10

 

Stamattina ci alziamo alle 8 (e non alle 5 e mezza come ieri!), e dunque ci pare di esserci già ambientati... Facciamo un girettino in centro, e poi verso le dieci e mezza viene a trovarci Manuel Pumaquero Minta. E' in gran tenuta, per poter poi andare ad un suo impegno importante. Sta proprio bene con quel suo cappello bianco, la mantellina, i fiocchetti, la camicia di fattura artigianale. E' un po' scuro di pelle e con i tratti del volto molto indio (gli occhi quasi un po' mongolici), con baffetti e barbetta. Il sorriso e gli occhi a mandorla sono attraenti, e la sua calma serafica, e il timbro della sua voce, ci conquistano subito. Appena entra nel nostro albergo, lo individuiamo subito come la persona che stavamo aspettando, lo abbiamo come "sentito" e riconosciuto. Lui ci ha abbracciati calorosamente, dicendo che era come se ci avesse già conosciuti. C'è stata una impressione immediata e forte di simpatia, "nonostante" l'abbigliamento apparentemente un po' troppo eccentrico e vistoso (perlomeno differente dai vari costumi della gente indigena di diversi paesi e regioni che in quel giorno affluivano a Quito).  E' una persona che ha molto carisma, ed è anche aperto e disponibile, e immediatamente affettivo.

Io già sapevo da internet che lui è stato interpellato varie volte come un rappresentante culturale delle popolazioni di lingua kichwa, in eventi, in riunioni, e in convegni. Lui "di professione" è dedito alla medicina e alle arti di cura della salute psico-fisica tradizionali andine. Sia per quanto riguarda la diagnostica, che le varie terapie, come pure i massaggi, e la pratica di esercizi per la cura dell'equilibrio naturale. E' persona comunque modesta e sempre pronto ad ascoltare a ad imparare qualcosa dagli altri. Chi non sa imparare, ci dice, non sa insegnare, mentre chi ha qualcosa da insegnare, vuole e sa anche imparare.

Ora, così abbigliato, assume un aria un po' particolare che si fa certo notare: porta una camiciona blu scuro, con un poncho leggero dal vivace colore rosso, a righe bianche con decori, pantaloni leggeri bianchi come il cappello. Questo  suo sombrero (di panno o di lana cruda pressata) ha in cima dei rilievi, che lo dividono in sei parti, e da un lato gli pendono due nastrini che con l'aria producono vicino all'orecchio un fruscio leggero che ricorda il vento, l'elemento aria, mentre dall'altro lato gli pendono due pon-pon. Porta una borsettina tradizionale in cui tiene accuratamente certe sue cose; tra l'altro ad un certo punto ha tirato fuori da una piega all'altezza della vita, che stava tra i calzoni e la camicia, una ocarina.

Chiediamo che ci portino qualcosa da bere, e vediamo che ci rimane male per il fatto che avendo chiesto una aranciata gli avessero portato una bibita, quindi diciamo alla signorina che intendevamo dei succhi di frutta naturali, ma lui a questo punto chiede di portagli intanto subito un bel bicchiere di acqua fresca.

Gli chiedo innanzitutto come sta, e come sta la sua famiglia. Così dice che lui è divorziato, ma che si vede con la sua ex moglie quando va a trovare i figli. Il primo, Israel, in questo periodo è via per studi, la seconda, Ruth, si è appena iscritta all'università, e il "piccolo" Pachakutiq di sedici anni sta concludendo la scuola superiore. Si vede che è molto affezionato e legato ai suoi figli, e ne è anche molto orgoglioso.

Prendendo spunto dall'acqua del bicchiere, ci parla della sacralità della Natura e di tutte le sue manifestazioni, le montagne, i laghi, i ruscelli, la pioggia, l'aria, la vegetazione, le varie forme di vita che si sono sviluppate, ... A questa si aggiungano la sacralità del sole, cioé della fonte inesauribile di luce e di calore, che danno rilievo e colore al mondo, e della luna per tutti gli influssi che essa ha sulla terra e su tutti i viventi. Se dunque recuperassimo il sentimento di questa sacralità, e partissimo da lì per sviluppare la spiritualità e i nostri valori di riferimento, nei nostri comportamenti come esseri viventi, come figli di madre natura, forse non saremmo giunti a questo punto di grave crisi del nostro ecosistema, tanto danneggiato dall'inquinamento da mettere a repentaglio la sopravvivenza di varie specie...

A un certo punto si è interrotto perché dice che gli mancava un po' l'aria, ed ha fatto aprire una delle grandi porte-finestre che danno sull'esterno. Si concentra sul bicchiere d'acqua che tiene con entrambe le mani, e beve alcuni sorsi.

Poi ci dice dei suoi impegni con l'istituto che dirige, denominato "Jatun Yachay Wasi", in kichwa, o Hatun yachana huasi, letteralmente casa del grande sapere  cioè istituto di studi superiori, una istituzione culturale e di insegnamento, chiamata  in spagnolo anche "Universitas de sabidurìa ancestral", che lui e altri hanno fondato alcuni anni fa. E' molto entusiasta del successo di questa iniziativa, che è diretta ad una operazione di recupero culturale e di valorizzazione di quanto di orginale c'è nella tradizione dei popoli aborigeni, e poi vi si promuovono gli studi e le ricerche sulle concezioni specificamente andine, cioè peculiari della cultura degli "indigeni" (oggi non si usa più dire indios). Inoltre in questo modo si diffondono e si coltivano le tradizioni più antiche che altrimenti stavano per essere dimenticate. Ad esempio ci accenna alla festa per il solstizio di giugno, che nel calendario lunare incaico ( o come dicono qui: incasico) è una giornata "libera" dai 13 mesi dell'anno; lungo tutta la cordigliera andina, dalla Colombia sino al nord del Cile, gli indigeni danzano per festeggiare e ringraziare che l'asse terrestre abbia questa inclinazione di 23° gradi e 27', poiché è da questo fatto che nasce la vita così come la conosciamo.

Ghila gli chiede esattamente che corsi ci sono in quell'istituto, e lui ci dice che si tratta innanzitutto di far conoscere e praticare la Medicina tradizionale. Quindi uno studio dei vegetali, delle loro proprietà, dell'influsso lunare , dei principi attivi presenti in ogni pianta, di come lavorarle per trarne beneficio. Ed egualmente per i minerali, e gli animali. Ma poi anche si tratta della cucina, del modo e delle motivazioni per cucinare i cibi in una certa maniera. Per cui è importante raccogliere tutta la sapienza medica locale, sia a fini curativi che di tipo preventivo. Pertanto in questo settore vi sono anche corsi per saper fare promozione della salute, svolgere una attività di consultorio a indirizzo individuale e famigliare, ma anche spiegare i campi nei quali i rimedi tradizionali non possono rispondere alle esigenze di salute di tutti. Alla fine si da un diploma di tecnologo terapeuta, ma sempre con una preparazione specifica relativa ai concetti di equilibrio e di squilibrio energetico, a livello individuale, famigliare, comunitario o ambientale, basati sulle concezioni e sui principi della medicina tradizionale delle Ande.

In secondo luogo ci sono corsi di Agropecuaria, relativi all'agricoltura, orticultura, allevamento, che si basano anch'essi sulle concezioni tramandate dall'epoca incaica. I saperi relativi alla Madre Terra (Pachamama) e ai frutti che da, e alle necessità di curare e mantenere un equilibrio a livello ecologico e ambientale, in modo da operare in maniera e misura sostenibile per lo sviluppo e l'ottimizzazione del settore primario dell'economia andina. Quindi tenere sotto controllo l'erosione dei suoli, non praticare in modo indiscriminato la deforestazione dei territori, o lo sviluppo abnorme delle strutture industriali e urbane, ecc. Ma anche favorire  pratiche di coltivazione, semina, raccolto, e allevamento che si rifacciano ai principi della cosmobiologia andina. La cura del chaqra, del luogo di crescita, fa sì che quando il seme muore rinasca come pianta, o che il cucciolo sviluppi pienamente le sue capacità da adulto.

Poi c'è un area dedicata ai saperi relativi all' habitat, quindi rispettosi dell'ambiente, delle tradizioni e stili architettonici e artistici di costruzione peculiari del contesto ambientale e culturale, e anche delle motivazioni relative al loro orientamento, all'arredo, ai materiali utilizzati (naturali e biodegradabili, ma anche dello stesso territorio, in modo da essere partecipe delle stesse vibrazioni energetiche), così da poter poi "ritornare" a madre natura, perchè una abitazione prima o poi deve reintegrarsi con la terra, eccetera.

Infine un settore dedicato alla promozione e alla difesa in campo sociale delle comunità indigene, quindi in questa area si compiono studi di carattere sociologico, economico, giuridico, politico-amministrativo, basati sui principi di giustizia, e sull'etica specifica delle culture andine. E anche per dare le capacità di ideare e realizzare progetti di sviluppo ecosostenibili e fondati sullo scambio equo e solidale. In una comunità è fondamentale il tema della giustizia. Ogni persona è interdipendente e sociale. Cruciale è saper gestire la mediazione comunitaria. Per raggiungere una conciliazione dopo un episodio dirompente, è imprescindibile lo stare faccia a faccia, ma è difficile da gestire, ci vogliono persone qualificate, preparate, e che si siano sapute conquistare rispetto e autorità nella comunità per poter mediare. Perciò sin da ragazzi (sopra i dodici anni) il percorso di iniziazione deve condurre all'esercizio della governabilità. Attraverso la pratica ognuno deve imparare a prendersi cura di sè e autogestirsi, facendo esperienze.

Queste dunque in breve le quattro branche, o rami dell'istituto, che quindi è dedito al recupero, alla conservazione, e diffusione dei saperi tradizionali affinché la cultura (e quindi in primo luogo la lingua, o meglio le lingue aborigene) non vadano disperdendosi, ma anche affinché siano rinvigorite, rinnovate e poste in grado di prendere parte al mondo moderno, per dare un impulso allo sviluppo di una nuova coscienza tra gli indigeni, di un nuovo atteggiamento di rispetto da parte della società attuale nei loro confronti, e di predisporre ad una visione più olistica delle problematiche di sviluppo che si armonizzi con il rispetto di madre natura.

Manuel ne è da qualche tempo il rettore, e questo impegno lo ha fatto conoscere e apprezzare, per cui ora è un punto di riferimento non solo per le comunità andine, ma anche per gli "altri", per il mondo della cultura, della amministrazione pubblica, e della politica a livello nazionale ecuadoriano. E' stato autorizzato dal consiglio della sua comunità indigena Puruhà (che vive nelle aree centrali della valle tra le due cordigliere quella Reale e quella occidentale) a conferire il bastone simbolo di saggezza e quello simbolo di comando. Ad esempio lo ha dato all'attuale presidente della repubblica. Tuttavia come dicevo prima è persona semplice e alla mano.

Ci dice che nella concezione ancestrale del tempo, esso era visto come una successione di epoche, o fasi, detti Pachakutin, che significa rifacimento, ritorno, ricorrenza, e da poco è terminato il periodo oscuro, per cui ora sta iniziando (ritornando) un periodo (il decimo) di luce e di rinascita.

Tanto ha parlato e si è intrattenuto con noi a rispondere alle nostre domande e a spiegarci tante cose con pazienza, sorriso, e passione e impegno, che si è scordato di un appuntamento di carattere politico che aveva e per cui era venuto a Quito... Ci dispiace moltissimo, ma a questo punto gli chiediamo se vuole pranzare con noi da qualche parte. Gli fa molto piacere, anche se ci pare di capire che il suo particolare vegetarianesimo gli potrebbe porre dei limiti.

Andiamo dunque di nuovo alla "cafeteria del fraile", che avevamo già apprezzato ieri e che sembra andargli bene. Anche qui notiamo che prima di bere un bicchiere d'acqua lo tiene tra le due mani e si concentra un attimo, ci dice che l'acqua è yucumama, è un elemento sacro, e che quindi lui fa un ringraziamento di accoglienza delle sue proprietà benefiche prima di assumerla. Ordina un brodo di verdure, e poi della frutta, ma fa alcune raccomandazioni al cameriere. Parliamo del vegetarianesimo, e Ghila gli fa notare come una contraddizione il fatto che lui ci abbia detto che nelle sue pratiche di cura (aveva appena ricevuto una chiamata al cellulare da una sua paziente e amica) fa uso di quegli animalini tipo porcellini d'india che qui si chiamano cuy, perchè dicono che il loro corpo è molto sensibile a certe infermità o malattie, e che dalla loro reazione, passando un cuy scuoiato lungo tutto il corpo del paziente, si può diagnosticare il male e il suo grado di gravità. Ma lui non aveva mai considerato la questione di incongruenze con la scelta vegetariana, e dice che ci rifletterà, ma che crede che in quel caso il cuy stia offrendo il suo corpo per aiutarci, e che questa è una sua destinazione positiva nel mondo. Poi pranzando ci dice che oggi è il giorno in cui Correa (che lui nomina come Rafael) assume il suo secondo mandato presidenziale e che anche lui era invitato alla celebrazione di investitura nello stadio olimpico, come rappresentante della sua comunità. Restiamo esterefatti e ci sentiamo un po' in colpa per averlo distratto così tanto, ma lui è molto sereno al riguardo. Ha molto apprezzato le numerose e schiette domande e perplessità di Ghila, e le nostre riflessioni, mie e di Annalisa sul rapporto tra particolarità e universalità di un messaggio, e sulla educazione. Comunque non appena ha terminato ci saluta e ci promettiamo di rivederci, ci chiede delle nostre prossime tappe, e dice che potrà venire a incontrarci quando saremo a Latacunga, per quel giorno pranzeremo e chiacchiereremo di nuovo assieme.

Nel resto della giornata continuiamo a ripensare a lui e alle sue parole, ci dispiace non aver filmato l'incontro, in modo da poter ricordare esattamente tutte le diverse cose che ci ha detto.

Ecco siamo già entrati in una visione più da vicino, più interna al paese, che comincia ad apparirci molto più sfaccettato e complesso di quanto potessimo pensare prima della partenza.

Ci eravamo introdotti grazie ad un approccio occidentale (centro storico coloniale, chiese, palazzi, chitarra classica barocca, la povera tenera indianella, la leggenda con i tormenti di coscienza del convertito, i musei sulla geodesia e la determinazione scientifica dell'equatore, il nostro albergo col patio fiorito, ecc) e ora con i discorsi e la presenza stessa di Pumaquero che ci fa intravedere cosa c'è dietro all'immagine degli indios danzanti al solstizio, ci siamo intrufolati in un'altra cultura e ne abbiamo avuto un primo squarcio, anche se già l'osservazione dei volti e dei costumi delle masse confluenti nella capitale per le feste, e il fatto di venire a sapere di un tempio del sole sul Pululawa (una sorta di contraltare dei musei su La Condamine), ci aveva avvisato della eterogeneità di questo mondo andino dotato un suo antico universo di senso.

Torniamo in albergo, e ci cambiamo, perché appena verso le sei va via il sole, fa subito più freschino.

Poi andiamo in calle Ronda, una strada acciotolata in curva e in discesa, vicino alla bella piazza di San Domenico, era malfamata in passato e considerata pericolosa per stranieri, ma essendo una calle storica e molto bella, è stata ristrutturata e valorizzata, e vari abitanti ora hanno aperto bottegucce di interesse turistico, e caffetterie, e ristorantini, per cui è piacevole passeggiare. Ci fermiamo in un ristorantino con tanti colori sgargianti, aperto da alcuni giovani afroecuadoriani, che però, diciamo così, non sono molto solleciti nel provvedere ai clienti, e nei tempi lunghi che passiamo lì, ci intrattiene un esplosivo e simpatico giovane nero della costa della Colombia, che fa delle treccine colorate a Ghila, e intanto scherza, fa passi di danza, canticchia canzoni, e ride. Ci divertiamo, e poi torniamo in albergo.

Sì il paese è composito (e in mutazione).

 

martedì 11 Andiamo alla biblioteca di scienze sociali e antropologiche della Università cattolica, molto più ricca e tecnologicamente avanzata della nostra biblioteca di Facoltà (a Ferrara), dove ci possiamo rendere conto della estrema ricchezza e complessità degli studi e delle ricerche sulla cultura andina, compiute da esperti raffinati e ben attrezzati.

Poi andiamo alla Casa della Cultura dove Ghi è interessata a parlare col conservatore della cineteca, il signor Chinchin. Il quale esordisce con un sonoro "caramba!" (che credevo fosse una espressione tipicamente messicana...), e ad un certo punto mi dice: ma lo sa che c'è uno che le somiglia? è uno strumentista del conjunto musical "Pueblo Nuevo". La cosa mi incuriosisce, mi piacerebbe vederlo. E lui cita il proverbio "siempre hay dos caras iguales en el mundo" (ci sono sempre due volti uguali al mondo). Mi torna in mente che cinque anni fa quando andai in Perù, in un ristorante di Lima mi scambiarono per un ecuadoriano...

Poi andiamo alla Libreria "Abya Yala" (dal nome originario con cui era chiamato il continente poi battezzato America in onore del suo "scopritore" Amerigo Vespucci) e alla "Libri Mundi". Belle grandi librerie specializzate in antropologia, sociologia e scienze umane ricche di libri interessantissimi mai tradotti da noi (segnale del nostro progressivo impoverimento e depauperamento culturale limitante i dibattiti intellettuali agli spazi oramai ristretti di un Occidente eurostatunitense). Studenti seriamente impegnati nello studio, che fuori nel giardino conversano sulle loro incipienti specializzazioni.

Andiamo a trovare Giovanni Onore, è un frate marianista (sempre vestito da laico) di quasi settant' anni, che vive in Ecuador da trent'anni; è stato professore di entomologia all'università, grande studioso e ricercatore, cui si deve l'identificazione di decine di specie tra cui molte portano il suo nome (anche se non poche si sono già estinte nel corso della sua vita...). Da lui incontriamo Queti, una intelligente e simpatica collaboratrice, sorella dello scultore ecuadoriano Mario Tapia (Onore  anni fa si era dedicato a far compiere gli studi a tutta la numerosa famiglia Tapia), e il prof.Valter Rossi un suo collega entomologo dell'università dell'Aquila (che è qui perché ha scoperto e studiato un fungo del carapace di certi coleotteri), e le sue due allieve Sylvia e Mayra, che recentemente Onore ha "adottato" agli studi. Comperiamo da lui alcuni oggettini in tagua (da un grosso frutto si ricava un seme bianco e durissimo, il cosiddetto "avorio" vegetale, che serve per fare bottoni) fatti appositamente dagli abitanti di Otonga, e prendiamo anche dei libri (tra cui quello di C.E.Jàcome sulla vita di Giovanni Onore, del 2008, da cui vengo a sapere molte cose interessanti su quest'uomo straordinario), e lasciamo degli indumenti da regalare.

Onore ci parla a lungo dei problemi gravi causati dalla deforestazione, i suoi effetti sul clima e sull'ecositema, che ha causato già l'estinzione di numerose specie. Nell'area della sierra è ridotto al 9% il territorio coperto da foreste, mentre quello della costa e della pianura è oggi solo del 6%, e nell' Oriente amazzonico copre oramai solo la metà del territorio... ! Lui anni fa aveva ricevuto un grande appezzamento da un apicultore italiano che lasciava il paese, ma avendo fatto voto di povertà non poteva accettarlo, quindi ha creato nel '98 una ONG e poi raccolto fondi per acquistare via via tutto il resto di quel territorio in cui è presente una foresta originaria, e così metterla in salvo dall'incipiente disboscamento, appunto la foresta di Otonga (da lui così denominata dal nome di una specie di lombrico locale), che da allora è proprietà di questa Fondazione "l'arca verde Otonga", ed è una Riserva Integrale, cioè totalmente protetta, e ha anche creato una organizzazione contro la deforestazione, un centro di educazione ambientale, e un ufficio per le adozioni a distanza che garantisce ai bambini del luogo di poter frequentare le scuole). La gente di lì lo adora e lo chiama affettuosamente "padrecito" oppure "piripito".

Onore come scienziato si occupa in particolare degli insetti, ma più in generale degli esseri viventi che rappresentano degli indicatori per la salute dell' ecosistema (come in Italia potrebbero essere le lucciole). Ci racconta ad esempio del problema dei rospi, in spagnolo sapos (e in kichwa: ambato, da cui il nome di una attuale città). L'argomento della deforestazione selvaggia (o tala indiscriminada de bosques) potrebbe essere affrontato sotto vari aspetti, ma è comunque una grave minaccia che l'uomo ha messo in atto contro l'ambiente e in definitiva contro anche sè stesso. L'Ecuador, pur essendo in Sudamerica un piccolo paese (è esteso poco meno dell'Italia) ha sempre rappresentato un esempio di straordinaria varietà e ricchezza di specie animali e vegetali. Oggi molte sono minacciate di estinzione e molte sono già estinte a causa del modello di sviluppo selvaggio praticato dalla nostra "civiltà" attuale, dovuto alla eccessiva ingordigia di guadagni, e all'ignoranza, nonostante non manchi l'informazione e non manchino le ricerche, gli studi, gli allarmi lanciati dagli scienziati. Dunque uno di questi casi è rappresentato da rospi e rane. Ogni albero tagliato, e la scomparsa dell'ambiente del sottobosco, significa la morte di decine di migliaia tra piccoli e meno piccoli esseri che vivono in quel contesto. La distruzione di una intera foresta (fenomeno in corso di rapida accelerazione) causa la morte di milioni di esseri viventi suoi abitanti, e la agonia e il rischio di estinzione di molte specie. Inoltre, nella Scuola di Biologia della Università cattolica dell'Ecuador si stanno ancora studiando gli effetti di un microscopico fungo della pelle (il quitrido, o dendrobatidis) che lentamente giunge a impedire a rane e rospi di respirare.

Onore ci racconta che la faccenda era iniziata negli anni '40 quando si era scoperto che una certa specie di rane del Sudafrica reagiva agli ormoni femminili umani per cui si gonfiavano i loro organi sessuali, quindi fu massivamente impiegata per valutare se una donna fosse incinta, iniettando in quella specie di rane l'urina della donna si poteva dare una risposta certa (oggi si usa un reattivo chimico). Allora questo fungo è passato ad altre specie di rane che non hanno le difese adatte, e si sta ora diffondendo su rane di altre parti geografiche e continenti, causando la morte di gran parte delle rane a livello mondiale in questi ultimissimi decenni, e oggi mettendo in forse la loro sopravvivenza a livello globale nel giro di pochissimi anni. La presenza e diffusione di questo fungo in Ecuador è aumentata vertiginosamente anche a causa della variazione delle condizioni climatiche e del mutamento o scomparsa di particolari habitat nelle zone deforestate. (in questi mesi da noi fa discutere l'opposizione di certi ambientalisti alla costruzione della circolare attorno alla città di Asti in nome della salvaguardia dell'habitat di una specie di rane che è presente ormai solo in due località piemontesi.)

Ma si pensi che la pelle delle rane costituisce un vero e proprio laboratorio chimico, e che da essa si estraggono molti medicinali e antibiotici, che hanno salvato la vita a tante persone. Ancora si stanno studiando le numerosissime specie di rane perché costituiscono una miniera di informazioni straordinaria, le rane rosse, le rane corallo, le rane diurne e quelle notturne, eccetera, sono preziose persino per le loro specifiche tossine (si sono potute tenere sotto controllo grazie ad esse piaghe endemiche). Ma più in generale le quasi cinquecento specie diverse di anfibi  (di cui più della metà è oggi minacciato di estinzione) sono ritenute fondamentali per la medicina oltre che per la conoscenza della storia della vita (essendo presenti sulle terre emerse da circa 350 milioni di anni, e rappresentando una fase di passaggio cruciale nella evoluzione). Perciò nel cosiddetto "Ranarium" della università cattolica di Quito si mantengono in vita esemplari rari per poter compiere studi e analisi. E' parte del progetto Arca come conseguenza del Vertice Mondiale di scienziati tenuto alla fine del 2005 per salvare le specie anfibie. Per la loro sopravvivenza sono indispensabili certe piante, determinati vegetali, un certo ambiente in uno specifico e delicato ecosistema...

