MESSICO-BOGOTÁ con la sirena
2003
pag.4
NOTA QUATTORDICI – SITO DELLA CIUDAD PERDIDA
Martedì 11 febbraio - Santa Marta Colombia del nord-est
Mattina di comunicazioni: scrivo il diario, parlo con Sara in Messico e coi miei in Italia, la nonna Elisa addirittura mi chiama all'ostello perché non la sento da più di tre mesi!
Decido di orientare la giornata con un’escursione alla vicina spiaggia di Taganga, località esatta Playa Grande: chiusa in una baia paradisiaca e protetta dalle perturbazioni è ideale per nuotare e rilassarsi osservando i fondali. Il solito "pardo alla griglia" e poi torno camminando alla fermata dei collettivi per Santa Marta.
Una volta lì esploro la Avenida 5, cioè la via del commercio e del mercato perché mi tocca comprare un’altra macchina fotografica. La seconda, comprata in Honduras, ha scattato la sua ultima foto a Taganga e non ha più forza per tirare la pellicola anche con le pile nuove, maledetta.
Compro una Kodak manuale con una lente buona da 35mm per 14 dollari e rientro verso l'ostello Casa Familiar.
Sulla via del ritorno vengo adocchiato da una “massaggiatrice” che per strada mi segue e mi chiede di dove sono e come mi chiamo con simpatia, poi dice se questa sera la voglio portare a passeggiare e, dulcis in fundo, mi domanda palesemente se ho voglia di fottere perché lei lo fa veramente bene! Sono tantissime in questa cittadina le putas en la calle che stanno fuori dagli hotel, soprattutto in certe strade mal frequentate, a vendersi. La maggior parte sono reduci da matrimoni violenti o non riescono a trovare altro lavoro o altro modo di sopravvivere alle vicissitudini familiari. Rifiuto gentilmente l’offerta e, proprio fuori dalla mia casa de huespedes, incontro la guida Omar, conosciuta lunedì, che mi stava cercando per propormi, inaspettatamente, il tour alla Ciudad Perdida a partire già da domani e per 4-5 giorni anziché 6. Mi chiede un po’ di più (circa 140 US $ al posto di 120), ma la proposta rimane buona dato che potrei così vedere le rovine e guadagnare un paio di giorni almeno.
Dopo cena, un po’ emozionato e di fretta preparo lo zaino piccolo acquistato nella zona mercato di Panama City, aggiusto i lacci delle scarpe di San José in Costa Rica e metto via anche il sacco a pelo, i sandali e i repellenti per le zanzare come raccomandato da Omar.
Mercoledì 12 febbraio-Primo giorno Città Perduta
Alzataccia alle 5.30, inutile perché la guida che aspettavo alle 6.00 alla posada, cioè l’albergo, ritarda più di due ore e si giustifica dicendo che non riusciva a farsi dare il permesso ufficiale per portarmi alle rovine.
La Città Perduta si nasconde nella giungla della Sierra Nevada de Santa Marta a 1200 metri d’altitudine in una zona controllata e protetta dai paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia o AUC, i quali spesso richiedono speciali permessi ai gruppi di turisti che settimanalmente affrontano il cammino; inoltre solamente nove guide in tutta la Colombia sono ufficialmente autorizzate a portare i turisti fin su alle rovine di questo insediamento primitivo, anticamente abitato dai Tayronas o Kogis.
Finalmente alle 8.30 passa un chiva, un tipo di bus collettivo piccolo, largo e instabile decorato esternamente con disegni e dipinti; mi portano lentamente fino a Mamey o Machete, il pueblo dove comincia la marcia e dove io e Omar la guida salutiamo il gruppo di turisti che sta scendendo dalle rovine dopo i sei giorni sulle montagna.
Abbiamo già perso la mattina, cominciamo a camminare verso mezzogiorno e un quarto, l’ora più calda, ed il mio zaino, che inizialmente mi era sembrato piuttosto leggero ed equilibrato, comincia a pesare e a scodare già dopo la prima ora di cammino. La salita è dura ma intervalliamo con qualche pausa, un bagno rinfrescante in una conca d’acqua dolce e alcune parti di sentiero in piano.
La natura è selvaggia, la pista poco battuta e la guida mi fa notare, prima da lontano, poi da molto vicino, le coltivazioni di cocaina e le piantine esili con le loro foglioline verde acceso.
Dopo un’ora e mezza di cammino ci fermiamo per una merenda improvvisata nella capanna di un vecchio contadino, proprietario di una cinquantina d’ettari di terra nei dintorni. L'interno della capanna, costruita in legno e paglia, è un prezioso gioiello d’antiquariato rustico e la zuppa che bolle sul focolare in pietra, l’oscurità, gli utensili, il silenzio e l'isolamento dell'abitato rimandano all'immaginario fiabesco medievale. Ci viene offerta un’ottima cioccolata ricavata dal raccolto di cacao nei campi circostanti. Per chi fosse interessato la finca, cioè la fattoria composta da casa e terreno, è in vendita per dieci- dodicimila Euro circa.
Proseguiamo senza problemi, a parte un po’ di fiatone e molto sudore, sempre più frequentemente si notano porzioni di montagna disboscate e bruciate le quali, mi spiega Omar, sono state scelte per trapiantare i cespugli di coca, una volta che questi abbiano attecchito stabilmente in un terreno più sicuro e ben concimato, nel quale devono completare la prima fase della loro crescita in 6-8 mesi.
L'ultima ora di cammina, su un totale di quasi quattro, è quasi interamente in discesa e in piano fino al rifugio in cui appenderemo le amache per dormire.
Bisogna notare che Omar, con il suo fisico robusto e tarchiato, sta caricando sulle spalle le provviste e gli oggetti necessari per i quattro giorni dimostrando una forma sicuramente fuori dal comune!
Verso le 5 p.m. s’arriva al rifugio della prima notte e ci si beve un caffè e una zuppa preparati da una giovane "signora" che vive lì con la sua famiglia allargata (marito, figlia e cugini credo...).
Mentre Omar cucina la cena faccio in tempo a perdere ben tre partite a biliardo con il padrone di casa. Non si deve pensare che la presenza del biliardo sia indicativa di benessere ed agiate condizioni di vita in questa casa: il biliardo risale senza dubbio agli anni settanta ed è l’unico oggetto, insieme ad una vecchissima radio a Galena, che ricordi la modernità in questo angolo di mondo.
Sono solo le 18.30 ma tutt’intorno è già buio pesto. Dobbiamo accendere una candela per scorgere, nel piatto che abbiamo sotto gli occhi, le cosce di pollo in salsa con riso e insalata che divoriamo affamati.
Mangio a sazietà e di nuovo scrivo, pervaso da una sensazione di tranquillità malinconica, una mesta quiete alleggerita dal sonno incipiente. La storia sembra finita questa sera, l'universo è una candela accesa su di una tavola sospesa nell’immenso buio silente della foresta. Alcune lucciole lampeggiano per un istante al di là del tavolo, adempiono il loro compito e si spengono come stelle impaurite al sopraggiungere del giorno.
Breve Storia Di Omar, la “guida turistica”: mi dice che mai ha lasciato il paese di Santa Marta tranne quando, per un paio di mesi, lo minacciavano di morte avendolo scambiato per l'assassino di un litigioso contadino della zona. Lui è fuggito al nord per due mesi, ma poi ha risolto la situazione grazie ai suoi agganci forti con i paramilitari della zona che, a loro volta, sono i difensori delle coltivazioni pregiate dei “signorotti locali”. La sua attività di guida, sostiene, non gli permette di vivere e non ci sono molti lavori da fare quindi, povero lui, deve spacciare marijuana, coca, eroina e financo droghe sintetiche, di tutto un po’ insomma. Un suo amico italiano, persona fidata e sicura che conosce direttamente, lavora ed è intermediario di Pablo Escobar che, sempre secondo la sua versione, non è morto nel 1993 per mano della polizia colombiana ma, sotto falsa identità, risiede nel nord Italia e ancora gestisce degli affarucci. Il morto in realtà sarebbe una specie di sosia.
