PERU'

TRA MAGIA DELLE ANDE E MISTERI INCA…

Diario di viaggio 24/12/’09 – 9/01/’10

di Paola Frigeri

 

 

23/12

ore 18.05 S.MATTEO D/C

I nostri amici ci comunicano che non sono più certi di partire, a causa di un incidente occorso alla madre di Stefano. Sono preoccupata: non mi sono più interessata al viaggio, mi ero completamente appoggiata a loro, al loro buon senso, all’agenzia che avevo trovato io in internet, ma i cui contatti avevo tenuto loro, essendo ubicata ad Udine.

L’ansia mi sale (strano..!), in parte contenuta dalla tranquillità sfoggiata da Daniele, che, negli ultimi due giorni, ha letto parecchio sui luoghi da visitare.

Ore 20.45

Ultima telefonata. Si parte in quattro. Bene. Ha inizio l’avventura così come l’avevamo progettata.

 

24/12

Ore 5.38 AEROPORTO DI VENEZIA

Arriviamo all’aeroporto di Venezia con un certo anticipo. Facciamo colazione mentre aspettiamo l’arrivo di Graziella e Stefano. Siamo piuttosto stanchi per le poche ore dormite (alle 22.45 la luce era già spenta, ma io non ho dormito tutta la notte; alle 2.30 è suonata la mia sveglia, mentre quella di Dani l’aveva preceduta inaspettatamente!). I nostri amici sono in ritardo: segno del destino? Ci attendono complicazioni in questo viaggio? Cambio di programma: ciascuno autonomamente si recherà al parcheggio prenotato, per lasciare l’auto e poi ritrovarsi al check in. 

Ore 10.00

Siamo ancora in volo per Madrid, accumuleremo un’ora di ritardo, che ci costringerà a spostarci velocemente all’interno dell’enorme aeroporto, per non perdere la coincidenza per Caracas. Niente caffè, niente cibo, niente bagno e una nausea che tarda a passare…il volo peggiore della mia vita, causato dal cattivo tempo e da forti raffiche di vento. Dani è bianco come un lenzuolo e cerca di far leva sul suo self control di origine orientale. Io, che di risorse orientali non ne ho, sto per vomitare (l’atterraggio è addirittura peggiore del viaggio), ma l’arrivo mi salva al pelo.

Ore 11.45

Il secondo volo per Caracas ha già mezz’ora di ritardo… speriamo bene!

Ore 17.45

Arriviamo all’aeroporto di Caracas e qui cominciano le incertezze. Dobbiamo cambiare compagnia aerea: la Lan dovrebbe consegnarci i biglietti, ma il banco è chiuso e per più di un’ora i vari addetti interpellati ci rimbalzano da una parte all’altra, senza darci fogli anche solo lontanamente simili a biglietti aerei, né dirci nulla di rassicurante. Pronunciano frasi come “L’operatore Lan sta arrivando” e dopo mezz’ora “La Lan ha già chiuso”, “Venite con noi al gate” e poi “Sì, siete sull’aereo, non preoccupatevi”; ma continuiamo a non avere nulla in mano. Finalmente alle 18.55 l’ennesima hostess interpellata, che, annoiata, ci ascolta senza trasmettere fiducia, è l’unica invece a prenderci sul serio! Così ci troviamo con 4 biglietti scritti a mano, con posti dislocati in giro per l’aereo e il volo che presenta un’ora di ritardo…se penso che domani mattina la guida, inclemente, ci verrà a prendere alle 8.00 per la prima visita di Lima…. In Italia è ormai passata la mezzanotte, i cenoni della Vigilia stanno per concludersi, così come le messe di veglia, mentre noi siamo in piedi da quasi 24 ore! Questo viaggio è piuttosto pesante, ma la compagnia consente di sdrammatizzare qualsiasi imprevisto. Da sempre Stefano mi fa scompisciare dalle risate, motivo per cui quando ci hanno proposto di fare un viaggio insieme non ho esitato un attimo ad accettare. A Lima perdiamo più di un’ora in aeroporto, perché tre delle nostre valigie non sono arrivate: una di queste contiene i beauty…accidenti!!!

 

25/12/’09 LIMA

Nessun’automobile in strada, tranne la nostra: la Navidad fa miracoli in una città solitamente caotica e trafficata come Lima. Visitiamo il parco degli Innamorati, che dà direttamente sull’oceano…lo guardo: freddo per una corrente naturale, permette la vita a migliaia di specie tra uccelli e pesci. Respiro a pieni polmoni il profumo di mare, che da sempre mi rapisce e mi rilassa al contempo.

Poi ci portano al sito archeologico di Huaca Pucllana, dove in 40-50 anni furono costruite dagli Inca diverse piattaforme con tecniche antisismiche, utilizzate per le celebrazioni religiose.

Intorno alla regione di Lima 53 fiumi (alcuni pieni tutto l’anno, altri secchi nei periodi caldi), non navigabili perché impetuosi e di regime irregolare, creano un ambiente idoneo all’agricoltura. Tre prodotti caratterizzano la cucina peruviana: il mais, la patata - di cui il Perù vanta 3000 specie - e il peperone - anche di questo il Perù conta 300 specie. Tre ryos bagnano anche Lima, e il Rimac è quello che ha dato il nome alla città.

Abitano il Perù 4 razze di camelidi: lama, alpaca (che ha 25 colori naturali), la preziosa vigogna e il guanaco. Il lama è l’unico a essersi adattato alla costa, mentre gli altri continuano a vivere ad alta quota, nelle zone più fredde.

La giovane guida e l’autista sono molto servizievoli, risulta talmente facile apprendere e spostarsi senza fatica da risultare quasi imbarazzante… Cammin facendo scopriremo che sono tutti così qui in Perù, popolo mesto, mite e dolce…per questo sottomesso per secoli alla furia spagnola? Come primo giorno, dopo le avventure faticose del viaggio di ieri, tanta tranquillità di sicuro non guasta, anzi rilassa!

La guida ci racconta che tre simboli caratterizzano il Perù: la cornucopia (simboleggia le miniere), la vigogna (simboleggia contemporaneamente la lana e la fine del mondo) e la china (quina in lingua quechua), una pianta che produce una medicina contro la malaria, che salvò la popolazione dopo l’arrivo degli Spagnoli. La guida ci parla anche dell’HAMCA, una radice, un tubero che nasce a 4000 metri, con cui si prepara un liquido, il jinseng, venduto anche in Giappone, un viagra naturale, se bevuto a colazione. Ci parla inoltre della QUINOA, un cereale 5 volte più ricco del riso.

Arriviamo a piazza San Martìn, il proclamatore dell’Indipendenza, ottenuta pacificamente il 28 luglio 1821.  La piazza fu costruita per celebrare il I centenario della ricorrenza, nel 1921. Gli edifici che circondano la piazza risalgono ai primi decenni del XX secolo. Nel 1824 arrivò Bolìvar, che organizzò due guerre contro gli Spagnoli; i due si incontrarono proprio a Lima, poi Martìn se ne andò in Francia. In una via vicina alla piazza fotografo la chiesa – monastero di Mercedes, dalla bella facciata, che è uno dei pochi edifici sopravvissuti al terribile terremoto del 1746.

Scopriamo che la schiavitù non arrivò immediatamente con l’indipendenza; essa fu abolita nel 1854 dal Presidente Ramon Castillo, insieme al tributo che serviva per pagare la propria libertà.