Mi viene in mente per associazione di idee quel raccontino che riguardava il boom demografico, per cui c'è uno stagno in cui ci sono dei girini, e le rane che ne derivano si raddoppiano di numero a ogni generazione, a un certo punto le rane coprono un quarto della superficie dello stagno e incominciano a porsi dei problemi, quando capiscono che la questione è gravissima già hanno coperto metà dello stagno, e il giorno dopo, in cui avrebbero messo in atto il loro piano per frenare il boom demografico, lo stagno era completamente ricoperto e morirono tutte simultaneamente per mancanza di risorse adeguate. E non si pensi che sia una storiella un po' pergrina: si consideri che l'Ecuador nel 1910 contava 1.400.000 abitanti, nel 1945 ne aveva tre milioni e mezzo, nel 1974 già erano sei e mezzo, e oggi ne ha quasi sedici, e .... l'attuale tasso di natalità è del 23,7 per mille (in Italia è meno del 9 per mille).

In un contesto come quello attuale di un Paese in via di travolgente e caotico sviluppo economico, anche sui giornali ecuadoriani si scrive che "la desforestaciòn es rampante y catastrofica", ma non si riesce a fare gran ché per impedirla, o limitarla, o almeno regolamentarla. Ad es. si è compiuta una inchiesta sulle condizioni di lavoro terribili dei taglialegna, sono al lavoro tutto il giorno con paghe ridicole, e stanno costantemente lontano dalle famiglie, ma ad ogni modo hanno bisogno di denaro e accettano ogni cosa. Comunque le loro famiglie in definitiva stanno economicamente meglio di un tempo e mandano i figli a scuola per prendere un diploma che permetta loro di uscire dalla emarginazione. Stando meglio le famiglie hanno più figli, anche perché ci sono migliori cure della salute. Ma un domani lo sviluppo dell'economia del paese sarà in grado di dare lavoro a una popolazione tanto più numerosa? Ma in definitiva di che vivranno gli stessi lavoratori taglialegno quando il legname delle foreste (che ora sembra infinitamente inesauribile) si sarà ridotto ai minimi termini? Quando l'ultimo albero delle foreste equatoriali sarà tagliato, forse gli uomini capiranno il vero valore di ciò che hanno distrutto, ma a un certo punto sarà troppo tardi...Un detto ecuadoreño è "! vive su vida sapo !", in cui il nomignolo sapo era dato per indicare un "poverocristo" qualunque: che tu possa vivere la tua vita dunque ranocchio!

Onore nel suo orto fa crescere il mais originario, selvatico, con le spighe piccole, che si è quasi estinto ora, ma rivela informazioni sulla invenzione dell' agricoltura di 50mila aa fa. Rispetto all'apporto energetico di quel che potevano mangiare i popoli raccoglitori, questo è più nutriente e fu selezionato, fino a sviluppare massimi in cui certe qualità ricrescono subito 4 volte l'anno, per cui garantiva la sicurezza alimentare.

Torniamo al nostro albergo.

 Alla sera faccio una gran camminata per il centro mentre si sbaracca tutto essendo finita la festa. C'è un'aria di squallore, di sfascio, ed è tutto un po' residuale. Molti si sono accalcati in minuscole osterie a magiare qualche zuppa.  Alcuni escono da queste osterie (peñas) ubriachi e vocianti. Reincontro Aida seduta sulla scalinata di pietra gelida della chiesa di san Francisco con alcune sue compagne! che ridono quando la riconosco e la saluto chiamandola per nome. Osservo dei gruppetti di monelli sporchi e cenciosi che hanno finito la loro opera da lustrascarpe e contano le monete, c'è anche un gruppetto di bambine-lustrascarpe di circa 10 anni che se ne stanno tra loro, mi fanno venire in mente certi personaggi di Charlie Chaplin...e provo pena e tenerezza per loro. Regalo qualche caramella e qualche giocattolino che mi ero portato dietro, sono felici.

Tornando ripasso dal centro e assisto ad una sorta di teatrino popolare in piazza. Si recita a soggetto, ci sono due attori che interpretano in modo fortemente caricaturale i loro poveri personaggi che si fanno da spalla e si completano a vicenda nella loro  caratteristica contrapposizione. Si tratta di tipizzazioni molto marcate ed esagerate, il tono è provocatorio e il volume ovviamente molto alto della voce impostata. Il testo del canovaccio è infarcito di lazzi e motti e volgarità. La gente partecipa emotivamente con passione e ride sguaiata. Sono tutti talmente presi e incantati che si potrebbero facilmente rubare i portafogli (che forse molti non hanno nemmeno). La commedia con le sue pantomime sembra non finire mai, non essendoci in effetti nessuna vera e propria trama, nel senso che non vi è né capo né coda ma solo scenette giustapposte, con incontri-scontri tra i due compari coprotagonisti.  Alle varie smargiassate la folla applaude e fa il tifo per l'uno o per l'altro, commentando ad alta voce. Mi sembra di tornare indietro di quarant'anni...

Quanti begli studi sul folklore, e le tradizioni popolari, e la cultura popolare, si potrebbero compiere qui, essendo il mondo illetterato e la modalità di trasmissione orale e tramite musica e gestualità, ancora del tutto presente e vivente...

 

mercoledì 12  Andiamo al bel Museo del Banco Central, molto ben strutturato, e interessantissimo, dove purtroppo è chiusa la "sala de oro" con la famosa maschera d'oro del sole con raggi a serpente della civiltà pre-incaica di La Tolita (quasi un simbolo dell'Ecuador). E' un museo di archeologia e d'arte di eccellente livello e contenente pezzi straordinari.

Poi incontriamo Richard, che nel governo attuale è una specie di sottosegretario nel consiglio per lo sviluppo delle nazionalità e dei popoli dell'Ecuador (Codenpe). Pranzando, ci parla della politica attuale verso le comunità non hispaniche e aborigene.

Con la nuova costituzione del settembre 2008 sono ben 14 le nazionalità  ora riconosciute (kichwa, salasacas, shuar, awa, cofàn, huaorani, Tsachilas o colorados, e vari altri), più altri 8 popoli (come gli afroecuadoriani, cioè i neri; o i montubios, cioè i contadini della pianura tra la sierra e la costa, misti indios-neri-bianchi, che si distinguono quindi dalla comune tipologia del mestizo pampeño, che è il tipico campesino delle praterie; ecc.), e ora sono tre le lingue ufficiali dello Stato. Si protegge il diritto alle loro terre e all'autogoverno, e il diritto ad essere consultati su questioni che li riguardano. Si riconosce la proprietà collettiva delle comuni, si riconosce il diritto delle varie comunità a proteggere e sviluppare le proprie tradizioni e conoscenze, e la tutela dei loro luoghi sacri. Si riconosce il diritto a voler essere curati con le procedure mediche tradizionali. Richard ci spiega cose molto interessanti. E' un politico molto impegnato, ma anche con studi da antropologo, per cui ha una attenzione e una sensibilità particolare per queste delicate questioni... Ma oltre alle questioni riguardanti i non hispanici, ha anche una attenzione al folklore, e alle tradizioni dei meticci e delle popolazioni di campesinos di madre-lingua spagnola, e delle loro usanze e credenze (per cui ci accenna ad es. alle comunità di pescatori, o ai mandriani nomadi, che hanno proprie identità e caratteristiche distintive). Ora sì che abbiamo uno sguardo più interno e un quadro della grande complessità di questo Paese! Il nuovo regime di Correa si fa vanto del motto di unità nella diversità e vorrebbe presentare l'Ecuador come modello di convivenza tra le differenze, e come paese fondato sulla multiculturalità, per cui la nuova politica è chiamata revoluciòn ciudadana, rivoluzione della cittadinanza, dell'essere cittadino. Speriamo che l'intenzione dia buoni frutti. Ma lui dice che rimangono ancora tracce di una vecchia mentalità, per esempio al censimento, o quando per documenti anagrafici, devono dichiarare se sono indigeni, meticci o bianchi, o neri, ecc. molti indios si dichiarano meticci, come molti meticci dicono di essere bianchi, e così via, perché altrimenti temono di essere mal considerati. Gli riferisco la questione che ci fu da noi in AltoAdige/Sudtirolo quando si doveva dire se si era di lingua tedesca o italiana (o ladini), e non era prevista la possibilità di sentirsi appartenenti a entrambe le culture, o anche di essere di famiglia mista, di essere bilingui e questo sollevò un problema grave. Ma Richard sembra non capire bene cosa intendo dire.

Poi tra noi riprenderemo spesso delle riflessioni e delle osservazioni al proposito di queste problematiche identitarie. Ricordo che anche in Perù il nostro autista era un indio che sin da ragazzo viveva a Lima e aveva sposato una donna creola (cioè latina), lui si riteneva un meticcio. Ma in che senso? In questo caso il termine assume un significato esclusivamente di tipo culturale, cioè riferito a cultura, costumi, abitudini, mentalità, condivisa con altri. Insomma il figlio di una coppia di indios che come tantissimi in Ecuador emigrò in pianura o sulla costa o in città per trovare lavoro, non si sente per nulla un indio (un tempo in pianura il termine "indio" era sinonimo di montanaro -o contadino- analfabeta) e si sente partecipe delle abitudini, dei costumi, delle mentalità diciamo latinoamericane, della società di cui è parte, e quindi anche se non è misto, si iscrive come meticcio (per cui conta meno il sangue, il dato somatico, e più il sentimento di appartenenza). Questi sarebbero quelli che venivano chiamati "cholos", cioè indios ormai latinizzati, urbanizzati, modernizzati. Il termine era spregiativo (un po' come in Messico pachuco o chicano per i messicani che sono emigrati negli Usa e vivono come dei nordamericani), intendendo significare da parte dei bianchi e creoli di Guayaquil e dell'ovest, gente immigrata dalle montagne, ignoranti e grezzi. Ma da parte di molti oggi fieri di essere indigeni (cioé autentici americani originari), "cholos" è utilizzato per indicare gente che ha rigettato le proprie origini, che si vergogna dei propri genitori, non sente il legame con la terra, con la cultura d'origine. Molti genitori della precedente generazione (quelli che oggi sono nonni) non volevano che i propri figli parlassero il kichwa o le lingue aborigene (chiamati allora dialetti, o al più linguaggi locali) ma che si integrassero nel mondo moderno e quindi in casa parlavano spagnolo. Per cui oggi ci sono invece giovani che vorrebbero riappropriarsi della cultura originaria, e che si mettono a studiare il kichwa (ma per loro è ormai come studiare una lingua straniera, estranea) oppure che rinunciano ad approfondire le loro conoscenze della cultura di origine per l'ostacolo linguistico. Ma la storia delle generazioni che erano giovani negli anni sessanta-settanta era ancora appartenente a una fase in cui emanciparsi voleva dire modernizzarsi, quindi uscire definitivamente dal mondo ristretto, marginale ed emarginato del piccolo paesino, dei campi, e delle montagne. Voleva esprimere una grande voglia di integrarsi, di essere considerati come persona e non etichettati a vista come poveri indios. La rivendicazione degli strati marginali e poveri era allora quella di una società in grado di integrare tutti, e sostennero l'accelerazione del modello vigente di industrializzazione e della conseguente assimilazione e omologazione. Questo retaggio del passato prossimo fa sentire ancora molto il suo peso, e condiziona larghi strati di popolazione, di quel 42%, di coloro che sono o si ritengono, o si presentano, o si dichiarano meticci. Quindi a certuni sembra andare in una direzione contraria ai tempi la attuale richiesta delle comunità indigene di una scuola bilingue, e non la apprezzano né capiscono se non intendendola come un primo passo nelle scuole elementari per comunicare con i bimbi che non sanno lo spagnolo, ma per portarli via via poi a integrarsi nella società moderna.

Da una dozzina/quindicina d'anni a questa parte con il risveglio politico degli indios, è iniziato invece un processo in senso inverso, anche se contestualmente il processo di acculturazione da parte della odierna componente egemone meticcio-creola si è accentuato, ma non più per vie ideologiche o per pregiudizi e motivi di carattere razzista (ancora presenti), ma oramai piuttosto per via degli effetti dello sviluppo economico, dell'inurbamento, della scolarizzazione, e dei mezzi di comunicazione, in primo luogo della televisione, del cinema, e della musica commerciale (che è ladina, o "gringa"), oltre che di radio, giornali, e riviste e rotocalchi, o semplicemente della moda standard, e dei modelli che questi media propongono.

Perciò alcuni dicono che il processo in atto della cosiddetta rivitalizzazione e di riappropriamento, recupero e valorizzazione della cultura specificamente andina, è una reazione di tipo regressivo, e lo vedono come un assurdo ritorno nostalgico ad un passato che oramai è fuori dai tempi moderni. Quindi come un richiudersi in una antimodernità, che verrà in ogni modo travolto di fatto dallo sviluppo in corso.

E lo percepiscono anche come un insensato e offensivo gesto di rifiuto e di negazione della grande e onnipervadente cultura latinoamercana, che invece è ciò che unisce tutti i paesi e i popoli delle tre Americhe. Caso mai l'antagonista anche culturalmente invadente, il cliché dell' "altro", secondo loro dovrebbe essere oggi il "gringo" (termine dispregiativo per statunitense), inteso nella sua stereotipizzazione come modello esemplare negativo, contrapponendosi al quale si rinforzerebbe il sentimento patriottico.

Perciò per contrasto chi valorizza la cultura andina invece sottolinea quanto il suo messaggio sia universale, e insiste su un rinnovamento, e ammodernamento, dei concetti stessi di cittadinanza, nazione, patriottismo, eccetera, per una società multiculturale rispettosa della dignità di ciascuna componente. Processo che è iniziato quando i movimenti "indigenisti", di matrice populista o marxista, anni fa fecero render conto agli "indios" che le comunità indigene risultavano costituire la maggioranza assoluta dell'elettorato (impresa difficile perché ai poveri emarginati da sempre le elezioni non interessavano affatto). Quindi più che una "coscienza di classe" si è poi sviluppata una coscienza della propria specificità culturale. E da qui è nata anche l'elaborazione di proposte per modelli alternativi di sviluppo.

Insomma l'intreccio tra appartenenze, identità, lingua, cultura, nazionalità, cittadinanza, stirpe, e mentalità è estremamente complesso e intricato, specie in un piccolo paese tanto vario e composito come l'Ecuador.

 

Alla sera andiamo a cena con Queti al ristorante "vista hermosa" su una suggestiva terrazza con belvedere, tutta la città ci saluta con le sue lucine accese nel buio. Beviamo un canelazo caldo, e mangiamo degli involtini e degli spiedini, godendoci l'aria fresca e il panorama notturno.

 

giovedì 13  andiamo all'Avis dove ritiriamo l'auto, una berlina con bagagliaio spazioso, posti comodi, 1600 cc., una Mazda Allegro ($33 al giorno = 21 €uro). Ora sì che si parte, questa  è proprio una seconda partenza. Allora, via! di lì ci dirigiamo verso nord, intanto mi oriento col traffico e il modo di guidare (e le strade): ma bisogna adattarsi e abituarsi alla svelta... Pranziamo in un piacevole ristorantino in legno lungo la strada, e dopo tre ore di traffico e di su e giù di salite e discese, arriviamo alla cittadina di Otavàlo (2600 m), dove ci fermiamo all' Hostal Riviera Sucre. Nell'albergo prevalgono i colori forti e allegri, il che ci piace, e poi la habitaciòn ha delle ampie porte-finestre! Ci accoglie la signora Adriana, una creola bianca molto gentile e sorridente. Mi chiede se per caso ho dei parenti o famigliari in Ecuador, perché dice subito che assomiglio molto a un loro amico...Rimango stupito e incuriosito. Dice che è uno che lavora alla casa della cultura di Otavalo. Anche lei aggiunge: hay dos caras en el mundo...

Alle 5 di sera andiamo a plaza de los ponchos dove il mercato dell'artigianato indigeno sta chiudendo, e quindi sono tutti più disponibili a concedere sconti e fare buoni prezzi per realizzare ancora qualche vendita all'ultimo minuto. Si contratta bene con loro, sono molto abituati a turisti stranieri. Comperiamo cose di bella lana di alpaca soffice e calda, e tessuti. Si dice che la gente di Otavalo siano i migliori artigiani e anche commercianti della sierra, e che siano capaci imprenditori e innovatori; per questo li trovi in tutti i mercati del Paese, e si dice che siano tra gli indigeni quelli che hanno raggiunto il migliore livello di vita. Ma nel contempo hanno conservato molto i propri costumi e le proprie tradizioni. Scherzando con un bimbo che gioca, chiacchieriamo con il padre, un indigeno otavaleño con la pelle color mogano, che fa il maestro di scuola, e ci parla con competenza dei problemi del bilinguismo, e anche lui menziona il nuovo Pachakutin, ovvero la nuova era di cinque secoli, che sta approssimandosi.

A questo proposito alla sera a letto mi vengono in mente alcune cose che avevo letto ultimamente sulla processione degli equinozi. Si veda a questo proposito lo studio dei miti andini preincaici e incaici in cui si allude alla processione assiale, compiuto da William Sullivan, in "Il sergreto degli Inca", 1996 (tr.it. Tea). Prossimamente si prevede uno spostamento dell'asse terrestre, e questo tra l'altro avverrebbe in prossimità con l'apertura dell'Era del nuovo Pachakutin, per l'avvento del quale la fase di transizione sarebbe cominciata già alcuni anni fa con l'anniversario della impresa di Colombo (1492) e si concluderebbe con il cinquecentenario dell'assasinio di Atawallpa (1533) e dunque della fine della indipendenza indigena in America.

In sostanza tutto si rifà ad un calcolo maya (ma che sarebbe una conoscenza molto più antica), per cui con la fine del 2012 si concluderebbe anche secondo il loro precisissimo calendario e la loro matematica su base 20, la fase attuale. Per quanto riguarda la processione equinoziale sappiamo che l'asse terrestre è soggetta ad oscillazioni continue durante il suo movimento rotatorio. La rotazione dell'asse compie un giro in 25920 anni, puntando via via sulle varie costellazioni, per cui tale rotazione è stata suddivisa in dodici transizioni, o "ore", nel passaggio dall' entrata in una certa costellazione alla successiva (di qui la denominazione di processione). E dunque dopo circa due millenni (2160 anni), ora sta per entrare nel quadrante dell'Acquario, e precisamente a partire dal 21.12. 2012 (sotto il cui "influsso" dunque resterà per i prossimi 2160 aa). A quel punto l'asse terrestre inizierebbe a spostarsi più sensibilmente a causa delle periodiche oscillazioni, e ciò potrebbe portare anche ad un indebolimento del magnetismo attuale (o a uno spostamento del polo magnetico attuale, con la possibiltà addirittura di una inversione dei poli magnetici, cosa che avviene circa ogni cento millenni), e quindi anche a un cambiamento climatico globale. Terminato il percorso del semicerchio di allontanamento rispetto al centro della nostra galassia, ora dopo 12960 anni (quindi all'incirca l'epoca in cui giunsero in America popolazioni siberiane attraverso lo stretto di Bering congelato) reinizierebbe a "puntare" nella direzione verso il centro (noi stiamo in periferia, nel cosiddetto "braccio di Orione"). Da qui deriva la profezia di cui si parla (che si ritrova anche in alcune visioni filosofico-spirituali dell' India arcaica che parlano di modifica graduale del posizionamento della kundalini terrestre, cioè del "serpente di luce" o fascio energetico che la attraversa), secondo la quale ciò porterebbe ad un'era nuova e migliore soprattutto nella evoluzione culturale e spirituale, per cui l'uomo raggiungerebbe in quel nuovo periodo una maggiore consapevolezza di sè e si aprirebbe un periodo di pace e di grandi progressi in tutti i campi. Certi dicono che ciò comporterà un graduale "esaurimento" delle conseguenze della forza attrattiva della spiritualità orientale (tutti i grandi profeti da Krishna, Mosé, Orfeo, Elia, Daniele, Zarathustra, Pitagora, Buddha, Gesù, Maometto, eccetera erano asiatici) per spostare il proprio centro attrattivo e creativo nelle Americhe...

Che dire? speriamo in questa nuova influenza stellare, e che intanto cominci il nuovo Pachakutin...

 

venerdì 14 Al mattino facciamo una bella gita nei dintorni approfittando del tempo limpido e luminoso.

Andiamo al lago vulcanico Cuycocha, a circa 33 km a nord in salita (il lago è a 3068 m.), che è un profondo cratere di 4 km per 3, con due isolette coperte di vegetazione, che sembrano un po' dei cuy (coniglietti) accovacciati, da qui deriverebbe il nome, oppure come ora si dice, verrebbe da Ki cucha, ossia laguna degli dei nella antica lingua Cara, parlata in periodo pre-inca. Le isolette sono separate da quello che gli indigeni chiamano il "canale dei sogni", e in effetti è un luogo favoloso, che colpisce per la sua straordinaria bellezza e la sua originalità. E' un incanto stare a osservarlo. Nel centro di accoglenza è installato un piccolo museo che descrive il grandissimo parco-riserva naturale di cui fa parte (Cotacachi-Cayapas), ricchissimo di flora e fauna (tra cui più di 630 diverse specie di uccelli). Lungo la riva giocano delle paperette (poi più tardi Pintag ci dirà della leggenda del misterioso cuy dorado, per cui la prima persona che lo vedesse sarebbe divenuta ricca, mentre la seconda si sarebbe trasformata in una papera). Il lago vulcanico in effetti suscitò leggende e anche timori, tra cui si dice che sul fondo ci sia uno scalone senza fine (la profondità è di ben 160 metri), oppure che a volte emergesse l'occhio del lago e con un'onda si portasse via i malcapitati che vedeva (e in effetti alcuni scivolarono nelle sue profonde acque e non sapendo nuotare annegarono) finché un guerriero non riuscì ad accecare l'occhio che tutto vede, e da allora l'acqua della laguna non inghiotte più nessuno (anche queste storie ce le racconterà Pintag). Più avanti ci sono un punto ristoro e delle bancarelle, e si intravede sul bordo della cima dell'altra riva un mirador, cioé un ristorantino con terrazza panoramica. Ma seguendo il percorso del piccolo battello che porta in giro i turisti restiamo lì affascinati a osservare quanto il lago sia più grande di quel che sembri. Il panorama è magnifico e affascinante, e l'aria tersa, è fresca e tonificante.  Sullo sfondo si intravede il monte-vulcano innevato Cotacachi (di 5000 m.).

Poi discendiamo alla cittadina di Cotacachi, pranziamo e comperiamo alcune cose dell'artigianato locale del cuoio. La cittadina divenne famosa quando nel '96 elesse il primo sindaco indio dell'Ecuador (il 60% degli abitanti è indigeno, il resto sono meticci), il quale diede l'avvio ad una cosiddetta "democrazia partecipativa con trasparenza", basandosi sui classici comandamenti andini pre-hispanici (di cui io avevo già saputo in perù) che sono:  ama lulla, ama shua, ama killa, semplificati dagli spagnoli come non mentire, non rubare, non oziare, ma che vanno intesi nello spirito originario, cioé non essere bugiardo nel senso di non approfittare della buonafede, ovvero sii franco e leale, trasparente; non ladro, è il principio su cui si basa il valore comunitario della condivisione e della fiducia, il ponte che unisce; e infine non ozioso, non solo nel senso di "flojo" o "flaco", fiacco, pigro, imbelle, debole, ma soprattutto come indicazione ad essere attivo, cioè a dare il tuo contributo, a consentire il passaggio al meglio. E fondò la prima agenzia turistica che ha messo nelle mani della comunità indigena locale molte delle attività turistiche della zona, permettendo uno sviluppo economico della comunità nella valorizzazione delle risorse culturali e storiche, e naturalistiche (perciò la cittadina ebbe un premio dall'Unesco). C'è anche un museino, e il maggior artista ecuadoriano Guayasamìn ha fatto un grande murale intitolato agli excluidos, che pure attira i visitatori, ed è veramente un'opera che colpisce, di grande valore estetico artistico a tinte forti e con figure stilizzate impressionanti.

