ETHIOPIA, RITORNO ALLE (MIE) ORIGINI     

Reportage 2020

di di Saby Brambilla @   sabivo2002@libero.it

 

MARZO 2020 oggi partiamo per l’ ETHIOPIA.

Invece del solito entusiasmo pre partenza, un inconsueto silenzio propiziatorio ci accompagna, dato che un fottuto virus Covid19  miete morte nella lontana Asia e avanza velocemente in tutto il mondo.

Arrivati in una Malpensa surreale  e semideserta  ci avviciniamo al banco dell’ Ethiopian Airlines giusto per imbarcare i bagagli.

Due voli accorciano le distanze all’ambita meta.  Quello intercontinentale in  7 ore ci porterà nella capitale ADDIS ABEBA , il secondo atterrerà a BAHAR DAR da dove inizieremo il tour della rotta storica del  nord.

Giunti nel piccolo aeroporto africano conosciamo EYAYU la nostra guida, che da buon  intraprendente ci invita al mercato locale per dopo pranzo. Accogliamo la proposta di buon grado IVO già scalpita  ed estendiamo l’idea  al resto del gruppo.

Raggiungiamo il  vicino mercato che diventa sempre più “ghetto” man mano che oltrepassiamo le stradine interne. Mi aspettavo un’ Ethiopia povera, ma non cosi povera.  Dal primo impatto avverto un’enorme miseria,  esaltata in ogni piccolo dettaglio.

Tutto il gruppo si snerva in fretta. Chi per la polvere fitta, chi per il caldo opprimente e chi intimorito alla vista di alcuni poliziotti armati di bastoni e kalashnikow sotto braccio , intenti a calmare gli animi rissosi di parecchi giovanotti assemblati in  piazza.

Rimaniamo noi con Marcello & Giovanni,  uniti procediamo a passi decisi tra i vicoli che sembrano più gironi danteschi.

Una bolgia umana vive tra gli schiamazzi e il clamore dei banchi,  nell’assordante ragnatela che è la strada. Questo pomeriggio è un vero e proprio  battesimo di vita reale.

 

Procediamo nella mischia senza mai perdere d’occhio EYAYU  che come un lesto felino balzella tra i cestoni di uova e gli innumerevoli sacchi di farina.

La confusione diventa sempre più contagiosa man mano che girovaghiamo  tra  i “reparti” di carne pesce vestiti materassi, finchè Eyayu non ci propone una sosta birra, che accettiamo   di buon grado perché molto accaldati.

In un angolo della piazza c’è un bar affollato dove gustiamo Talla fresca, condividendo e mangiando con le mani la ns. prima ‘Njera’ il pane grigio e spugnoso dal sapore acidulo, condito da verdure  e salse piccanti.

Sopra le nostre teste ondeggia un enorme poster di “WELCOME IN ETHIOPIA” con raffigurati i Grandi della Terra: Teresa di Calcutta, M.L. King. Mandela, Ghandi , Einstein.

L’intero pomeriggio scorre nel mood del divertimento.

All’ora giusta, un prepotente tramonto appare nel cielo, questo è il  primo sorprendente Omaggio della mia Africa.

Significa che è giunto il tempo di lasciare il market , tornare in hotel e ri-uscire nuovamente per cenare in riva al lago, dove una grande tavolata è stata appositamente apparecchiata per noi.

Brindo con IVO all’ inizio del tour, alla decisione di partire e alla nostra sana, insaziabile curiosità che ci ha portato anche in questo remoto angolo di mondo.

Il sole ormai si è spento lasciando il posto ad un appariscente firmamento carico di stelle.

Se alzo le mani … quasi le afferro.

 

*.*.*

Sono già le 5 e ho dormito zero.

Da lontano una cantilena cadenzata riempie la stanza.

La zanzariera svolazza sopra la testa e mi da un fastidio cane. Fluttua come un leggero stendardo grazie all’aria fresca che entra dalla finestra lasciata appositamente aperta da Ivo. A quest’ora l'aria è frizzantina data l’altitudine.

Mi  infilo il piumino ed esco sulla terrazza attirata della grida che provengono da laggiù.  La frescura abbraccia la moltitudine di gente ben  avvolta nelle mantelle bianche.  Non vedo l’ora di incominciare la giornata.

Dopo colazione ci imbarchiamo sulla riva destra del LAGO TANÀ un vero perimetro sacro, le sue isole racchiudono le  chiese copte  che furono rifugi  inespugnabili dei Cristiani durante le invasioni musulmane. 

Saliamo su una dondolante barca a motore per raggiungere la penisola di ZEGE  uno scrigno di  monasteri, alcuni dei quali ancora oggi esplicitamente vietati a noi donne (per certi versi qui , come ovunque,  l’ingombrante mentalità maschilista ha ancora la peggio).