Mentre passeggiamo per spostarci da piazza San Martìn a piazza de las Armas, la principale, si scarica la macchina fotografica, il cui caricatore è nella valigia persa! Bello sbaglio non tenere i caricatori nel bagaglio a mano… eppure mi sembrava di essere stata attenta a questo in fase di preparazione delle valigie!!!  Nella piazza de las Armas si trovano la cattedrale, la sede del governo, dove vive e lavora il Presidente, e degli splendidi edifici gialli, caratterizzati da terrazze chiuse in legno, tipiche del periodo coloniale spagnolo. Case dallo stile coloniale o art déco si trovano ovunque, da via Union in poi. Splendido. Unico fastidio: polizia dappertutto, un gruppo addirittura in tenuta antisommossa, e io dai tempi del G8 fatico a restare serena quando li vedo…

Ore 11.30

Solo famiglie, bambini, poche auto, una tranquillità impagabile se si pensa che abitano Lima 9 milioni di persone sui 40 che vivono in Perù.

Ore 12.40 verso PARACAS

Guida ed autista ci accompagnano alla Bus station, dove un ristorante può servire al caso nostro. Scopriamo che non accettano né dollari né euro e non esiste cambio aperto il 25 dicembre! In caso di emergenza si può usare la biglietteria della stazione per cambiare. Il tempo stringe, la fila è lunga, nessuna certezza…mentre Stefano resta in fila, io piango pietà davanti alla cassiera del bar, che alla fine accetta di cambiarci 20 dollari. Compriamo velocemente il cibo e saliamo su un autobus della Cruz del Sur super lusso, addirittura meglio degli aerei. E qui, altra sorpresa, scopriamo di avere il pasto già incluso!!! Comincia il viaggio e dunque la periferia di Lima: case di mattoni mai finite, diroccate e fatiscenti, panni stesi, vecchie auto ormai distrutte, strade mai asfaltate. La povertà si insinua nel nostro viaggio, a mostrare il suo lato più disumano.

E’ così fino a Paracas, un villaggio altrettanto fatiscente, usato come base per le escursioni che ci aspettano domani.

Dopo aver lasciato le valigie in camera e tentato nuovamente di contattare l’aeroporto per i bagagli perduti, ce ne andiamo in centro per acquistare qualcosa (da 2 giorni non ci laviamo i denti con dentifricio e spazzolino, né usiamo il deodorante, tutto rimasto nei bagagli persi). Il centro della città è a dir poco sorprendente: Paracas, da sempre gelosa della maggior capacità ricettiva di Pisco, dal 2007 vive del turismo che questa cittadina non può più accogliere a causa del terremoto che l’ha distrutta quell’anno. Dunque sono aumentati gli hostals, anche di buon livello, ed i ristoranti sul mare, che offrono pesce fresco. Ma per il resto ci troviamo in un villaggio povero, rimasto senza strade, con un internet point collocato al primo piano di una casa diroccata, con scale di cemento mai finite e mezze rotte: si tratta di una piccola postazione con 3 computer vecchissimi, quelli che noi del I mondo scartavamo una decina d’anni fa. Ma l’esperienza più buffa che viviamo è il telefono pubblico. Da una casa minuscola e diroccata, mentre una signora fuori dalla porta si è attrezzata per cucinare piatti di pollo e patate, che gli autoctoni comprano per consumarli in “piazza”, da una finestra un’altra signora allunga un portatile per telefonare ed un cellulare che funge da cronometro; nel frattempo cerchiamo di non calpestare un cane enorme, vecchio e forse malato, senz’altro stanco e rallentato, come tutti del resto in questo paese, che sonnecchia proprio sotto la finestra da cui il telefono viene passato. Fantastico!

Dopo aver mangiato del delizioso pesce andiamo a letto, col tempo incerto e ancora nessuna notizia dei nostri bagagli, perché una musica ed una voce preregistrata altro non dicono, da ieri, che la frase “aspettare in linea per non perdere la priorità acquisita”…Questo non aiuta il nostro umore… in effetti al mare un tale grigiore è piuttosto deprimente.

 

26/12 ISLAS BALLESTAS

Dopo il cielo grigio del primo mattino, provocato dalla presenza di nuvole scure ed ingombranti, finalmente esce il sole… Come per incanto la depressione se ne va, restituendoci il sorriso tipico di chi è in viaggio e sa che sta per vedere qualcosa di speciale. Saliamo, insieme ad altri turisti, sulla barca che ci mostrerà le Islas Ballestas e le riserve naturali della penisola di Paracas. Vediamo anche il primo geoglifico: un candelabro, alto 177 metri e largo 54, enorme, che si staglia sulla sabbia; non si sa perché sia lì e chi l’abbia fatto. Mentre la guida parla cormorani, leoni marini e altri uccelli riposano al sole, sulle rocce, o volano a pelo d’acqua per pescare: che spettacolo! Il blu intenso dell’oceano contrasta con il giallo deciso di una terra mai bagnata dall’acqua, perché qui non piove mai. Avvistiamo, avvicinandoci, migliaia di uccelli ed un numero elevato di leoni marini e foche. Ci guardano indifferenti anche i miei meravigliosi ed amati pinguini di Humboldt (già incontrati una volta in Patagonia), portati qui dalle correnti fredde provenienti dall’Antartico, che mantengono l’acqua ad una temperatura costante di 8 gradi tutto l’anno e consentono così la sopravvivenza di un numero spropositato di pesci, alghe e di conseguenza uccelli. Pellicani dalle ali striate di bianco, eleganti cormorani, uccelli neri e grigi ci accompagnato per tutto il viaggio in barca, mentre i leoni marini muovono le pinne in un modo che sembra quasi un saluto rivolto a noi, mentre i pinguini si tuffano in acqua, buffi e goffi ma totalmente a loro agio, con incantevole naturalezza. In nessun viaggio ho incontrato una natura così generosa nel mostrarsi all’uomo, per niente impaurita, anzi felice di convivere con lui. Ci portano a pranzo nel villaggio di pescatori di Lagunillas, attraversando i mille colori del deserto…sono senza fiato e senza parole per tanta bellezza! Qui ci servono il miglior pesce mangiato sino ad ora, freschissimo. Fotografiamo e riprendiamo due pellicani accovacciati come cigni in mezzo alla strada; uno di loro si alza e cammina bellamente verso di noi, senza alcuna paura ed incurante delle manovre di un’auto, che lo sfiora…Paracas è davvero un sogno. Torniamo tardi rispetto alla tabella di marcia; per gli altri turisti la giornata si conclude qui, mentre noi abbiamo ancora una tappa: il TAMBO COLORADO, uno dei siti archeologici Inca meglio conservati. Ci caricano su un’auto che può ospitare solo noi e l’autista; la guida finisce perciò nascosta nel bagagliaio, affinché la polizia non la veda. Non oso pensare a come stia, coperta con quel caldo, in un mezzo le cui sospensioni se ne sono andate da tempo…poveretto! Ma la visita del sito e la compagnia della guida valgono la fatica del viaggio: in questo sito ci siamo solo noi!!!  Peccato dover visitare il luogo con l’orologio in mano. In effetti il ritorno è una vera corsa contro il tempo! Una guida pericolosa (l’autista è fermato sia all’andata che al ritorno dalla polizia!), strade piene di curve, ma alla fine riusciamo a goderci il sito (ci siamo solo noi e la guida è affascinante ed entusiasta nel narrarci l’uso e la funzione di quella struttura) e a salire sull’autobus che ci porterà ad ICA. Qui scopriamo che i programmi sono cambiati: mattina libera ed escursioni nel pomeriggio: perfetto! L’albergo gode di un meraviglioso giardino dai mille profumi, tra cui il gelsomino, ed una bella piscina grande: sarà d’uopo, domani, prendere il sole qui per cancellare i segni degli occhiali e delle bandane, conseguenza inevitabile dell’escursione alle islas Ballestas. Come diceva la guida, infatti, la crema solare in quei luoghi è indispensabile…peccato che noi avessimo l’occorrente nelle famose valigie perdute!