Quando era venuto a trovarci Manuel Pumaquero ci aveva dato l'indirizzo di una  giovane che era stata allieva del suo istituto, Maria Quilumbango Saransig, una otavàlo, che è una sua cara amica, sumak mashi (dolce amica in kichwa) e ci dice che ci farà visitare luoghi sacri molto suggestivi. Quindi dopo pranzo Maria col suo guagua (bimbo) Pumanaqui di quasi due anni, viene a prenderci al terminal de buses, e ci guida al suo paesino, Peguche, a casa loro, dove siamo accolti da una famiglia di contadini (ad accoglierci c'è Pacha la sorella di suo marito, anche lei con un bimbo piccolo, Kindi, che significa picaflor, cioé colibrì, e la grande reggitora della famiglia allargata, la Mamà). Constatiamo che a cominciare dai giovani di oggi gli indigeni portano nuovamente nomi tradizionali in kichwa, e che questi giovani quando hanno figli danno ai loro bimbi nomi kichwa; mentre per  il passato non era così, infatti molti trentenni, o più grandi, hanno nomi spagnoli di santi cattolici, cui oggi aggiungono un soprannome in kichwa. Evidentemente sino a una generazione fa ci si vergognava di avere nomi "strani" ed era forte il desiderio di essere come tutti gli altri.

Dunque a Peguche abbiamo passato del tempo in questa grande casa di campagna, a parlare con il suo giovane cognato, Pintag, sulla loro spiritualità. Il nome Pintag richiama quello di un generale otavalo dei tempi della guerra con le truppe dell'Inca, questi cadde in una prima battaglia, e i compagni fecero con la sua pelle un tamburo, in modo che fosse presente alla testa dell'esercito durante lo scontro definitivo contro l'Inca (poi perso), insomma il generale Pintag fu l'ultimo eroico difensore della indipendenza degli otavalo. Ci dice che si è laureato in economia alla università di Ibarra (una città poco più a nord), e che a quel tempo erano solo tre in tutto gli studenti indios (si pensi che in generale negli anni sessanta, ancora la maggioranza della popolazione ecuadoriana era analfabeta, alla fine degli aa. settanta si contava un terzo di analfabeti, mentre oggi la percentuale è scesa sotto il dieci%, ma tra gli indios i tassi erano molto molto più alti. Comunque i motivi erano anche dovuti all'imperante razzismo). Ha scritto una tesi su un suo progetto di creazione di una sorta di bonus comunali per finanziare nuove iniziative di interesse sociale. Ora si sta effettivamente attuando per la istituzione di un grande parco ecologico con al centro un complesso a forma di chakana (la cosiddetta croce andina, o a scaloni), con al centro un museo e un ostello. Solo che nessuna autorità statale lo ha finanziato, e quindi lo faranno per conto loro, cioè con il supporto di tre comunità indigene consorziate. Così si potrà salvare quell'albero in kichwa chiamato pumanaqui, che è una pianta nativa originaria, mentre l'eucalipto (qui molto diffuso) non lo è, ed è un albero che consuma molta umidità, che fa isterilire la vegetazione aborigena. Quindi dico farete come abbiamo visto in Sudafrica, deforestare per poi riforestare? ma nel frattempo ci sarà un periodo intermedio in cui il paesaggio si impoverirà. Si, mi dice, deforestar para reforestar el nativo: la pobreza de hoy sera la fortuna de mañana (la povertà di oggi sarà la fortuna del domani). Gli chiedo se la nuova politica governativa gli pare buona, e mi dice che la cartina di tornasole è la legge sulle acque, e la nuova legge appena approvata favorirà i privati e non le comunità indigene. Per cui gli importa poco della nuova politica di riconoscimento delle varie nazionalità, perché serve solo a guadagnare il consenso, ma il banco di prova è la legge sulle acque, e da questa si vede che il presidente non è così amico degli indigeni. Il piccolo Pumanaqui entra di corsa nella stanza e viene da me e mi prende un dito e mi tira come per dirmi di seguirlo, e dicendo "oy oy oy", gli vado dietro, o meglio lui mi porta tenendomi stretto, dall'altra parte della corte dietro la loro seconda casa (la famiglia è grande e estesa) e lì Maria mi spiega che hanno trovato morta una gallina cui lui era molto affezionato, ed ora infatti continua a dire "oy oy oy".

Torniamo da Pintag e chiediamo di parlarci di argomenti di tipo spirituale, e lui esordisce dicendo che anche in questo campo i concetti che si esprimono, poi portano con sè un orientamento della società; ogni concetto implica una forma di vita. Sia nel senso che ne è espressione, sia nel senso che apre a certe modalità e a certi percorsi. Tutta la spiritualità andina parte da cose concrete, reali, in cui si esplica Madre Natura, la terra, le acque, il cielo stellato, le piante, i vegetali, gli animali, sono ciò che sostanzia la spiritualità, e la stessa cosmovisione dei popoli indigeni.

Ora il mondo indigeno è alla ricerca di nuove soluzioni per potersi meglio autogestire. Il fatto è che tutto ha una sua ragione, ma la scoprirai dopo, per cui devi essere sempre aperto. A certi però interessa solo apprendere cose nuove, e mai si dedicano ad insegnare, sono in fondo degli egoisti. Noi otavalo ora teniamo il desiderio e la necessità di apprendere, di conoscere, ma non dovremmo dimenticarci che solo il restare nel territorio, radicarsi qui e dedicarsi anche a divulgare, fa sì che poi certe cose possano realizzarsi veramente. Perciò bisogna rimanere aperti. Se non ora, magari in un diverso momento o sotto diversa forma, poi si vede che c'è sempre una reciprocità nella necessità di apprendere e anche di insegnare. Pertanto dobbiamo sapere attendere per cogliere le opportunità. Non si tratta di credere nel destino, è una forma di vivere la vita. Ogni tappa è importante, ma non solo la prima o la seconda o la terza e poi basta, magari da un segnale il più banale che viene dopo, si potranno capire le ragioni delle tappe precedenti, e poi in una fase successiva ancora si potrà vedere come raggiungere l'obiettivo, e infine ci si potrà occupare di insegnare agli altri.

Ma non si tratta solo di una migliore organizzazione economica, dice ancora Pintag, ma anche di migliorare la condizione spirituale, per cui tutte le cose buone che accadono, tutte le esperienze fatte, devi poi ricordartele e conservarne il senso dentro di te, per poi poterle trasmettere. E ribadisce che ogni cosa che c'è e ognuno di noi come individuo ha un significato unico; c'è una ragione per cui ciascuno è in questo mondo, dato che ognuno è parte della Natura dentro la quale ha da svolgere un proprio ruolo, e la sua presenza assume il proprio significato.  Siccome in tutto quel che facciamo dobbiamo passare per quella che è la nostra specifica porzione della energia generale, allora si capisce come ciascuna forma di vita si relaziona con le altre, e i vali livelli dell'esistenza sono interrelati, come è rappresentato nel simbolo della Tawa Chakana, dei quattro ponti scalonati.

Lo sollecitiamo a dirci di più su alcune concezioni del mondo e della vita tipiche degli indigeni andini. Ci dice che per esempio per loro il passato non è di dietro, e il futuro davanti, come pensiamo noi che abbiamo una concezione lineare del tempo. Loro pensano al passato come all'epoca di quelli che sono stati i primi, ñaupaq kausaqunak. Quindi non quelli che ci sono stati prima, che sono -come diciamo noi- dietro di noi, ma all'inverso. Per la cultura andina quelli che sono stati i primi, ci stanno davanti, noi ci siamo aggiunti dopo, siamo in coda. E' come per i numeri. Il passato è quel che ci sta di fronte, davanti, dinnanzi, e non è dietro, ultimo. Noi europei diciamo che il passato è finito, non c'è più, è morto, ma è al contrario: del futuro non si sa nulla, il passato è sempre vivo, ha dato forma al presente e ancora lo influenza o condiziona, agisce su di noi. Guai se non imparassimo da tutti quelli che prima di noi hanno affrontato tanti problemi, e le necessità di sopravvivere in un certo ambiente. (E' evidente che in questa fase di recupero di una concezione prehispanica, per lui è fondamentale tenere dinnanzi a sè i modelli precedenti; ma d'altronde anche in Europa certi dicono che le nostre radici sono dinnanzi ai nostri occhi).

Poi aggiunge che se parlare significa pensare, quindi è da qui che deriva il come apprendere le conoscenze, e perciò è importante in educazione, insegnare a saper parlare, a sapersi esprimere, perché comporta saper pensare, e quindi è un insegnare a saper pensare. Inoltre bisogna parlare del passato e non darvi poca importanza. Però bisogna stare molto attenti, vigili, perché non ci si deve perdere avanzando nel cammino. Mentre oggi molti indigeni lasciano le loro radici, e si dimenticano di sè stessi. E' questa la falla dell'educazione attuale. Ci sono molte forme di dominio, la religione, l'educazione, e il sistema nel suo complesso. Ad esempio c'è l'alcol per dimenticarti il dolore. Il vizio serve per dominare. Così le chiese servono per dividere. Ma ora terminò il Pachakutin negativo, e sta iniziando un'era nuova. Perdersi in definitiva è una decisione, così come la vita è tutta una messa alla prova. Come nel caso di quell'indio che è divenuto sindaco della città di Otavalo, e che si è dimenticato di chi è lui stesso. Certo, dice ancora, la cultura è qualcosa di vivente, e quindi si deve adattare e si trasforma. Per esempio nel suo progetto di sviluppo territoriale e sociale si contempla anche un grande lavoro di formazione e di comunicazione, perché il progetto riguarda la partecipazione di tre comunità per un totale di 12 mila persone. E tutti ora hanno desiderio di partecipare. Si tratta di una grande opera di riforestazione, di rispetto per gli equilibri dell'ecosistema, e di scambio reciproco tra chi è più in alto e ha molta acqua e chi è più in basso e ha molta più varietà di prodotti. Ma gli organismi pubblici, lo stato, il municipio, non lo finanziano, forse perché, come si vocifera, qualcuno vorrebbe aprire una grande miniera nell'Imbabura, e il governo e le amministrazioni locali sperano nei profitti di quella miniera...

Ci accompagna fuori dal cancella alla nostra auto, e intanto mi dice che proprio lì vicino alla palizzata tempo fa aveva incontrato un chusalongo, uno spirito agreste, e che era più alto della casa, si sono guardati, e poi subito lui è scomparso...

 

sabato 15 (Ferragosto), al mattino presto andiamo con un taxi al mercato del bestiame. Speriamo di incontrare Maria che ci aveva detto che sarebbe stata qui per vendere dei polli. Si vede bene il vulcano mama Cotacachi innevato (5000 m) ed è uno spettacolo di sfondo incantevole. Arriviamo  e ci rendiamo subito conto che Maria non l'avremmo potutaincontrare mai da tanta folla e ressa che c'era. Una grandissima quantità di gente stava affluendo con ogni mezzo a questa spianata portando i propri animali da vendere o venendo per scambiare o comperare. A piedi, con i maiali al guinzaglio, o in auto, o con camion stracarichi di mucche, o di lama, o di pecore...e anche torelli. Insomma ci facciamo coraggio e iniziamo a fendere la folla come si può fare in un autobus al mattino pieno di impiegati e di studenti, per cercare di scendere alla propria fermata. C'è una gran confusione, voci, vari suoni dei più diversi animali che si lamentano o sono preoccupati. Gente che è qui e deve andare là. C'è una zona per gli animali piccoli, e un'altra per quelli grandi. Nella prima ci sono ceste piene di galline, pulcini, paperette, conigli, cuy, eccetera, alcuni vendono un cucciolo di cane, o un tacchino. Puzze e odori e i bisogni delle varie bestie per ogni dove. Ma è veramente molto ricco, vario, suggestivo, interessante e anche colorato, e si vedono costumi diversi dei vari paesi. Le donne portano dietro di sè i bambini più o meno piccoli, o tengono per mano quelli più grandicelli, anche loro vestiti col costume del paese come i grandi, sembrano degli ometti o delle donnine in miniatura. Gli uomini hanno le trecce, il sombrero e vari tipi di ponchos. Turisti pochissimi, o solo più tardi, c'è dunque solo la gente di campagna che viene per fare i propri affari o per curiosare. Incontriamo persino il ragazzino negretto conosciuto ieri, che arriva con un'oca in braccio. Maria non c'è, sapremo dopo che le hanno rubato i suoi quattro polli, che erano proprio suoi personali, ed è tornata indietro. Nella parte alta ci sono vari comedores, punti di ristoro sotto dei tendoni, con pentoloni fumanti (e puzzolenti di grasso) e le loro porchette arrosto o allo spiedo, e carne (prevalgono, intestini, frattaglie, pelle, parti povere e a buon mercato) e pesce. Alcuni vendono anche cordame, oppure assistiamo a una interessante vendita all'asta di coperte, con tanto di altoparlante per il banditore. C'è pure una parte con i foraggi per le bestie. Restiamo quasi tutta la mattina sino a sfinimento per rintronamento, ma è veramente un grande spettacolo. Al ritorno in paese andiamo a vedere il mercato della frutta e verdura che pure è molto suggestivo e animato.

Pintag aveva promesso che ci avrebbe accompagnato in un luogo sacro di grande energia dove loro si recano per fare delle cerimonie, o per isolarsi a meditare, e questo è il luogo in cui si trova un albero sacro: taita lechero, cioè taita in lingua kichwa significa padre, e lechero è il nome spagnolo di un albero  (euphorbia?) che cresce in quelle zone, le cui foglie secernono un lattice. 

Ci dovremmo incontrare dopo pranzo davanti all'albergo gestito dalla sua famiglia in città (a saperlo avremmo potuto andare là, evitando così notti insonni per colpa dei pullman, e dei camion pesanti, che passano a tutte le ore sotto la nostra finestra...) che si chiama hostal Chuquito; il termine chuqo sta ad indicare un colore tra il giallone scuro e il color caffé chiaro, e il nome dell'hostal ricorda il fatto che il padre aveva il nomignolo di chuqo perché quando era bambino gli era morto il suo amato cane "giallo" (chuqo) e lui lo aveva annunciato piangendo. Anche ora a casa loro c'è un bel cagnone (allku =cane, mentre kanirka significa mordere) "giallo", a cui il piccolo Pumanaqi è molto affezionato (il cane è l'unico che riesca a farlo sorridere!). Invece essendo sabato, tutta la cittadina di Otavalo è invasa da una infinita quantità di bancarelle, e non si può passare. Telefoniamo che venga lui da noi. Dopodiché il cellulare mi cade di tasca senza che me ne accorga, ed è così che me lo fregano.  Ne compreremo più tardi uno di seconda mano dopo aver fatto la denuncia alla polizia per telefono con l'aiuto della signora Adriana dell'hotel.

In auto Pintag racconta la storia dei quattro colori del mais, in Sudamerica c'è il giallo, il bianco, il nero e il rosso, e la storia dice che quando verranno meno, finirà l'umanità. Chiaramente, dice, l'allusione è alle quattro principali civiltà, d'Asia, d'Europa, d'Africa e delle Americhe. Pintag dice che in effetti il choclo (la pannocchia in kichwa) inizia col morocho (mais duro) bianco, che poi maturando diventa giallo; la zuppa è macinata e si fa la colada de maìs che in kichwa si chiama api, o in spagnolo mazamorra, ed è scura, e si mangia con caracoles (cozze), o col cuy, ma dice che noi non la conosciamo perché i meticci non la mangiano e  quindi non si trova nei ristoranti. Si può fare anche con la chuchuca che è un maìs più grande. Insomma dunque lo stesso mais cambia colore. Poi c'è il yamor che è una mescolanza di sette grani diversi: i quattro di maìs, orzo, avena, frumento, da cucinare per tutta la notte e poi quando è pronta è da consumare subito (ancora non si sa come bloccare la fermentazione, mentre gli antichi all'epoca pre-inca e inca lo sapevano fare). A Otavalo in settembre c'è una festa del yamor che dura vari giorni. Insomma la storia dei quattro colori facendo riferimento al mais, allude anche al fatto che c'è mescolanza, e che ne esce un risultato buono, e che c'è trasformazione da un colore all'altro.

Dunque dopo un po' di strada sterrata in salita su per una collina isolata,  giungiamo quasi in cima, lasciamo l'auto e saliamo sul cocuzzolo (a 2837 m) di questo dosso (Pucarà de Rey Loma) ricoperto d'erba, dove c'è un solo albero. Da lì si gode un panorama straordinario: da una parte si vede giù la Laguna San Pablo (chiamato, dagli antichi abitanti Cara, Imba cocha), un bel laghetto sulle cui rive le donne del paese vicino vanno a lavare i panni. Venerato e rispettato sin dali tempi più remoti per la sua origine mitica. E dall'altra parte si vede la grande montagna Imbabura (di 4600 metri) a 60 km dalla cittadina, che da il nome alla provincia, e che pure chiamano taita, poiché gli si attribuisce la paternità di tutto il popolo degli otavalo, e, come di rimpetto a questa, si vede piuttosto in lontananza la maestosa montagna Cotacachi, che, pur trovandoci all'equatore e in agosto, ha dei ghiacciai perenni; essa ha un nome proprio (in spagnolo Maria Isabel Nieves) e gli indigeni per grande rispetto la chiamano Mama Cotacachi. E' un vulcano semi spento, ma potente.

I due si guardano e si desiderano, ma anche un po' si fanno ogni tanto dei dispettucci o degli scherzi, e giocano tra loro. Taita Imbabura presenta da questo lato una parte rocciosa che sembra un po' a forma di cuore, lì si trova l'anima della montagna. Certe leggende dicono che là dentro ci siano grandi ricchezze (forse là è stato nascosto all'arrivo degli spagnoli il tesoro di Atahualpa), e/o che se si riuscisse ad andare dentro, là non passa il tempo, e pare che qualcuno avesse trovato il modo di entrarci, e dopo 50 anni sarebbe uscito con la stessa età di prima...Quanto ai poteri di questa "vertiente mitica", di questo leggendario versante del monte, essa si farà conoscere pienamente solo da un eletto il quale incontrato il tesoro dovrà fondare là sul sacro monte una città nuova...

Taita Imbabura è il padre e quindi il protettore degli indios, simbolo di forza e durezza, e di virilità, da lui dipendono il tempo atmosferico locale e i buoni raccolti. Gli indigeni vengono periodicamente qui a svolgere il rito del Wakcha Karay (scritto anche Huaccha caray, regalo per i poveri), cioè a implorare la loro protezione e esprimere desideri per le proprie comunità, per cui la gente si raccoglie qui intorno portandosi il pasto, che viene benedetto dallo Yachag, dallo sciamano, e si condivide tutto. Pintag ci racconta la leggenda della bella laguna e dell'albero che le fa come da sentinella. Tantissimo tempo fa ci fu un lungo periodo di aridità che flagellava tutta questa regione , e pertanto la gente pensò che si sarebbe dovuto compiere il sacrificio di una giovane per offrirla a Taita Imbabura e calmare il sacro monte che era divenuto così poco generoso. Una bella indigena chiamata Nina Paccha (fonte di luce) fu l'eletta, però il suo giovane innamorato Guatalquì, non era disposto a perderla, e così fuggirono assieme. Tutti si misero al loro inseguimento, e quando stavano per raggiungerli, il cielo si illuminò per un forte lampo, e Nina Paccha sparì. Il grande padre l'aveva trasformata in una bella laguna. Inoltre sorse un terribile fulmine proprio dove si trovava il giovane innamorato, che sfumò e germogliò in forma di albero lechero, così volle taita Imbabura perché facesse da guardiano permanente della sua amata. Dato che la gente era immobilizzata dalla sorpresa e dallo spavento, una forte e abbondante pioggia incominciò a cadere su tutti i campi coltivati. Fu così che la laguna e l'albero si convertirono in templi rituali da dove si potevano alzare implorazioni per la semina, il raccolto e per la vita stessa...

Insomma quando si giunge là, bisogna chiedere permesso all'albero, e anche ai due grandi monti, e mostrare rispetto.

E' davvero un punto panoramico bellissimo, e questo albero lechero in quella posizione dominante sembra proprio essere un guardiano, o un testimone, in costante comunicazione e dialogo con il lago, con la valle e con le due grandi montagne. C'è silenzio assoluto, e di solito tira un forte vento. E' certamente un luogo in cui si percepiscono forti energie presenti. Perché il lechero si trova qui? Pintag ci parla del fatto che qui si può avvertire la energia principale e suprema dell'universo chiamata in kichwa Aya Uma (aya è lo spirito e uma la testa, quindi sarebbe il capo-spirito ovvero il Grande Spirito venerato anche dagli "indiani pellerosse" del nordAmerica, mentre gli spagnoli lo definirono il gran demonio, o testa di diavolo, ma la traduzione era una forzatura consapevole). Certi sostengono che questo albero solitario è divenuto un vero e proprio simbolo della "otavaleñidad", quindi di quel qualcosa comune che provano indios, meticci, e ladinos che è l'identità culturale locale, pur variamente intesa.

Dunque prima di venire abbiamo comperato alcune offerte da portare in omaggio, una banana, un sacchettino di cioccolattini, un mandarino, due piccoli panini, ecc. e ognuno ha dovuto prendere solo i suoi e pagare per proprio conto. Insomma non è come fare la spesa, e dunque questo ha fatto un po' tribolare il negoziante per dare a ciascuno il suo resto separatamente. Giunti qui, dopo aver chiesto il permesso, ci siamo disposti in cerchio e Pintag ha intonato una melodia, poi dopo un lungo silenzio ciascuno è andato a scavare una buchetta in terra ai piedi dell'albero, dove ha deposto la sua offerta e l'ha poi ricoperta con quella terra, e tornando a sedersi al suo posto sul prato, ha pensato mentalmente qualcosa che desiderava particolarmente e che potesse essere di generale gradimento. Infine lui ha intonato un'altra melodia, siamo rimasti lì ancora un po' in silenzio e in meditazione. C'erano dei gran nuvoloni anche neri, e il vento era proprio molto forte. Quando Pintag ha detto che il ringraziamento era terminato, ci siamo alzati, e ci siamo fatti fare anche una foto.

Proprio in quel momento si è aperto un grande buco tra le nuvole, e siamo stati inondati dal forte sole, ci siamo detti che sembrava come un segno di accoglienza e gradimento.

Quindi all'improvviso si è alzata in volo una grande aquila ! che è salita altissima, e poi è andata lontano.

E' stato magnifico, abbiamo abbracciato quell'albero come fosse un anziano parente, con affetto.

In quel momento è arrivata una giovane inglese da sola, che era salita a piedi, e ci ha chiesto di cosa si trattasse, così le abbiamo un po' raccontato di tutto questo.

Intanto un cagnetto vagabondo si è avvicinato alla buchetta che avevamo fatto, e ha incominciato a mangiarsi le nostre offerte...

Poi siamo ridiscesi, e abbiamo rivisto l'inglesina camminatrice con un motociclista accanto, che discutevano, allora ci siamo avvicinati per proteggerla e intanto abbiamo visto che il giovanotto era uno della polizia, così gli abbiamo detto che la conoscevamo e che l'avremmo accompagnata noi per il resto del percorso fino in città. Lui ha detto che voleva solo avvisarla del pericolo che ci potrebbe essere a girare da sola in luoghi isolati, ma che lei non ha capito quel che le diceva e ha equivocato le sue intenzioni. Boh, chissà?... in effetti lei, come moltissimi dei numerosi turisti britannici e nord-americani (di gran lunga i più numerosi tra i turisti stranieri) non capisce lo spagnolo...l'abbiamo accompagnata in auto per un po', poi lei ha voluto continuare la sua camminata.