Durante la lenta navigazione sulle acque torbide avvisto piccole  canoe di paglia che avanzano con la forza dei soli remi. Il cielo è limpido, intorno pellicani  affamati che sfiorano l’acqua trasparente , intenti in un rituale di pesca  che pare più una danza ritmica messa in scena apposta  per noi. C’è anche un sorprendente branco di ippopotami obesi , comodamente intento a pascolare, che ovviamente  fotografo.

Dopo mezz’ora di navigazione arriviamo a ZEGE dopo un'altra mezz’ora di trekking facile raggiungiamo il più famoso dei monasteri. In realtà dico ridendo a IVO  …. ci hanno appena “scaricato” nel 15° secolo.

Ammiriamo URA KIDANE MERET  un santuario di fango con il tetto rotondo e un simbolo particolare che ritroveremo spesso, la caratteristica croce con attorno le 7 uova di struzzo.

Devo ammettere che entrare per la prima volta , scalza, in totale silenzio,  in un templio  di arte così fragile e  intatto è commovente .

La sacralità del luogo mette soggezione, ovunque è evidenziata la lotta tra bene e male che si alterna sugli  affreschi alle pareti , come nella vita.

Nonostante la penombra tutti i dipinti sfoggiano colori vigorosi  a rappresentare una panoramica di croci, santi, cavalieri e scene bibliche succedutesi nei secoli.

Compare il  primo  San Giorgio che ammazza uno smisurato drago, vedo gli inferi nelle fiamme , distingue le nuvole vaporose sovrastare le colonne del paradiso, ma è una parete satura di tinte scarlatte  a richiamare come una calamita, i miei occhi .

All’improvviso dietro all’enorme tenda damascata spunta un grappolo  di DAPHNE  ROSA  gentili boccioli in fiore,  a ricordare quanto più è caro al mio cuore.  

Nella passeggiata di rientro verso il pontile cerchiamo avidamente  l’ombra tra le  piantagioni di mango e i  limoni carichi di frutti. Ci fermiamo sotto la tenda di una capanna per gustare ottime tazze di caffè bollente, compriamo qualche shamma , spezie, frammenti  di sale bianco rosa della Dancalia  e incensi profumati.

Il tour sul LAGO TANA prosegue verso un’altra isola, dov’ è ubicata  MEMBERE BIRHAN AZIWA chiesa molto danneggiata ma interessante.

L’anziano guardiano di turno ci ignora completamente,  essendo stravaccato per terra con la sua chiave di legno in mano.  Un adepto sorridente ci introduce all’ingresso, a lui  lasciamo  qualche birr come offerta per  poter fotografare (ovviamente senza flash) le pareti decorate , i soffitti, le croci, centinaia di  dula desposte al suolo e lui stesso  avvolto in un soffice mantello color zafferano , che indica il suo status di giovane diacono.

Oltre alla visita dei  monasteri, il programma di oggi è apprezzabile anche dal punto di vista naturalistico, c’è il  trekking  alle  cascate del BLUE NILE  emissario del Tana.  

Per raggiungere le TIS ISAT è necessario risalire sul pullmino , il viaggio durerà ben più dell’ora dichiarata. Le strade sono molto sconnesse, sul  bus suona una musica etiope allegra  che da il ritmo alla brigata.

Il sole del primo pomeriggio batte energico sulle nostre teste e gli zaini sono carichi di riserve d’acqua . EYAYU ripete più volte che NON incontreremo case, ne strade, ne macchine, ma “solo natura selvaggia” animali liberi , agglomerati di capannine tipo Tukul. E ride.

Iniziamo questa escursione lasciando il sentiero di montagna direzione cascate del NILO AZZURRO. Il solo mettermi in cammino verso le “TIS ISAT” letteralmente tradotto dall’amarico “ smoky water - acqua che fuma” mi mette i brividi, anzi godo  pensando al lungo tragitto che queste acque si fanno nel grande continente nero, una vera Trans-Africana. Come un serpente strisciano congiungendosi al Nilo Bianco passano al Lago Vittoria, entrano dall’ UGANDA scorrono in TANZANIA, circolano nel  SUDAN raggiungendo il Lago Tana e fanno l’amore con tutte queste Terre esplodendo in un tutt’uno nell’ antico regno d’ EGITTO. 

La scenografia è degna di Nathional Geographic.

Discendiamo  in una profonda spaccatura di terra rossa, oltrepassiamo il primo di due ponti costruito dai portoghesi, il  tragitto è ancora  lungo, ma da lontano la visione della cascata impetuosa che atterra da 45 mt di altezza ci fa percepire un’ energia incredibile.  Aumentiamo tutti  il passo.