 

27/12 ICA

Dopo una notte passata sul water, io per scelta, Stefano per malore, la spossatezza provocata dal sole preso il giorno prima e dalla cura di alleggerimento notturna ci ha resi deboli; così a nessuno pare il caso di andare in piscina. Ci attardiamo un po’ di più a letto; poi, in un albergo molto più chic del nostro, acquistiamo creme idratanti, deodoranti e lamette (ci sembra di aver trovato il paradiso in ciò che di solito diamo per scontato!). Infine ci dividiamo: io e Dani restiamo in hotel a rilassarci, mentre Graziella e Stefano se ne vanno in centro; noi lo troviamo inutile, dato che lo vedremo nell’escursione prevista nel pomeriggio. Dunque l’appuntamento è per le 13.30, quando ce ne andremo a visitare Huacachina ed i luoghi dove producono il Pisco. Il “Pisco sour è assolutamente da bere: si tratta di una specie di sorbetto, considerato un aperitivo, ma più buono, che noi abbiamo già provato durante la cena consumata da soli, la sera precedente, in albergo.

Ore 13.30

Si parte per la laguna naturale di HUACACHINA; una vera e propria oasi in mezzo ad altissime dune di pura sabbia desertica. Le palme sono un’eredità spagnola, così come l’architettura coloniale che circonda il laghetto, ma l’effetto di contrasto acqua – verde - sabbia è strabiliante. Quest’acqua è stata curativa fino agli anni ’30, quando ha cominciato ad essere mescolata ad acqua non pura, perdendo così buona parte delle sue ricchezze naturali e curative. Oggi, che è domenica, intere famiglie peruviane si bagnano, vanno col pedalò, si coricano sull’erba all’ombra delle piante circostanti.

La seconda tappa del pomeriggio è un’autentica “bodega”, dove una volta l’anno si producono vino e pisco, quella sorta di brandy bevuto la sera prima nella versione del Pisco sour, di cui ci svelano gli ingredienti: succo di lime, zucchero, ghiaccio e chiara d’uovo…sublime! Qualcuno assaggia le diverse versioni prodotte di questa bevanda, tra cui Dani, che io immortalo mentre beve la versione più vicina alla nostra grappa.

Poi è il turno del museo di ICA, in cui è possibile ammirare tele, ceramiche, armi e mummie di tutte le popolazioni precolombiane e preispaniche, che abitarono questi luoghi: i Paracas, i Nazca, gli Wasi, i Chinchia ed infine gli Inca. Peccato che la maggior parte delle tele più belle e meglio conservate siano state rubate nel 2004 (su commissione di ricchi non peruviani, naturalmente!) e mai più recuperate! Lo stato di conservazione delle mummie, invece, è impressionante, così come le conoscenze del cervello, delle malattie e delle medicine di questi antichi popoli, che noi spesso abbiamo giudicato inferiori!

Infine ci spostiamo nel centro di Ica, per vedere la plaza des Armas e poi…fregatura! La guida ci aveva illuso che avremmo assaggiato la cioccolata preparata secondo l’antica ricetta inca, invece ci lascia all’albergo lussuoso, dove avevamo fatto shopping il mattino e dove l’autobus ci passerà a prendere alle 18.30. Sono però le 17.00: che fare? Beh, il pisco sour naturalmente, a bordo piscina, sotto il sole…una soluzione poco peruviana ma molto vacanziera… in fin dei conti siamo in vacanza, o no? Io e Graziella ci compriamo anche le sigarette, coccolando la nostra parte viziosa! Un finale rilassante!

 

28/12 NAZCA

Ore 7.35

Siamo già nel piccolo aeroporto che fa servizio di sorvolo delle linee di Nazca. La notte è stata terribile: l’albergo è davvero molto bello (Oro Viejo è il suo nome), ma le pareti sembrano di carta e dunque ogni rumore pare ingigantirsi; inoltre una vera e propria comunità di galli dalle 2.00 del mattino fino alle 6.30, quando ci siamo alzati, non ha smesso un attimo di cantare con una regolarità svizzera! Siamo digiuni, per evitare di vomitare l’anima (saranno solo i succhi gastrici a rivoltarsi insieme alle budella in questo sorvolo che, a detta di tutti, è terribile per lo stomaco). Comunque non è possibile perdersi un tale spettacolo, dunque si parte! Poi ci riaccompagneranno in hotel per la colazione e la partenza per la visita degli acquedotti degli Inca. Io e Dani, in effetti, scendiamo dall’aereo piuttosto provati: io ho vomitato, ma Dani al II disegno non è stato nemmeno più in grado di guardare dal finestrino; ha vomitato anche l’anima e dopo il rientro in hotel si è immediatamente ritirato in stanza, per la seconda volta in questo viaggio bianco come un lenzuolo.         

Al di là di tutto, l’esperienza della visione dall’alto delle linee di Nazca è strepitosa: cerchiamo di fare il maggior numero di foto possibile, ma non è così semplice mettere a fuoco in mezzo a quelle carambole aeree continue e velocissime. Appena scesa dall’aereo immortalo un autoctono, che sembra un Inca resuscitato per l’occasione, naturalmente vestito come l’antico popolo peruviano e pronto a farsi fotografare per qualche soles.

Tornati in hotel facciamo un’abbondante colazione e poi ci prepariamo per il tour degli acquedotti e del sito di Paredones. Prima cerchiamo di cambiare degli euro, ma non li vogliono nemmeno le banche! Eppure l’agenzia ci aveva detto che non avremmo avuto problemi né con gli euro né con i dollari in questi luoghi turistici!

Il caldo oggi è atroce, perché questa è una zona desertica, che tocca anche i 42 gradi. Oggi ce ne sono 35, ma è pesante da reggere. Dietro il deserto si elevano le Ande, che raggiungono i 4000 m, e la duna più alta del mondo (20 metri): puro spettacolo naturale! La popolazione qui vive ancora di oro e rame, come gli Incas, nonché di turismo (60% miniere, 40% turismo, il restante è dato dai prodotti agricoli: asparagi, cotone, meloni dolci e angurie…). Piantano anche i cactus per la cocciniglia, un liquido rosso usato per colorare gli alimenti, soprattutto i dolci, ricavato da una specie di bava bianca non proprio gradevole alla vista. Vicino agli acquedotti trovo delle bancarelle che vendono oggetti d’artigianato locale molto carini: compro un piatto per mia madre e un sonaglio da appendere, fatto di ceramica cotta, che riproduce le linee di Nazca. La gente che vende qui non è mai insistete o aggressiva: se non compri non ti inseguono né cercano di convincerti ad ogni costo; inoltre sono tutti estremamente gentili, dolci e sorridenti, profondamente calmi e pacati.

Torniamo e ci decidiamo ad usare i cambisti di strada, sperando di non rimanere fregati. Recuperiamo Dani, che è rimasto in hotel a riprendersi dalla nausea post Nazca, e ce ne andiamo a pranzare in uno dei numerosi ristoranti carini del centro. Oggi alle 15.00 si riparte per un altro sito archeologico e per il museo.