Poi Pintag ci ha portato a visitare le cascate, che si trovano nell'area di una ex grande hacienda in cui c'era un opificio di tessitura. Si tratta di un bel bosco grande esteso, curato come parco pubblico, e piuttosto frequentato e visitato. Anche il bosco è caricato di sacralità, come già abbiamo visto la cultura locale e le tradizioni  mantengono una relazione molto stretta e fortemente sentita con il contesto ambientale naturale, in special modo con le montagne, i boschi, gli alberi, le fonti, i fiumi e i laghi, e al proposito hanno presenti moltissimi significati che sono attribuiti agli elementi della natura, e ricordano molte leggende e miti, che hanno poi ispirato una gran varietà di racconti e fiabe, come anche riti e cerimonie, e feste.

La cascata principale compie un salto d'acqua di 18 metri di altezza, è formata dal rio Peguche che sgorga dal lago di San Pablo, e dopo la cascata cambia nome e viene chiamato Jatun Yacu (grande acqua). Perciò la comunità indigena del luogo si denomina fachallacta, o "figli della caduta d'acqua", intesa quest'ultima quale sinonimo della forza e potenza dell'acqua. Questo è un luogo sacro per gli otavalo, che qui vengono a compiere abluzioni e immersioni rituali, soprattutto durante la luna piena (quando l'effetto della attrazione lunare sulle acque è maggiore), in particolare anche presso il cosiddetto baño del Inca, dove si immergeva Atahualpa (o Atawallpa) per purificarsi e intercedere con l'elemento delle acque, yacumama, per cui gli indigeni bagnandosi stabiliscono dei patti con lo spirito del fiume per caricarsi di forze e di energie. Questo accade in particolare con il bagno rituale Armaytuta, durante la cosiddetta fiesta de San Juan, cioè con la festività del dio Sole, lo Inti Raymi, che si tiene nella notte tra il 21 e il 22 giugno nel momento culmine del solstizio (conosciuta appunto come "la notte del bagno"). In quella occasione si beve la bevanda sacra, la chicha de jora, cioè birra di granturco germogliato, si mangia in comune, api con cuy,  si cammina nel bosco sino alla cascata con musica e canti, poi si inala il vapore e le gocce d'acqua, e poi si danza al grido "churay! churay!" diffuso in tutte le Ande, oppure "hala-ha! ha, ha!", e si mangia un po' di "motecito" (una pappetta di mais bollito, come una polentina) a discrezione del sacerdote della cerimonia, cioè a seconda di quanto intensamente si balla, e le danze durano tre giorni e tre notti. Queste feste collettive devono essere (da quanto ci riferiscono) molto coivolgenti e travolgenti, e quando gli indigeni incominciano a bere basta poco perchè si inebrino e allora si scatenano in urli, canti e balli esagerati. Giovanni Onore diceva che loro non sono forniti degli enzimi sufficienti per metabolizzare l'alcol, quindi non lo "digeriscono" e basta loro una minore quantità rispetto a noi europei per cadere ubriachi fradici (ne abbiamo visti parecchi). Per gli indigeni di tutto il nord questa festa in occasione dei raccolti d'estate è molto sentita come un riferimento culturale importante, e i preparativi (anche in senso "spirituale") durano diversi giorni.

Poi siamo andati all'angolo della musica, che è un luogo vicino ad un grande albero, in cui si va a provare i nuovi strumenti appena costruiti, e a metterli a punto, e anche dove si recano coloro che hanno appena terminato un corso di musica strumentale. Attraversiamo il fiume camminando su un grosso tronco, restiamo un momento in contemplazione della cascata, e Pintag dice che secondo certi ogni tanto dietro la cascata si apre un passaggio segreto nella roccia.  Poi passiamo a salutare l'albero nodoso, un grosso e largo albero molto bitorzoluto, vicino al quale vengono gli innamorati. Infine raggiungiamo Ghila e Annalisa che si erano fermate e ci aspettavano in una bella radura del bosco. Ecco cosa può fare uno sguardo magico, ci fa vedere in un parco dove viene la gente a passeggiare per ricreazione, e in una bella cascata, cose sorprendenti e meravigliose; tutto dipende dal tipo di sguardo che si è attivato.

Oramai prossimi al crepuscolo andiamo, sempre per una stradona di terra e sassi verso un villaggio e ci fermiamo vicino a una casa contadina, qui ci porterà a vedere la pietra nera, raccontando della gara tra due chusalongos (personaggio mitico della serranìa andina, figura burlesca, una sorta di demonietto anche sporcaccione, molto alto e dotato, che si diverte a dire chiare e tonde certe verità, entrato anche nel folklore popolare dei meticci dell'epoca della colonia, era come un essere faunesco e satiresco, che viveva nei boschi e nei monti da selvaggio, in modo animalesco accoppiandosi con chiunque. Per cui era chiamato dagli spagnoli "diablo suelto", o spirito maligno, o anche spregiativamente diavolo indio). Dunque c'erano due guardiani delle montagne, che erano due chusalongos potenti, avevano un pene così lungo che faceva cinque giri del ventre, e tra loro si è ingaggiata una gara di lancio del peso per stabilire quale montagna doveva tenere più vegetazione. Il primo lanciò una grossa pietra, e fu appunto quella che cadde vicino a Peguche in un prato nei pressi di un rio, mentre invece quella tirata dall'altro arrivò sino all'Imbabura, ed era un masso tremendo che si chiama kwandun rumi, e con quel tiro vinse il guardiano del Cotacachi. In effetti esiste lungo un fianco dell'Imbabura un laghetto con un masso proprio nel mezzo, ed è un bellissimo luogo dove a volte Pintag va a meditare. Come mai c'è proprio lì questo masso? perché  è stato gettato sin lì da un potente chusalongo... Ma anche questa che ora vedremo, e che si chiama hatun rumi, grande pietra, è molto rispettata, e spesso ci si reca lì a tenere cerimonie. Scendiamo a piedi lungo il muro della casa, Pintag saluta e chiede il permesso, il prato è sempre più scosceso e oramai umido, e la luce comincia a scarseggiare. Passati a fianco di una grossa mucca (che io nella penombra credevo potesse essere un toro) arriviamo a questa grossa pietrona nera, ed in effetti è molto suggestiva, anche perché c'è vicino un torrente con molti alberi alti che svettano lungo le sue rive, e quel poco di chiarore che c'è ancora li mostra come in controluce, mentre le acque sono un po' luccicanti. Il silenzio qui è totale (a parte il sottofondo del mormorio del ruscello e qualche muggito). Giriamo attorno alla pietra nera, e vedo che le rugosità della roccia sono state dipinte perché sembrava di poterci intravedere delle figure, che così sono state evidenziate e poste in risalto. Si tratta di un volto di profilo di uno che soffia dentro una grande conchiglia per farla suonare.

C'è anche una spirale, che Pintag dice che rappresenta il tempo e dove si può ben vedere che il passato è sempre davanti al presente perché man mano che segui col dito il percorso un tratto del precedente si trova dinnanzi. Restiamo lì un poco in silenzio, io sono ammaliato per non dire stregato dall'ambiente circostante e dalla imponenza magica del grande masso scuro con le sue figure che oramai appena si intravedono. Gli alberi in controluce ondeggiano per il vento, e si levano profumi di fiori. Quindi risaliamo in silenzio su per il prato nel buio e raggiungiamo l'auto dove ci aspettano Ghila e Annalisa.

Infine torniamo a Otavalo e ceniamo con lui in un ristorantino con musicisti locali che ci assordano, mentre mangiamo il lapingacho (frittelle di patate e formaggio) e il morocho (mais abbrustolito duro e scuro). In una cartina di Otavalo vedo che da una parte c'è il cimitero meticcio, e dall'altra il piccolo cimitero indio: questo rivela già molto sul regime di apartheid e sul razzismo che ha imperato nel Paese sino a una quindicina d'anni fa.

In effetti Pintag dice che in questo sono separati. Loro vanno al cimitero il lunedì e il giovedì, se no "hay mal aire". Mentre invece i meticci ci vanno in giorni differenti, e così non si incontrano.

Insomma non bastava esser morti per non essere più etichettati come inferiori... Ma ricordiamo che sino a pochi decenni fa la città era considerata "il luogo" dei meticci e dei bianchi, gli indios che ci vivevano erano lì per svolgere i lavori manuali o i lavori servili. Mentre gli indios nella loro quasi totalità erano i contadini, i campesinos, e facevano esclusivamente i lavori dei campi e dell' allevamento e pastorizia, nei paesi, nei villaggi, nelle zone rurali, vivendo nelle loro comunità per conto proprio. Venivano in città per il mercato, e si riconoscevano a vista per il fatto di essere scalzi (una volta c'era un detto che suonava così: "la gente decente siempre usa zapatos", le persone per bene usano sempre le scarpe), di indossare i costumi tradizionali, e i sombreros, e per la pelle bruciata dal sole e corrugata dal vento, per il fatto di parlare negli astrusi "dialetti" indigeni (così ci si esprimeva).

Pintag aggiunge che loro credono che ci siano momenti in cui lo spirito di una qualunque cosa o persona possa manifestarsi, trovare una porta di passaggio da una dimensione ad un'altra, un canale di comunicazione tra i Pachakuna; con un appropriato "camino", percorso, di preparazione puoi comunicare, puoi avere accesso entrando in sintonia con l'energia universale Aya Uma. Ti può aiutare l'energia specifica di una montagna (Apu), oppure altre, e per quello che riguarda lo spirito dei defunti, a mezzogiorno, alle quattro del pomeriggio e a mezzanotte del lunedì e del giovedì si riescono a percepire dei colpi, delle scosse che facilitano il passaggio. Ma in generale il tuo spirito può incontrarsi con lo spirito di qualsiasi cosa sia piccola che molto grande, e per ciascuno c'è il suo momento magico da saper cogliere.

 

domenica 16  partiamo verso sud, ci fermiamo ad un altro punto di intersezione con l'equatore, con un tizio addetto che fornisce spiegazioni con riferimento alla astrologia andina.

Si vede l'imponente vulcano Cayambé perennemente innevato (5800m), che sta a 60 km da Otavalo. E' la terza montagna più alta in Ecuador, e la più alta tra quelle che nel mondo sono attraversate dalla linea dell'equatore. Ha sempre costituito per le culture indigene un punto di riferimento astronomico, e sulla sua osservazione è stato costruito uno dei primi calendari agricoli. I saggi delle antiche culture preincaiche lo consideravano il centro dell'universo e del tempo.

Dopo il giro con la circolare est attorno Quito, e dopo Aloag e Aloasì, nei dintorni di Machachi ci fermiamo a pranzare lungo la strada al café de la vaca. Poi dopo aver intravisto il Rumiñahui (4700), vediamo proprio bene Taita Cotopaxi (5900m.) ! che poi si coprirà di nubi per giorni. Che veduta spettacolare! è molto largo e ha in cima uno scialletto bianco di neve sfrangiato... E' proprio come un bambino disegnerebbe un vulcano con la neve.

Infine dopo aver superato un altipiano sui 3500 metri, scendiamo verso Lasso e arriviamo a Latacunga (2800 m), all'hotel Rodelu. Giretto per il centro storico, ceniamo alla pizzeria Bongiorno con dei francesi che ci parlano delle loro esperienze e impressioni, sono giovani interessati, colti e acuti osservatori, e benché abbiano girato più o meno negli stessi posti e in questi stessi giorni, le loro impressioni sono abbastanza diverse dalle nostre. Probabilmente questo esito dipende da diversi fattori, dagli eventi accaduti e dagli incontri compiuti, dallo stato d'animo loro, dalle loro aspettative, generate dalla loro preparazione al viaggio, dall' interrelazione reciproca tra loro tre e dai rispettivi commenti e reazioni e dibattiti che questi hanno generato, che hanno fatto sì che il loro specifico "vissuto" di queste esperienze visive e umane fosse differente dal nostro, dato che anche il nostro era determinato da quegli stessi elementi indicati prima, ma sotto altra veste, altra forma, e quindi altre modalità di approccio alla realtà che ci veniva incontro. E' curioso, ma "consueto" che sia così, tuttavia ci stranisce un poco. E' interessante riflettere su queste cose, ogni viaggio è una avventura unica e irripetibile.

Uno di loro accennava a questa fase di "recupero" della identità aborigena andina attraverso la scuola elementare, ma anche i corsi per adulti, e i risvolti culturali delle attività sociali e sindacali. Mi fa tornare in mente alcune pagine che leggevo l'altro giorno in un libro preso alla "Abya Yala", sugli "equivoci" della "pretesa" di "insegnare la cultura". L' autore, José Sanchez Parga, trattando della educazione interculturale di base bilingue (EIB) che da ormai molti anni si è introdotta nelle aree a maggioranza indigena, esponeva i suoi "dubbi pedagogici"  relativamente alla sperimentazione sino ad allora svolta (tra il '91 e il 2005) nelle zone rurali della Provincia del Cotopaxi, diceva che l'insegnamento in kichwa era stato subordinato e condizionato ad un supposto "rafforzamento" dell'identità culturale, inteso semplicemente come una incorporazione di certi contenuti culturali nell'istruzione, cosa che è a suo parere ben lungi dal garantire "effetti di interculturalità". Come se il solo fornire nozioni culturali -scrive- fosse sufficiente per "fomentare" l'interculturalità, o darle impulso, perché si possa in tal modo "produrre equità ed eguaglianza" tra le diverse culture del Paese (le virgolette si riferivano al testo della precedente Costituzione di dodici anni fa). Mentre, dice Sanchez, le culture sono effetto della società e non dell'istruzione, e le culture sono qualcosa che esiste solo interculturalmente in quanto l'interculturalità, ovvero le relazioni tra culture, sono la forma di essere, di esistere e vivere di ogni cultura. Pertanto saranno gli attuali sviluppi sociali, le attuali linee di tendenza della società moderna ciò che produrrà i cambiamenti culturali, e darà impulso alla perenne trasformazione dei contesti culturali. La cultura è un prodotto e non qualcosa a sé stante che possa essere insegnato e impartito. Se ci si limitasse a questo allora si ignorerebbe la forza dei processi culturali, che sovrasta qualsiasi iniziativa conservativa per frenare i cambiamenti. Già questi primi pochi cenni ci possono dare un'idea del grande dibattito in corso sulla operazione di recupero e salvaguardia, ma soprattutto di rivitalizzazione, della cultura andina, che forse è stata riferita piuttosto alla cultura materiale, e a quello che fu il patrimonio culturale originario del mondo indigeno della sierra (?).

Comunque per certi versi mi ricordano un poco i dibattiti che c'erano in Spagna nel 1989 quando passammo il nostro anno sabbatico in Catalogna, ed era in corso il processo di "normalizzazione linguistica" da parte del governo regionale catalanista, ed assistemmo ad accese discussioni in proposito (che poi constatammo che erano simili a quelle in corso anche nei Paesi Baschi, in Galizia, e in altre parti, da quando si erano istituite le regioni autonome).

 

lunedì 17  A Latacunga ci reincontriamo, al mercato locale, con Manuel Pumaquero. Pranziamo e alla fine gli chiedo se vuole un dolce, ma lui dice che per cena prende un po' di dolce, mentre a pranzo no, e mangia cose poco salate, mentre alla prima colazione allora sì prende un dolce e cose del tutto senza sale. Questa è una sua dieta. La dieta è importante, così come il cosiddetto "yoga andino" che lui pratica regolarmente. Ci dice che è composto da tre fasi, la prima si chiama uyari ed è una pratica di meditazione basata sul controllo del respiro, la seconda cuyuri, e consiste nell'assumere e mantenere certe posture, proprio simili a quelle yoga (abbiamo visto al museo un'antica statuetta pre-incaica in cui una figura umana era seduta a terra a gambe incrociate, con la schiena e la testa ben dritta, e gli occhi chiusi), la terza è lo Inti cuyuri, che è una disciplina di meditazione molto avanzata che si compie di fronte al sole. In Bolivia ha visto un noto monolito con la figura di un puma con il ventre molto all'indentro, e quello è un modello da seguire, quando lavoriamo principalmente col diaframma si dice "solarizamos", poiché ci si concentra proprio sul plesso solare, e si è rivolti al Sole. Al mattino presto ci si apre per espellere l'ossigeno notturno, e si assume energia morbida, cioé aria pura. I cosiddetti movimenti solari mirano a connettersi, bruciare e assorbire. Si tratta effettivamente di esercizi che risalgono a prima degli Incas. Le vibrazioni di energia morbida passano ad esempio anche attraverso il cucinare, se no non si riesce ad entrare nel cuyuri. Per questo l'arte culinaria è tra le arti sacre, ci vuole molto tempo per imparare a cucinare in modo spirituale,  e per apprendere che il cibo e il fuoco ti sorridono. Nel momento in cui si preparano e si manipolano e si cuociono i cibi, si sta comunicando con la dimensione spirituale. Queste sono cose che vengono spiegate da un Taita Yacha, da un saggio, un hambi yacha, uno che ha le conoscenze del prendersi cura, o da un hambi Runa, un uomo (o donna) di medicina. Ma ad esempio nelle arti della salute e della cura andine, chi veramente è il soggetto, chi si cura, è il malato; l'altro (ad es. il medico) è un accompagnatore. Ma -ci dice- non date credito ai vari curanderos o chamanes popolari, sono quasi tutti ignoranti.

Ci parla di tante cose. Per esempio ci dice che la trinità andina è composta da Amaru, il serpente, dal puma, stupendo e temibile, e da Kuntur, il condor, che non ha mai ucciso nessuno, che ha la più grande apertura alare di tutti, e vola a grandi altezze in cielo. Il puma rappresenta l’energia; il sepente la conoscenza, e l’intelligenza; il condor la pace. Questo era anche il Totem antico in cui questi animali erano raffigurati uno sopra l’altro. La loro trinità rappresenta l'armonia. Così come ci sono tre mondi di vita, o Pacha, donde estamos subsistiendo: quello sotto (urin) di noi, il mondo degli elementi primordiali (simbolo: il serpente), che è Uju o Ukhu Pacha (ovvero l'oltre il mondo, o oltre la vita, dove si trovano gli spiriti); poi Kay Pacha (questo mondo, o questa vita), che è la superficie terrestre, il mondo dei vegetali, e degli animali tra cui l'uomo (simbolo della vitalità: il puma); e infine sopra c'è il mondo celestiale e cosmico, Hanan Pacha (ciò che c'è prima del mondo, o della vita), in cui nel nostro mondo e nella nostra vita primeggiano il Sole e la Luna (che quando sono allineati producono le cosiddette "maree equinoziali"), ma vi sono anche le nuvole, e l'arcobaleno, e le stelle lucenti come la stella "sentinella del mattino", chaska lucero (che noi chiamiamo Venere), e quella della sera (che è Marte), e le costellazioni. Simbolo del mondo alto: il condor. La corrisponenza e la complementarietà tra questi mondi di vita è un dato essenziale. Questi elementi si ritrovano in tutti i popoli della cordigliera andina da nord a sud, come ad esempio i tre comandamenti citati già più sopra, o la chakana, la cosiddetta "croce a scala andina" (che si basa sulla osservazione della costellazione della "Croce del Sud", cioè sul calcolo del rapporto sacro tra lato minore e maggiore, ovvero considerando l'uno il lato di un quadrato e l'altro la sua diagonale, che è pari alla radice quadrata di due, la cosiddetta costante pitagorica, ma già calcolata nell'antica India vedica e dai Babilonesi). Essa è in effetti la rappresentazione di un ponte con tre gradini replicato sui quattro lati di un quadrato, da qui il nome completo, tawa chakana, tawa significa quattro (il cui disegno nella sua interezza ha una certa somiglianza con alcuni antichi mandala vedici); i quadrati rappresentanti gli scalini lungo le diagonali avevano i tre loro lati "esterni" di quasi 4,5 cm. per lato, determinando così l'unità "aurea" di misura andina, Kumbe mayo, usata dagli agrimensori e dagli architetti e ingegneri (per saperne di più vedi C. Milla Villena, Genesis de la cultura andina, 1980,2008).

Gli dico che avevo già saputo della "croce andina" in Perù, e so che questo ponte a scala è il simbolo della razionalità del tutto. Rappresenta la complementarietà, la corrispondenza, il mutuo soccorso, la trasparenza, il ponte, il passaggio, la comunicazione e/o connessione tra esseri umani e tra l'uomo e il resto della natura, come tra l'uomo e il cosmo. In questo senso è un ponte (chaka significa "ciò che si deve attraversare", e hanan, "in alto"), costituito da gradini; ed è spesso seminterrata in quanto la metà superiore si riferisce al ponte tra i mondi di superficie e cosmico, mentre quella nascosta si riferisce al contatto tra il mondo di superficie e quello interno o interiore più profondo.

La croce del sud con le sue quattro stelle raffigurava anche la complementarietà per un verso tra sopra e sotto (hanan-urin), cielo-terra, uomo-donna, ecc., così come col discrimine in verticale, quella tra destra e sinistra, luce-ombra, giorno-notte, sole-luna, maschile-femminile, ecc., e infine quella tra le quattro parti del mondo, il Tawantinsuyo, che era il nome dell'impero incaico, simboleggiate nei quattro lati della chakana. Perciò si segna un centro con un cerchietto o un quadratino, verso cui eventualmente convergono quattro semirette. Manuel segna da un lato la volontà e dall'altro l'azione, in alto il sapere e alla base il saper essere.

Tutta questa simbologia era raffigurata nel grande tempio del Sole (qoricancha) a Cusco. E i saggi (yachak) dicevano che "nel mondo nulla è di per sè buono e nulla è cattivo, semplicemente ciò che c'è, c'è perché deve esserci", insegnando così a rispettare le polarità, come complementarietà.

Sembra incredibile che tali concetti si siano mantenuti all'interno del contesto indio solo per tramite orale, e Manuel dice che una cultura comune si potè mantenere grazie ai quipùs, cioè ai promemoria fatti di cordicelle, e anche alla rete viaria incaica che era efficiente e molto estesa, percorsa da chasky, messaggeri che portavano, correndo a notevoli altitudini, messaggi di ogni genere da una parte all'altra dell'impero, così si è costruita una unità culturale comune al di là delle differenze. Questi simboli sono poi la base di partenza per sviluppare una serie di insegnamenti. L'anno passato ci fu una marcia sia dal nord del Chile sino a Panamà, sia nell'altro senso, seguendo il tracciato della grande arteria centrale incaica che percorre tutte le Ande, la strada reale, che è anche il Qapak ñan, il sentiero della luce, che va in diagonale come l'inclinazione dell'asse terrestre, che è anche un simbolo di un cammino di conoscenza e di spiritualità. L'incontro tra quelli provenienti dal nord e quelli dal sud, simboleggia l'auspicato incontro tra l'aquila e il condor, cioè il ricongiungimento tra "indiani" pellerosse, indios "pueblos", toltechi, nahuatl, e altri uomini di spiritualità del Nordamerica, da un lato, e gli indios delle Ande, dell'Amazzonia e tutti i popoli oppressi del Sudamerica dall'altro. Quando l'aquila e il condor incroceranno negli alti cieli d'America i loro voli, si aprirà una nuova era per i popoli indigeni e per tutto il continente. Si procedeva con i bastoni sacri sopra al capo, e si intonavano cantici e ogni tanto si compivano corse come quelle dei chasky. La marcia, o corteo, si ripete ogni quattro anni. Fu in quell'occasione che lui incontrò una straordinaria donna tedesca di settant'anni che lo volle fare anche se si camminava sopra i 4000 metri, e che era una grande studiosa e ricercatrice delle culture dell'area andina.