Intorno a noi solo gente semplice, pulviscolo rosso, centinaia di viandanti e muli.

Da lontano ammiriamo i getti. Sono talmente potenti da comporre fitte nubi di vapore acquo , uno spruzzo inarrestabile d’acqua si solleva in cielo producendo un doppio arcobaleno sulla foresta verde circostante.  

L’ardua camminata arricchisce il mio cuore, satura  i miei occhi di bellezza, ma esaurisce tutte le mie forze fisiche.  Solo stando seduta in pace, ad ammirare il cospetto di questa maestosità naturale , come d’incanto dimentico ogni  fatica. In certi momenti non c’è nulla di più gratificante che fare da spettatrice davanti alla Natura selvaggia.

Per fortuna il rientro non è più a piedi, ma in barca.

Il caldo è al limite del sopportabile.

Sull’argine del fiume alcuni barcaioli ci propongono la loro imbarcazione per il  trasferimento sulla sponda opposta , che dura meno di niente. Un uomo vigoroso infilza e spinge faticosamente una lunga pertica per avanzare sulle acque calme , senza mai accendere il motore.

Il costante guizzare di pesci a filo d’acqua, le alte canne dorate e la visione delle prepotenti montagne verdi intorno, regalano  una calma intima che azzera la  sfacchinata .

IVO impavido come sempre canta e fischietta, la sua inesauribile energia ci rallegra.

Il caro CICCIO mi sussurra all’improvviso che di oggi “si porterà a casa” insieme alla visione della cascata anche il mio instancabile Sorriso. Detto da lui , che per me è un Esempio di Grande Uomo, Medico ed Esploratore,  la cosa mi fa arrossire.

Sulla strada del rientro la cateratta alle nostre spalle si fa sempre più minuscola  e distante dagli occhi.

Ritorniamo lentamente alla realtà cittadina e intanto si fa sera.

Ogni bellezza è al sicuro dentro me.

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Il nuovo giorno ci porterà a GONDAR.

Ci attendono 200 km con TEFERI  il nostro driver che lungo la strada si ferma prima ad assistere ad una cerimonia religiosa  poi in un villaggio dove  assistiamo alla preparazione della njera fatta in casa.

Intorno al pulmino si radunano decine di persone , tutti con la Shamma bianca poggiata al collo o sulle spalle.  

Come in un rituale a me sconosciuto, simultaneamente si siedono a terra sprofondando nella polvere , a lato dei sacchi ricolmi di tef  e ai covoni di fieno color oro. Accanto alle  capanne ammiro  bananeti rigogliosi,  montagne di uova,  bimbi sporchi, vestiti di soli stracci. 

E sottolineo stracci….anzi no, meglio dire brandelli.  Sono Tutti ovviamente scalzi.

E’ il  momento  giusto per regalare matite e calze ricevute dall’amica ANGELA che vengono prontamente accettate da mani tese.

QUESTO MODO DI VIAGGIARE  STANDO  IN MEZZO ALLA GENTE DEL MONDO, GRATIFICA IL MIO ESSERE,  MI CALA NELL’ESSENZA….

QUESTA È L’AFRICA CHE  PIÙ AMO , CHE MI RIMANE ADDOSSO OGNI VOLTA.

La comunicazione avviene esclusivamente attraverso gesti buffi e gli immancabili grandi sorrisi .

Intanto uno scoppiettante  falò ha scaldato le fumanti piastre nere , le donne travasano dalle taniche un liquido grigiastro e ci fanno assaggiare  la famosa focaccia , soffice calda, arrotolandola con le mani  ridiamo assieme,  scattiamo qualche foto e infine salutiamo.

Riprendiamo il viaggio su 4 ruote , dopo 3 ore di strada raggiungiamo GONDAR.

Qui  nel 1636 l’imperatore Fasiledes stabilì la sua capitale, costruendo  raffinati castelli, l’enorme  biblioteca, cattedrali e le scuderie del  complesso ROYAL ENCLOSURE , ora tutti beni Unesco.

Incontriamo KIM l’unica guida donna,  che ci conduce alla chiesa di DEBRE BIRHAN SELASSIE famosa per l’enorme  soffitto decorato da 80 visi di cherubini con gli occhioni. Dopo il complesso di FASIL GHEBBI ci trasferiamo ai BAGNI DI FASILEDES in un bel palazzo con annessa piscina. Oggi è deserto e  l’enorme vasca imperiale è vuota, ma viene riempita una volta all'anno, in occasione degli eventi  sacri del  Timkat e Leddet . E’ inconsueto camminare in  questo  sito così silenzioso, per certi versi  mi ricorda i templi maya messicani e quelli Kmer visitati in  Cambogia.