Ci addentriamo in mezzo al deserto attraverso una stradina sterrata con un’auto assolutamente inadatta: andare con la dune bugy tra le dune era la voglia rimasta a Daniele dopo Huacachina, ma oggi quest’esperienza di viaggio lo appaga decisamente! Lo spettacolo naturale ancora una volta è mozzafiato ed indescrivibile tanto è magnifico: da un lato fanno da cornice le Ande dai mille colori, che partono dal grigio e finiscono nelle infinite tonalità del rosso; sotto di loro le pampas, che accolgono le linee di Nazca; poi ancora le palme delle zone verdi vicine ai vari corsi d’acqua; dall’altro lato dune di varie altezze e colori, intervallate qua e là da qualche cactus…e noi in mezzo! Vale la pena visitare il sito archeologico di CAHUACHI già solo per il luogo in cui si trova e per il percorso obbligato per raggiungerlo. Si tratta del più importante sito di Nazca della zona, da cui si coordinavano i lavori per la creazione delle linee e probabilmente una sorta di santuario, a cui arrivavano popoli coevi ai Nasca da tutto il Perù e non solo (hanno trovato resti di conchiglie presenti in Equador). Si tratta di una cittadella enorme, scoperta solo di recente e purtroppo devastata dai predoni e dai tombaroli. I primi a saccheggiare questi posti furono gli Spagnoli, che conoscevano la tecnica di aprire le tombe senza essere uccisi dai gas tossici sprigionati dalle mummie; così rubarono l’oro, per fonderlo in lingotti, da spedire in Spagna. Oggi gli scavi del sito sono finanziati dall’archeologo italiano Orefice. Purtroppo non sarà mai possibile, se non in foto, vedere il sito completamente a cielo aperto; è solo possibile intuirne la grandezza e la struttura osservando le protuberanze nascoste dalla sabbia: infatti qui il vento è molto forte e sgretolerebbe velocemente i resti, che, una volta scoperti e catalogati dagli studiosi, vengono regolarmente ricoperti. Per questo le uniche parti visibili sono ricostruzioni non originali. Tale strategia di conservazione non rende il luogo meno affascinante e suggestivo, soprattutto se visitato con una guida come la nostra, preparatissima (è laureato in storia e conservazione dei beni artistici), seria e generosa nel soddisfare le nostre infinite curiosità.

Ciò che abbiamo imparato qui è la differenza fra guide innamorate del loro mestiere e della loro terra, e guide che semplicemente svolgono il loro dovere: un abisso! Concludiamo il pomeriggio al museo legato a questo sito, il museo Antonini, in centro a Nazca, e salutiamo Hector alle 19.30. Siamo distrutti dal sole, dalla sabbia e dal vento di oggi: vale la pena mangiare qualcosa prima di ritirarsi. Nazca è una città piena di gente: ci spiegano che lo sarà fino al 31… che vitalità brulica tra queste vie! Torniamo a cenare nel posto in cui eravamo stati la sera prima, solo a condizione che ci sia CHOCLO CON QUESO (mais bollito e formaggio) e qualche verdura bollita: la cucina peruviana è eccezionale perché propone gli stessi cibi in modo vario ed originale, ma non ne possiamo più di riso, patate e soprattutto di aglio e cipolla, che per sbaglio ci siamo ritrovati nei piatti ordinati per il pranzo e che ci hanno accompagnati, nostro malgrado, tutto il pomeriggio! Il cameriere ci offre il solito buonissimo pisco sour, che stasera è di troppo, ma non possiamo rifiutarlo. Solita sigaretta relax post cena nello splendido patio dell’albergo e poi, sfatti, ce ne andiamo a nanna.

 

29/12 TRA NAZCA E AREQUIPA

Io e Dani scegliamo una mattina tranquilla: una breve passeggiata in centro a fotografare gente, a passeggiare nel mercato e a comprare cibo per il lungo viaggio (ci aspettano 9 ore di bus per raggiungere Arequipa); poi sole e acqua della piscina dell’hotel, mentre Dani legge il suo libro, “Altai”, del nostro amatissimo collettivo Wu Ming. Mi collego anche alla rete: in qualsiasi posto del Perù c’è una connessione (gratis negli hotel, economica negli internet point) piuttosto veloce… considerata la fatica che io, in campagna, nel cosiddetto primo mondo, faccio per avere una linea decente che non vada a singhiozzo…! Rispondo a qualche messaggio su facebook (la maledetta Tele2 non mi consente di rispondere alle mail se mi collego direttamente dal sito… shit!) e racconto a mia sorella ciò che stiamo vedendo, affinché possa leggerlo a mio padre, affascinato da sempre da questa terra e dalla storia degli Inca. Infine leggo ciò che ci aspetta ad Arequipa domani. Gli abitanti del luogo continuano a dirci di prepararci all’altezza e al freddo: 15 – 18 gradi. Loro non sanno che veniamo da giornate italiane in cui abbiamo toccato anche i -10! Oggi qui il caldo è notevolmente secco e forte, ma un lieve vento lo rende assolutamente sostenibile. Comunque li ascoltiamo e cominciamo a prepararci al salto dal piano desertico ai 2000 metri di Arequipa: stamattina, come consigliatoci, iniziamo la colazione con mate di coca, una bevanda simile al tè, preparata con foglie di coca, che cura il mal di altitudine. Nel pomeriggio partiamo per Arequipa, dopo una lunga attesa del bus stranamente in ritardo (sino ad ora non era mai capitato).

 

30/12/’09 AREQUIPA

Siamo in giro per Arequipa, dopo l’incidente diplomatico delle valigie: in hotel, infatti, sono arrivate tutte tranne quelle di Graziella! Anche il viaggio è stato terribile e lunghissimo, da Nazca ad Arequipa attraverso l’alternarsi di montagne e oceano. Io ho già il mal d’altura e mi sono fermata in farmacia a comprare un’apposita medicina, che devo assumere ogni 8 ore per tre volte consecutive (saoohjchi); tuttavia la soluzione migliore suggerita dagli autoctoni per le altezze che raggiungeremo domani e dopodomani è quella di masticare foglie di coca al naturale. Il sole è fortissimo e i gradi sono 21: di giorno la luce è spettacolare, il cielo è terso e di un azzurro intenso impressionante. La guida ci mostra tutti i frutti e i prodotti naturali del luogo: le foglie di coca, le caramelle di coca e la maca (un tipo di tubero che serve agli uomini come stimolatore sessuale e alle donne per riequilibrare gli ormoni e in generale per ritrovare forza e vigore.): ne prendo un po’ per i mille mali di mio padre e per la continua debilitazione fisica della mia sorellina. Come funziona l’assunzione di coca? Si masticano 25 foglie insieme ad un pezzo di corteccia (o una pietra, che assomiglia tanto a quella pomice), che fa da catalizzatore, contro una sola delle pareti della bocca; dopo 5 minuti si dovrebbe sentire la parte addormentarsi; è amara, ma va masticata per mezz’ora. Questa porzione equivale a bere 3 litri di mate. Poi ci parla, come la prima guida, della QUINOA - quel cereale che è 5 volte più ricco di vitamine e 18 volte più poderoso del nostro riso – e della QUIHUICHA, altro cereale che va cucinato come il riso e che i Sudamericani usano per condire e completare qualsiasi loro piatto e che pare sia buonissimo (ce lo confermano due adorabili giovani Colombiani, che stanno facendo il tour di Arequipa insieme a noi).

Arequipa è bianca, sembra una città europea, pulitissima, piena di gente, con negozi eleganti, locali di tendenza, piazze enormi: non sembra proprio una città peruviana. Concludiamo la giornata con due visite imperdibili: il monastero di S.Catalina ed il museo in cui riposa la mummia Juanita. Il primo è una vera città nella città, costituita da muri bianchi e arancioni o bianchi e blu, dalle tonalità intense tipiche delle case del SudAmerica come il Brasile. Questi colori caldi non danno affatto l’idea della rigidità della vita monastica di clausura condotta dalle monache ospitate qui un tempo e che ancora abitano una parte del monastero. L’altra esperienza suggestiva è la vista del museo che racconta la storia dei sacrifici Inca: bambini di soli 4/6 anni venivano scelti - perciò considerati degli eletti – e poi spediti a Cuzco per prepararsi al sacrificio, previsto al raggiungimento dei 12-14 anni, per ingraziarsi il dio Apu, ossia l’anima delle alte montagne circostanti, alcune vulcani attivi. Juanita, perfettamente conservata (ha i suoi capelli, i suoi denti e le sue interiora), è stata trovata nel ghiaccio della montagna Ampato. Indossava ancora gli abiti cerimoniali e aveva intorno a sé ciò che le sarebbe servito in una seconda vita. La visione di questa giovane preadolescente è impressionante e il museo è toccante: l’obiettivo di creare in esso un’atmosfera mistica e di sacralità è stato perfettamente raggiunto.