Mi dice che nella zona ci sono oltre 7000 soldati paramilitari a difesa degli interessi privati di questi commercianti di droga, banane, caffè e yuca, un legume simile alla patata impiegato da tempi immemorabili in molte ricette, soprattutto in brodini e consommè. Ah, mi ha dato pure i nome dei proprietari della zona: Adam Bedolle e Alfredo Pineada, uno scoop!
Giovedì 13 febbraio - Secondo giorno di scalata – Le rovine
Alle 6.20 ci si sveglia alle prime luci dell’alba; la notte in amaca è trascorsa senza problemi a parte il freddo che, a partire dalle prime ore del mattino, mi ha fatto svegliare alla ricerca del prezioso sacco a pelo.
Districatomi tra le maglie della rete antizanzare montata sull'amaca, scendo giù e noto che Omar sta già preparando la colazione: cioccolata calda, uova strapazzate con cipolla e pomodoro.
Pare una persona gentile e collaboratrice, mi chiama sempre "amigo" e fino ad ora è sempre stato di buon umore e relativamente di compagnia.
Mancano 14 km all'entrata della Città Perduta (e poi sono altri due per visitarla): si prospetta una marcia storica dato che dobbiamo tagliare un giorno di salita rispetto alla marcia dei gruppi ordinari; di solito s’arriva alle rovine il terzo giorno, noi dovremmo raggiungerle questo pomeriggio.
Il rifugio in cui siamo dista 6 km da Mamey e si chiama Honduras, il secondo rifugio si trova ad altri 6 km e si chiama Teyuna: le rovine stanno ad 8 km da questo e si snodano per 2 km in gradinate e terrazze.
Camminiamo senza problemi fino al secondo rifugio Teyuna: il sentiero in questa parte è una traccia visibile, larga e facilmente percorribile anche se prevalentemente al sole, visto che buona parte del bosco circostante è stata bruciata o tagliata indiscriminatamente. Dopo una lunga serie di bananeti e campi bruciati, attraversiamo delle brulle collinette, superiamo alcuni modesti e interessantissimi villaggi di indigeni Kogi e un paio d’abitazioni non tradizionali e più moderne.
Visto che è ancora presto e le forze non mancano, continuiamo ancora per gli otto km che ci separano dalla scalinata che marca l'ingresso alle rovine.
Si tratta del ramo più lungo del sentiero e di certo è il più intenso con alcuni punti più difficili che a mio parere sono quattro.
A pochi minuti dal rifugio Teyuna si deve camminare per un po’ accostati alla parete interna della montagna che da su uno strapiombo e sul fiume: qui è recentemente caduto un israeliano che non è morto per puro caso.
Poi bisogna salire, uno alla volta, su una specie di funicolare artigianale e rudimentale per attraversare il fiume dall’alto ma qui l’importante è non guardare in basso e mantenersi in equilibrio al centro delle assi di legno che costituiscono il pavimento di questo instabile "ascensore".
Un terzo punto, non pericoloso quanto fastidioso, è il passaggio, ripetuto otto volte, del fiume Buromoteque e i tratti di sentiero che lo costeggiano, ricavati in gran parte su pietre scivolose (ma dipende anche dalle scarpe, io ho su un paio da calcetto con suola liscia, adios…).
Infine ci sono i primi 1250 gradini che portano alla prima terrazza della Città Perduta e che formano una scalinata ripidissima: il problema sta nella discesa in cui è facile scivolare, in un capitombolo inarrestabile, a causa dell’umidità e del muschio rigoglioso sulle rocce. Queste sono dei blocchi intagliati irregolarmente e sovrapposti a formare una gradinata impressionante che, partendo dalla sponda destra del fiume, sale vertiginosamente per oltre 300 metri in altitudine e sparisce nell’oscurità della foresta pluviale. La scalata è pesante però indimenticabile e suggestiva; inoltre già da molte ore non s’incontra anima viva nel cammino e le nuvole basse che calano dalla cima del monte creano un’atmosfera misteriosa e ancestrale. Un alone di timore reverenziale circonda lo spazio cerimoniale situato al centro del piccolo altopiano che si raggiunge dopo la prima serie di gradini. La spianata è sovrastata da alcuni imponenti esemplari di taguas dal tronco altissimo che si perde nelle nubi.
Una seconda faticosa scalinata, più ampia, sicura e suddivisa in tre corsie, una per lo sciamano e due per il seguito, conduce ad un altro altopiano più esteso su cui poggiano i resti della casa dello sciamano, del suo pensatoio e la statua del dio Rana, simbolo della fertilità della donna.
Non molto rimane della Città originaria, ciò che di fatto si vede sono le terrazas de vivienda, cioè delle basi circolari sopraelevate in pietra su cui venivano costruite le abitazioni in legno e paglia e che erano collegate tra loro da piccole scalinate. Questi collegamenti ci permettono di scendere e spostarci da una terrazza all’altra apprezzando la struttura da varie angolazioni: vista dall’alto la Ciudad Perdida può apparire come una successione di piccole piste d’atterraggio per elicotteri.
Rendiamo omaggio e saluti alla famiglia indigena che presidia le rovine e che vive in una casa abbastanza moderna a circa 100 metri dal centro cerimoniale antico. Quindi ci congediamo, forse troppo frettolosamente dopo due ore scarse, visto che il giorno seguente vorremmo già essere di ritorno a Santa Marta tagliando addirittura un altro giorno rispetto ai piani e risolvendo il tour in due notti e tre giornate anziché sei.
Sono le 15.30 e dobbiamo tentare di raggiungere il rifugio Teyuna a 8 km di distanza in meno di tre ore (il tempo stimato normalmente è di 5 ore), cioè prima che faccia buio. Partiamo decisi anche se dentro mi sento un po’ preoccupato per la fretta eccessiva che, su proposta di Omar, ho voluto dare al percorso guidato. In montagna, e in questa stagione in particolare, l’oscurità vince il giorno piuttosto rapidamente e presto, inoltre comincia a piovigginare ed io dispero perché ci aspettano gli otto guadi del fiume, i pendii scoscesi, le pietre scivolose e la “funicolare della morte” prima di vedere il rifugio. Consci del problema oscurità trottiamo velocissimi in salita e in discesa, sento che le gambe non reggono più come qualche ora prima ed i piedi risentono dei chilometri instancabilmente mietuti durante le 24 ore precedenti. Omar marcia dritto senza guardarsi mai indietro, io tengo gli occhi fissi sul sentiero che si fa sempre più scuro e offuscato, soprattutto all'interno della foresta.
La pioggia cade sottile e incessante rendendo il terreno fangoso e sdrucciolevole mentre i lastroni di roccia bagnata diventano piste di pattinaggio sul ghiaccio per le mie scarpette lisce.
Omar avanza lesto senza troppe preoccupazioni anche se pure lui inciampa spesso e scivola su alcuni tronchi traditori. Nella parte iniziale, ancora sulla scalinata delle rovine, rallento moltissimo perché è concreto il rischio di un ruzzolone fatale e diretto fin giù al fiume, visti il muschio e l'acqua sui gradini.
Guado il fiume otto volte senza togliermi nemmeno le scarpe per non perdere tempo e cerco di concentrarmi molto su come mettere bene i piedi sulle rocce del sentiero per non scivolare.
Arrivati alla funicolare non si vede quasi nulla e qualche lacrimuccia di disperazione scende spontanea sulle mie gote; come durante la traversata col mare grosso alla frontiera Panama-Colombia, i ricordi della famiglia, del passato e le riflessioni sulla vita si ammucchiano sul precipizio della mia cesura mentale.
Mi ripiglio rapidamente e con cautela mi spingo da solo sulla funicolare e tiro la corda fino ad arrivare all’altra sponda del fiume, poi aiuto Omar a fare lo stesso.
Manca solo l’ultimo punto, il dirupo in cui è caduto l’israeliano, e qui ho bisogno di procedere mano nella mano con la guida perché sono ormai quasi le sette di sera e non si vede più a un palmo dal naso. Procedo deciso anche se un po’ teso siccome per passare ci si deve aggrappare ad alcune radici in sequenza e mi sento peggio di uno impreparato alla discussione di laurea.