Ceniamo al Four Sisters un ristorante etnico dove gustiamo piatti speziati assistendo a canti , balli , danze al ritmo di bonghi,  con buona musica raggae e la briosa Antonella che tiene movimentata l’intera serata.

Dopo il consueto rito del caffè nero etiope,  rientriamo in albergo col  tuk tuk.

Sopra le nostre teste  un cielo  che sembra un dipinto di Vangogh.

Ha stelle e luna più limpide, nitide : qui tutto sembra brillare di più.

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Riprendiamo la strada "degli italiani" superando il  fiume Tacazzè per  attraversare il PARCO NAZIONALE DEI MONTI SIMIEN.

Trascorriamo l’ intera giornata sul bus, il trasferimento è lungo ed impegnativo ma lo spettacolo è appagante ... AXUM è la nostra destinazione.

Sul pullman dormono tutti e io approfitto del tempo lento per scrivere. Ma in queste condizioni scrivere diventa persino difficile.

Non facciamo altro che schivare buche che sembrano voragini,  scansare vecchi  furgoncini, salire e scendere -  scendere e salire lungo le protuberanze della montagna che si presenta ad ogni angolo con una tavolozza di colori appariscenti e sgargianti.

A terra la sabbia della strada rossa si amalgama alla polvere grigia, si solleva secca e si appiccica  ai vetri e ai bagagli malamente incastrati sul tettuccio. 

Le mie orecchie hanno un fremito continuo. Si chiudono, si tappano, si riaprono causa altitudine.  Man mano che saliamo di quota, i pinnacoli si fronteggiano coi  precipizi  e le montagne ci mostrano i segni lenti dell’erosione . Più trascorro il tempo nella natura e più mi viene voglia di esplorarla.

Sotto un cielo immenso È tutto un avvicinarsi a scorci variopinti e persone  sorridenti che salutano . Adocchio venditori, donne, militari, scolaretti in divisa, camminano in fila indiana o a gruppetti.

La strada è un appuntamento costante con tante mani tese. Centinaia di mani nere e piccoline chiedono e prendono qualcosa da noi, ogni volta che abbasso il finestrino e allungo la mano è gioia comune, sia nel dare che nel ricevere.  I 300  pennarelli portati da casa li ho polverizzati in poche ore. Penso al buon cuore di chi me li  ha donati, che manco si  immagina la precarietà di queste strade e la miseria di queste scene.

Dopo molte ore di viaggio raggiungiamo AXUM  l’antica capitale governata dalla regina di SABA, l’unica donna menzionata in TUTTI i testi sacri : Bibbia , Antico Testamento , Cantico dei Cantici, Corano, Talmud ebraico e ovviamente nel Kebra Nagast, il libro etiope consacrato.

Una sovrana audace e viaggiatrice.

Leggendaria è la sua traversata per raggiungere Gerusalemme, avvenuta intorno al  950 A.C , donare preziosi  cammelli e spezie al saggio re SALOMONE. Chi non conosce la loro appassionata storia d’amore e il figlio che lei partorì  al suo ritorno in patria, quel RE MENELIK fondatore della dinastia salomonica e progenitore di HAILÈ SELASSSIE suo ultimo regale rappresentante.

Quando varchiamo l’ingresso del  parco delle stele,  osservo i giganteschi monoliti scolpiti,  alcuni ancora  interi ed innalzati al cielo , altri grezzi spezzati e collassati al suolo che venivano impiegati come pietre tombali .

Oggi sono ancora ottimamente conservati, a testimonianza del glorioso passato dell’impero axumita.

Visitiamo  il Museo  archeologico che conserva  rare iscrizioni in lingua “SABENA“ , monete , vasellame antico per poi avvicinarci alla  nuova cattedrale S. MARIA DI SION voluta da H. Selassiè  accessibile anche a noi donne, dove incrociamo giovani preti che pregano all’unisono davanti ai nostri occhi, ostentando antichi libri sacri  ingialliti dal tempo.

Passeggio con  Antonietta ammirando (solo dall’esterno)  la cappella più antica S. MARIA DI SION che custodisce secondo la credenza dei fedeli coopti, l’Arca dell’Alleanza .

Allo svanire del pomeriggio quando le prime ombre scendono sulla città , raggiungiamo la Tomba del sovrano Kaleb  e le stanze e ai bagni della Regina Di Saba.  