Gli parliamo della visita al lechero sopra Peguche, e lui commenta che si sarebbe dovuto utilizzare il suo nome originario in kichwa (pinllu o pinkul); la simbre è l'energia del nome, se non si utilizza il nome autentico non giunge tutta la energia. Comunque dice che ci sono simbres che non si rivelano a chi non è iniziato, ad esempio nelle scritture (e allude ai quipùs e ai simboli sui tessuti) ci sono dei codici che sono riservati. Anche nella provincia di Chimborazo c'è un albero sacro; è vicino a dove si trova un antichissimo tempio andino, tra Chunchi e Cañar, a 3260 metri, sul monte del Puñay. Non c'è solo il famoso tempio di Ingapirka ad essere di forma ellissoidale, ma ce ne sono di pre-incaici, e forse anche precedenti la stessa cultura cañar e dei sacerdoti Schyri, e civiltà arcaiche come quella de "La tolita" (potrebbero risalire fino al 3500 a.C.). Si tratta di tre piramidi tronche ellittiche di terra scalonata, non con i lati come un muro, cioè perpendicolari al terreno, ma obliqui, sono state identificate nel 2003. La più grande è posta sulla cima del monte ed è alta 45 metri e lunga 420 metri. Si sono preservate perché protette da uno strato di materiali che le hanno conservate dalle erosioni della pioggia e della neve. Le tre assumono viste dall'alto la forma come di un uccello sdraiato. Non ce ne sono altre eguali nel mondo costruite sopra una rocca, una cima rocciosa.

Dopopranzo ci salutiamo, ma ci ritroveremo poi di nuovo a Riobamba per visitare il suo istituto.

Per strada una signora ci ferma perchè ci sente parlare in italiano, e si mette a chiacchierare perchè lei lavora a Milano, e poi ora c'è qui la sua figliola e vorrebbe che sentisse com'è la lingua italiana...

Quindi verso metà pomeriggio andiamo a vedere l'agriturismo "el Cuello de Luna" (a 3125m) che ci piace molto, e incontriamo una coppia di catalani, Conchita e Jordi. Il nome dell'agriturismo è la traduzione di Cotopaxi, poiché quando la luna piena sorge proprio da dietro la cima del Cotopaxi, sembra che sia la sua testa che si appoggia sul cratere e il monte-vulcano dunque diventa il suo collo, con il collare o uno scialle, di neve e ghiacci, dev'essere uno spettacolo strabiliante.

 

martedì 18 facciamo una gita alla Hacienda di San Augustìn de Callo (3300m). Lì c'è tutta la storia del paese, dal tempietto inca con i muri di grandi pietre rettangolari  incastrate  a secco perfettamente tra loro, alla grande Estancia coloniale, al territorio attorno della immensa hacienda, ai quadri con i ritratti e le foto dei grandi personaggi della famiglia, tra cui due presidenti. Qui risiedette il grande scienziato ed esploratore Alexander von Humboldt nel 1802, fu lui a denominare e rendere famosa questa larga e grande vallata come "avenida de los volcanes" (complessivamente ve ne sono venti). L'ultima discendente della famiglia, da giovane fu una allegra ragazza del '68 amica di molti artisti, che oggi è una cordiale signora sessantenne che viene a salutarci. Qui si può assaporare tutto lo stile di vita dell'epoca coloniale e del primo periodo della indipendenza repubblicana. Oggi è un albergo di lusso ( circa 500 dollari a notte).

A differenza delle encomiendas (concessioni reali spagnole) dei grandi latifondisti (che comprendevano vaste piantagioni, e includevano la locale popolazione, costretta a lavorare per la famiglia padronale bianca), qui sul lungo altopiano tra le due cordigliere, queste grandi haciendas non erano molto numerose. In generale ancora fino a pochi decenni fa in Ecuador su 350 mila proprietari agricoli, solo 1370 (i grandi possidenti) avevano terreni di oltre 500 ha., prevalentemente giù dalle pendici della cordigliera occidentale e in pianura sino alla costa. Sulla sierra si coltivavano prevalentemente mais, patate, orzo, grano, fave, verdura; mentre nelle piantagioni c'erano produzioni più redditizie. Gironzolando per le stanze di questa grande casa, e nei cortili e nei patii, nel giardino con i grandi alberoni secolari, i fiori, le papere nel laghetto, visitando la scuderia con i suoi bei cavalli, e guardando i campi qui attorno, la grande cucina e la dispensa, e le case degli inservienti e dei lavoranti, i quadri con i ritratti, o le foto di queste famiglie, con i politici, i magistrati, gli appassionati di tori e di corride, ci si fa una idea di questo piccolo-grande mondo a parte, di queste isole, in cui scorreva una vita di altri tempi sino a pochi anni fa. E si percepisce la cosiddetta "eredità dell'altèro spirito spagnolo di casta". Ogni grande latifondo era come un piccolo regno patriarcale in cui tiranneggiava una locale monarchia assoluta per diritto divino. Nel succedersi delle generazioni e dei matrimoni tra questa manciata di famiglie si è costituita l'oligarchia creola, che ha dominato imperturbabile, pur con dissidi tra i suoi partiti, sino a pochi decenni fa.

Pranziamo assai tardi, verso le due emmezza, al Cuello de Luna, con una ottima sopa de kinwa (o quinoa) e del pollo alla piastra. La sera a Latacunga cerchiamo un posto gradevole per cenare, ma alla fine torniamo da Bongiorno.

 

mercoledì 19  andiamo a Pujilì (2961m.), poi su su a Collas Alto Victoria (facciamo vari giri per cercare un allevamento di lama, e intanto diamo un passaggio a un ragazzino di nome Darwin e sua madre, una "indigena" di lingua spagnola).

Poi scendiamo a visitare la Hosteria La Ciènega, anche questa carica di storia e di mobili e di patii (qui risiedette nel 1736 La Condamine per compiere la missione geodesica con altri accademici, e alcuni anni dopo per osservare l'eruzione del Cotopaxi ). Erano anche loro tra i padroni di questo Paese. e anche questa magnifica grande villa nel suo grandissimo parco, con i suoi caminetti, e le sue sale e i suoi salotti, è ora un Hotel.

Poi dopo vari giri infine troviamo i bungalows (cabañas) della Casa del Montañero, anche chiamata Llamahuasi. Si passa così dalle 5 stelle e dal lusso ostentato, alla polvere (letteralmente) e alle baracche di legno e paglia. Ma i due coniugi Rivera con i loro figli figlie e figlioletti mi fanno tenerezza per l'impegno  e il grande lavoro che hanno profuso nel cercare di rendere accettabili queste capanne, che sono in effetti come un campo-base spartano destinato agli andinisti, che i loro figli grandi, in qualità di guide esperte, portano con una 4x4 sino alle falde del Cotopaxi, e accompagnano poi lungo i sentieri e su per le ascensioni sul ghiacciaio. Nella capanna allestita a soggiorno con tavolini, sedie, vecchie poltrone, c'è pure un computer collegato a internet, non appena lo accende per mostrarcelo, i bambini subito si precipitano ad approfittarne, e sono bravissimi e velocissimi a trovare i siti che interessano a loro con le immagini delle moto, o con i giochi on line.

 

E infine sostiamo alla bella e gradevole Hostaria San Mateo, mangiamo, stiamo lì a leggere dei miti andini e dei cuentos (ma sono strani e non ci piacciono molto), e poi Ghila va un poco a cavallo nel parco.

Alla sera invece per cena ci fermiamo in città alla cafeteria vicino al negozio di attrezzature per l' andinismo. I jugos, i succhi di frutta sono sempre buonissimi, c'è quello più diffuso forse, di tomate de arbol ("pomodoro" d'albero), quello di babaco (un grosso fruttone verde), di maracuyà, di guayaba, e di guanabana, o naranjilla, oltre che di papaya, o di arancia, o di cedro, o di mora o del frutto della passione, pasiflora in spagnolo e taksu in kichwa.

Anche si bevono spesso le aromaticas, che sono degli infusi o tisane, di cannella, di cedro, di camomilla (manzanilla), con miele, o di erbe tipo hierba buena o hierba Luisa. Se no da bere c'è il canelazo caldo, oppure la cosiddetta orchata, anch'essa tiepida.

 

giovedì 20  Al mattino presto andiamo ai mercati di Saquisilì (2900m). Che belli ! ma che caos... (c'è in una spianata il mercato del bestiame grande, poi ci sono varie piazze, per gli animali piccoli, per la frutta e verdura, per il pesce, per mangiare nei comedores sotto le tende, per l'artigianato, i tessuti e i vestiti e gli oggetti vari). Poche sono le vecchie scalze, tutti oramai hanno le loro scarpe, che spesso però sono solo dei sandaletti leggeri, e aperti, di corda, tipo espadrillas. Molti piedi sono piatti e sembrano "di cartone"... Praticamente tutte le donne hanno dietro la schiena un bimbo più o meno piccolo, oppure dei carichi di merci. E in testa il loro cappello di feltro tradizionale. Gli uomini hanno la treccia, il poncho, e dei borselli. Ma quanta miseria, quanta povera brava gente che lavora duro e vive umilmente...Su un muro c'è questa scritta spray: "Que la ira a la injusticia ponga rronca nuestra voz" (che l'ira verso l'ingiustizia renda roca la nostra voce), firmata dal "gruppo Bim Bam Bum".

 

Poi partiamo e ci dirigiamo giù giù verso Baños (1850m.) ma la strada è interrotta per obras e ci sono dei desvios che ci fanno un po' perdere e prolungare i tempi. Arrivati all'hostal "Isla de Baños" ricco di vegetazione lussureggiante e di fiori, andiamo a pranzo ma viene a mancare la corrente elettrica. Facciamo poi un giretto ai bagni termali caldi e vediamo la cascata e la fonte delle acque sante della Virgencita, dove Ghi immerge il suo ditone gonfio, che migliora. Vediamo che tutti i negozi preparano la gomma caramellata, e tritano le canne da zucchero per estrarre la melassa.

 

venerdì 21  Facciamo una gita per vedere altre cascate ma c'è una pioggia torrenziale che poi diventa un vero diluvio tropicale (anzi equatoriale) amazzonico. Passate un paio di gallerie grezze non illuminate, e la diga di Agoyàn, vediamo due cascate, del Rio Verde e del Rio Negro. Ma poi torniamo indietro (dopo aver accettato di fare una foto-ricordo a due ragazze superfradice che erano partite per la gita in bici!...), perché non si vede più nulla, nemmeno la strada. Più tardi si schiarisce, e andiamo a vedere il ponte nuovo (e sotto sotto si vede il ponticello vecchio), e ci accorgiamo di un serpente che un tizio tira su con un bastone, è uno velenoso. Da qui si vede benissimo che la cittadina è costruita sul ciglio dello strapiombo dove sotto passa il rio Pastaza. Torniamo alla fuente miracolosa, andiamo a fare un giretto in auto dall'altra parte di un ponte da cui si vede giù un orrido, o cañon, suggestivo, e infine si schiarisce bene e ammiriamo finalmente il Tungurahua! (5023m.) vulcano attivo che causò disastri qualche anno fa. Torniamo indietro e visitiamo un parco zoologico con condor, aquile, pappagalli grandi, tapiri, eccetera. Ceniamo in una trattoria con simpatici camerieri (uno romagnolo e  uno toscano).

 

sabato 22 Dopo questo breve assaggio pre-amazzonico, partiamo e facciamo un percorso su strade minori, le carreteras interparroquiales, attraversando Qero, e arriviamo infine a Riobamba (2750m). Troviamo posto nel centro storico. Poi andiamo al mercato, e in vari negozi, e almuerziamo. Ci reincontriamo con Manuel Pumaquero, che ci porta dopo Cajabamba, verso la Laguna di Colta (3180m). Intanto si schiarisce il cielo e vediamo Taita Chimborazo, vulcano di 6310 m. largo 20 km. il cui nome significa "re della morte" (certo tra quei ghiacciai, e a quelle altezze...). Andiamo a visitare la chiesetta di Balbanera, prima chiesa cristiana in Ecuador, costruita sopra una fonte sacra di acqua. In paese ci sono anche un monumento a Condorazo ultimo re dei Puruhà, e uno della principessa Paccha. E poi ci mostra i resti antichi inglobati in case, chiese, muri di Colta, appartenenti anche al primo insediamento coloniale poi sommerso da terra e abbandonato. Lui ci fa anche notare una piramide di terra a gradoni sulla cima di un monte (ora costellata da antenne-ripetitori!!) e varie collinette naturali o artificiali (che si chiamano pukara) usate anticamente per cerimonie o come centri di studio e insegnamento da parte di maestri. C'è anche un paesino dove vivono i discendenti degli sciamani di un tempo. E infine visitiamo il suo istituto Jatun Yachay Wasi, con le sue coltivazioni, il suo laboratorio, le serre, le aule, gli animali. Vari studiosi delle antiche conoscenze andine, tra cui anche universitari, hanno contribuito alla fondazione. C'è stato anche l'avvallo e il supporto dell' Orden Andina de la Sabidurìa. Qui in vari punti del vasto prato circostante compiono atti rituali, commemorazioni, cerimonie, dibattiti, premiazioni, consegne di titoli,  meditazioni, accendono un falò e si radunano attorno per canti, eccetera. Nel suo ufficio di direttore, c'è uno strano quadro molto simbolista, è di una pittrice tedesca, ora defunta, che era una autorità nel campo degli studi sulle culture andine. Poi ci fa vedere che tiene un tamburo particolare per eventi ritualistici, con un timbro profondo e produce una sonorità molto intensa, con vibrazioni prolungate. Ha un bastone rituale con penne di condor e di kuriqingui (un uccello andino più piccolo), che viene consegnato in certe occasioni accompagnate da offerte ad es di frutta, come un simbolo che conferisce la facoltà di dirigere, amministrare, ordinare, controllare, aiutare, accompagnare la propria gente. In una speciale borsa fatta come un tascapane, tiene una grande conchiglia che si può suonare col fiato, e produce un suono potente ad un notevole volume, per cui si fa udire in un vasto raggio e sovrasta altri suoni e rumori. Bisogna però prima "riscaldarla" con dei rintocchi che la facciano vibrare. Il grande Pachakamaq ha fatto tutto con questo suono e con la luce; questo è il suono primigenio. E ce lo fa sentire, poi la mette nel borsello e la riappende al chiodo che intanto era venuto un po' fuori dal muro, e quindi col peso si stacca e la conchigliona cade finendo con un rumore secco sul pavimento ! lui subito si scusa con la conchiglia, la carezza e le parla. Anche noi ci siamo rimasti male, e ci sentiamo dispiaciuti per l'accaduto.

Poi ci mostra lo stendardo andino con i colori dell'arcobaleno (arco Iris) a quadretti diagonali; il rosso è nella diagonale centrale, mentre in Bolivia lo è il bianco, e in altre zone altrove, in quanto le diagonali scorrono e cambiano posizione turnandosi al centro. Esso è presente in tutte le cerimonie e occasioni pubbliche. Quindi ci mostra un sasso molto antico proveniente dal Lago Titicaca, il paese di origine delle culture aymarà e quechua-kichwa. Dice che quando è necessario "lavorare" col suono, e le vibrazioni, per sanare le persone (non per curarle), la si percuote ritmicamente con una certa altra pietra della stessa origine. Poi ci mostra un grande quarzo con un bellissimo interno, e dice che il quarzo è come l'ovulo, il seme, della Terra, quindi quando lo rompono, PachaMama ne risente. Anche questo è un potente sanatore. Poi mostra vari bastoni che si scuotono e si fanno battere tra loro, e che provengono da arbusti differenti, sia maschili che femminili. questi infilati in anelli di metalli vari lavorati, producono vibrazioni che vanno accompagnate con cantici, e anche di questi ce ne si serve per sanare, durante atti e cerimoniali di sanazione.

Usciamo all'esterno, nel cortiletto in mezzo c'è un leggìo di pietra che fa come da pulpito per prolusioni, proclamazioni, discorsi pubblici. C'è scolpito come un gran librone aperto con incise delle iscrizioni, ma va prima bagnata la superficie del lastrone e strofinata con il palmo della mano, per poter poi vedere e leggere la scritta. Lui è molto orgoglioso del fatto che nelle Ande sia nata e abbia fiorito la cultura umana, e che proprio qui in vista di taita Chimborazo, e della sacra laguna di Colta sia sorto per la prima volta in Ecuador questo istituto per studiarla. Quindi ci porta a vedere l'aula grande, che porta su una parete la raffigurazione affrescata della Sabidurìa, del sapere, della sapienza, ed è interessante notare che tutte le culture l'hanno sempre rappresentata come una donna. Sopra c'è la figura di un alpaca con il Runa (l'essere umano) andino che va verso la presa di coscienza, di consapevolezza. Sulla parete di fronte c'è una raffigurazione del simbolo e sigillo dell'istituto, con la prima sua denominazione, Hatun Yachana Huasi, che è racchiuso in una corona con due fiori chuguirawa (una pianta amara curativa), un alberello kishwar che è già cresciuto per essere un "vecchio saggio", poi ci sono due serpenti piumati (anch'essi rappresentano l'antica sapienza), e un condor che attende di venire nutrito dai due serpenti, e più oltre Inti, il Sole, e l'uovo che è come il seme della Umanità. Il tutto forma una corona Maskapaycha con i due uccelli andini kuriqingui e pettirosso, cioè sapienza e coraggio, che è la corona che veniva conferita ai grandi sapienti. L'insieme in pratica è come una sorta di mandala andino.Sul pavimento di parquet ci sono dei tappetini e stuoie di paglia che servono per sedersi o sdraiarsi a fare gli esercizi psicofisici del cuyuri (il cosiddetto yoga andino). Sono anch'essi di una paglia locale perchè altrimenti le vibrazioni delle loro energie non sarebbero in armonia, dato che anche le stuoie partecipano alle vibrazioni generali. In un angolo vediamo un alto braciere (di bronzo?) che si usa per accendere il focolare sacro durante certi atti rituali.

Usciamo fuori, dove c'è una copia in piccolo della piramide ellittica tronca di terra, che c'è sul monte Puñay, una semiovale a gradini di terra ricoperta di prato, con una radice di legno tagliata per poter far sedere in centro chi parla o gestisce l'evento. Un orto circolare suddiviso in settori da pietre bianche, a disposizione come laboratorio perchè gli studenti sia di agropecuaria, che di medicina possano apprendere a seminare e accudire le piante curative, e a fertilizzarle in modo naturale (ma ciò implica anche una serie di conoscenze di carattere generale della concezione del mondo e dell'uomo basata su una rete energetica). Ci sono spazi vuoti per consentire alla terra di riposare a cicli. Prima di dedicarsi all'orticultura si pronuncia o si pensa una orazione per chiedere il permesso alla terra di lavorarla e coltivarla. In queste occasioni bisogna che le parole dette a voce o mentalmente siano dette col cuore (per la medicina andina nei mammiferi ci sono quattro cuori, i due più importanti sono quello rosso, e il rognone, o rene, che è il primo eventuale sostituto del cuore rosso, ad esempio durante gli infarti).

E infine dall'altra parte del campo c'è una sorta di "labirinto" o percorso a spirale, o vortice, o a sezione di conchiglia, costituito da alberi, piante, arbusti autoctoni coltivati e curati da loro (si inizia con l'albero "della carta" che si squama, il pachamanka), che porta ad uno spiazzo (dove c'è anche una struttura di bastoni a forma di piramide con sopra dei teloni, dentro cui potersi isolare e raccogliere momentaneamente), dove ci fermiamo a meditare con una bella falce di luna splendente proprio dinnanzi al prato a gradoni dove ci si può sedere a semicerchio. Restiamo a lungo in silenzio ad occhi aperti ad ammirare le silhuettes degli alberi e il riflesso d'argento sugli specchi d'acqua. Ci rimarrà una bella sensazione e un forte ricordo di questa serata.

Poi andiamo a casa sua (o meglio lo era, ora ci vivono i figli con la madre, ex moglie), l'appartamento è ancora un po' grezzo, ma è grande e ben suddiviso. C'è un ambiente ampio dove il pavimento si ribassa e si forma come un salottino con poltrone e divani, un gradino più in su c'è il tavolo dove ceniamo, la cucina un po' sommaria, il bagno, e le stanze per ciascuno di loro. Cioè la madre, il figlio grande che ora è all'estero, la ragazza, bellissima, più aperta e intelligente, e il piccolo quindicenne un po' timido ma gradevole. Lungo la strada ci siamo fermati per comprare qualcosa come nostro contributo, e mangiamo e beviamo tutti assieme. Poi lui tira fuori un tipico flauto "di Pan" andino curvo con doppia serie di canne a zufolo, poi una chitarra, il giovane dei tamburelli, poi una specie di mandolino (il charango ?), e suonano e cantano per intrattenerci. Proprio una bella serata.

Infine lo accompagniamo in una lontana periferia dove c'è la sua attuale abitazione, ma la strada è di terra e sassi e non è illuminata, per cui non scendiamo, ci salutiamo, e poi nel buio, senza illuminazione stradale, e nel deserto perché non c'era più praticamente nessuno nelle strade, riusciamo infine a trovare la direzione del centro e a tornare in camera a dormire.

 

domenica 23  Partiamo, vediamo bene il grandioso Chimborazo, e si intravede dietro il Carihuairazo (5020), poi attraversiamo l'ultima parte dell'altipiano dell'avenida de los volcanes di Humboldt, dove per lunghi tratti non c'è assolutamente nessuno, e vediamo in lontananza il grande vulcano Altar (5320), e poi scendiamo ad Alausì (2374m.). Ci fermiamo a fare una sosta e a vedere l'animato e colorato mercato locale. Poi risaliamo verso Chunchi (2754m) e mangiamo, e assistiamo a una improbabile partita di calcio femminile, e poi da qui la strada inizia ad essere brutta con buche, pezzi non asfaltati, lavori in corso, mancanza di manutenzione, ecc. a passo lento giungiamo sino al bivio di Zhud. Il tempo non aiuta con piogge e nuvole. In lontanaza ci sarebbero due grandi montagne, ma non si vedono proprio. Siamo nel Paese dei Cañari (il cui nome significherebbe serpe-pappagallo).

Attraversata Tambo saliamo per una via sassosa ad Ingapirka, e poi da lì con una strada sterrata peggiore, di sette kilometri, saliamo sino al sito delle rovine archeologiche (3280m), e poi per una stradina di terra in ripida salita giungiamo alla "Posada", in una vecchia "casa de hacienda", restaurata come albergo, dove ci riposiamo, ceniamo vicino al camino, e poi prima di ritornare in camera ci danno tre boule di gomma in un contenitore di tela, belle calde-calde anzi bollenti, da mettere nei letti (ma poi la mia perde acqua e mi bagna le lenzuola e il pigiama...).

 

lunedì 24   Visitiamo il complesso archeologico di Ingapirka, che è in parte un antico sito pre-incaico, un centro cerimoniale cañari e in parte un tempio incaico (o come qui dicono incasico) a forma ellissoidale, con cui l'inca Tupak Yupanqui volle simboleggiare la conciliazione tra la cultura matriarcale cañari con quella patriarcale inca. La parte cañari è quella con sassi arrotondati, mentre quella inca ha pietroni ben squadrati. Forse era il centro spirituale cañari in quanto era ritenuto il loro luogo di origine (pacarina) la cosiddetta hatun (=gran) Cañar. Il tutto aveva forma di una falce di luna, e inoltre c'è una grande tomba (huaca) di sole donne di varie età. Qui le sacerdotesse cañari compivano cerimonie in cui si beveva la pozione sacra (guandu) tratta dal floripondio, che è una bevanda allucinogena (come la ayahuasca). Poi quando giunsero gli incas, lo trasforma-rono in un sito che visto dall'alto ha forma di puma, con la sagoma della sua zampa in atto di stare per compiere un balzo, corrispondente al sito semielissoidale costruito dai cañari sull'altura Pilaloma, e il tempio solare come testa. E' costruito attorno a un Acllawasi, cioè casa delle elette, o casa delle nascoste, cioè un "convento" in cui venivano cresciute e vivevano in clausura le vergini del Sole, cioè le "suore" inca (cosiddette poiché si chiamavano tra loro sorelle e che a partire dai 18 anni erano al servizio del sovrano e della corte, e del culto solare); più tardi divenute anziane, le "madri superiori" (mamakuna) si curavano delle giovani vergini e della gestione dell'Acllawasi che era anche una scuola femminile che trasmetteva loro conoscenze riservate alle iniziate, dove si formavano anche le principesse (ñusta) e le future spose dell'Inca (pivihuarmi). (questo sito fu identificato da La Condamine che ne ha riportato precisi disegni).