Finalmente poco dopo avvistiamo la grande tettoia del rifugio in cui ceniamo, dopo aver acceso il fuoco a fatica per l'umidità, e passiamo la notte.
Sono stanchissimo, i piedi e le gambe mi fanno molto male per colpa degli sciagurati 24 chilometri che ci e mi sono imposto di percorrere tutti in un giorno.
Venerdì 14 febbraio-Terzo giorno, ritorno dalla Città Perduta
Mi sveglio dolorante e le gambe reagiscono a fatica all’ordine di alzarsi in piedi e scendere dall’amaca. Sono comunque tranquillo e mi rincuora il fatto che mancano sì 12 km, ma non presentano di certo i pericoli degli ultimi dieci di del giorno prima.
Per tutta la mattina camminiamo, Omar con passo sicuro, io stentato e zoppo per via delle dita dei piedi ferite e arrossate ed anche, in minor parte, per la stanchezza muscolare di quadricipiti e polpacci.
Verso le 10.30 passiamo il primo rifugio Honduras con la famiglia sempre lì a nulla tessere e da qui le mie gambe cominciano a cedere allo sforzo ancora più dei piedi. Continuo lentamente, la schiena fatica sotto il peso dello zaino e Omar mi deve aspettare ogni quarto d’ora. Quasi moribondo e rassegnato a lasciarmi seccare dal sole sul sentiero, in preda ai soliti pensieri filosofici e sentimentali, lontano da tutto e da tutti mi tocca sputare per trottare di più quando Omar mi ricorda che, probabilmente, dopo mezzogiorno o l’una non ci sono più mezzi di trasporto da Mamey a Santa Marta e si deve camminare fino a un altro villaggio!
Gli dico che per Dio vada avanti lui e fermi un maledetto collettivo o un mulo o un locale perché non riesco quasi a camminare, figuriamoci ad accelerare.
Poco prima di separarci lo sento gridare dallo spavento :“ Cuidado amigo!!” e spiccare il volo in un salto di un paio di metri. Gli chiedo che cos’ha e mi fa vedere un serpente velenosissimo ancora vivo al centro del sentiero a pochi metri da entrambi. Il povero rettile sta lì tranquillo a godersi l’ombra del bosco, ma di certo costituisce un pericolo da eliminare, quindi Omar tira fuori il bastone e lo percuote a morte. Non usa il machete, dice, perché lo utilizza spesso come coltello da cucina e preferisce non sporcarlo con il veleno e il sangue del serpente.
Verso l’una arrivo stremato ma felice a Mamey, dove Omar, che mi precede, non è però riuscito a trovare un mezzo di trasporto valido per Santa Marta. Ci tocca camminare e sconfortato mi avvio senza protestare, con inerzia. Ormai disinteressato e menefreghista, attraverso con le scarpe un fiumiciattolo e poi guizzo di gioia perché scorgo il chiva che ci aveva portato su due giorni prima. Carica un gruppo di turisti che partono oggi con il tour, sono un po’ in ritardo quindi per noi è perfetto e ci caricano su.
Mi portano all'hotel dove sorridente saluto il signor Fabio, il padrone, e mi faccio una doccia decente.
Decido di riposare questa notte all'ostello e m’inzuppo le gambe di Lasonil per arginare i danni.
Sonno pesante dalle 19.30.
NOTA QUINDICI – VERSO LE CITTA’, SANTA FE DE BOGOTA’
Sabato 15 febbraio
Mi alzo dopo una bella dormita con le gambe ancora doloranti e i piedi color aragosta ma riesco a camminare bene già dopo qualche minuto.
Ritirata la roba pulita in lavanderia, restituisco i pantaloni che un cliente dell'ostello, il signor Ricardo, mi aveva prestato ieri per poter lavare tutti i miei.
Sul giornale El Tiempo compiono tutti i dettagli degli attentati perpetrati dalle FARC la mattina del 14 a Neiva, a Bogotà nel frequentatissimo club El Nogal e anche nella stessa Santa Marta in cui mi trovo.
Dalle 11.00 alle 15.00 mi riposo sulla spiaggia di Taganga e poi alle 17.00 sono in partenza per Santa Fe de Bogotà con un biglietto scontato da 50.000 Pesos, ottenuto grazie alle raccomandazioni del signor Fabio, il proprietario-papà dell'hotel Casa Familiar.
Son 16 ore di viaggio comode con trasmissione catodica di Virus Letale. Unico inconveniente il calore e la molestia di due bambinetti ammucchiati nel posto a sedere accanto al mio. Il più vicino non smette di tossire febbrilmente tanto che devo convincere la madre a farlo spostare.
Domenica 16 febbraio – La capitale della Colombia
Non siamo ancora arrivati nonostante siano passate più di 16 ore, il bus s’arrampica lento sulle cordigliere andine che proteggono ad est la capitale.
Verso le nove del mattino inizia l’odissea del conducente che ogni cinque minuti deve scendere a riempire d’acqua l’impianto di raffreddamento che è saltato insieme al radiatore e alle dieci e mezza si dichiara sconfitto annunciando il nostro imminente trasbordo su un autobus di passaggio.
Dopo le 11.00 del mattino il clima di Bogotà è ancora fresco e ventilato vista l'altitudine di oltre 2600 metri che fa della metropoli la terza capitale più alta del mondo dopo La Paz in Bolivia e Quito in Ecuador.
Raggiungo con un collettivo il raccomandato ostello PLATYPUS- il bradipo- dove occupo un letto nel dormitorio per circa tre dollari e cinquanta.
La città sembra riposare in questa domenica sorniona e l’unica opzione per pranzare sembra essere un ottimo vegetariano in cui prendo tempo per decidere il da farsi. Chiamo Maria, una delle ragazze conosciute col francese a Cartagena, e ci mettiamo d’accordo per uscire a conoscere il centro storico verso le 15.30...Passeggiamo tranquilli un paio d’ore e poi andiamo a casa sua per mangiarci una pasta ai quattro formaggi che risulta orribile e pesantissima...A volte anche i grandi cuochi hanno una giornata storta...
Il centro di domenica pullula di vagabondi anche se la presenza della polizia a presidio è costante, almeno durante il giorno. Le strade sono decenti e ordinate soprattutto avvicinandosi alla zona nord, dove vive Maria, in cui prevalgono le villette a schiera e i condomini lussuosi.
Il sistema dei bus MILENIO è simile a una specie di metropolitana sopraelevata con corsie preferenziali, fermate chiuse cui si accede con carta magnetica prepagata e autobus nuovi della VOLVO chiamati MarcoPolo e simili ai filobus 90-91 di Milano.
La numerazione delle strade è un po’ matta, come del resto nelle altre città della Colombia: le vie da nord a sud si chiamano Carreras e quelle in direzione est-ovest Calles. Un indirizzo comune può essere Carrera 18-n 24-11, vale a dire che il posto si trova sulla Carrera 18 più o meno all’altezza dell'incrocio con la Calle 24 dalla quale, per la precisione, è distante 11 numeri civici o metri circa...
Il centro, dopo gli attentati degli ultimi giorni, è militarizzato e non si possono scattare foto al palazzo presidenziale.
Interessante e caratteristico il quartiere della Candelaria o degli artisti con le sue casette coloniali colorate e i suoi vitali bar e botteghe.
Torno in serata al dormitorio dove cado in un sonno profondo. Episodio divertente verso l’alba quando la tedesca, addormentata al secondo piano del letto a castello accanto al mio, esplode in uno scatto d’ira gridando al signore che russa come un porco da ore sotto di lei: “Shh !! Basta !!”. E poi la voce di un altro ragazzo dalla parte opposta del dormitorio: “What?What?”. E lei di nuovo saltando giù dal letto con scatto felino: “Non ce la faccio più cazzo, la deve smettere di russare!”. Dopo di che se ne va stizzita dieci minuti e poi torna a dormire mentre il signore del piano di sotto ceca di non respirare per non infastidire l'intero quartiere.