Di nuovo in giro per le strade di Arequipa, i cui muri bianchi sono stati costruiti proprio con la lava dei vulcani circostanti, sembra di camminare attraverso una città in tufo. Mentre ci beviamo una cioccolata calda (qui la cioccolata è insuperabile), pronti per tuffarci nello shopping (come resistere di fronte ad abiti in alpaca o vigogna, anche se cari, esposti in negozi eleganti e attraenti), ci raggiunge una telefonata dell’agenzia locale: stravolgimento del programma di viaggio, con partenza alle 4.45 del mattino anziché alle 8.00, con una concentrazione di attività, pensate per 2 giorni, in un unico giorno, a più di 4000 metri d’altezza, quando io ho già il mal di testa cronico e sto prendendo le medicine suggerite! Siamo basiti: è evidente che nessuno di loro ha voglia di alzarsi la mattina presto del 1° gennaio, vera motivazione all’origine di questo cambio improvviso… Non abbiamo scelta e ci adattiamo nostro malgrado: speriamo bene! Ce ne andiamo al ristorante CHICHA (un ristorante consigliato dalla guida, molto raffinato e costoso rispetto al resto dei ristoranti frequentati sino ad ora, ma ogni tanto bisogna pur coccolarsi!!!) e proviamo la CAMARONADA e la SOUPA DE CAMARONES, gamberi di fiume buonissimi e serviti in piatti decoratissimi e raffinati, che Graziella decide di fotografare per immortalarne la bellezza. Ce ne andiamo a letto alle 11.00, anche se io non dormo tutta la notte per terribili dolori intestinali e dissenteria: Dani ne era già stato colpito, Stefano pure.. stiamo tutti crollando?

 

31/12 MIRADOR DEL CONDOR E CANYON DEL COLCA - CHIVAY

Partiamo per il Mirador del Condor e il Canyon del Colca all’ora impostaci dall’agenzia. Alle 6.00 sperimentiamo le foglie di coca con quella specie di pietra pomice che serve ad accelerarne l’effetto. Dopo 5 minuti di masticazione (l’impasto che si crea non va deglutito, solo il succo, per evitare problemi intestinali… e noi abbiamo già dato!) la parete, contro cui poggia la poltiglia, si addormenta come se fosse stata anestetizzata… mi sembra di essere dal dentista! Dopo mezzora i risultati sono sbalorditivi: io sento gli occhi spalancarsi e il corpo energico (la guida sostiene di aver preparato così tutti gli esami universitari… meglio dei nostri litri di caffè!), ma il mal di testa non mi abbandona nemmeno un secondo. Le strade qui sono impossibili, ma il paesaggio è mozzafiato, commovente: spianate di verde, montagne dai mille colori, vigogne, pecore e lama liberamente al pascolo ovunque…E poi la gente di questi pueblos, che risulta così affascinante ai nostri occhi… donne e bimbe vestono i loro coloratissimi abiti tradizionali dalle gonne larghe e dai cappelli buffi. Tutti si muovono a piedi su strade sterrate per kilometri, mentre portano a casa ciò che hanno comprato nel centro, nascosto dentro le loro sacche dai mille colori, legate alla schiena. Bimbi e uomini accompagnano il loro piccolo gregge, solitamente vestiti di bianco e nero. Caratterizzano i loro volti e il loro incedere pacatezza, serafica tranquillità, adorabile ed amichevole cordialità disinteressata e gentilezza disarmante.

Paura di essere rapinati o di subire furti? Dagli Inca questo popolo non ha appreso solo i sacrifici umani, ma anche la dura legge del taglione: non tagliano più dita o mani a chi ruba, ma se qualcuno lo fa e viene individuato, la gente lo rincorre, lo spoglia, lo porta nella immancabile plaza des armas – seguito da un corteo costituito anche da 100 persone – e lo frusta pubblicamente; perciò prima di rubare uno qui ci pensa bene!

Al Mirador avvistiamo un condor: è un adulto, si vede dal colore nero e bianco delle sue ali; Daniele riesce a riprenderlo da vicino: uno spettacolo di regale eleganza.

Camminare ad alta quota per me è faticoso e la testa è sempre pesante e duole tanto. Però in questo luogo ci si sente proprio parte di una natura che pretende ed ottiene profondo rispetto. Sono materialista, assolutamente atea, ma credo che vivere qui riuscirebbe a risvegliare in me quella spiritualità che io, nel mio mondo, ho convertito in sintonia intellettuale ed affettivo – emotiva con gli essere umani, da cui sono costantemente attratta. So che dentro di me c’è una certa capacità di creare affinità elettiva con l’universo, altrimenti non sarei così affascinata dalla cultura degli antichi americani, dalle cosiddette tribù indiane. Qui è facile anche immaginare i vari riti religiosi e propiziatori per cercare di ottenere bontà e generosità dalla PACHAMAMA, la grande Madre Natura, che tutto dona ma che con la stessa forza tutto toglie: queste zone sono state più volte distrutte dai terribili terremoti e vulcani, che ciclicamente si manifestano più violenti che mai.

Al Mirador le donne del luogo vendono sciarpe, cappelli e maglioni di alpaca a prezzi stracciati e noi non resistiamo: troviamo anche dei simpatici pupazzi da mettere al dito, fatti in lana, che riproducono i lama e i condor, regalini perfetti per i nostri nipotini. Tutto è incantevole: le terrazze degli Incas, nate per creare microclimi diversi per i diversi prodotti agricoli, completano il paesaggio straordinario che ci circonda e che induce stupore e sorrisi di gioia.

Ci raccontano che le donne da queste parti indossano due tipi di cappelli, a seconda della tribù da cui discendono. Un tempo le teste dei bambini venivano fasciate e legate: in una comunità in modo che si allungasse, nell’altra comunità in modo che si schiacciasse (fenomeno ancora visibile in diverse mummie ritrovate nella zona), entrambi imitando così gli elementi della natura a loro sacri (i monti gli uni, le spianate a terrazza gli altri). La pratica fu abolita, anzi perseguitata (addirittura con la pena di morte), dagli Spagnoli e dai Francescani, che arrivarono in questi luoghi dal 1500 in avanti. Così i due popoli s’inventarono i due cappelli, uno più schiacciato ed uno più allungato e conico, per continuare a manifestare la loro appartenenza. Se poi la “mujer” ha un fiore attaccato al cappello, significa che è sposata o già impegnata.

Pranziamo a buffet, mangiando bene come sempre e conversando con due bellissimi ragazzi appena conosciuti, lui un ingegnere italiano di Sant’Arcangelo di Romagna, lei un’insegnante di fitness peruviana. Poi ci portano all’hotel, EL POZO DEL CIELO, a CHIVAY: splendido! Sono talmente carini che i gestori ci fanno trovare la boule dell’acqua calda sotto le coperte; come resistere ad un sonnellino caldo e rilassante! E’ la notte dell’ultimo dell’anno: al nostro ritorno in hotel troveremo, all’ingresso e davanti alla nostra camera, petali di fiori propiziatori, che i Peruviani di questa zona mettono anche in testa.

Poco prima della cena andiamo a farci un giro a piedi a Chivay. Le bancarelle, la gente elettrizzata per la lunga notte, le donne con i loro incredibili abiti di coperta, una processione anch’essa propiziatoria, in cui contadine e contadini portano nei loro soliti sacchi a tracolla in tela colorata sterpaglie e rami secchi, forse per bruciare l’anno vecchio… Sembra di essere sul set di un film western, in cui le comparse si aggirano bellamente prima del ciack: l’atmosfera è surreale, strana ma piacevole.