Perciò qui era il luogo in cui si passava anche dai culti alla Luna (Mama Quilla) a quelli nella "testa" del puma, dedicati al Sole (Taita Inti), con celebrazioni mensili e per tutto l'arco dell'anno. Perciò è qui presente un masso con tredici buchi che è un calendario solare-lunare, dato che c'erano 13 mesi lunari di 28 giorni (13 x 28 = 364 + il giorno della festa del solstizio Inti Raymi), e la posizione e inclinazione dei buchi riempiti d'acqua faceva sì che dal riflesso del sole, e dall'angolazione dei raggi luminosi, si poteva vedere in che mese si era (il masso era posizionato circa un kilometro più in là di ora, in un luogo adatto a questo scopo). Pertanto le mamakuna dovevano padroneggiare anche saperi di tipo astronomico, matematico, e geometrico. Ci sono anche altre pietre con buchi, che contenevano i vari colori derivati da sangue di animali, o da vegetali o terre, per i dipinti o per i tessuti, o per dipingersi il volto e il corpo durante le cerimonie. Qui nella parte centrale del "corpo" vi erano varie case-laboratori artigiani in cui risiedevano i più abili e sapienti artefici che lavoravano le pietre (architettura), le ceramiche, le paglie, e il cuoio (artigianato). E più sotto campi  e orti per la coltivazione dei vari grani e sementi, e piante per gli offici sacri. Durante le grandi feste dei solstizi e degli equinozi, il supremo sacerdote, o l'Inca stesso, veniva per svolgere le cerimonie, che erano accompagnate dalla bevanda della cicha de jora, tipica degli incas. Si compivano anche sacrifici rituali (mai umani) di llama o alpaca, e tagliavano loro la testa su particolari supporti in pietra, ma era il cuore l'offerta per il re (in questo caso il sovrano-reggente del Suyo, o territorio, delle Ande del nord, cioè del regno di Quito, ovvero di quella parte del Tawantinsuyo, dell'impero dei quattro angoli del Mondo) o per l'Inca. Questa celebrazione avveniva nel grande tempio a forma elissoidale (l'unico costruito dagli Incas), tipica delle più antiche civiltà andine (detto usnu), posizionato sull'asse est-ovest, seguendo il tragitto del sole, ed edificato sulla roccia sull'orlo di un dirupo, con muri in pietra secca alti 4 metri. Di fronte al quale si situa l'Ingachungana, una sorta di vasca ovale. Probabilmente da qualche parte c'era un Intiwatana (un altare o cosiddetto orologio solare in pietra che segnalava il primo raggio di sole che giungeva nel luogo all'alba), e il re o l'Inca che veniva per le celebrazioni stava all'interno dell'ingresso trapezioidale, ma grazie ad un sistema di eco tra le varie nicchie presenti nelle pareti, poteva essere informato sottovoce del momento esatto in cui uscire sulla soglia mostrandosi al pubblico quando sarebbe stato illuminato dal sole (abbiamo sperimentato l'effetto eco che funziona ancora nonostante manchino il tetto e parte del muro). Ma inoltre un foro nel soffitto faceva sì che si illuminassero via via all'interno i simboli dei solstizi ed equinozi, compiendo dei balzi come un puma dall'uno all'altro.

In mezzo all'intero complesso ci sono una pietra che simboleggia l'incontro delle due culture del nord e del sud, e una che marca il centro esatto dell'insieme cerimoniale. Qui celebrò forse la sua ultima cerimonia (così fa intendere il cronista Pedro Cieza de Leòn, qui giunto una ventina d'anni dopo) l'ultimo reggente del nord, e poi ultimo Inca, cioè  Atawallpa (cioè Atahualpa, o in cañari Ata-balipa, che era uno dei figli dell' Inca Wayna Capac e della regina locale, Paccha Duchisela, di cui a Colta c'è un monumento), e che era anche lo Schyri, il sacerdote dei Cara e dei Cañari. Atawallpa sposò, come voleva la tradizione, la sua sorella, cresciuta proprio in questa Acllawasi (conosciamo la sua vicenda poiché dopo l'assasinio di Atawallpa da parte di Pizarro, questi la sposò per fini politici, ma poi ucciso anch'egli a causa della guerra civile tra spagnoli, fu presa da Betanzos, ed è lui che riporta il racconto che lei gli fece della propria vita, ora riproposto in forma di romanzo storico da Alicia Yanez). 

 Poi visitiamo il piccolo museo, dove compro un librino con un bel poema di A.Maldonado su Huayna Capac (e dove forse dimentico il mio amato sombrero nero di feltro).

Ripartiamo attraversando la città di Cañar (a 3160m), Bibliàn e Azogues (dopodiché la strada è ottima). Scesi a Cuenca (2500m), pranziamo in una gelateria-pasticceria vicino al parque Calderòn che è la piazza centrale, e poi preferiamo cercare un albergo anziché andare in casa di Andreita. Il centro storico è quasi ricco come quello di Quito di case coloniali, palazzi e chiese. Più tardi ci viene a trovare Andreita con la sua bimba (le compriamo al mercado de las flores una bella composizione, e regaliamo una bambolina alla bimba) e andremo a cena a casa loro con la zia Teresa che ci ha fatto una torta, anche se verrà a mancare la luce.

 

martedì 25  Facciamo (per la nostra prima e unica volta) un giretto orientativo con un bus turistico scoperto... (!), come ci aveva consigliato Andreita. Si tratta di un chivas, un autobus aperto e con sedili sul tetto. E' un bel centro storico coloniale, grande e ricco di palazzi e di chiese, e di vecchie case coloniali. Cuenca fu una città importante nel Vicereame di Nuova Granada, e poi dopo il breve periodo della Gran Colombia, nella Repubblica creola nell'Otto e Novecento. Giriamo tutta la città e infine saliamo al mirador di Turi (2600m) da dove la ammiriamo dall'alto.

Girandoci intorno con il bus si vedono bene i resti del complesso incaico Pumapungo con le basi del palazzo e le fortificazioni. Perchè qui Wayna Capac volle dare il via alla costruzione di una città ex-novo, Tomebamba, a somiglianza della città di Cuzco, una sua gemella, quale capitale del regno del nord (Chinchaysuyu). E' sempre Cieza de Leòn che riferisce che "l'imperatore Guayacapa" scelse il punto di confluenza tra il rio Tomebamba e un affluente, per costruire la parte consacrata al potere politico e amministrativo (Puma Pungo), mentre il centro cerimoniale dedicato al puma era già stato completato nella vicina Inca Pirka. Il puma come abbiamo visto simboleggia l'energia e questa avrebbe dovuto diventare una seconda capitale al nord, il che richiedeva nuove energie, e apportava anche nuove energie. Forse Wayna Capac morì proprio nella sua Tomebamba (o Tumipampa, cioè la valle del cielo), a causa delle epidemie che cominciavano a diffondersi in seguito allo sbarco dei primi esploratori spagnoli. Se la costruzione di Ingapirca e di Tomebamba preludeva allo spostamento del centro di potere del nord dalla città di Quito (che era stata la capitale del regno dei qitu - cara), e se poi in sovrappiù Tomebamba poteva essere vista come un contraltare di Cuzco, o addirittura un preludio al suo abbandono a favore della nuova capitale, allora ci poterono essere vari possibili motivi per provocare la morte di Wayna Capac. Dopo un periodo di cogestione della sovranità, la proclamazione di Atawallpa ad Inca, lui che era figlio di una puruhà, quindi una straniera, al posto del fratellastro Huancar che a Cuzco era considerato di puro sangue reale inca, fece risvegliare questi dubbi sulla volontà di imporre un dominio del nord. Ma proprio quando Atawallpa aveva oramai vinto la guerra civile, e stava per marciare sul sud, arrivò dalla lontanissima Spagna  Pizarro, che riuscì a catturarlo prigioniero a Cajamarca. Pizarro si impegnò a liberarlo se gli avesse pagato un immenso riscatto, mostrando che ciò che più gli interessava era arricchirsi con grandi quantità di oro, e se si fosse convertito al "vero Dio", il che sì compì, e in questo Atawallpa si dimostrò molto "ingenuo", ma Pizarro (che era una sorta di picaro) non mantenne poi fede alla parola solennemente data in pubblico, e si rese così evidente l'inganno che aveva teso, e fece uccidere l'Inca strangolato con la garrota (1533). Per tutti i popoli andini fu come aver assassinato un dio in terra. Si consumò così la passione e morte di chi poteva rappresentare oramai l'unico protettore degli indios. Da allora una "elegia ad Atahualpa", si diffuse in tutte le Ande e questo lungo cantar lamentoso e funebre si conservò per quattro secoli venendo tramandato oralmente in quechua di generazione in generazione. Il cantico poi fu tradotto in spagnolo nel 1938 da J.M. Arguedas, che lo fece così conoscere, e lo ripropose al pubblico moderno rendendolo nuovamente attuale per i lettori di tutto il mondo.

Comunque il suo valido generale Rumiñahui cercò invano di organizzare la resistenza del Nord contro gli invasori (avevamo visto la sua statua a Otavalo, che gira le spalle alla chiesa), ma fu sconfitto dal conquistador Belalcàsar (che forse originariamente era: ben al-kazar). Intanto la città fu distrutta e ricostruita. Andrès Hurtado, nominato vicere, essendo nato a Cuenca in Castiglia, fece ribattezzare la exTomebamba col nuovo nome di Cuenca de las Indias, e un capitolo di storia si chiuse per aprirne un altro.

Al pomeriggio andiamo all'interessante "Museo de las culturas aborigenas". Inizia con reperti addirittura di 14 mila anni fa, e testimonia la continuità di varie culture succedutesi nel tempo, dalla Valdivia, a La Tolita, al Carchi, Puruhà, a Quevedo, Napo, Cañari, fino agli Incas. Straordinaria raccolta compiuta da un professore di storia, e poi messa a disposizione del pubblico grazie ad una fondazione.

 

mercoledì 26  Andiamo a visitare il bel Museo del Banco Central, archeologico, e antropologico. Molto ben fatto, soprattutto direi la parte etnografica.

Poi andiamo alla Casa de la Mujer, che è un centro di botteghe artigianali, e al mercado de San Francisco. Mangiamo a pranzo un almuerzo a menu fisso al café di Mama Kinoa (o Quinoa), gestito da una comunità kichwa locale, dove prendiamo come primo appunto una sopa de quinoa.

Su un muro di una strada intercantonale c'è la seguente scritta a spray: Q mueran las religiones y viva dios q nunca muere si muere da igual el resucita...!!! (che muoiano le religioni e viva dio che non muore mai, se muore fa lo stesso resuscita...).

 

giovedì 27  Facciamo una gita a Gualaceo, dove visitiamo un taller artigianale di macana, tessuto per abiti (paño) fatto con i telai di legno ikat, con disegni e colori vivi, e le cucitrici che fanno a mano le bordure e confezionano le giacche;  la signora ci mostra come ci si posiziona in terra con una fascia dietro le reni e le gambe distese spingendo forte con i piedi contro il muro, per tenere disteso il telaio a mano. E poi riusciamo a trovare l'Orquideario, che è ufficialmente denominato "invernadero Ecuagenera" (e il cartello non è facile da individuare), con centinaia di diverse specie di orchidee. Qui si parla un dialetto "espanglish-quichisado", cioé uno spagnolo con un miscuglio di termini kichwa e inglesi (ad es.: Alberto trae a la guagua please =Alberto, porta il bimbo per favore). Poi andiamo a Chordeleg, dove entriamo in molte gioiellerie per vedere i lavori in filigrana d'oro e d'argento. Vediamo una donna che intanto che cammina in strada continua a intrecciare la paglia da cui sortirà in una settimana un sombrero. Infine andiamo sino a Sigsig, 60 km più in là. In piazza c'è un monumento in memoria del cacicco Duma il quale difese strenuamente il territorio di Chordeleg e Sigsig dall' Inca Tupag Yupanqui che restò sconfitto. In periferia della cittadina visitiamo la locale Toquillera, cioè un opificio dove una cooperativa di 153 donne fabbrica vari tipi di cappelli di tipo "panamà", o jipijapa con una particolare paglia, la paja toquilla. Ci attardiamo nel bosco lungo il fiume a guardare le lavandaie che lavano i panni nell'acqua corrente.

Queste zone erano abitate anticamente oltre che dai cañari, dai chibchas, gente originaria dell'area di Bogotà, esperti orafi, che sconfitti gli incas, continuarono a governare il territorio tramite una specie di confederazione tra i loro cacicchi. Giunti gli uomini di Pizarro, si allearono con loro, e per ricompensa ricevettero assicurazione che avrebbero ottenuto dei privilegi. Quando un cacicco moriva ne ricoprivano il corpo con polvere d'oro e lo immergevano in un lago. Visto questo, nacque più tardi tra gli spagnoli la credenza che essi si rifornissero nella grande selva orientale del "paese delle amazzoni". E si diede l'avvio alla folle, demenziale, insulsa e funesta spedizione verso il leggendario "El Dorado", in cui morirono di stenti, di malattie, e di fame, oltre ai "conquistatori" stessi, circa settemila indios chibcha (gruppo che poi si ridusse ai minimi termini e senza maschi, per cui in Ecuador si estinse) che gli avventurieri spagnoli avevano deportato con sè come guide, come portatori, e come esercito ai propri ordini (a proposito, si rivedano i film "Aguirre il furore di dio", di Herzog, che in parte si ispirò a questa avventura, e "El Dorado", di Carlos Saura).

 

venerdì 28  Partiamo da Cuenca e andiamo con la nuova strada di cemento (non del tutto terminata...) verso Saraguro. C'è nebbia, pioggerellina, nuvoloni bassi, dopo il bivio di Tarqui procediamo molto lentamente senza visibilità per lunghi tratti in salita. Oltrepassiamo il passo di Tinajilla a 3527 metri, e poi superata Oña, ci ferma un blocco stradale di polizia. Il poliziotto si sorprende della mia patente italiana, che non aveva mai visto e che studia attentamente, e vuole controllare i passaporti, per cui apriamo il bagagliaio per tirare fuori la valigia in cui ci sono i passaporti, che è proprio quella più sotto, e allora ci dice che non importa, di andare pure. Infine scendiamo a Saraguro (2650m).

Là ci aspetta Patricio Quizhpe Guamàn, che ci guida con la sua motoretta su per le strade sterrate e oramai fangose per la pioggia, sino all'hostal della comunità, lo Achik Wasi. Dopo esserci riposati a aver pranzato con piatti locali assieme ad un gruppo di maestre della zona che si ritrovavano per un convegno sulla didattica, Patricio viene a riprenderci. Ci dice che lui è un artigiano che costruisce strumenti musicali tradizionali; ha imparato a farli sin da piccolo perchè gli è sempre piaciuto, e ora si è perfezionato in questa abilità. Ci porta un po' in giro nei dintorni e visitiamo una textileria della comunità, dove ci lavorano nel loro "tempo libero" diversi bambini e ragazzini (i telai con la spoletta e il rocchetto sono tutti di legno costruiti artigianalmente) che così imparano come si fa a produrre ciò che serve a tutti, in questo caso gli abiti tradizionali. I ragazzi con noi non parlano ma sono molto impegnati a mostrarci come sono capaci e bravi, e ogni tanto si consultano, oppure si dicono battute, ma non si distraggono troppo e lavorano con attenzione e con impegno. Abbiamo un attimo di sconcerto dato che siamo sempre stati contro al lavoro minorile, ma Patricio non condivide questa nostra preoccupazione. A fondamento di questa iniziativa c'è l'antico concetto andino di minga (o minka), ovvero dei lavori di interesse comune, che tutti dovrebbero saper fare e prestare a titolo gratuito in caso di necessità. Il principio di riferimento generale è quello di reciprocità (basato sui tre comandamenti cui accennavo più sopra). Reciprocità e vantaggio generale esprimono il concetto, mentre  si chiama Ayni la forma concreta che può prendere. E anche qui il riferimento che viene fatto per spiegare il significato di tutto ciò è alla natura e a quello che oggi chiamiamo ecosistema, cioè qualcosa che sussiste e si perfeziona solo a condizione di avere l'apporto di tutte le singole componenti relazionate in un intreccio complesso. Quindi a suo dire i ragazzi vengono qui volentieri e spontaneamente perché si divertono e apprendono un saper fare utile, possono verificare e dimostrare le proprie capacità ed essere apprezzati, e hanno capito che se no non ci sarebbero più a disposizione della comunità i loro abiti tradizionali. E dice che quindi il lavoro in questo caso è per loro anche una forma di gioco, e di gara, o di personale soddisfazione. Certo messa così, allora mi sembra un fattore molto positivo e importante; inoltre si consideri anche il contesto, per cui qui quello che noi chiamiamo il lavoro minorile, qui c'è sempre stato, ed in parte è tuttora una realtà quotidiana tra gli strati sociali più poveri e marginali (la questione piuttosto non è tanto il lavoro ma il suo sfruttamento). Poi ci mostra la zona di una ex laguna prosciugata, dove scambiamo due parole con una signora anziana che sta filando a mano (proprio come faceva da noi un secolo fa la Berta). Passiamo davanti a una scuola che si chiama Centro Educativo Comunitario, Activo, Intercultural Bilingüe, "Inti Raymi", una scuola pubblica, o come dicono qui, "fiscal" cioé finanziata dal fisco.

In uno spiazzo qualche ora fa avevamo visto un mural con un disegno della valle e un bel sole sorridente, e vari bambini in primo piano, con scritto: Asociaciòn "Juntos por los Niños", gobierno local municipal del Canton Saraguro; e lo slogan "Hagamos realidad los Derechos de los niños, niñas y adolescentes" (rendiamo realtà i diritti dei bambini/e e adolescenti).

Infine andiamo in una cafeteria moderna a mangiare humitas e tamales bevendo canela. Poi io vado a comprare qualche cosa da portare a casa loro, in un minimarket del paese, spartano ma abbastanza ben fornito. Intanto entro in un negozio di cappelli per rimpiazzare il mio che ho perduto. Ma il negozio, pur essendo molto fornito, con le diverse taglie, per uomo, donna e bambini, ha una notevole esposizione su scaffali di decine e decine di cappelli tutti neri, tutti di una foggia quasi identica, con piccolissime varianti, c'è insomma solo il modello tradizionale saraguro, e assolutamente nient'altro. Resto un poco spiazzato...

Patricio ci porta a conoscere la sua casa di famiglia, dove incontriamo sua moglie Sisa e sua sorella Luz e le loro due bambine IllaryQuilla e Sisay, e il piccolo Ayni. Regaliamo loro dei giochini. Loro ci fanno il fuoco per terra nello spiazzo lì fuori, e impastano e moliscono il mais (che lavoro! e che fatica), per cucinare sulla piastra di metallo fatta da loro stessi e un po' approssimativa, delle tortillas "autentiche" in cui mettono un pochino di formaggino delle loro mucche. Noi portiamo come contributo (pensando soprattutto alle bambine) della marmellata, yogurt con croccantini, brioches, e non ricordo che altro.

Chiacchieriamo e Luz ci dice che è da anni che il marito è negli Stati Uniti come immigrato clandestino per lavorare come cuoco o come muratore, e non potrà ritornare prima di cinque anni. Così lei è sola. Per fortuna che Sisa e Patricio ora hanno dovuto lasciare la vecchia casa dove stavano e si fermano qui per un po' in attesa di andare nella casa nuova. Anche lei come Sisa insegna nella scuola elementare della comunità. Poi arrivano un'altra sorella più grande, di quindici anni, e una ragazzina di dieci. Intanto il fuoco si spegne, e siamo come catturati dalle due bimbe scatenate, che dopo un po' mettono su delle musiche tradizionali, si vestono di tutto punto da piccole ballerine, e ci mostrano perfettamente delle danze tradizionali con tutte le mosse e le giravolte, sono bravissime (forse le hanno imparate a scuola). Evidentemente si sono allenate moltissimo e sono anche delle acute osservatrici, perché sanno imitare alla perfezione le movenze delle danzatrici. Purtroppo il volume è a livelli massimi, ogni tanto le due mamme lo abbassano ma senza mai rimproverarle, e dopo un po' le bimbe lo rialzano. In seguito torna Patricio e poi arrivano il padre Segundo Luìs e la madre (che tiene sempre il suo vecchio sombrero nero a macchie bianche), che vengono dalla casa di campagna apposta per conoscerci. Così ci invitano a restare per cena (che noi credevamo fossero le tortillas).

Cena con zuppa locale (in piatti fatti da loro), attorno a tre tavoli attaccati, con tutta la grande famiglia riunita al completo. Quel che mangiamo sono solo cose prodotte da loro stessi.

Mi pareva di ritornare a quando ero piccolo e da Milano andavamo in campagna, vicino a Porto Ceresio sulle rive del lago di Lugano, in una casa accanto a quella del contadino e della sua famiglia. Ricordo che quando andai con mio nonno da loro, ci fecero posto a tavola, e c'era poca luce, la cena era una semplice tazza di minestra calda con dei pezzi di pane, i volti si intravedevano appena, come in un chiaroscuro di Caravaggio, c'era un po' odore di stalla, e mangiammo in silenzio, solo alcune poche parole in dialetto. Ho risentito tutto quel calore, quella intimità, quell'atmosfera dimenticate. Quanto ho goduto di questa cena con il padre a capotavola, la madre col suo grande cappello in testa, la moglie del figlio affaccendata a servire in tavola. E quella zuppa calda nelle ciotole di terracotta fatte a mano, un po' grezze, e il silenzio (anche le bambinette mangiavano)...Questa sì che è stata una grande lezione, di semplicità, di accoglienza, di condivisione, di comunicazione non-verbale fatta di sguardi, di sorrisi, di gesti. In quel momento sì che eravamo calati nella cultura campesina saraguro, e l'abbiamo potuta percepire vivendola. Ho poi ringraziato tanto e veramente di cuore.

Siamo ritornati su per la ripida strada di terra infangata a ballonzoloni, e ci siamo infilati sotto le coperte un po' umide e fredde.

 

sabato 29    Facciamo un po' di colazione da loro con il latte appena munto (e bollito). Andiamo tutti assieme (Patricio e Sisa in moto, Luz e le bambine scatenate, e una sorellina più grandina, tutti dentro la nostra auto...=7) su per una ripidissima sterrata fangosa sino alla frazione di Ilinchos dove c'è la loro scuola comunitaria, che si chiama "Inka Samana", da dove si vede un panorama molto ampio e bello.  All'esterno della scuola ci sono delle costruzioni di legno, che sono i laboratori e gli ateliers. Lì la bambina ci racconta la leggenda cupa sul lago che c'è in cima al monte. E Sisa conferma che quando sua madre era una giovane sposina e andò là, il lago alzò delle terribili onde come per prenderla, lei scappò via ma perse il suo prezioso anello, dopodiché il lago si calmò...

Offriamo l'almuerzo a tutti in una trattoria, poi Sisa ci porta da suo zio José-Maria Vacacela nella sua casa che sta in campagna ed è discosta dalla strada sterrata e un po' di difficile accesso attraverso i campi irrigati. Ci avventuriamo lungo lo stretto sentierino, tra odori di concime, e la presenza di animali, ed entriamo in questa tipica casona di campagna, in cui tutto è molto semplice ed essenziale, e pure un po' approssimativo. Lui è il fondatore e direttore delle scuole della comunità.