Lungo le vasche scavate nella roccia marrone scorrono genuine  scene di vita quotidiana che sembrano immutate nel tempo. Le donne immerse nell’acqua fanno il bucato a mano, i bambini  giocano  e ci salutano da lontano. Sembra che il tempo si sia fermato, ma non per me purtroppo. Vorrei avvicinarmi di più, osservarli da vicino,  immortalare quella gente nelle mie fotografie , ma preferisco nascondere la macchina e godermi gli istanti decisamente saturi di un infuocato tramonto.

Passiamo la  notte nello stupido Hotel Delina bruttino, con le grate alle finestre e non solo. Dopo cena con la stanchezza negli occhi e nelle gambe, andiamo a dormire in fretta.

Dalla veranda ammiriamo la volta celeste che preannuncia quello che sarà un’altra magia notturna.  Una  moltitudine di stelle generose riempie il cielo scuro.

Sono felice ancor prima di addormentarmi, perché anche oggi ho vissuto  un sogno ad occhi aperti.  Essere nella mia Africa.

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E’ primo mattino quando entriamo nel  TEMPIO DI YEHA un complesso edificato nel 700 A.C  in onore della Luna, eretto con  monoblocchi di color rosso o rosa,  con alte mura che superano i 12 metri d’altezza.

Al nostro arrivo un gruppo di archeologi etiopi-tedeschi è al lavoro. Alcuni si arrampicano sulle pareti, altri scavano la terra a mani nude, io mi dirigo verso il  museo dove occhi esperti scrutano e raschiano antiche iscrizioni  in lingua sabena.   

“Oso interrompere”  chiedendo se posso avvicinarmi per assistere alla fase della sbiancatura, un omone cortese risponde prima in tedesco poi in inglese ridendo ” no problem baby ..no birr baby” e apprezza senza dubbio che lo voglia fotografare.

Mi piacerebbe assistere a questo restauro conservativo  ma dobbiamo proseguire verso le altre chiese del TIGRAI.

Invece per un beffardo scherzo del destino, appena risaliamo sul bus foriamo l’ennesimo  copertone. L’imprevisto vuole che mentre TEFERI cerchi un buon gommista, noi girovaghiamo liberi  nell’ affollato mercato locale.  Non poteva andarmi meglio, visitare un mercato tribale africano è come immergermi in un quadro di Chagall ! 

Siamo assaliti dai bambini che ci prendono per mano e ci conducono canticchiando in amarico, verso la  confusa comunità di bancarelle .

Donne  tormentate dalla sete siedono nella polvere, appena ci intravedono da lontano,  ridacchiano e si sbracciano animatamente per venderci le loro mercanzie poggiate  sui precari banchetti, tutte si riparano dal sole con bellissimi ombrelli ricamati .

Procediamo letteralmente sgomitando tra la gente e i cammelli sdraiati , scavalcando muli, maialini, capre, ceste con bestiame vivo od essiccato, ammirando tessuti e le graziose  Shamma.

Quando la ruota del bus viene riparata, richiamati all’ordine dal driver proseguiamo verso  HAWZEN arrivando solo nel tardo pomeriggio .

La giornata di oggi è stata tanto movimentata quanto intensa. Purtroppo come al solito, è  volata . 

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Sveglia alle 6 , prossima tappa monasteri del GHERALTA e WUKRO.

La posizione elevata e remota di questi  luoghi selvaggi costituisce motivo di grande fascino , anche se devo ammettere che bisogna  essere dotati di grande resistenza,  un assodato allenamento fisico e buona volontà per superare le innumerevoli  fatiche di viaggio dovute all’altezza, pendenza e caldo torrido.

Teferi ci accompagna lungo una pista sterrata fino alle pendici del costone roccioso, il paesaggio è fiabesco, risaliamo  un sentiero ripido e siamo già a 2500 d’ altitudine,  la vista è mozzafiato.

Sotto di noi un ricamo di canyon seghettati dalla forza millenaria  dei venti, massicci dalle  tinte ocra, giallo rossiccio e amaranto accesi.  Madre Natura ha dato libero sfogo alla sua creatività.

La guida ci accompagna anche nel sobborgo del villaggio,  per salutare  sua madre e mostrarci le tipiche case etiopi con annesse magazzini e orti.  Attraversiamo a piedi  i sentieri secolari che collegano i vari villaggi, edificati nei pressi del corso d’acqua perenne. Sulle strade sterrate incrociamo  personaggi chiassosi  che con enormi brocche d’argilla sulla testa o bottiglie di plastica alla mano vanno all’ unico pozzo della zona per attingere acqua fresca. Approfittiamo anche noi per una piccola sosta e rinfrescarci un pò.

Nel pomeriggio visita alla chiesa di MARYAM PAPASITI incastonata nella montagna, a mio parere un gioiello monolitico di una bellezza unica al mondo.