La cena, inclusa nel pacchetto Chivay, che è una pena (l’unica volta in cui mangiamo male), presto degenera in balletti di gruppo proposti da una coppia di ballerini che prima ci aveva deliziato con balli popolari locali. Ci intratteniamo con una coppia attempata di Peruviami che abitano a Lima: lui ha studiato in una scuola italiana e cerca di sfoderare il suo strano italiano, mentre beve litri di una bevanda alcolica non ben identificata, che si è portato per l’occasione. Un altro giretto in centro, dove tutti ci salutano e ci augurano “feliz aňo nuevo”, e poi torniamo in hotel ad attendere la mezzanotte e a guardare i fuochi d’artificio dalle vetrate del ristorante. Il mal di testa non mi abbandona mai e comincio a preoccuparmi seriamente, dato che per altri quattro giorni saremo a notevoli altezze. Resto fiduciosa. Notte e buon anno Dadi, amore mio.

 

1/01/’10 AŃO NUEVO – da CHIVAY a PUNO         

Ore 7.00

Ci siamo imposti di alzarci presto per andare alle terme: io sto leggermente meglio e così tutti e 4, dopo un’abbondante colazione (tranne Stefano, che oggi non è per niente in forma), partiamo per le terme di Chivay.

Le terme sono rilassanti, anche perché le piscine esterne sono circondate dai monti andini, e il freddo dell’aria è tollerabile grazie ad un sole accecante e ai 37 gradi dell’acqua termale. Molte famiglie autoctone si recano in queste piscine. Le terme curano alcuni mali ma ne provocano degli altri: io e Dani siamo debolissimi. Tuttavia anche quest’esperienza è stata interessante e siamo felici di averla provata.

Siamo pronti per partire alle 10.30, come d’accordo, ma arriva la guida ad avvertirci dell’imprevisto: il bus privato che doveva accompagnarci oggi a PUNO ha avuto un grave incidente (l’autista è addirittura all’ospedale), così dobbiamo attendere l’auto sostitutiva, serviranno almeno due ore. Temiamo di arrivare tardi al sito archeologico di Sillustani…speriamo!

Il nuovo autista arriva alle 12.40: l’auto è una vecchia carretta che da noi andava 40 anni fa, dove anche le valigie faticano a starci. Puzza di stantio, come se non fosse mai stata lavata, e ha crepe e danni ovunque. Facciamo fatica a starci tutti e quattro: ci aspettano 6 ore di strada sterrata nel nulla! Ad un certo punto del nostro terribile viaggio non sappiamo più se sia preferibile morire soffocati dal caldo, con i finestrini chiusi, o deglutire la polvere che entra in gola e nell’anima, provocata dal passaggio di auto più attrezzate di noi, che ci superano con arroganza. L’unica nota consolante, come al solito, il paesaggio: greggi di vigogne, alpaca ovunque e poi una laguna che ospita un’enorme colonia di fenicotteri rosa. Non mi ero mai accorta che sotto le ali il colore da rosa diventasse rosso intenso…che meraviglia! E sono tantissimi! Per la strada incontriamo anche molti cani, che si siedono e attendono che qualcuno dia loro da bere o da mangiare: spesso si tratta di cani di pastori, che vengono lasciati a vigilare vicino alle case-rifugio, utilizzate per controllare il pascolo, ma non abitate; questa gente ha già poco da mangiare per sé, i cani dunque vengono dopo…però è triste vederli in quello stato.

Ma ciò che più sconcerta è vedere Km e Km di altipiani verdi, usati per l’agricoltura (quella possibile a quest’altezza) e per il pascolo; eppure siamo a 4000 metri, ai piedi di monti che raggiungono anche i 6000 metri! Il nostro paesaggio alpino, fatto di piccoli paesi appoggiati ai lati delle montagne, quasi arrampicati, è decisamente diverso.

Non arriviamo in tempo a Sillustani, perciò ci lasciamo andare a lamentele, un po’ depressi ed abbattuti: decidiamo di telefonare al nostro referente, perché la visita al sito sia spostata al nostro ritorno dalle isole del lago Titicaca; inoltre decidiamo di scrivere una mail all’operatore italiano perché coordini meglio. In realtà siamo solo tesi per questo viaggio terribile…ci rendiamo immediatamente conto che, al di là di tutto, siamo nel III mondo e fino ad ora tutti hanno fatto i miracoli per assicurarci tutti i servizi richiesti, con serietà e professionalità. La rabbia data dalla stanchezza presto passerà.    

 

 

2/01 GLI UROS E IL LAGO TITICACA

Cerco di reagire alla debolezza e ad un evidente principio di disidratazione (la dissenteria non si ferma), perché oggi c’è l’escursione sul lago Titicaca. Il cielo sembra caricarsi di pioggia; speriamo non accada, perché a 4000 metri si resiste al vento e all’altezza solo se il sole accompagna il viaggio.

                            Alle 8.30 siamo già sull’ISLA MANCO CONCAS, una delle isole fluttuanti artificiali, costruite dagli UROS quando arrivarono gli Spagnoli,  per non essere da loro attaccati e con loro confusi, dato che li consideravano inferiori (interessante questo concetto di snobismo da parte dei popoli sottomessi nei confronti dei conquistatori). Sembra di essere in un parco giochi: è affascinante e strabiliante. Intere isole fatte di canne e capanna, donne dalle gonne enormi e dai colori sgargianti (arancioni, rosse, o fucsia acceso), che indossano un cappello, una maglia solitamente bianca decorata ed una giacca blu o fucsia e che hanno capelli nero corvino, spessi e lunghi, raccolti in due trecce finite con lana colorata, che assomiglia a ciò che noi un tempo attaccavamo alle corde che aprivano e chiudevano i tendaggi pesanti. Nell’isola su cui siamo accompagnati vivono 7 famiglie. Si tratta di comunità totalmente autosufficienti, che sulle loro isole fluttuanti hanno negozi, farmacie e persino scuole. Vivono di artigianato e pesca. Prima o poi arriveranno qui anche i computer, le scuole secondarie ed internet: il loro obiettivo è di creare una vera e propria città nel lago Titicaca. Splendidi bambini minuscoli girano liberamente intorno a noi, totalmente a loro agio. Coronano il tutto le barche, costruite esattamente come facevano anticamente, somiglianti a grandi canoe, con la prua e la poppa alte e arrotolate. E’ uno spettacolo che lascia basiti. Una giovane ragazzina ci accompagna nella sua casa: mi fa vestire come loro e poi mi racconta la sua vita. Non è facile vivere qui per l’umidità: per questo gli abitanti soffrono di reumatismi, soprattutto alle giunture e alle ginocchia. Sono tutti gentili e dai modi dolci e delicati. Compriamo teli che raccontano la storia della loro famiglia e degli animali sacri peruviani; giochiamo con una bambina selvatica, parliamo con una specie di alcalde, il responsabile – sindaco di queste 7 famiglie. Poi ci facciamo un giro sulle canoe per soli 10 soles a testa, così contribuiamo al loro sostentamento. Tutti parliamo a bassa voce, perché diviene naturale sentirsi parte di questo mondo magico, che nessuno intende disturbare. Le donne ci salutano dall’isola con un canto in aymara, poi in quechua (le lingue native di queste zone); lo stesso testo è poi cantato in spagnolo e inglese…peccato che le necessità turistiche snaturino questo incanto e ci riportino brutalmente alla realtà, quando concludono con uno scandaloso “vamos a la playa”! La dolcezza e la soavità delle loro voci alla fine ci spinge a perdonare loro tutto, anche questo!