Lunedì 17 febbraio – Giro di Bogotà
Mi avvio di buon ora agli uffici della migrazione e controllo i prezzi di alcuni voli per il Messico in un paio di agenzie del centro (siamo sui 500 dollari sola andata,ahi!).
Con una lettera formale e ben strutturata richiedo l’esenzione dalla multa di oltre 60 dollari per non aver ancora ricevuto il timbro di registrazione della mia entrata in Colombia: spiego alla signorina che mi riceve e che trascrive fedelmente che non ho avuto davvero la possibilità di “convalidare con timbro” il passaporto alla frontiera perché tra Panama e Colombia non c’è frontiera…E’ un po’ la terra di nessuno e semplicemente non vi sono uffici! A giovedì mattina per la risposta del comitato...
Tornato in zona ostello prenoto un biglietto aereo con la LACSA de Costa Rica da Bogotà a Città del Messico per 454 dollari sola andata per il giorno 24 febbraio. Non pago (no cancelo, come dicono qui) perché la operatrice mi raccomanda di cambiare Pesos in dollari anziché pagare in Pesos direttamente, procedura macchinosa ma conveniente.
Pranzo una bandeja paisa, cioè il solito piattone di carne, riso, fagioli, insalata e patacones di banana, fatta a strisce fritte, con zuppa a parte e subisco le inquietudini atmosferiche che bagnano la città con improvvisi scrosci di pioggia e raffiche gelate.
Prelevo i soldi per il biglietto e al momento di cambiare i Pesos in dollari al cambio di 2750 per un dollaro, entro in un’altra agenzia per curiosità e scopro che quella dell'ISIC non è poi così conveniente: in quest’altra agenzia il biglietto costa 420 dollari e arriva in Messico già all’una del pomeriggio e non di sera come l'altra; con COPA, la linea panamense con scalo a Panama City, volerei sempre il 24 febbraio (per la tratta da Panama al Messico si tratta dello stesso volo che aveva preso Sara il 2 febbraio per tornare a casa).
Alle 21.00, squattrinato e mezzo addormentato, sono alla stazione dei pullman in attesa di un collegamento notturno per Medellin. Ho lasciato lo zaino grande all'ostello in custodia e viaggio molto leggero con il necessaire per un paio di giorni solamente.
Quando entro nel salone centrale circolare simile ad una borsa valori, ove si affacciano le biglietterie di tutte le compagnie di trasporti, sono assalito da voci ammiccanti, sirene adulatrici e muse del viaggiatore che cercano di convincermi a salire sul loro stupendo bus. “Vieni, vieni...italiano...vieni abbiamo i sedili reclinabili, dove? A medellin??...Aria condizionata, tutto climatizzato e TV...vieni il nostro è un super diretto”. Muovo i primi passi nel sogno del passeggero e domando ad alcuni di questi promotori-bigliettai tempi e costi del tragitto Bogotà-Medellin. Comincia quindi una specie di asta pubblica per accaparrarsi il mio voto: da 30-35000 pesos la Rapido-Tolima cala fino a 25.000 e mi convince ad accettare. I sedili reclinabili non sono per nulla reclinabili, di colore rosso marcio e maleodoranti. Le tendine rosse, la tappezzeria sul soffitto rossa, gialla, blu e arancione a striscioline insieme all'illuminazione di lucette rosse sul pavimento mi introducono in una specie di hall di un motel per coppiette spiantate.
Inconvenienti del bus: partiamo con 45 minuti di ritardo per aspettare che tutti i posti si occupino, le casse acustiche e il televisore non funzionano, il conducente fuma e passeggia nervosamente per il corridoio senza proferire parola per più di mezz’ora e fa caldo...
Bilancio del viaggio: tre ore di ritardo con trasbordo finale su un altro bus a un’ora da Medellin, 3-4 soste forzate e snervanti duranti la notte per disfunzioni del rumoroso motore del mezzo e, infine, due vacche investite e uccise nel cammino nonostante l'improbabile e terrificante sgommata tentata dal conducente per frenare la marcia (povere bestie lui e le giumente rimaste distese sul selciato).
Per fortuna si libera presto un posto accanto al mio e riesco a dormire rannicchiato in posizione fetale per alcune preziose ore.
Lungo tutto il cammino s'incontrano pattuglie della polizia nazionale e distaccamenti dell'esercito che controllano veicoli e passeggeri: da quando sono in Colombia sono stato sottoposto in media ad almeno una perquisizione al giorno!
Alle 8.30 del mattino ci tocca anche il trasbordo su una altro bus per Medellin in viaggio da oltre dodici ore...Comprendo più tardi che i ritardi sono dovuti anche alla chiusura di un'arteria stradale importante tra le due metropoli durante la notte, fatto che certo non giustifica questi macellai della compagnia "Rapido" Tolima...
NOTA SEDICI - MEDELLIN
Medellin, Colombia - Martedì 18 febbraio
Dopo il viaggio allucinante nel bus notturno alle 10.00 a.m. scendo felice e stanco e provo il metrò di cui i Paisà, vale a dire gli abitanti di Medellin, vanno fieri. Scendo alla fermata SuramericanA dopo un cambio per cercare l’ostello Palm Tree, raccomandatomi a Bogotà dall'ostello Platypus, una specie di gemellato. M’installo nel dormitorio e incontro Laura, la canadese conosciuta a Cartagena e a Playa Blanca, e anche Cecilia, una colombiana conosciuta di sfuggita nell’ostello di Bogotà poco tempo prima! La Colombia è un paese immenso ma ci si ritrova fin troppo spesso, le “rute” battute sono più o meno simili per tutti.
Formalizzo in una banca l’acquisto di una sirena di fibra plastica dipinta in acrilico, altezza un metro e settantacinque che sarà il mio regalo per Sara una volta tornato in Messico. Sono uno stupido, romantico ed esagerato, ma a volte mi piace colpire con la mia pazzia ed emozionare in modo insolito, vedremo, forse è già una causa persa ma ci si prova...
Nel pomeriggio passeggio per il centro di Medellin dove la città coloniale è praticamente sparita, a parte alcune chiese conservate, per lasciare posto alla modernità, sintetizzata dalla nuovissima metropolitana e dai numerosi grattacieli, e alle affascinanti statue di Botero come la superba “Gorda”. La cattedrale, dicono, è la seconda chiesa in mattoni rossi più grande del mondo. Dopo tanto camminare mi sembra sano e giusto tagliarmi un po’ i capelli in un parrucchiere del centro commerciale “La Villa”, tanto per aggiustare un po’ la mia immagine selvaggia e consumata di viaggiatore; il fatto è che comincio a temere le varie dogane, i controlli all’aeroporto e lo scontro che mi attende con la migrazione per non pagare la multa, quindi l’immagine può anche contare qualcosa. Cerco anche di prevedere quali magliette polo conservare pulite per queste prossime occasioni.
Altro punto da notare: è la prima volta che vado dal parrucchiere all'estero, un po’ per mancanza di denaro, forse di tempo, confidenza ed anche di crescita in densità capillare, festeggiamo.
Torno verso le quattro all’ostello per scrivere la Nota 14 e riposare un po’. Verso sera vedo un tempo della Copa Libertadores, partita tra Racing di Buenos Aires e Universitario di Lima, in compagnia di un accanitissimo tifoso argentino. Con una commuovente pizza surgelata suggello la fine del giorno eterno cominciato a Bogotà e spentosi in un dormitorio di Medellin ovest.
La città appare come costruita di soli mattoni rossi, il centro è moderno e caotico mentre il metrò è semplicemente il tempio della decenza e della pulizia oltre che il monumento all’ordine civico e alla tranquillità scandita da musica classica e richiami all’ordine della polizia metropolitana. E' una specie di metropolitana leggera di superficie che si snoda su due linee da nord a sud e dal centro verso ovest. Inaugurato nel 1998 rappresenta il vanto dei cittadini e i messaggi scritti nelle carrozze ne sottolineano l’importanza per la qualità della vita, per il tempo che le famiglie possono recuperare e per gli ideali di convivenza civile che l’uso del metrò ispira nel pieno rispetto delle regole: in pratica un angolino di Svizzera nella confusione da terzo mondo che impera al di fuori. Da alcune fermate si scorgono baraccopoli di mattoni arrampicate sulle periferiche colline e gli scorci panoramici aprono una breccia su di una povertà e una ricchezza che convivono nello stesso spazio visivo. Il clima è simile a quello di Città del Messico tanto che anche qui si parla di città dell'eterna primavera e si vede chiaramente l’immancabile sottile cappa di smog.