Ci mettiamo in cammino sotto il sole bollente,  lungo gli speroni della montagna. Penetriamo  fisicamente nella roccia, discendiamo in tunnel scavati nel sottosuolo, sarà complice l'aria rarefatta e l’ altitudine, per me la camminata è piuttosto faticosa .

 

                       

                       

 

Il brutto di viaggiare con un gruppo è dover condividere ritmi e tempi non miei.

Mi fermo spesso. Rallento. Ogni scusa è buona per ridurre il passo.

Mi perdo in ogni panorama e prospettiva. Faccio foto. Ammiro l’ infinito.

Questa gola profonda ha visto fiorire  monasteri abbarbicati sui bastioni della roccia. Durante il cammino tengo sempre lo sguardo ben fisso sulle sagome scarlatte chiamate “le dita del diavolo” che si stagliano verso il  cielo .

Sono attratta anche dai ragazzini allegri che ci seguono da quando abbiamo lasciato il bus. Sono tutti scalzi, tranne uno solo,  che indossa delle infradito ricavate dagli scarti di un copertone nero. Saltano, cantano, si  inerpicano  sulle acacie fiorite penzolando nel vuoto dai rami e dalle liane robuste con le sole mani nude. Veri acrobati di montagna.

Dopo la lunga scarpinata arriviamo a destinazione, ma prima di addentrarci nella cappella,  lo scorbutico sacerdote  ci fa sedere a  terra, su un cumulo di tappeti polverosi che coprono  il pavimento, dobbiamo togliere  le scarpe. Poi sottovoce ci ordina di indossare il velo e di entrare in  assoluto silenzio.  A questo punto estrae l’enorme chiave da sotto il panciotto e fa scattare il lucchetto con fare sicuro, aprendoci la pesante porta intarsiata che occulta piccole stanze completamente  buie.

Quando la luce penetra  con noi all’interno, inondando le pareti e i soffitti della grotta, la chiesa mi stupisce donando una visione esuberante di colori, scene ed affreschi dal valore inestimabile.

E’  tutto molto emozionante.

La  bellezza ancora vergine quasi  perfetta di questa chiesa, il cammino difficile, i km macinati in condivisione,  l’acqua da non sprecare,  il sudore versato, le candele accese, le pareti che parlano da quei dipinti secolari, la Natura stessa,  il tutto crea un  momento perfetto di struggente poesia….

Qui i turisti e i viaggiatori sono davvero rari. Sopraggiungono solo i fedeli  etiopi più convinti oppure  i preti copti in pellegrinaggio. Questo luogo non solo è sacro, ma  inalterato nel tempo.

Nel tardo pomeriggio rimontiamo sul bus , stravolti ma felici riprendiamo la strada verso Macallè. A mio parere le tappe Gondar /Axum e Macallè /Lalibela che comportano dalle 5 alle 8 ore di bus ( escluse le soste obbligatorie per  pausa pranzo, pipi e foto ) sono assolutamente da farsi on the road, perché i paesaggi sono di eccezionale interesse ed impatto visivo.

In serata raggiungiamo il Desta International hotel, che appare da subito chic e confortevole, ma after dinner ci giungono brutte notizie sull’evolversi della pandemia.  Nei giorni precedenti  non avendo a disposizione il wi-fi , eravamo rimasti un pò assenti e distaccati dal mondo, ora invece apprendiamo dalla  tv gli aggiornamenti inquietanti sul Covid e temiamo anche per i voli di rientro.

Dopo le chiacchierate nella hall e il consueto rito del caffè bollente andiamo a riposare, l’indomani ci aspetta un  lungo tragitto verso Lalibela.

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LALIBELA,  eccomi.

Abbiamo a disposizione 2 giorni per la scoperta  di questa città monastica completamente isolata a 2.600 mt,  che fino al secolo scorso  era un luogo inaccessibile , per arrivarci  erano necessari almeno due giorni di viaggio a dorso di un mulo.

Le chiese rupestri  dell ‘antica capitale vennero costruite  intorno al 1.200 d.C. , le montagne rosa  vennero letteralmente svuotate dall’alto verso il basso,  grazie alla cosiddetta “architettura per sottrazione” si realizzarono meravigliose chiese con facciate, portici, archi e celle collegate fra loro da una ragnatela di cunicoli.

La leggenda sulla sua fondazione è incentrata sulla figura di RE GEBRE LALIBELA che si racconta venne avvolto da una sciame di api appena nato e fu quindi battezzato "Lalibela"  ossia  "le api riconoscono la sovranità" in lingua agaw.