Continuiamo il nostro viaggio sul lago Titicaca, che assomiglia sempre di più ad un mare tanto è grande, e forte è la sensazione di poter toccare il cielo con un dito tanto questo sembra vicino a noi. L’acqua del lago cambia continuamente colore. Ma la vera sorpresa è l’isola AMANTANI’. Arriviamo dopo quasi quattro ore di viaggio con un’acqua agitata dal vento ed un odore di nafta che procurerebbe nausea anche al marinaio più esperto. Ad attenderci donne in sandali dalle gonne colorate, che portano teli neri sulla testa, decorati alle estremità. La guida ci divide in gruppi di 3, 4, 6 persone per raggiungere la casa della famiglia che ci ospiterà, offrendoci cibo e un letto per la notte. La sorpresa è grande: l’operatore dell’agenzia ci aveva detto di portarci delle lenzuola, perché non assicurava la pulizia degli abitanti, ed un pigiama pesante per la notte. Ci sentiamo dei cretini con il nostro trolley pieno (siamo gli unici: gli altri hanno solo piccoli zaini…). Appena arriviamo nella nostra dimora, capiamo subito che qui non servirà proprio nulla: non ci laveremo per due giorni, non ci cambieremo (per fortuna non piove…), non c’è un bagno, solo un water posto in un container di latta, dove dobbiamo usare un secchio per sciacquare via i nostri escrementi. Niente fogne, niente luce, niente riscaldamento, figuriamoci un lavandino. Mangiamo in una stanza senza pavimento, minuscola (ci stiamo appena noi), divisa dalla “dispensa” da una tenda rotta e sporca. Qui Faustina, la padrona di casa, prepara i nostri cibi e lava i piatti senza un sapone, in una bacinella piena di acqua che non sappiamo neppure da dove venga. Si cena a lume di candela (in questo caso è una fortuna, meglio non vedere bene tutto!). Il fornello è identico a quelli che avevano i nostri nonni e che da noi scartano anche gli extracomunitari abituati a cose di seconda mano. Le nostre stanze, poste al primo piano di un piccolo e precario stabile, collocato di fronte alla cucina, si raggiungono con una scala di legno traballante; il tetto è in latta: speriamo che non piova dentro. Non c’è luce nel paese, ma nelle nostre stanze sì: in quest’isola, dove la tecnologia sembra non essere mai arrivata, i pannelli solari producono l’energia che serve per illuminare alcune stanze la sera; ma il resto della casa e dell’isola è per lo più al buio. Ci si muove con pile. A parte la paura di qualche infezione intestinale per le condizioni igieniche in cui ci troviamo, il cibo è davvero buono e Faustina, timida e riservata, è molto cortese. Nel pomeriggio ci aspetta una camminata di più di un’ora e con una differenza di livello tra la partenza e l’arrivo di 300 metri. Ci danno un’erba locale da strofinare tra i palmi delle mani e poi respirare, per aiutare i polmoni ad aprirsi: sembra un’erba al mentolo (che scopriremo chiamarsi muňa) ed effettivamente funziona. In cima al monte ci aspetta un luogo sacro (una cinta muraria in pietra, chiusa ai visitatori) e la costa boliviana del lago Titicaca: si vede addirittura Copacabana e dietro di lei ci si può immaginare La Paz. Lo spettacolo, però, come sempre, vale la fatica fisica. E’ un luogo che invita alla meditazione e così fanno molti, che si isolano a pensare osservando con intensità questo meraviglioso regalo della natura a 4300 metri. Se poi si gira in senso antiorario per 3 volte intorno alle mura del tempio sacro e davanti alla porta d’ingresso si esprime un desiderio… Io come sempre non ci credo, ma scherzo con un colombiano giovane e fuori di testa, che vede me e Daniele girare dalla parte opposta e che ci avverte che così stiamo attirando la “malasuerte”.

Alle 8.00 di sera c’è la festa tra ospiti e ospitanti: siamo obbligati ad indossare gli abiti tradizionali femminili, mentre gli uomini devono portare il poncho ed una cuffia con copri orecchie, fatte dai locali. Raggiungiamo tutti la sala della festa con le pile, in un buio pazzesco e suggestivo al contempo. Seppur profondamente turistica, questa festa è davvero divertente. A tempo di musica peruviana, suonata dal vivo, balliamo insieme e Faustina è la più energica. Certo ballare a 4000 metri è faticoso! Alle 9.15 ci ritiriamo, stravolti. La notte passa tra piogge violentissime, alternarsi di caldo e freddo e rumori prodotti dal letto cigolante. Ma se penso a dove siamo e a che esperienza stiamo vivendo, nemmeno l’insonnia mi pesa!

 

3/01 da AMANTANI A PUNO, PASSANDO PER TAQUILE

La mattina ci laviamo la faccia con l’acqua delle nostre bottiglie; io riesco anche a lavarmi denti: un lusso, come il potersi mettere un po’ di crema idratante sul viso. Abbiamo anche la fortuna di assistere ad una riunione di tutti i capi delle 8 comunità che abitano l’isola. Si riuniscono per più di un’ora in piedi, sulla terra di proprietà del padre di Faustina, che scopriamo essere una specie di dirigente, di sindaco, insomma una figura di riferimento dell’isola. La guida ci spiega che dal 1° gennaio è subentrato un nuovo alcalde, che però la cittadinanza non accetta perché proviene dalla stessa comunità di quello precedente, che aveva promesso tanto (strade, scuole, …),  ma che non ha fatto nulla. La “revocada” è proprio questa riunione, che permette loro di revocare l’incarico a chi lo ha ottenuto e mal gestito.

Sotto un’acqua forte fuggiamo verso la barca, destinazione Taquile, II isola del Titicaca. Un’altra passeggiata, meno impegnativa, su questa nuova isola, mentre il sole, clemente, è tornato. Mi inserisco in un divertente dialogo tra sudamericani argentini e colombiani, nostri compagni in questo viaggio lacustre, che si divertono a raccontarsi i modi di dire incazzosi delle loro zone d’origine: uno spasso!

 

Salendo verso la piazza incontriamo diverse persone: tengono in mano un fuso oppure stanno proprio facendo la maglia, uomini compresi. La guida ci spiega che qui, infatti, fin da piccoli tutti imparano a tessere e se un ragazzo impara a tessere bene si dice che sarà un buon marito.

Gli autoctoni parlano quechua, come sull’isola Amantanì, e anche qui vivono di produzione tessile e agricoltura. Dani compra da una bimba i suoi immancabili braccialetti colorati.

Mangiamo la trota del lago, buonissima; poi qualcuno sorseggia il mate de muňa, l’erba all’eucalipto che fa respirare.

Ripartiamo: stavolta il lago è calmo e la navigazione piacevole. Il sole picchia: non è proprio possibile evitare la crema solare. Nonostante le precauzioni, la sera tutti e quattro siamo delle aragoste.

All’arrivo ci attende una guida per accompagnarci a Sillustani, il sito archeologico della popolazione preincaica dei COLLA, in cui sono rimaste antiche torri. Inaspettatamente bellissima e diversa dalle altre la strada per raggiungere la penisola: ciascuna casa ha i mattoni scuri ed il tetto in paglia, come le case irlandesi, un recinto ed un arco che indica l’ingresso e sopra due tori, che rappresentano questa zona e il suo antico popolo, che ha fuso i propri simboli con quelli della religione cattolica in un gradevole sincretismo. Davanti ad ogni casetta ci sono lama o alpaca, che riposano indisturbati. Sembra d’essere in un villaggio descritto nei romanzi di Tolkien. Anche il verde incredibile di questi luoghi ricorda l’Irlanda o la Scozia; abbiamo la stessa sensazione quando arriviamo sulla punta di Sillustani, poiché sul lago Umayo si affacciano scogliere spioventi e verdissime. La sfortuna vuole che dopo 20 minuti di salita e di spiegazioni dobbiamo lasciare il luogo a causa di una pioggia violentissima. Io ho freddo: ho bisogno di una doccia calda.