Mercoledì 19 febbraio – Giro a Medellìn e ritorno a Bogotà in nottata
Dopo una meritata dormita di mezza giornata circa, mi sparo una camminata al Cerro Nutibara, una collina panoramica con parco in cui passo la mattina godendomi un tiepido sole.
Dopo oltre un’ora solo nel parco mi sento come fossi tornato indietro nel tempo, a Milano, in una giornata quieta di un maggio qualunque in cui il sole comincia a scottare e io scrivo poesie e canzoni...All'improvviso non mi sento più in un altro paese, Medellin pare lontanissima, non più spagnolo tutt'intorno ma il silenzio di tutte le lingue, quiete e natura sorniona; ora m’infilo le scarpe, scendo dalla collinetta, salgo sulla mia bici e torno a casa dove mio papà sta friggendo i gamberetti per la salsa e mia mamma apparecchia per me e per un amico. Con l’acquolina in bocca pregusto già il sugo di gamberi e comincio a pedalare forte per la fame tagliando Viale Certosa in cinque minuti netti...
Confesso che in questo momento ho nostalgia di casa e non solo per l’aspetto culinario o perché è mezzogiorno. Passa un venditore di paletas, cioè ghiaccioli, con il suo carretto: “Quiere paletas, helados?”. “No gracias”, mi sveglio e mi avvio al Museo de Antioquia con un forte retrogusto sfumato di pasta e vino in compagnia.
Il museo è meraviglioso e mi ricorda la vecchia Europa perché, oltre alle opere di Botero vi sono alcune salette di contemporanei, che ho già visto in musei del vecchio continente; vi sono anche autori americani: lavori di Roberto Matta (proprio quello che Franca Rame tiene nel suo studio in cui ho lavorato!), Frank Stella, Rauschemberg, Katz e altri. Interessanti a Medellin i murales di Pedro Nel Gomez, il principale esponente del muralismo colombiano.
Pranzo in zona ostello, poi piove e mi fermo nella sala comune a vedere qualche partita di coppa campioni: Manchester-Juve 2-1 (Ahi!) e Real-Borussia 2-1...Cena con pasta ai cavolfiori e poi di nuovo alla stazione dei bus per un altro viaggio notturno di ritorno a Bogotà. Questa volta scelgo una delle migliori compagnie, la Expreso Bolivariano, per evitare di veder insanguinare la statale con i cadaveri di giumente e passanti.
M’addormento sulla corriera durante la proiezione del film “Limite verticale”.
20 febbraio giovedì - Di nuovo Bogotà
Dalla stazione dei bus di Bogotà volo alle 7.30 all’ufficio della migrazione per lottare con la burocrazia ed evitare la multa: dopo un’oretta mi rivelano l’esito della domanda che avevo inoltrato ed è più che positivo. Multa evitata e addirittura un permesso prolungato di 60 giorni da oggi per viaggiare nel paese senza costi aggiuntivi.
Sarebbe perfetto, comunque lunedì ho il mio volo per il Messico quindi la soddisfazione è più che altro morale. In mattinata recupero le mie cose al Platypus e m’installo nel dormitorio come al solito.
Visito il Museo dell’Oro, il migliore al mondo nel suo genere e dotato di un’incomparabile collezione di monili e artigianato precolombiano nel prezioso metallo. Molte le spiegazioni e riassunti istruttivi sulle culture indigene colombiane dei secoli prima della conquista. Ho raccolto alcune frasi e proverbi misteriosi e interessanti che parlano delle filosofie e delle credenze di questi popoli, del loro culto dell’oro e degli animali sacri: tra queste popolazioni spiccano i Tayrona o Kogi, quelli della Ciudad Perdida della Sierra de Santa Marta...
“...il sole era un omino brutto, mal fatto, e gli chiesero: tu vuoi essere come il padre del mondo? E lui disse di si, e lo vestirono di oro puro, zaino d'oro, cappello d'oro, tutto d'oro. Lo soffiarono e quando s’alzò finì la notte...”
“...si metteva (lo sciamano) la maschera, si tramutava in giaguaro e così poteva percepire le cose in un altro modo, come le vede il giaguaro (simbolo della potenza maschile in contrapposizione alla rana, fertilità femminile)…”
“...il sole è un uomo con maschera d'oro, da questa escono raggi e questi raggi fanno in modo che le semine fioriscano e che tutto cresca; il sole va sopra il cielo...due sciamani lo portano sulle spalle...”
“...il pipistrello rappresenta il sole nero, sole sotterraneo delle tenebre. Nacque da una relazione incestuosa tra Mulkuexe, prima di essere inviato al cielo, e suo figlio Enduskama, trasformato in donna da Sintana...”
“...il nostro modo di vivere non è duro come la pietra, è come la vista penetrante in un cristallo che trapassa. Così sono i nostri fratelli e così sono i nostri figli. La stabilità di una colonna portante non perdura, però la bontà del calore del sole rimane poiché conserviamo il suo cristallo nel nostro essere...”
Uscito dal mistico museo, passeggio per un’ora nel quartiere degli artisti, la Candelaria,, scalo in funicolare il Cerro de Monserrate, da cui si apprezza il panorama di Bogotà e passo la fine del pomeriggio con un ragazzo e una ragazza di Medellin...
Verso sera compro tre libri sull'Unione Europea in una libreria del centro e mi ritiro verso le 22.00 all'ostello dopo una charla con uno svizzero simpatico in viaggio per un mese in Colombia (per la seconda volta!).
NOTA DICIASSETTE – VILLA DE LEYVA E L’INCENDIO
Venerdì 21 febbraio – Bogotà e Villa de Leyva
La colazione a Bogotà oggi è superba, per un Euro e trenta: sette fettine di pane con burro e marmellata, un bicchiere di succo d’arancia, una tazza di latte fresco al cioccolato, una generosa fetta di delicato formaggio locale e due uova strapazzate con cipolle e pomodori, ristorante pulitissimo con musica classica di sottofondo e Le monde diplomatique a disposizione sul tavolo.
Rapido giro al museo della numismatica bogotano e poi Donacion Botero: numerose opere dell’artista colombiano oltre alla sua collezione privata donata al museo...Da leccarsi i baffi: dipinti e sculture di Renoir, Corot, Toulouse Lautrec, Pisarro, Sisley, Monet, Bonnard, Chagalle, Dalì, Degas, Marini, Greco, Braque, Picasso, De Chirico e altri della banda.
Tornato all’ostello preparo lo zaino piccolo per il fine settimana a Villa de Leyva, una cittadina coloniale a tre o quattro ore dalla capitale, destinazione preferita della Bogotà bene e centro provinciale dalla stupenda architettura e atmosfera.
Maria, la ragazza conosciuta a Cartagena, mi ha invitato con tre suoi amici a passare il fine settimana in una finca, cioè una casa di campagna con proprietà adiacente, proprio a Villa de Leyva.
Verso le 14.30 ci si trova a casa sua e si parte: io, Maria, Javier, Catalina e Andres. Sono dei veri personaggi i suoi amici: Javier e Andres sono due artisti in crisi esistenziale, pittore e fotografo, anche se le due categorie risultano limitate per definirli, hanno vissuto più all'estero che in Colombia mentre Catalina è una rampante studente di psicologia appassionata di fotografia. O meglio, ama farsi fotografare. Infatti, verso metà strada, Andres il biondo e Catalina scendono dalla macchina, ed io li accompagno curioso, per scattare delle foto...Andres indica un albero cavo in cui Catalina entra e fin qui sembra tutto normale. Dopo poco la psicologa comincia a spogliarsi e rimane in mutande perché l’idea della foto è quella di immaginare la nascita della donna dall’interno dell’albero. Un ristretto gruppo di persone che erano nei pressi dell'albero si avvicinano ridendo o scrutano timidamente da lontano. Andres scatta senza pietà e, una volta rivestitasi l’impavida Catalina, rientriamo in macchina. Andres osserva la macchina fotografica ed esclama: “Cazzo, non c’era il rullino dentro...Ahi no! E adesso...Catalina sta a te, la rifacciamo?”. Chiaramente la ragazza non vuole scendere e spogliarsi di nuovo, quindi con l’amaro in bocca si riparte per Villa.