Subito ci offre una chicha fatta in casa veramente buona. La chicha è una birra alcolica che si ottiene con la fermentazione non-distillata del mais e di altri cereali. Questa era forse killu asuwa, in kichwa, cioè chicha gialla. Certe chiche, come la chicha de jora (fatta col granturco germogliato) si bevono soprattutto durante le grandi celebrazioni come lo Inti Raymi, in quanto bevanda sacra (come ho già accennato più sopra); mentre la chicha morada o "colada morada" si beve in occasione di feste come quella della Mamà negra, o la festa del Yamor a Otavalo.

 

Ci racconta intanto la sua storia personale, per spiegarci come è giunto a decidere di dar vita a una scuola non autoritaria, e ci fornisce questa testimonianza:

"(...) mio padre mi aveva sempre educato col fare, senza teorie, o libri, mi mostrava come dovevo fare e mentre provavo mi correggeva. Presto mi diede delle incombenze, dovevo badare al bestiame, però potevo intanto anche distrarmi un po' con le farfalle...Quindi io ho imparato a contare dalle farfalle, dalle pecore, dalle galline, ho imparato a contare quante ce ne sono e quante ne mancano, per andare a cercarle. Questa era l'educazione nei campi, e io vivevo felice e apprendevo quel che mi serviva, senza dover essere obbligato a starmene sempre seduto, attaccato a una sedia. Senza dover tenere una persona che stia lì a impedirti che ti alzi, che conversi, ... Quando io andai a scuola, questo fu il primo shock che ebbi, e allora mi dissi: ma questa è una prigione! e io qui devo scontarci sette anni !??... Mi ci portarono verso i sei anni d'età perché pareva che non riuscissero ad addomesticarmi tanto facilmente, quindi all'età di sette anni già pensavo: no, non mi piace, non mi piace per niente tutto questo! però era obbligatorio andare a scuola, e i miei mi mandarono. Gli insegnanti avevano il loro compito, e tra i doveri c'era quello di tenere i ragazzi dentro all'aula e di tenerli zitti oltretutto, e poi dare loro mezz'ora di ricreazione, concedere loro uno sfogo, io direi, perché è chiaro che dopo averli costretti lì, facendo loro pressione, il ragazzo lo necessita. Pertanto la mia prima impressione dell'educazione fu che era una cosa che non mi andava bene, e anzi non mi pareva che questo fosse educazione... Questo mi ha marcato, segnato.

Un'altra cosa che mi segnò fortemente, è stata il confrontarmi con una cultura che non era la mia. Poiché gli insegnanti erano di altra cultura, quella dei meticci, e io ero dentro un'altra cultura, quella indigena, anche se io non lo sapevo. Ma quella cultura lì io non la conoscevo, non sapevo quello che a quel tempo erano le haciendas (le aziende agricole). Qui a Saraguro non c'era il sistema economico delle haciendas, per quello io non lo conoscevo. Mio padre stesso non le conosceva. Quindi per me non c'era questo problema del razzismo, del rifiuto dell'indio, eccetera.

Ma andai alla scuola, e lì fu dove mi fecero vergognare di me, e della mia famiglia, mi fecero sentire il peggiore, il più in basso. E questo sia i miei compagni di scuola meticci, che gli insegnanti. Perché quando venivano i miei genitori, loro parlavano in kichwa, e io capivo, anch'io parlavo in kichwa. E allora tutti mi ridevano dietro, si prendevano gioco di me, e mi dicevano brutte cose..." (ma eri l'unico bambino di campagna? l'unico indigeno?) "no, già cominciavano ad essercene alcuni, ma comunque sia questa è la mia esperienza. Ci fu uno che mi perseguitava, e si giunse al punto di chiamare i miei, e mi vollero espellere. Io, quando venivano i miei a visitarmi, o a vedere la scuola, io ormai andavo a nascondermi, perché nessuno mi vedesse, in modo che non stessero a guardarmi, che non mi incontrasse nessuno, per non correre il rischio di dare spazio alle burle, ai motteggi.

Quindi anche questa fu una così orribile esperienza, che si aggiunse a quel che già non mi piaceva. Fu così che mi vergognai delle mie origini e cominciai a voler rifiutare la cultura mia di famiglia.

Ecco, questa per me è stata la funzione della educazione. Questo è quel che mi segnò ai tempi della scuola.

Ora, per semplificare e senza toccare altri aspetti che non mi piacquero per nulla, e che non erano pochi, però insomma, va beh, questi furono i primi.

In ogni modo poi riuscii a staccarmi, e uscir fuori da questo contesto, da questo ambiente, anche se un po' emarginato, un po' ferito, però insomma va beh.

Ad ogni modo, quando andai all'istituto (medie, e medie-secondarie), al collegio, lì trovai un altro contesto che marcò parecchio l'educazione nel nostro Paese, però ero già un po' più ragionevole, più razionale, più maturo. E lì in seconda, sì mi pare proprio che fosse in seconda, un insegnante di scienze sociali disse che noi a Saraguro vivevamo a centotrentaquattro gradi...e io non riuscivo a farmi entrare in testa alcuna ragione logica per cui si potesse dire che noi stavamo a quella temperatura... perché proprio a scuola mi avevano insegnato che quando l'acqua bolle, vuol dire che è arrivata a cento gradi, e se ci metto un dito dentro mi scotto. Così compii il mio ragionamento, e poi dissi: mi scusi, mi perdoni, ma come è possibile che stiamo a quella temperatura se è più alta dell'acqua che bolle ? e lui disse: signor Vacacela, fuori! eppure avevo solo fatto una domanda...Allora mi resi conto. Mi dissi: qui non si può dire niente, non puoi essere critico, non puoi protestare, per niente, il professore è la massima Autorità, proprio perché se anche dicesse qualche barbarità, tuttavia non si può dirgli nulla. E questo non mi pareva giusto.

Così me ne andai fuori dall'aula, e per fortuna avevo buoni voti e godevo di buona considerazione da parte di alcuni professori che mi accettavano abbastanza, anche se ero così, un po' critico... e anche lo stesso rettore, che era stato quello che aveva detto ai miei genitori quando non volevano iscrivermi all'istituto superiore, che era un peccato, perché dimostravo di avere capacità e volontà per poterlo fare bene. E dunque avevo degli appoggi, e questi mi davano un senso di sicurezza. Comunque ora ero stato cacciato fuori, e ero finito, perché lui mi disse: non rientrare in classe se non vieni accompagnato da tuo padre. E mio papà avrebbe anche potuto darmi un sacco di botte...anche solo per il fatto che non aveva tempo per potersi occupare di questo tipo di cose. Fortunatamente poi tutto si sistemò, in quanto molti professori si resero conto che in definitiva non avevo commesso alcuna infrazione, ma avevo semplicemente fatto una domanda, espresso un dubbio, che è cosa che può capitare a qualunque studente, cui l'insegnante era tenuto a dare una risposta. Mentre il fatto è che non mi rispose. Quindi constatato questo, in una riunione votarono contro quell'insegnante, che dovette lasciare il collegio. Ma in ogni modo questo fu un fatto che mi lasciò il segno. L'educazione è qualcosa che deve andare bene a chi comanda.

Infine, per esempio, quando ero all'università, ho avuto l'occasione di lavorare e  nel contempo di dover studiare, quindi l'occasione di confrontare gli studi con la pratica. All'università potevo studiare anche senza dover frequentare. E perciò lavoravo presso un istituto privato a Quito, e nel contempo mi preoccupavo per i miei studi; dovevo studiare per auto-prepararmi per gli esami. Grazie a quella mia attività potevo stare comunque a contatto con l'ambiente degli insegnanti, e conoscere i padri di famiglia degli studenti, e partecipare a molte riunioni e seminari didattici che dava il direttore in varie occasioni, e la cosa oltretutto mi piaceva moltissimo, così accompagnavo da varie parti il direttore, stavo sia con gli insegnanti che con gli allievi, sentendo cose, ascoltando i loro commenti, e così imparai molte cose. Quando stavo all'università dunque c'era un professore di Pedagogia, e il primo giorno quando lui espose in sintesi tutto il suo sistema pedagogico, io intervenivo, e finivo col fare riferimenti alla pratica che conoscevo, e vedevo che lavorare coi ragazzi è una cosa difficile. E lui diceva, certo, certo signor Vacacela, eccetera. Molto bene, allora il giorno dopo, intervenivo di nuovo, e chiaramente facevo riferimento alla mia esperienza, e facevo esempi, oppure riferivo aneddoti, e in questo modo attiravo l'attenzione dei miei compagni di corso, anche quelli che a volte non erano molto interessati dai discorsi del professore, mentre ascoltavano e partecipavano alle varie esperienze di cui li facevo partecipi, e che sono quelle reali che io vivevo e di cui volevo parlare. E il professore diceva, va bene, va bene Vacacela... Però alla terza volta non gli faceva più piacere, anzi gli diede fastidio, e a un certo punto mi disse: signor Vacacela fintanto che qui il professore sono io, in questa università il professore è quello che ne sa un pochino di più su queste cose. E mi dissi, ecco hai visto? ci sono due modi di comunicare, e qui io devo stare più basso. Ed ecco che mi ritornavano in mente le mie esperienze anteriori. Anche all'università quel che bisognava fare era studiare per passare l'esame. Quindi io devo solo studiare e prepararmi, e impegnarmi ad andare avanti così, sino ad arrivare a conquistare un titolo per potermi esprimere.

Ecco queste cose hanno segnato la mia esperienza, e la mia impressione fu che in certi ambienti è ancora peggio se sei un indigeno. Praticamente la scuola è il luogo in cui constati che viene svilita, deprivata di valore, tutta la tua cultura. In questa educazione si da valore solo alla parte dell'intelletto. Tutto quel che riguarda il fare, la pratica, l'esperienza, è svilito, è di minor valore. Allora cominciai a pensare ad elaborare un progetto educativo diverso per Saraguro, per i miei fratelli indigeni, e per gli stessi miei figli, perché desideravo che potessero passare per una educazione diversa da quella di cui io avevo fatto esperienza, e che era risultata una esperienza non tanto buona. Ecco è così che cominciammo a sperimentare questo nuovo progetto di educazione.

Ricordo che quando andavo a scuola mi impressionò molto il racconto di quando una commissione di scienziati francesi venne nel Settecento fino in Ecuador per misurare dove passasse la metà del mondo, la missione geodesica. E dicevano che vennero qua perchè la popolazione locale non sapendo né leggere né scrivere non poteva fare questo calcolo. Mentre invece gli antichi abitanti dell'impero incaico avevano misurato la metà del mondo e gli scienziati geodesici si sbagliarono di 240 metri, e ora risulta che la misura indicata dai nostri antenati era più precisa. Niente male per non sapere né leggere né scrivere!... Il sapere leggere e scrivere non produce pensiero, è solo un mezzo, uno strumento, che bisogna saper usare.

La scuola è così, è fatta per produrre acquiescenza, per abituare a credere in quello che ti dicono. Ora noi volevamo fare scuola diversamente."

Quindi ci parla della fondazione della nuova scuola sperimentale da parte di un gruppo di insegnanti molto impegnati, in riunioni, in cui si discuteva di Dewey, di Pestalozzi, di Neill, di Freinet, eccetera, anche con i genitori, e ci riferisce delle loro scelte pedagogiche per una scuola senza gerarchie, non autoritaria, basata più sul fare e sulle esperienze, cioè a partire dalla pratica per aggiungervi la teoria. E' una senza divisioni per classi, in cui si lavora per gruppi di interesse, e in cui ogni ragazzo è libero di costruirsi il proprio percorso di apprendimento e di sceglierne i tempi, pur che segua almeno cinque gruppi al giorno. Si segue la pedagogia attiva, e si allestiscono molte attività di laboratorio in edifici di legno costruiti all'esterno. E' una scuola di base bilingue kichwa e spagnolo (ma ora hanno aggiunto anche l'inglese come lingua straniera), che contempla sia le elementari che le medie. Alla fine comunque bisogna che ogni studente abbia raggiunto uno standard minimo, e inoltre bisogna che abbia terminato di farsi il proprio abito da sè (quindi filando, tessendo il tessuto, cucendo e tagliando, ecc. come abbiamo visto più sopra) dimostrando le capacità raggiunte (durante il periodo scolastico anche si lavora nei campi e si impara a fare tutto quel che serve per sopravvivere). E' dunque un contesto in cui vengono stimolate le motivazioni ad apprendere, e in cui vi è un estremo rispetto per l'alunno, che è posto al centro dell'attenzione, anche a scapito di programmazioni d'istituto, e pianificazioni ministeriali, di progetti rigidi, e di programmi disciplinari, ma in cui è molto arduo il compito dei docenti-educatori, che sono chiamati a fare da guide e accompagnatori, e che necessitano di una ottima e vasta preparazione professionale, essendo anche impegnati con piccoli gruppi ma di età diverse, cercando di svolgere una didattica il più possibile individualizzata. Non sono contemplate punizioni né giudizi, né quindi voti, o esami, e si stimola i ragazzi ad autogestirsi, e a responsabilizzarsi.

Ma poi la moglie lo chiama perché non sta ben, è a letto ammalata, e noi ringraziamo molto per il tempo dedicatoci e lo salutiamo. Ripercorriamo a fatica lo stretto e scivoloso sentierino sul crinale dei campi irrigati e seminati, evitando mucche, cani, maiali, e una volta giunti sulla strada di terra dove abbiamo lasciato l'auto, commentiamo meravigliati e ammirati di aver trovato in un paese di campagna come Saraguro una scuola all'avanguardia, con impostazione antiautoritaria.

Torniamo a casa dei Quizhpe Guamàn. Si beve la orchata, che è una aguita dolce bollita, e ceniamo lì. Parliamo un po' con il padre che è appena arrivato ed è stanco. Anche lui è un direttore didattico, ma del circolo delle scuole medie-superiori e professionali statali, un complesso di circa mille studenti. E ci parla delle loro diffcoltà e problemi.

 

domenica 30  Al mattino andiamo da loro per salutarli. Così conosciamo anche Teresita, che ci aspettava per riceverci vestita "elegante" ovvero di tutto punto con un bellissimo abito tradizionale, con una bella fibbia d'argento della nonna, una collana, e il grande sombrero dipinto di bianco a pois neri. Lasciamo come doni un pacco di spaghetti, dei giochini per i bimbi e un calcolatorino tascabile solare. Luz dice che è un peccato che partiamo perché si sarebbe potuto guardare assieme verso la luna, infatti ha letto su internet che stanotte si potranno vedere due lune; le diciamo che non ci pare una cosa possibile (per non dire che è una cosa assurda...), che forse ci potrebbe essere un particolare effetto di rifrazione luminosa...Ma lei insiste che non è così, che ha letto che si vedrà che ci sono in realtà due lune...(?!).

Teresa, che sta a Riobamba dove studia all'università, ci parla di uno stage che aveva fatto con Manuel Pumaquero, uno stage che definisce "misto" perché c'erano sia Purwà che Saraguro..., e poi dichiara "gran respeto", cioé una grande considerazione, ammirazione e devozione per "Taita" Manuel  (e così dunque lo chiama col titolo di "Padre").

E' veramente straordinario che dei ragazzi al giorno d'oggi si esprimano in questo modo, spontaneamente, e sinceramente, nel dichiarare i propri sentimenti riguardo al proprio insegnante, considerandolo proprio un Maestro... Appunto il caso, tra gli altri, delle culture e delle civiltà amerindie, ci mostra che bastò spezzare due o tre anelli generazionali di congiunzione nella storia di quelle società, distruggendone i beni culturali e il ceto dei detentori e trasmettitori dei saperi e dei valori, che interi popoli hanno cessato il proprio percorso di incivilimento e di irradiazione di civilizzazione. L'educazione in sostanza è un tentativo per evitare che si debba ricominciare sempre da capo ad ogni passaggio di generazione, curando che vi sia una comunicazione intergenerazionale, che avvenga un transito, un passaggio di consegne...Quindi in definitiva la relazione educativa costituisce una mediazione tramite la quale le generazioni si impegnano in una sorta di staffetta nella loro corsa verso l'avvenire, e ci si passa il testimone. Si da per suo tramite solidità ad un ponte ad arco, che presenta alcuni ostacoli da superare, sotto forma di scalini, perché si tratta di passare attraverso dei gradi di elevazione. L'educazione è dunque un intento per affrontare il grande e angoscioso timore della perdita, dovuta a discontinuità, che causerebbe l'estinzione, la scomparsa di qualcosa di prezioso, di un patrimonio, e quindi in questo caso il rischio di apocalisse culturale (cioè la fine della propria presenza nel mondo). La relazione educativa è il punto, lo snodo fondamentale di ogni cultura e in definitiva della stessa civiltà umana, senza provvedere alla quale si può perdere l'umanità (come aggettivo qualificante), l'essenza dell' umano. Quindi è quel valore aggiunto che dà un significato allo stesso processo di umanizzazione del primate homo. Ma seppure si riesca ad evitare il rischio della perdita e della discontinuità, c'è tuttavia dispersione, e si compiono giri tortuosi nel cammino. E  perciò se c'è dispersione di energie (come nei conduttori di energia), c'è sproporzione tra l'impegno che si richiede di impiegare e gli esiti, e ciò che resta, che si conserva nei passaggi, quindi a maggior ragione una sproporzione deve esserci e va messa in carico.

Ed è appunto sullo sfondo di questa problematica comunicazione che risalta la coppia maestro/allievo, ed i contesti, i termini, e la sostanza di questa copula sono astri cui si deve sempre guardare per orientarsi. Il cammino spesso è involuto, fa strani percorsi, a volte tortuosi, va su e poi va giù, e a volte pare girare a vuoto attorcigliandosi su sè stesso a causa di certe questioni che ne imbrogliano il senso. Quindi pietra basilare per l' evoluzione della civiltà umana è tener viva la grande catena maestro-allievo.

Sono riflessioni che mi erano sorte stamattina, quando andando a fare colazione scambio due parole con una addetta dell'hostal della comunità, di circa una trentina d'anni, tutta vestita con il costume tradizionale, che mi chiede se siamo stati a visitare questa e quella località importante (un altro baño del Inca e delle grotte) e scopro che lei non sa parlare il kichwa. Mi dice come per giustificarsi che i suoi genitori non glielo vollero insegnare quando era piccola e quindi in casa parlavano con i figli e tra loro solo in spagnolo (proprio come un'altra con cui avevo parlato giorni addietro), però mi dice che lei si sente molto legata alla identità culturale dei saraguro. Mi viene in mente la collega ferrarese Giuliana Berengan che in un suo corsivo a proposito di queste problematiche, citava Ken Hale, docente di lingustica al MIT secondo cui "lasciare morire una lingua è come sganciare una bomba sul Louvre". E con questa frase ad effetto aveva ragione. Ogni anno ci sono delle lingue "minori" che scompaiono, si estinguono...Forse il kichwa ha fatto appena in tempo a rifiorire, ma ha rischiato molto, come denunciava il grande scrittore quechua peruviano (che scriveva i suoi romanzi in spagnolo) José-Maria Arguedas (morto suicida nel 1969). Gli antichi saggi indo-vedici insegnavano che le parole e i pensieri sono anch'essi da considerarsi alla stregua delle azioni nel comporre la vastissima e intricatissima rete e catena del karma, cioè delle cause e degli effetti. Gli antichi greci come il grande Gorgia dicevano che la parola ha un corpo sottilissimo ma potente, e il suo potere è grande perchè la parola è ammaliatrice, produce incantesimi. In un altro senso Wittgenstein diceva che "anche le parole sono azioni" riferendosi al fatto che esprimono emozioni, e quindi non sono neutre. Ma se una lingua muore, con lei rischia di morire una cultura, tanto stretti ne sono i reciproci legami. La Berengan parla di una complessa e delicata "combinazione alchemica" tra le parole che va a formare il tessuto linguistico di una cultura, cioè quell'elemento che è di basilare importanza nell'incidere sui rapporti interpersonali e quindi nei rapporti sociali e politici.

L'impiegata dell'ostello, è d'accordo e se ne rende conto, per cui mi dice che fa apprendere il kichwa ai suoi figli in una scuola bilingue. In effetti il tramonto di una lingua è paragonabile a un "disastro ambientale" grave, e bisognerebbe che in questi casi le autorità si rendessero conto che serve un intervento culturale d'urgenza, e l'impiego di mezzi adeguati per scongiurare una eventualità simile. E' importante dunque che in Ecuador da più di una quindicina d'anni sia stato attivato un progetto di Educaciòn Intercultural Bilingue, per il recupero e la rivitalizzazione delle lingue e delle culture locali originarie. Certo le lingue come i loro dialetti sono dei corpi collettivi viventi e quindi cambiano, si trasformano; e l'operato di certe accademie della lingua, a volte è un po' troppo conservativo (penso al caso francese) quando cerca di remare controcorrente in un tentativo autoritario e vano di impedire i mutamenti e le contaminazioni (che da noi sono fortissime con la lingua egemone dell'occidente che è l'inglese), mentre è giusta la lotta contro le scorrettezze grammaticali-sintattiche a favore di un buon uso corretto e colto della lingua che si impiega per la comunicazione. Quindi anche il kichwa, oltre a contaminazioni con lo spagnolo (e ora già un po' anche con l'inglese, come abbiamo visto più sopra), verrà trasformandosi e ammodernandosi per adeguarsi alla vita urbana e allo sviluppo economico in atto, e speriamo che ne uscirà (come auspicava Arguedas) un kichwa all'altezza delle sfide socioculturali attuali. Questo è l'intendimento ad es. dell'istituto di Pumaquero di cui parlavo prima, che oltre al recupero della "sabidurìa ancestral" vuole promuovere la formazione di una "nueva conciencia".

Ma per ritornare ora alla cronaca del viaggio che stavamo compiendo, a questo punto vorremmo prendere congedo dalla famiglia, ma le bimbe chiudono la porta a vetri interna, per non lasciarci partire, e così siamo fatti "prigionieri". Le due mamme dolcemente dicono loro di aprirci, che abbiamo fretta di partire perché dobbiamo fare un percorso lungo, ma loro non accennano a volerlo fare; ancora due e tre volte le mamme e anche altri cercano affettuosamente di convincerle a spostarsi dalla porta, ma loro sembrano incaponirsi di più, per cui gli adulti lasciano perdere ogni insistenza, e intanto in effetti passa un po' di tempo. Noi facciamo loro tanti sorrisi e saluti con la mano, e insomma dopo un bel po' le bimbe si convincono e dispiaciute si rassegnano a liberarci.

Dunque dopo aver salutato i genitori, Teresa, Patricio, Sisa, Luz, e tutti quanti della famiglia ripartiamo subito per il nord, la strada ora è migliore, c'è un bel sole. Abbiamo un po' di dubbi se andare a Guayaquil e ritornare a nord attraverso la pianura e la costa. Tra l'altro giorni addietro avevo visto su un vecchio giornale delle pubblicità, tra cui una che riguardava Guayaquil, dove nel centro storico, nella ciudadela, c'è un ristorante che si chiama (in italiano): "casa di Carlo"...e la cosa mi aveva colpito. abbiamo poi deciso di riprendere la strada dell'andata, e dunque ci fermiamo a pranzo alla stazione termale di Baños de Cuenca, appena sulle colline fuori città, dove ci sono piscine con acque calde  minerali. Poi proseguiamo verso Zhud, eccetera, eccetera, a ritroso, e anche qui la strada è migliorata, forse grazie al poco traffico e alle condizioni atmosferiche, dobbiamo solo fare una lunga sosta a Chunchi (2754m) e così intanto vediamo l'affaccendarsi per il mercato locale, e torniamo ad Alausì dove ceniamo con dei pansitos comprati in panaderia e passiamo lì la notte.

 

lunedì 31  Colazione e via, arriviamo a Riobamba dove cerchiamo Manuel Pumaquero all'istituto, e poi alla "Casa Indigena" (dove in cortile c'è una gigantografia di Taita Proaño, il primo vescovo amico degli indios)... ma purtroppo anche lì non lo troviamo. In periferia, in una strada laterale quasi deserta, vedo una donna indigena che si genuflette in ginocchio sul marciapiede e si dondola un poco. Chissà che stava facendo...