Egli dedicò l’intera vita alla costruzione della nuova Gerusalemme: il sito raccoglie  un gran patrimonio di chiese ipogee, tutte denominate “BET” ovvero “CASA”  distinte in due gruppi,  a separarle c’è un solo canale artificiale d’acqua che rappresenta il fiume Giordano.

Anche qui come sul Lago Tana, ho la netta sensazione di esser scaraventata nel trapassato remoto, di muovermi all'interno dei racconti della Bibbia, di girare l’angolo e incontrare di colpo qualche profeta e invece no… tutto è tangibile, realistico, decorato nella pietra rosa.

Non vedo l’ora di perdermi , voglio infilarmi nei tunnel oscuri e inchinarmi nei passaggi segreti nel ventre della terra.

Visitiamo  il  primo  gruppo settentrionale che comprende BET MARIAM Casa di Maria, BET MERKORIOS  ,  l’imponente BET MEDANE ALEM casa del Salvatore , BET GOLGOTHA dedicata alla passione vicina a BET  DENAGEL Casa della Vergine ..

Annoto man mano  i nomi in geze della chiese, per non confonderle nè dimenticarle. 

Nel pomeriggio raggiungiamo il  gruppo orientale partendo da  BET AMANUEL, Casa di Emmanuele, dal pavimento roccioso  passiamo in un  lungo cunicolo che conduce a BET  MERCURIOS  la superiamo ed entriamo nella superba  BET GABRIEL- RAFAEL la basilica doppia  conosciuta come “la via del paradiso” ubicata sul cucuzzolo  della montagna,  era un antico palazzo reale.

All’interno dello smisurato cortile si trovano un pozzo e una cisterna sotterranea e altri tunnel.  

Oggi si possono percorrere ancora i suoi cunicoli millenari , ma ogni forma di illuminazione è severamente vietata. Decidiamo  anche noi di fare il percorso al buio, varchiamo l’angusto ingresso  dove  domina la scritta “Door of no return” accanto ad altre incisioni in geze, ebraico e antico greco.

I custodi all’ingresso ci consigliano di tenere gli occhi chiusi e di ascoltare il nostro respiro. Procediamo a tentoni utilizzando le mani per stare attaccati alla spalla di  chi ci precede, tastiamo il soffitto basso per non sbattere la testa o le strette pareti laterali per non sbandare.  Alla fine avvistiamo da lontano un’apertura da cui filtra soffusa la luce e risaliamo piano verso il sole. 

Riemergere è  spirituale,  sfacciatamente liberatorio.

Passando da BET  LEHEM la Casa del pane dove sono visibili e ancora funzionanti dei piccoli forni , arriviamo nella più conosciuta tra le 12 chiese BET GIORGIS  S. Giorgio,  celebre per la sua sagoma che si sviluppa verso il basso.

Questa  chiesa cruciforme a tre piani fu scavata nel tufo rosa e ispirata all’arca di Noè, il  suo  tetto è il vero simbolo dei monumenti Unesco di Lalibela.  Quando è ora di lasciare il sito rosso, ci facciamo accarezzare le facce dal  vento caldo assaporando un altro tramonto africano.

Dopo cena approfittiamo della quiete  per passeggiare nelle stradine deserte e buie. Saranno le 22 e c’è poca gente in giro. Cresce la notte , calano di nuovo le  ombre ma non ho paura  ne di questo silenzio irreale quasi liturgico, ne tanto meno della solitudine che  è stata  un’esigenza intima  in molti tratti del mio viaggio.

Cerco le stelle in cielo, sono nitide le costellazioni, luminose come i miei pensieri.

Più le guardo e più mi rendo conto che in Africa sto un gran bene.

                   

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Oggi è sabato e Daniel ci ha invitati ad assistere ad una funzione all’alba.

Sono sveglia  dalle  4  perchè da lontano sentivo  le campanelle tintinnare e il salmodiare dei preti. Ci vestiamo  in fretta e ci copriamo bene dato il  freddo, dalla finestra un’impalpabile bruma offusca la cima dei monti e i profili rocciosi che ci aspettano.

Non si vede praticamente nulla. 

Il ritrovo è alla base del sentiero, dove già stazionano fila di muli e cavalli  legati con corde gli uni agli altri, la meta è BET MERCOREUS  casa di S. MARCO.

La mulattiera che porta alla BET  è tutta in salita. Ci precede uno sciame di uomini che cammina a passo veloce appoggiandosi alle dule di legno, distaccato nettamente da una miriade di  bambini e donne che inseguono rumoreggianti , tutti  vestiti di bianco.

Oltre il  velo, ogni volto esprime  delicatezza, dolcezza di sguardi.