Intanto io e Andres, per la quota maggioritaria, ci facciam fuori un’orribile bottiglia di vodka liscia mentre Maria, che è un po’ malata, dormicchia affianco a me sul sedile posteriore. Arrivati a Villa, Io e Andres scendiamo a parlare e a bere un paio di birre con delle sue amiche nella Plaza Mayor della cittadina e verso le 18.30 gli altri ci raggiungono in macchina e ci portano alla casa di Maria, poco fuori dal paese alle pendici delle montagne che proteggono l'intero centro abitato.
In serata Andres cucina una pasta strana ma eccellente: spaghetti ai broccoli e acciughe con panna; da bere, solamente Ron cubano con coca.
Ormai in balia dell’alcolica allegria, io e Andres scendiamo in paese a piedi e ci uniamo a un gruppo di amici e conoscenti in riunione nella splendida Plaza Mayor. Il rum non manca e il mio stomaco comincia a protestare ardendo pesantemente. Comunque la serata è tranquilla e allegra, il gruppo s’infoltisce e arrivano una chitarra e un’armonica a bocca. Verso mezzanotte ci trasferiamo a casa di un’amica di Andres, Camilla, la quale ci offre un letto per la notte visto che il biondo non è in grado di tornare fino a casa di Maria sulle sue gambe. Mentre io e lui prendiamo sonno, i reduci, cioè tre ragazze di Villa de Leyva, si guardano un film d'arte di genere schiettamente erotico...
Sabato 22 febbraio – Visita all’Infiernito e incendio
Alle 7.30 ci si sveglia in casa di Camilla e convinco Andres a tornare a casa di Maria per vedere che vogliono fare in giornata e riposare lì dopo la colazione. Appena usciamo ci accorgiamo che il paese è invaso dal fumo anche se la visibilità è ancora buona e quasi non si comprende il motivo di tale perturbazione: all'improvviso ci ricordiamo che la sera prima dalla strada avevamo scorto un incendio sulla montagna e quindi leghiamo i due eventi con quella prontezza sagace, tipica di chi risente dei postumi del dopo sbornia.
In mattinata passeggio con Maria per il delizioso centro cittadino e al mercato.
Nel pomeriggio io, Andres, Catalina e Javier andiamo in macchina alla scoperta dei dintorni: visitiamo El pozo de la Vieja, una sorgente d’acqua, e poi El Infiernito, un piccolo archeologico dei Muisca. Loro bevono l’ultima bottiglia di rum mentre io, con la tristezza nel cuore, preferisco declinare l’invito reiterato a ulteriori sorsate, essendo ancora sensibile all’odore e al sapore alcolico dopo la notte brava. I panorami sono stupendi e la vegetazione si presenta rarefatta con clima secco semi desertico. La nube di fumo appare da lontano sempre più minacciosa e in rapida espansione sopra l’intero centro abitato.
Alle 18.30 si cena carne alla griglia con contorno di patate salate e salsa messicana guacamole a base di avocado, cipolle e pomodori. Il vento s’è alzato imperioso e con il buio appaiono chiaramente le fiamme, nascoste durante il giorno, che avanzano verso la cittadina precedute da fumo denso e cenere sottile.
Appena terminata la nostra grigliata, lo zio di Maria entra con la sua jeep nel giardino e ci avvisa del pericolo consigliandoci di evacuare poiché la zona è considerata ad alto rischio d’incendio. La popolazione è stata messa in allerta e ci si sta mobilitando per prestare aiuto in qualunque modo possibile. La corrente elettrica è stata tagliata e risulta difficile persino raccogliere di fretta tutte le nostre cose nell’abitazione e caricare la macchina. Fuggiamo verso la piazza centrale incontrando file di gente che lascia le proprie case camminando sul sentiero.
Una volta in centro, io e Maria ci diamo da fare per aiutare mentre gli altri tre rimangono in macchina a riposare un po’, atterriti e ancora storditi dalla sbornia pomeridiana.
Per circa un’ora bussiamo di casa in casa e per i negozi nei pressi della piazza chiedendo secchi, acqua, bottiglie di coca cola, stracci bagnati, lenzuola, guanti, maschere protettive, pale e machetes, cioè tutti gli strumenti e le vivande necessari ai gruppi di volontari che da ore cercano di bloccare la corsa del fuoco giù dal pendio.
Per almeno altre due ore continuiamo la raccolta del materiale su di un pick-up e insieme ad altri due ragazzi e a una madre-coraggio del posto che sbraita nel megafono per attirare l'attenzione.
Ci spingiamo fino alla periferia di Villa de Leyva e riempiamo la camionetta di borse e secchi d’acqua un paio di volte. Depositiamo gli oggetti recuperati porta a porta in una specie di centro di raccolta ove pompieri e volontari si organizzano e uniscono i loro sforzi per combattere il fuoco. Svuotiamo il veicolo dell’ultimo carico nella zona nord della cittadina, relativamente vicina alla finca di Maria e presso il celebre hotel Mesopotamia. Da lì ci addentriamo col pick up su per un sentiero per portare acqua e viveri alle persone impegnate alla base del monte. Attraversiamo alcuni prati ed un boschetto avvicinandoci al fronte caldo dell’incendio. A questo punto ci dicono che dobbiamo continuare a piedi portando a mano i secchi pieni di borse d’acqua e di bottiglie fino a raggiungere il gruppo prossimo alle fiamme, le quali appaiono alte e frastagliate già da qualche decina di metri di distanza.
Io e Maria ci uniamo ad altri sette, otto volontari, per scelta o per destino, e seguiamo un sentierino illuminato dal fuoco che rumoreggia fragoroso poco più sopra e che guadagna lentamente terreno sospinto a valle da una brezza costante.
Sentiamo delle voci che ci chiamano e proseguiamo fino a pochissimi metri dal fronte ardente che avanza proprio verso di noi: il quadro è apocalittico poiché le fiamme sembrano veramente incontrollabili e i volontari che, fino a poco prima, stavano lavorando lì fuggono da tutte le parti disordinatamente e, oramai, non cercano più di spegnere e controllare le altissime lingue di fuoco.
I ragazzi che camminano davanti a noi ci gridano di mollare giù i secchi e correre al più presto verso la parte alta della collina arrampicandosi dalla parte sinistra del sentiero, visto che il fuoco arriva da destra. Tutt'intorno sono grida, gente che scappa, un vento di fumo denso e caldo accompagnato da schegge di legno ardenti che appiccano e propagano l'incendio precedendo, come avamposti, il fronte principale.
La mascherina che abbiamo in dotazione non fa altro che aumentare la percezione del calore sul viso e, a tratti, conviene togliersela per non soffocare ulteriormente. Cominciamo una caotica e rapida ritirata inseguendo gli altri volontari su per la collina girando intorno all’unica casa della zona ma, circa a metà della salita, ci accorgiamo che di fronte a noi e dal lato sinistro del sentiero, il fuoco sta scendendo e ben presto raggiungerà e divorerà da ambo i lati la casetta che abbiamo cercato di aggirare, serrandola in una forbice ardente e proseguendo poi lungo il sentiero a destra, a sinistra e in centro.
Maria e un colombiano che l’accompagna da vicino mi chiamano da una ventina di metri di distanza indicandomi il sentiero da cui siamo venuti e consigliandomi di tornare indietro perché non si può continuare a risalire da nessun lato.