Ripartiamo. Compiamo una penosa e lentissima attraversata della moderna città industriale di Ambato (che in questi ultimi vent'anni ha caoticamente quadruplicato il numero di abitanti).

Dopo Lasso usciamo dalla Panamericana e giriamo verso l' hostal della "Quinta Colorada" in campagna, e ci fermiamo lì. Siamo circa sui 3200/3300m. C'è il caminetto in camera, che ci accendono per la sera (abbiamo 4 coperte di lana ciascuno), e anche nella sala dove mangiamo. Piatti locali con cibi prodotti in loco. Siamo i soli tre clienti in questo autentico agriturismo che si chiama così perché è effettivamente tutto dipinto a colori forti e vivaci, con allegri affreschi un po' naif sui muri esterni raffiguranti le montagne, i laghi, i vulcani. All'interno le pareti sono giallone, arancioni, rossastre, blu, color mattone. La famiglia che vive e lavora qui è accogliente, stanno facendo seccare al sole i chicchi di mais su lenzuoli stesi sul terreno del cortile, e anche questo da un bel colore giallo, accanto alle aiuole di fiori. Dopo averle sgranate, le pannocchie (choclo) le conservano per accendere il focolare nei camini, e per avere la brace. Anche qui tutto è fatto con quello che offre l'ambiente, per cui le verdure, la frutta, il latte (e anche il riscaldamento) sono il risultato del loro stesso lavoro. Ci sono delle mucche, dei maiali, dei conigli, delle galline, un grande orto. In questo modo ci sono ben poche spese vive, e poco viene comperato, sicché ogni unità famigliare (proprio come era a Saraguro e a Peguche e in altri villaggi dove si facevano da sè i vestiti e il vasellame) tende ad essere autosufficiente, e non da contributo alla economia monetaria. Le due economie vivono parallelamente, ma poco si toccano.

La padrona della Quinta è una francese che anni fa si era stabilita qui, ma poi dato che il bimbo si ammalava facilmente, è tornata in Francia e viene a dare una occhiata ogni anno e mezzo o due (ma ora sono però già 3 anni che non si fa vedere...). Ci sono ancora qua e là vecchie riviste e giornali francesi cui si attinge per accendere il fuoco, ma ora anche questi stanno per finire.

Loro hanno imparato ad utilizzare il fax e usano la lavatrice solo per i clienti, per il resto vivono come se la proprietà fosse loro, tutto quel che c'è l'hanno fatto loro, tutto l'ambaradan dell'albergo e ristorante la portano avanti loro, fanno buon nome all'agriturismo, sanno come trattare e provvedere ai clienti stranieri, e proseguono con le coltivazioni, nell'allevamento, eccetera. Accompagnano con una 4x4 gli escursionisti e gli andinisti (ci sono anche molti vecchi opuscoli e libri sull'andinismo) che vengono qui per andare sulle alte montagne (che loro conoscono a menadito), e rispondono al telefono. E intanto la famiglia cresce, i figli diventano grandi, e si sposano, e la famiglia si allarga... Loro sono originari di un paesino su in alto, dalle parti della laguna di Quilotoa (che è un lago che riempie un cratere del vulcano a 4 mila metri, dove quindi, purtroppo, non andremo) ma oramai da decenni vivono qui nell'altipiano.

Appena fa buio esco e vedo il Cotopaxi con le nevi rischiarate dalla luce lunare ! è proprio una dea stupenda e magica! la sua luce azzurrina non è forte come quella solare, ma crea effetti argentati sui ghiacci, e illumina tutta la grande vallata.

 

martedì 1° settembre  Al mattino facciamo subito un giretto per godere del bel panorama del Cotopaxi visibile in tutto il suo splendore.

Ma la strada recentemente asfaltata, a un certo punto non prosegue, per lavori in corso, proprio si interrompe. Torniamo indietro.

Si vedono bene anche i due vulcani spenti Ilinizas (5263 m.) innevati, uno dietro l'altro, quello a nord e quello verso sud, come fossero dei gemelli.

Stiamo in giardino a leggere. Verso le cinque emmezza andiamo a fare una bella passeggiata serale lungo le fattorie. Silenzio, qualche abbaiare di cane, o muggire di mucca, e più sotto si può vedere tutta l'ampia vallata della "avenida de los vulcanes", con la vista di tutte le larghissime falde del Cotopaxi, semideserte,in lontananza sulla sinistra il Rumiñahui, roccioso e granitico...

Anche stasera l'aria è bella frizzante e pulita, energizzante, ed è così tersa che poi col buio le stelle spiccano splendide e la neve del ghiacciaio che fa da scialle al vulcano, riflette con effetti azzurrognoli la grande luna ormai praticamente quasi piena. Che incanto! Gran peccato non poter fare una foto, ma il ricordo resterà impresso ugualmente. Ma come non potrebbero sorgere da qui dei miti, delle storie, delle leggende, delle canzoni...delle poesie... E anche generazioni di scrutatori del cielo stellato, e della luna...?!

 

mercoledì 2  Ripartiamo, andando più a nord vediamo le due cime Ilinizas ben separatamente. Superiamo la parte alta della strada (che è a circa 3500m) e poi passiamo oltre il rifugio del Papa Gayo (3300m) tenuto da un israeliano. Poi, scesi e arrivati a Tambillo, facciamo un po' fatica a vedere dove prendere il bivio a destra. E scendiamo infine sino a Sangolquì (2550m). Ci sistemiamo nella bella "hostaria Sommergarten", dal nome del tedesco che l' ha fondata nel '90. Qui predomina il clima mite e ventilato della valle de los chillos, dove c'è la primavera eterna. Bel giardino molto fiorito e vista su montagne (dovrebbero essere il Sincholagua, 4900, e senz'altro il grande vulcano Antisana, 5760, e chissà quali altre), che spuntano dietro i fiori e le palme del giardino con piscina all'aperto.

Andiamo nel pomeriggio tardi a cercare un Parco forestale, girando ad Amaguaña su per una cosiddetta "via lastrada" che è invece un sentiero sassoso pieno di buche in salita con il problema di molte pietre e pietrone sconnesse che risultano un impedimento e sono pericolose per la coppa dell'olio...Andiamo verso la Reserva Natural (a 2880m) della foresta di Pasochoa (che è un monte di 4200m.). E' stata fondata nel 1997, ed è una vera rarità, perché sarebbe quel che rimane della foresta originaria della valle andina tra le due cordigliere, e che oramai è stata distrutta o soppiantata. Ad un bivio come al solito senza cartelli c'era una coppia di anziani seduti fuori dalla porta di casa, che erano come in catalessi con lo sguardo fisso, dopo un po' che chiedevamo loro conferma della strada, lui si è come risvegliato, e ha tradotto a lei in kichwa, a quel punto lei ha risposto in spagnolo "sigue recto", e lui ugualmente, in contemporanea. Più oltre, prima di alcune casupole, c'era un cartello che incredibilmente intimava di rallentare, poi una signora ci ha confermato che proprio quella era la strada, dicendo il solito "sigua no màs" (=prosegua e nent'altro). Quindi abbiamo incontrato un sorprendente "mini-market", e un'altra coppia estatica e silente, e un anziano seduto, che solamente studiava il terreno ai suoi piedi, o forse era un po' sordo... Varie vacche sulla "strada", cavalli, cani randagi, un mulo con dei lunghissimi peli, un llama, ecc. Infine giunti alla meta, il guardiano molto gentile ci saluta. Qui ci sono più di 150 razze di uccelli, tra cui moltissime varietà di colibrì, dai più minuscoli ai più grandini, e tra queste quello con il becco più lungo al mondo (essendo lungo tanto quanto il corpicino). Poi gli ho chiesto se avevano un "triptico" della riserva (cioé un foglietto illustrativo, un dépliant), ma mi dice che l'avevano esaurito già da molto tempo. Non hanno mai riassestato la strada d'accesso almeno fino al centro di accoglienza, e neppure mai ristampato i foglietti illustrativi. Quando sto per andar via, però il guardiano mi dice che gli era rimasto un librino sulle specie locali di uccelli, e me lo  vuole regalare... E poi torniamo pure indietro sempre per quell'unica via di sassi... un po' "svelti" per cercare di arrivare prima del buio, tra sobbalzi, balzelloni, buche, e sonori colpi di pietre sotto l'auto, ma va tutto bene (nel senso che non si rompe la coppa dell'olio sotto lo chassis).

All'hotel ci attende un amico del proprietario, un bavarese di nome Tino, che è un biologo (era lui che ci aveva consigliato la gita), che suona benissimo la chitarra classica (e anche sue composizioni) e ci regala un bel concerto all'imbrunire (ora lui è in pensione e si è ritirato qui, e saltuariamente fa la guida nelle foreste della zona, e nella selva amazzonica). Che pace, che armonie...

 

giovedì 3 Al mattino vediamo il bel mercato animale e alimentare di Sangolquì, assolutamente non turistico, anzi un mercato povero, è interessante ma ci stanca un po' la ressa, il sole forte, e il gran caos.

Ripartiamo per arrivare a Quito e sistemarci nell' hostal Posada del Maple. Restituiamo l'auto all'Avis. Reincontriamo per strada il romagnolo del ristorantino di Baños (!), che ci riconosce mentre stiamo salendo su un taxi.... Andiamo nel mercato artigianale La Mariscal dove Ghila fa gli ultimi acquisti di souvenir o di regalini, e io mi compro un bel cappello di feltro per riparare alla perdita del precedente.

A cena andiamo da Giovanni Onore, reincontriamo la Queti, e le due ragazze. Mi piace il motto del fondatore della loro congregazione, il beato padre Chaminade, che leggo nella cappelletta interna: "L' essenziale è l' interiorità. Attuate quel che vi dice". Siccome poi stiamo assaggiando della cioccolata di sua produzione, e anche dei mieli, e commentiamo i loro sapori, a parte quel che si sa già a proposito delle virtù del cacao e della cioccolata, lui ci dice che il miele non lascia penetrare germi, e comunque questi non sopravvivono, per cui una volta se ne spalmava un po' su una ferita aperta per prendersi il tempo di andare dal medico. E qui in Ecuador ci sono dei mieli ottimi. Mangiando Onore ci parla del fatto che che ci sono centinaia di varietà di patate, che maturano in periodi differenti, oltre ad alcune di cui si fanno due o tre raccolte l'anno, per cui nell'arco dell'anno sempre ci sono nuove patate (anche se vanno trattate e cucinate diversamente, e sono di qualità non sempre eccellente). Ripenso al curioso incrocio che ci fu cinque secoli fa, quando gli europei portarono germi sconosciuti in America (in particolare il vaiolo), che causarono un vero e proprio falcidio della popolazione (addirittura in un secolo del 75% degli indigeni andini) degno per gli effetti demografici delle peggiori pestilenze e epidemie che in quei tempi flagellavano l'Europa; mentre l'America apportò agli europei (oltre a oro e argento), le patate, e vari altri alimenti allora sconosciuti, che consentirono la crescita demografica e salvarono la vita a tanti poveri che sarebbero stati a rischio di morir di fame durante le carestie (oltre alla prevenzione dello scorbuto dovuta anch'essa alla pelle delle patate), per cui in meno di due secoli la popolazione dell'Europa occidentale si accrebbe di circa tre volte (anche per altri concomitanti fattori)...

E poi, come la volta scorsa in cui ci eravamo visti, Onore ci dice che lui si occupa di bio-indicatori del riscaldamento termico (cioè animali, soprattutto insetti, ma anche piante e vegetali particolarmente sensibili e a rischio). Per arrivare a dire che quando si estingueranno le api, scomparirà anche la specie umana per vari motivi interconnessi. Di api ce ne sono moltissime varietà, in Ecuador c'è persino un'ape senza pungiglione, che si difende in altri modi, con mezzi chimici. Tante specie si sono estinte già nel solo corso della sua vita di studioso, tra cui alcune specie rare che lui stesso aveva scoperto e identificato.

(Quando poi torneremo in Italia, leggerò di Onore nel libro di viaggio di un o scalatore e alpinista, V.Mason, "La via dei vulcani" (Nordpress, 2007), da cui verrò anche a sapere che la Rai aveva fatto tre-quattro anni fa un paio di documentari su Otonga e su Onore).

Salutiamo e gli lasciamo varie cose, abiti, medicine, ecc per chi ne può aver bisogno.

 

venerdì 4  Andiamo di nuovo alla Casa della Cultura, alla cinemateca dove Ghi parla con la direttrice Wilma Naboa. Poi ci incontriamo di nuovo con Manuel Pumaquero, che era a Quito all' Instituto Intercultural Amautay Wasi. Lo aspettiamo, ci sediamo sul prato del parco di fronte, c'è molto vento, mentre io vado a fare due passi verso il vicino Osservatorio astronomico, sento uno strano cigolio e poi un rumore secco, mi giro e vedo che per poco non cascano addosso a Ghila e Annalisa due palme (!) che si spezzano per il vento e vengono abbattute al suolo...! ma davvero per appena un paio di metri non sono state travolte...

Andiamo con lui a pranzo al ristorante vegetariano "Sakti", consigliatoci da un suo simpatico amico che viene appositamente a prenderci e ci accompagna là in auto. In quel ristorante incontriamo la signora Wilma della cinemateca (!) che dice a Ghila che ha dimenticato là la sua maglia...

Manuel Pumaquero ci racconta che quando lo cercavamo a Riobamba, lui era stato via alcuni giorni con tre amiche, dormendo in tenda in una foresta sacra durante i tre giorni e notti di luna piena ! Un bosco di arrayanas, ce ne sono ancora solo altri due nel mondo. Dice che hanno fatto delle cerimonie presso dei resti antichi, e che lo spirito della montagna gli ha parlato. Gli diciamo che noi poi eravamo andati al Pasochoa, dove c'è il colibrì dal becco lunghissimo, ma che ovviamente non abbiamo visto. E allora lui dice che Tulcàn el kindi, cioè quel colibrì col becco più lungo, è un animale sacro ed è per loro un simbolo culturale, è rappresentato in quel famoso disegno gigantesco che si trova nella pampa presso Nazca. Gli diciamo anche di quando eravamo al mercato del bestiame fuori Otavalo, e si vedeva taita Imbabura con delle nuvole sulla cima, tutte rosse per il sole che sorgeva dietro, uno spettacolo affascinante, e lui dice che si chiama uruchungar quel "fuoco" delle cime dei monti, che appunto segnala la presenza dell'Apu, dello spirito della montagna. E che secondo le leggende in quelle occasioni i monti a volte si scambiano espressioni di vita (cioè mandrie, greggi, uccelli...!).

Vede che giriamo con una sportina di plastica e gli dico che ci portiamo dietro dei giocattolini da regalare ai bambini poveri, e che a volte persino dei ragazzi grandicelli che fanno i lustrascarpe li hanno presi ed erano tutti contenti come fossero dei bambini. Ci dice che lo può ben capire perché anche lui da ragazzino ha fatto quella vita per più di un anno gironzolando da mattina a sera come un vagabondo per le strade, con la sua cassetta di legno per lustrare le scarpe, ma era così che si guadagnava da vivere...Penso allora a quanti sacrifici ha evidentemente dovuto fare per studiare e per conquistarsi la sua professionalità.

Poi lo accompagnamo in una allucinante corsa in taxi fino al Terminal Sur che sta fuori città, modernissimo, enorme, sperando che questa volta non perda un appuntamento importante che ha a Riobamba. Ci saluta con grandi abbracci e ci da sul palmo della mano sinistra alcune foglioline di "coca madre" da lui stesso raccolte, che tiene in un piccolo sacchettino apposito. Ciao Manuel, yupaichani! grazie. Speriamo di rivederci!

Qui nell' immenso viavai di grandi folle, reincontriamo quella signora con figlioletta che all'andata avevamo incontrato a Latacunga (!), che lavora a Milano, anche in questo caso è lei che ci riconosce, e ci chiama. Poi torniamo in centro storico e andiamo a Plaza San Francisco, e lì nella grande piazza reincontriamo i catalani Conxita e Jordi che domattina partiranno (!). Chiacchieriamo assieme di viaggi al bar Tanguez prendendo un mate de coca.

Per tornare in albergo facciamo il record di taxi persi, e allora, rassegnati, prendiamo in plaza santo Domingo il "trole", cioè il lungo tram ecologico che fa da metro di superficie. Prenderemo poi un taxi per andare dalla fermata al nostro Hostal. Intanto regaliamo tutti gli ultimi giocattolini che avevamo portato.

 

sabato 5  Stamattina Annalisa cade da un gradino e si storta la caviglia, per un bel po' non riesce a camminare, la signora le da un bastone. Mangiamo da una cilena che ha appena aperto un ristorantino all'angolo.

Al pomeriggio viene a trovarci in albergo Giovanni Onore con le due ragazze, perchè è appena arrivato da Otonga dove ha preso su in auto la bimba Kerly e sua mamma, per farci incontrare. Commovente. Sia la bimba che la giovane mamma erano ovviamente spaesate (lei aveva freddo, non è abituata alle quote di Quito), forse non erano mai state dentro un albergo, e comunque già l'ambiente della grande città le sconcerta. Ma comunque non erano timide, comunicavano e rispondevano bene, sempre in modo educato. La mamma è vedova con tre figli, e sopravvivono col suo lavoro di preparare e confezionare in casa sacchetti di noccioline....

Intanto ci racconta di aver visto ieri nella foresta di Otonga la farfalla della razza più grande del mondo, e ci fa vedere le foto fatte col cellulare, ha le ali grandi come una mano aperta, e un corpo incredibile, era adagiata su un tronco d'albero e molto ben mimetizzata. Dice che ancora non si sa bene dove vadano a deporre le loro uova, né come avvenga la riproduzione, né di cosa si cibino....Ci sarebbe davvero tanto ancora da ricercare e da studiare nella selva...

Regalo dei campioncini di profumini alle ragazze. Lascio a Onore per la gente di Otonga un borsello e un paio di scarpe.

Facciamo le nostre tre valige, e dobbiamo abbandonare varie cose, libri (romanzi e guide turistiche) per risparmiare spazio e soprattutto peso, perchè annalisa certo non può portare nemmeno una delle nostre tre valige.

 

domenica 6  Al mattino si parte. Saluti al telefono alla piccola Kerly.

Al controllo di frontiera sono molto scrupolosi e fanno grandi controlli in uscita (??) oltre al fatto che devi pagare una bella tassa per poter uscire....!! Un po' mi tornano in mente quei discorsi che riportavo proprio all'inizio di questo diario. Tanto che a un certo punto, dopo aver fatto il check-in, consegnato le valige, e pagato in un apposito ufficio la famosa tassa, la guardia di confine che mette il timbro di uscita, cui avevo consegnato i nostri tre passaporti insieme dicendo che siamo un'unica famiglia, controlla bene i nostri volti, vede annalisa sulla sedia a rotelle e ghila che arriva piano piano, e dopo averlo apposto al passaporto mio e di annalisa, si mette a supercontrollare quello di Ghila e impiega parecchio tempo, a cercare sul suo computer, e fare non so che verifiche, e dopo aver minuziosamente studiato il passaporto, premendo con l'unghia la parte plastificata sopra alla prima pagina, ed essere anche andato da un superiore a chiedere chissà cosa, sentenzia: "la figlia non può lasciare il Paese". Come? Faccio finta di non aver capito, e dico: abbiamo il timbro d'entrata in data 8 agosto (come a voler dire, ma se ci hanno fatto entrare avranno pure controllato il passaporto, no?...). Dice: "la figlia non può viaggiare all'estero!" Punto. E fa per chiamare i prossimi. Come se la sua incombenza da burocrate fosse faccenda oramai chiusa.....Allora chiedo alla signorina che accompagnava annalisa spingendola sulla sedia a rotelle, di farsi spiegare meglio che difficoltà c'è. Dice che il passaporto è scaduto dal giugno 2007,... allora giro la pagina e faccio vedere che nel retro c'è stampato "rinnovato al 2012"...Per fortuna che rinnovato in spagnolo si dice renovado...quindi in italiano non è così diverso e difficile da decifrare come in finlandese o in ungherese...prende, mette il timbro d'uscita e chiama il prossimo. Waw ! (= uahuuu...), o come dicono nei fumetti anche fiuuuu!...

Da noi se uno non ha il passaporto in corso di validità non lo fanno entrare, oppure lo espellono dal paese. Altrimenti in questo caso, noi che avremmo fatto? noi due con già il timbro di "usciti", e Ghila, senza più la valigia, che avrebbe dovuto fare? avrebbe dovuto tornarsene fuori dall'aereoporto per andare al consolato italiano ???? e così perdendo l'aereo e lasciando scadere il biglietto di ritorno??? Ma allora chi è che al nostro arrivo aveva controllato il suo passaporto  e la aveva lasciata entrare?....

Chissà cosa doveva essere l'arroganza durante il periodo della dittatura dei militari, tutta gente con quella mentalità lì...(D'altronde basta leggere alcune pagine del libro di Giovanni Ferrò, "Taita Proaño, l'avventura di un vescovo tra gli indios dell'Ecuador", pubblicato dal Gruppo Abele, per rendersene conto).

Comunque tutto bene in aeroporto per i problemi di annalisa e per portare le valigie, c'è una buona assistenza, meno male.

Poi durante la sosta a Bonaire nei Caraibi, anche questa volta per ingannare il tempo andiamo a vedere fuori, e curiosiamo nell'area di transito del piccolo areoporto guardando fuori dalle vetrate, è anche stavolta tutto nuvolo, e uno mi dice che è spessissimo nuvolo, il caldo è quello paradossalmente ventoso e afoso tipo come quando uno sta troppo vicino al foen (ma che ci verrebbe a fare uno in questa isoletta assurda? fino qui per "abbronzarsi" sul bordo di una piscina??).

Lunedì 7 Infine lunga esasperante e spossante attesa di 9 ore all'aeroporto di Amsterdam........, dove l'unico intrattenimento per cercare di far passare il tempo in questo non-posto che è come essere in un centro commerciale, è l'incontro con una famiglia di ebrei francesi fanatici religiosi con cui annalisa si intrattiene un po' a conversare e fare domande (e a dover dare risposte alle loro domande)...

Infine arriviamo a Bologna nel pomeriggio; ci viene a prendere Michele (e anche la Maddy, mia cara ex studentessa, amica di ghila).

 

Qualche giorno dopo ci giunge una bella letterina da Kerly con un disegno colorato. E a seguito di una mia mail di considerazioni sull'equinozio inviata a Manuel Pumaquero, nella sua risposta ci parla della giornata del 21 settembre, con le feste del Koya Raymi che sono dedicate alla Terra e a tutte le sue manifestazioni, e dunque alla spiritualità della femminilità, con un  omaggio alle donne, e un bagno rituale in una fonte (pukyu) per celebrare la bellezza dell'elemento cosmico femminile. Ah! che peccato non esserci stati...

Ecco che già un po' di rammarico per la brevità del nostro soggiorno, si tramuta  alchemicamente in nostalgia, e in un rinforzo di una sorta di sentimento di attaccamento affettivo, per cui incomincio a partire mentalmente in "viaggi" verso quell'altrove che diviene come un po' favoloso e magico.

Proprio a un mese esatto dal nostro rientro, ecco che compare a Ferrara un personaggio che viene a tenere una conferenza sulla spiritualità aborigena indoamericana, con anche qualche esercizio di respirazione e di meditazione e una cerimonia finale...e ritrovo un po' quel che avevamo lasciato. Mi è sembrato anche questo come un "saluto di collegamento". Ecco, anche essendo qui, un minimo di continuità permane.

Chissà se riusciremo a far venire qui Manuel...? potrebbe fare da "ambasciatore" culturale degli indigeni andini...

 

 

Carlo Pancera

carlo.pancera@unife.it

 

Le foto http://utenti.unife.it/carlo.pancera/mywebalbum/index.html 

 

 

 

 

 

 

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