Arriviamo al sagrato stracolmo di fedeli in attesa che inizi la funzione, tutti già cantano.  Qualcuno mi regala  un fascio di  piccole candele arancioni , stupita non capisco ma in un attimo una  giovane donna sorridente mi mette le mani tra le sue, le ondeggia poi posa i ceri a terra. Solenni sono questi momenti di devozione, Intimi i movimenti lenti dei rituali. 

Mi guardo intorno, ognuno trattiene tra le mani un piccolo breviario con sgargianti scritte in amarico, tra i piedi una bottiglia di plastica vuota da riempire d’ acqua per poi  farla benedire.

Quanto misticismo.

Sento di essere  in balia di qualcosa di MOLTO PIÙ GRANDE DI ME anche se non so definirlo , sarà il senso della pienezza o la consapevolezza di amare profondamente questi istanti.

L’intero viaggio della rotta storica, è stato all’insegna della comprensione di  parecchi significati profondi, nascosti dietro all’apparenza delle cose.

Nel  mondo etiope  i gesti , le pose, i simboli sono molto presenti,  intensi e tutto parla a chi sa intendere , cogliere.  Non c'è frenesia. Tutto è un divenire naturale.    

Camminiamo come attratti da un invisibile nucleo magnetico, giungendo all’ingresso della Bet ,per l’ultima volta sarò una piccola figurante di un enorme ondeggiante presepe, vivo  al ritmo delle litanie.  Il sole si sta sollevando piano nel cielo come una resurrezione quotidiana e capisco che per cogliere questi attimi appieno il mio Spirito si deve Elevare , fermare, i miei occhi si devono chiudere , fondere in  questo tuttuno spirituale.

Li riapro dopo qualche tempo e mi sento sempre meglio. Saranno i canti, il contatto stretto con la gente, l’essere ripetutamente abbracciata o il sentirsi accolta da questa  folla di  credenti etiopi che sta seduta , calma e ci esamina, in effetti solo noi variopinti faranji ci stiamo muovendo.

Una bimba vispa cattura la mia attenzione. Mi prende improvvisamente per mano e come Virgilio con Dante mi conduce con la gioia nel cuore in questo paradisiaco girone, a cospetto di un monaco vestito di rosso che canta e avanza tra la folla  esibendo , innalzandola, una grossa croce d’oro appuntita.

Sono sicura CONCEDE AMORE, SPERANZA, tutto quell’Essenziale che è invisibile agli occhi ma che rende ancora e sempre UMANO L’essere Umano, specialmente in terra d’ Etiopia .

E in questo ultimo giorno di tour non potevo ricevere Emozioni migliori.

In questo  viaggio che sta finendo ogni cosa è stata desiderio e scoperta , storia e leggenda, evasione e passione,  fede e disincanto.

Ogni giorno ho ricevuto sempre e solo sorrisi. A mia volta ho ricambiato con mille baci lanciati al volo, ho abbracciato e accarezzato, ho saltato nei tunnel e respirato piano ad alta quota, ho corso sulle montagne,  mangiato con le mani condividendo pasti, bevuto acqua fresca al pozzo, assistito al secolare rito della tostatura del caffè .

Indimenticabile quel ragazzino a cui IVO ha regalato una semplice pallina gialla da tennis, che ha inseguito il nostro pulmino, correndo scalzo continuando a ringraziarlo e mandargli baci.

Ho visto la SPERANZA danzare davanti ai miei occhi, sotto forma dei centinaia di bambini felici, loro si che si adattano resilienti  alla fatica, al clima e alla dura vita, ma continuano con entusiasmo a nutrirsi di nuovi incontri e a dispensare sorrisi.

Ho ascoltato divertita l’amarico, l’omoro, il geze e il tigrino senza capirci nulla, ho sempre chiesto IBAKIH per favore, mi han sempre risposto  AMAHSAH grazie.

Ho avvertito lo scorrere del tempo stesso, avendo la conferma di me stessa in ogni dove.

Proprio  come canta DAMIEN MARLEY  nella sua canzone SPEAK LIFE :

ü  IT'S AMAZING THE WAY JAH FIRE KEEPS BLAZING 

è fantastico il modo in cui il Fuoco di JAH continua a divampare,

ü  SO BE HOPEFUL AND CREATIVE – YOU'LL MAKE IT

sii fiducioso e creativo - ce la farai…  

BECAUSE LIFE IS SACRED ANYWHERE !

Alla fine una cosa è certa :  “ THERE IS NO ME SABY - WITHOUT YOU  AFRICA”

Arrivederci DAH NA HUM  Sacra Terra d’Ethiopia

SABINA

 

 

 

 

 

 

 

 

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