Il fuoco incalza e corriamo per ritornare alla camionetta che dovrebbe essere ancora lì ad aspettarci. Getto finalmente a terra il secchio d’acqua che, tenace e speranzoso nella sua eventuale utilità, avevo continuato a tenere in mano, infine raggiungo Maria e il colombiano correndo a più non posso. Procediamo incerti inciampando su pietre e arbusti, ma già dopo un paio di minuti il fuoco non minaccia più le nostre spalle da vicino e riusciamo a ritrovare la strada buona per la jeep.
Tornati nella piazza centrale del paese, affumicati e stanchi ritroviamo gli altri tre amici di Maria semi addormentati nel loro Pointer Volswagen i quali sono in procinto di mollare tutto e cercare un hotel in un'altra città a qualche chilometro. Io e Maria siamo davvero poco propensi a lasciare Villa de Leyva in piena notte visto il pericolo paramilitari nella regione; sembra inoltre che suo zio ci possa ospitare o che si possa ritornare verso casa sua perché il fuoco si sta allontanando. Dopo una consulta ci separiamo dal gruppetto assonnato nell’automobile con un po’ di freddezza e rincuoro una Maria piuttosto alterata dicendole di non prendersela a male se i suoi amici hanno trattato tutta la vicenda con indifferenza.
E' ormai l’una e mezza e ci troviamo soli io e Maria a battere le mani livide e sporche sull’enorme porta in legno che chiude il villino di suo zio ma non otteniamo risposta. Ci muoviamo quindi verso la finca da cui tutto è cominciato e a metà strada ci fermiamo all’entrata del sentiero che porta al fronte caldo dell’incendio ove un crocchio di locali osserva l’avanzare delle fiamme verso le case circostanti e attende impaziente l’arrivo di unità di pompieri, richiamate dalla capitale e attrezzate per evitare la tragedia. Intanto gira la voce che il sindaco di Villa, ormai da qualche ora, si sia addormentato ubriaco in una nota sala da biliardo della cittadina; inoltre, le comari in osservazione dell'incendio sbuffano e accusano la massima autorità locale di essersi mosso in ritardo, di essere un completo perdente al gioco e in amore e non aver mobilitato gli aiuti dalla capitale in tempo, magari dal giorno prima visto che il fuoco si vedeva già piuttosto bene nei dintorni di Villa.
Maria ha un po’ paura di ritornare a casa, ci sediamo quindi a osservare la montagna ardente fino alle quattro e mezza del mattino, ora in cui finalmente gli sforzi congiunti dei pompieri e della polizia nazionale riescono a controllare la discesa delle fiamme ed anche il nocciolo duro dei curiosi ritorna a casa per il meritato riposo.
Torniamo quindi alla sua villa di campagna, ancora priva d’elettricità e ci prepariamo una specie di cenetta-colazione rapida a base di succulento formaggio francese ed olive nere snocciolate. Ci addormentiamo lentamente e, nonostante la stanchezza, il nostro sonno non attecchisce ma, al contrario viene anzitempo turbato dal timore che ci causa una luce rossa sempre più intensa, proveniente dalla cima della montagna e in lenta discesa verso la casa: per stare più tranquilli ci tocca monitorare il fuoco dalla distanza ogni quaranta minuti circa. Il pericolo rimane comunque lontano e confidiamo negli sforzi dei pompieri e nel sicuro arrivo degli elicotteri-cisterna con le prime luci del giorno, quindi nel giro d’un paio d'ore.
Ci stiamo quasi per addormentare di nuovo, quando udiamo un sinistro vociare proveniente da una camera vicino alla nostra e ci avviciniamo guardinghi per capire chi sia o di che si tratti: è lo zio di Maria, proprio quello che ci era venuto a consigliare l’evacuazione che, con una voce dalle tinte alcoliche, bofonchia alcune parole informandoci della sua presenza e rassicurandoci sulle sue intenzioni di continuare nel sonno profondo in cui era caduto per effetto del rum trangugiato la notte precedente.
Maria ipotizza addirittura che il furbo parente si sia infiltrato nella casa in tenera compagnia e che abbia spinto fortemente per la nostra evacuazione proprio per avere a disposizione l’alcova e consumare una notte d’amore realmente infuocato!
Andiamo a dormire tranquilli e divertiti per l’ultimo episodio della lunga giornata!
NOTA DICIOTTO – BOGOTA’ - CITTA’ DEL MESSICO, DI NUOVO CON LA SIRENA!
Domenica 23 febbraio – Ultimo giorno in Colombia
Io e Maria ci alziamo presto, lo zio della notte brava si sveglia poco dopo, verso le nove. Ci godiamo il sole e la colazione senza l’opprimente incombere del fumo ormai lontano. Gli elicotteri della protezione civile planano nei paraggi e scaricano le loro cisterne d’acqua sulle ultime radure ardenti. Preparo le mie cose e poi Maria mi accompagna in paese: dal centro si vedono chiaramente i segni dell'incendio che ha lasciato la montagna completamente spoglia ed incenerita.
Provo a prelevare dal cajero automatico ma mi sputa solamente 10.000 pesos, poco più di tre dollari. Comincio a preoccuparmi visibilmente poiché devo affrontare ancora diverse spesucce, tra cui almeno tre pasti essenziali, prima di partire e l’unico messaggio del BancomaT non lascia molte speranze: el saldo de su cuenta se ha agotado, finito.
Mi chiedo se si tratti di un errore o di un difetto della banca locale ma non ci sono altre spiegazioni, sono finiti i soldi. Faccio un breve conto tra Dollari e Pesos rimasti nelle mie tasche e decido di prendere un bus per Tunja e poi da lì tornare a Bogotà, magari dopo aver cambiato alcuni dollari. Maria non ha praticamente soldi da prestarmi e quindi mi devo arrangiare da solo. Purtroppo per mancanza di fondi rinuncio a visitare la meravigliosa cattedrale di Zipaquirà, una chiesa completamente di sale che può contenere fino a 4000 persone.
Una volta a Tunja provo a prelevare, ma di nuovo l'impietoso ATM mi nega i suoi favori e nemmeno in un negozio mi riesce di pagare con carta di credito. Mi tocca cambiare dollari in un negozio di scarpe, l’unico disposto alla transazione, al misero tasso di 2650 pesos per un biglietto verde. Ne cambio dodici conservandone 25 per pagare l’indomani i diritti migratori all’aeroporto.
Nel tardo pomeriggio sono a Bogotà e all’ostello hanno un pacco per me: da Cartagena è arrivato, giusto in tempo, uno scatolone imbottito di 1.80 metri per 60 cm con dentro una sirena di fibra plastica dipinta! E' il mio regalino per Sara. E' una pazzia ma mi piace l'idea di complicarmi la vita e stupire obbedendo all’istinto. Inoltre la situazione diventa veramente interessante perché, pagato il conto dell’ostello e un pranzo a base di pollo consumato con lo svizzero conosciuto giorni addietro, di certo non mi rimangono i soldi per la multa di 150$ che potrebbero infliggermi domani per eccesso di carico: non si tratta del peso perché la sirena è una signorina leggera di appena 13 kg, il problema sono, piuttosto, le dimensioni del pacco. Inoltre la statua dell’incantevole creatura marina è vuota all’interno e potrebbe insospettire gli agenti della dogana, ma meglio non preoccuparsi.
Ho giusto i Pesos sufficienti per pagare un taxi fino a casa di Maria, che si era gentilmente offerta di ospitarmi per l’ultima notte di viaggio, e per pagarne un altro domani mattina alle quattro.
Arrivo da Maria con i miei zaini stracolmi di esperienze e ricordi accumulati soprattutto in quest’ultimo tumultuoso mese tra Panama e Colombia. Dall’ascensore emerge imponente anche lo scatolone con la sirena, trasportato fin qui dall’ostello grazie alla pazienza di un tassista disponibile.
La madre di Maria è malata, quindi ci cuciniamo una pasta al sugo con formaggio fuso che terminiamo in due. Siamo ancora provati per il fine settimana dinamico e per le 5-6 ore di bus, attraverso la sierra che circonda Bogotà, che, in momenti diversi della giornata, abbiamo affrontato per tornare alla capitale.
Chiamo a carico casa mia all’una di notte, ora italiana, affinché i miei provvedano alla ricostituzione dei miei fondi o controllino che cosa è successo al più presto perché sono nella merda! Il rischio concreto che non possa lasciare la Colombia se qualcosa va storto o costa più del previsto.
Tira un’aria di malinconia nella silenziosa cucina di Maria ed aleggiano dubbi ed inquietudine sui discorsi di fine serata che ci accompagnano a dormire per poche ore.
Durante il viaggio ho raccolto i titoli di molte canzoni che si ascoltavano sugli autobus, nei bar, nei ristoranti, per la strada oppure semplicemente quelle che Sara canticchiava di più; una classifica delle songs più suonate durante le nostre peregrinazioni americane potrebbe essere la seguente. Qualche pezzo pop: Thalia (No me enseñaste), Tranzas (Un nuevo amor), Juanes (A dios le pido), Manà (Vivir sin aire), La Faktoria (Todavìa)…
Un po’ di cumbia: Los angeles azules (Como te voy a olvidar), Lucero (varie), Pilar Montenegro (Quitame a ese hombre)…
Salsa e Bachata: La India (Seduceme), Diablos Locos (Gotas de lluvia), Ventura (Obsesion Bachata), Exito 2000 (Hoja en blanco-vuela vuela), Huracanada (Garrote)…
Alcune rockeras: Cristian Castro (No podràs-azul), Inspector (Amargo adios), Jaguares (Te lo pido por favor)…
Infine un paio di Tex-Mex: Limite (Hay capacito) e Selena (Como la flor)…
Lunedì 24 febbraio – Partenza per Città del Messico
Sveglia triste e sonnolenta alle 3.45 visto che il check-in è previsto alle 5.00 a.m. Saluto Maria caldamente e la ringrazio per tutto, per l’ospitalità e per esserci conosciuti. Chiamiamo un radio taxi e alle 4.15 son già avviato verso l’ultimo terminal, questa volta aerea, che mi riporterà alla mia seconda casa, a Città del Messico. E' previsto uno scalo a Panama dato che la compagnia è la Copa Airline di Panama.
Pago il tassista che mi aiuta a scortare fin dentro lo scalo la mia imponente e indifesa sirena che timidamente si nasconde dentro al suo cartone marrone con la scritta fragil, con cuidado.
Tristezza, incertezza, paura e gioia si confondono nella mia mente ottenebrata dalla stanchezza e dal frenetico succedersi degli eventi e delle sensazioni che ancora non hanno lasciato spazio alla riflessione o al riposo.
Le hostess del check-in s’affollano curiose intorno allo schermo del computer che proietta le forme e i colori della mia bella sirena grazie ai raggi-x.
Le fanno una bella radiografia e, accertatisi che sia tutto in ordine, mi dispensano anche dalla multa affascinate dalla temerarietà e dall’originalità del regalo, o magari convinte dalle numerose telefonate infrasettimanali che l’agenzia aveva fatto per spiegare la questione sirena. Per miracolo riesco a pagare con carta di credito le tasse aeroportuali messicane che, a mia insaputa, non erano incluse nel biglietto, sebbene poco dopo mi accorga che non posso ancora prelevare.
Dopo aver utilizzato tutte le mie riserve monetarie in Pesos colombiani e aver finito anche gli ultimi biglietti-ricordo che volevo conservare, mi tocca letteralmente chiedere l’elemosina ad altri turisti per racimolare un paio di dollari e raggiungere i 28 (non 25!) necessari per pagare la migrazione. Un gruppo di ragazzi colombiani in partenza prende a cuore la mia causa e raccoglie i tremila Pesos che mi mancano per realizzare il mio “sogno messicano” e imbarcarmi sull’aereo della speranza...
Non mi perdo nei dettagli del primo volo...Alle 9.30 chiamo i miei dallo scalo di Panama e mi dicono che la banca avrà bisogno di un paio di giorni per aggiustare le cose visto che non sono finiti tutti i soldi, ma semplicemente il saldo mensile! Arrivando in Messico l’ultima speranza che mi rimane per raggiungere almeno casa mia nella colonia San Angel sta in Sara, che spero venga a prendermi all’aeroporto Benito Juarez del Distrito Federal.
Sul volo Panama-Mexico DF, mi scolo cinque cuba libre con ghiaccio e un whiskey scadente insieme a due medici Nicaraguensi intenzionati a trasferirsi in Messico alcuni anni per specializzarsi. La sbornia colossale placa le mie inquietudini e attutisce l’impatto emozionale dell’ennesimo ritorno in terra azteca: mi rilasso dolcemente senza urtare minimamente il mio stomaco, pronto a reagire e ad assimilare come mai prima.
Mi sento più forte moralmente, però questa forza si concretizza in dubbi ed incertezze profondi per il futuro, soprattutto per il lavoro, per Sara, per come mi sentirò a tornare e a vivere in Messico, per gli amici ed anche per la salute...insomma tutto.
Sceso dall’aereo, la sirena inscatolata e il mio zaino sono praticamente i primi bagagli a uscire dal rullo trasportatore (ebbene sì, c’è qualcuno a cui capita davvero, un po’ come vincere la lotteria) e non esito a caricare un carrellino e volare verso la porta della dogana. Sbuco infine all’uscita dei voli internazionali dove poco dopo spunta Sara che mi aspetta preoccupata. Credo sia inquieta perché vede l’enorme scatola in cui c’è la sirena e percepisce che il regalo che le sto per fare è sproporzionato e si sente probabilmente in colpa perché ormai il nostro viaggio è un ricordo lontano e forse non sente più molto nei confronti...Comunque io il regalo glielo do comunque e me ne frego, oddio non proprio però...
Fuori dall’aeroporto scartiamo il pacco e, nello stupore e curiosità generali dei tassisti, spunta la sirena dallo sguardo triste e severo: Sara dimostra una gioia fredda e rituale, come mi aspettavo, ma rimane comunque emozionata e contenta del cimelio che da Cartagena de Indias le ho portato via Santa Fe de Bogotà, attraverso vicissitudini e peripezie d’ogni genere.
Prendiamo un taxi e discutiamo senza slancio con un tono che ormai non rivela più la complice confidenza degli innamorati, ma piuttosto una distanza formale ed una noiosa variazione sul tema di argomenti banali e scontate considerazioni. Passo da casa sua alcuni minuti, la accompagno a sbrigare delle faccende e poi al barrio colonial di Coyoacan ci separiamo a tempo indeterminato, visto che ora lei sembra essere davvero molto impegnata tra scuola di teatro e lavori che la aiuteranno a pagare il debito che ha contratto con me, tra le altre cose...
A parte questi dettagli economici, mi rimane una certa malinconia e tristezza e quasi vorrei tornare a Bogotà, stare con Maria e i suoi amici per un po’, scappare ancora o magari vivere lì per ricominciare e non stare male, per dimenticare una storia intensa e contraddittoria vissuta prima e durante il viaggio.
Quasi 70 giorni in una regione dimenticata dalla politica e da Dio, dall’Italia e dai suoi stessi abitanti, stretta tra due oceani che la spingono a partorire il sud america dopo un travaglio di povertà e infiniti risorgimenti frustrati. Genti meravigliose costrette ai margini dalla potenza nordamericana, dalla colonizzazione europea, dal sottosviluppo e dalla corruzione. Genti fantasiose e forti, sembrano aver dimenticato l’antico orgoglio dei loro antenati, ma invece sanno continuare e crescere ad ogni tramonto sul lago del Nicaragua, ad ogni esplosione del Volcan Arenal, ad ogni grido di pace levato dalla Plaza Mayor della Ciudad de Guatemala, ad ogni passaggio di Salvadoregni alla frontiera con il Messico e con gli USA, ad ogni baracca Kuna che spunta sulle isolette di San Blas, ad ogni Botero, ad ogni Ruben Dario che nasce e ad ogni uragano che spegne, solo per un po’, la luce del Caribe.
Fabrizio Lo Russo