Obiettivo della serata a Puno: coccolarci dopo due giornate di cammino e difficoltà (tra l’altro da questa notte ho male ai fianchi e la dissenteria non mi abbandona) con pizza (all’HUTMAK è buonissima!) e birra. Fatico ad uscire per la cena dopo essermi rilassata e lavata in hotel (bellissimo e modernissimo il nostro “Qalasaya”), ma voglio uscire. Finiamo di farci le coccole mangiando il dolce: io divoro un pancake fatto con la quinuoa, riempito di rum e mele, una delizia!

 

4/01 DA PUNO A CUSCO

Ho passato una notte d’inferno tra dissenteria e male allo sterno: ho paura che i miei bronchi siano stati intaccati. Mi provo la febbre: c’è! Oggi dobbiamo spostarci da Puno a Cusco. Il viaggio dura 9 ore e ½, ma risulta più leggero perché spezzato da diverse tappe. Prendo una tachipirina e un aulin,  ma credo che a Cusco chiamerò un medico: non vorrei trascurare una bronchite e tornare a casa con la polmonite, come era successo a Dadi in Argentina! Delle fermate salto quella dove piove, anche se mi dispiace, perché si tratta di RAQCHI, detta il Partenone degli Inca, ancora ben conservato…guarderò le riprese di Dani.

Altre due fermate e poi…via di corsa alla clinica privata di Cusco, per cercare di capire che cosa mi sta succedendo e porvi rimedio subito: non voglio rovinarmi l’ultima settimana di vacanza. Il medico che mi visita mi trova un’infezione alle vie respiratorie, ma bronchi e polmoni stanno bene. Ritiene che la febbre dipenda da un’infezione intestinale, perciò mi ordina di fare le analisi. Graziella crede mi stiano solo fregando soldi, ma ho scelta? Sono così stanca e debilitata che devo assolutamente andare fino in fondo. Mi daranno i risultati delle analisi fra due ore: ho fame!

Alla fine riesco a fare gli esami del sangue e delle urine, mentre mi mancano quelli delle feci, che devo portare domani mattina: la partenza per El valle Sagrado è tra le 8.30 e le 9.00, il medico in clinica non arriva prima delle 8.00. I tempi sono strettissimi. Nel sangue si nota già la presenza di un’infezione, ma il medico vuole accertarsi dell’origine: intestinale o delle vie respiratorie? Un’altra notte senza un antibiotico, solo la tachipirina, per abbassare la febbre. Non dormo, non respiro, non vado in bagno, piango perché lo sconforto è tanto. Domani poi mi aspetta un giorno terribile, perché i miei amici inclementi hanno aggiunto l’incontro con lo sciamano dopo la visita ai siti archeologici; non saremo all’hotel di Agua Calientes prima delle 9.00 di sera…che incubo! Anche la cena è in linea con la giornata: ceniamo da soli vicino all’hotel, in un posto splendido, caratterizzato da un patio e dalle stanze del primo affacciate sul salone centrale, pieno di cuscini e sedie ricavate da enormi tronchi d’albero… Ma impiegano una vita a portarci il cibo (io sono sfinita e desidero solo andare a letto) e il prezzo è pazzesco rispetto agli standard sino ad ora rispettati in Perù: benvenuti a Cusco!

 

5/01 IN VIAGGIO VERSO OLLANTAYTAMBO E AGUA CALIENTES

Riesco a scaricarmi all’ultimo momento, perciò dobbiamo volare verso la clinica, ma l’imbranato in servizio alla reception dell’hotel non riesce a trovarci un taxi! E quando ne fermiamo uno noi, per strada, devo pregarlo di fermarsi poco dopo la partenza, perché ho lasciato il mio buon sacchetto “di merda” sul tavolo della reception!!! Beh, almeno, in tutta questa fase di tensione, ci facciamo due risate liberatorie! Alla fine riesco a consegnare le feci al laboratorio di analisi alle 7.55: è davvero tardi! Ma loro sono dei maghi (e questo è il terzo mondo? Provate voi a pretendere l’analisi delle feci in 20 minuti in un ospedale italiano!!!). Bene, ho un parassita, preso attraverso le mani sporche di qualche cuoco (il ristorante di Nazca da cui ci siamo serviti fino all’ultimo!)… e lui me lo ha trasmesso cucinando dopo esseri pulito il culo senza lavarsi le mani: che visione romantica di questo paese ed edificante dei suoi ristoratori! Mi ordinano un antibiotico e la tachipirina per la febbre, oltre ad una ferrea dieta a base di pollo non condito e acqua, tanta acqua…non è il viaggio giusto per avanzare pretese gastronomiche di qualsiasi genere! Corriamo con un’auto a prendere il bus… ce la facciamo per un pelo!

Durante il viaggio ci fermiamo in due mercati: va bene aiutare la gente del posto a vendere i propri prodotti artigianali, ma queste soste ci costringono a saltare due siti archeologici previsti! Arriviamo a Picas, una meraviglia! Un kilometro di camminata in salita, ma lo spettacolo è strabiliante ed il sito Inca ben conservato. E’ un centro religioso, astronomico ed amministrativo molto importante; tornano di nuovo le porte e le finestre a trapezio, antisismiche e contemporaneamente produttrici di eco. Dopo l’almuerzo (un gradevole pranzo dove io ho la possibilità di mangiare leggero) arriviamo a OLLANTAYTAMBO, che porta un nome in lingua aymara. Il sistema a terrazza qui è ancora più evidente che negli altri siti sino ad ora visitati. La guida, poi, ci mostra che di fronte a noi, nella roccia di una montagna, ci sono depositi alimentari e una scultura: si tratta del profilo di un Inca, dell’altezza di 140 metri. Qualcuno sostiene che sia il volto dell’inviato di Dio. Ora fa parte della mitologia degli Inca, perché i cronisti spagnoli narrano che quest’uomo fosse un filosofo bianco, che sapeva riconoscere le erbe buone da quelle cattive e che se ne andò per mare e tornò pietrificandosi nella montagna, che per gli Inca è sacra al dio APU.

Da queste parti c’è decisamente più caldo; avvertiamo la differenza di altezza: il sole qui cuoce il corpo e l’anima.

La parte più importante di questo centro amministrativo era il tempio del sole, dove gli astronomi studiavano i corpi celesti. Gli Inca riuscirono a coltivare su questi sistemi a terrazza 4000 varietà di patate e 80 tipi di mais; questo era un centro di sperimentazione delle piante portate da altri luoghi, secondo un sistema di riproduzione di microclimi. Il sistema a terrazza facilitava inoltre gli spostamenti attraverso camminamenti ancora oggi presenti e che addolciscono la salita montana: una meraviglia!

Il tempo oggi si fa beffe di noi: piove e c’è il sole contemporaneamente ed inaspettatamente…sto per bagnare il mio prezioso diario di viaggio!

Dal lato sinistro della montagna, su cui è scolpita la figura umana, il 21 giugno nasce il sole, che a quel punto pare incoronare l’Inca. Da lì comincia il calendario di 6 mesi di rotazione e traslazione della Terra, che gli Incas conoscevano; si trattava di un calendario solare, i cui 6 mesi erano rappresentati dai monoliti del tempio del sole qui conservato. Proprio da questo punto gli astronomi studiavano la Luna e le diverse costellazioni, come le Pleiadi. Attraverso questi studi essi erano in grado di predire la pioggia e dunque permettere alla popolazione di regolarsi con i prodotti agricoli. Solo da quest’altezza si potevano studiare la via Lattea e il resto delle stelle utili: per questo tanto investimento nell’agricoltura su altipiani di tali altezze. Ciò che racconta la guida è davvero interessante… tuttavia noi dobbiamo fuggire, perché ci attente lo sciamano!

In un ristorante ad Ollantaytambo facciamo l’esperienza di partecipare ad una cerimonia purificatrice e propiziatoria per noi e per i nostri cari: il rito coinvolge la nostra sfera privata, la salute, il lavoro, gli affetti. Lo SHAMAN è un ometto piccolo, con l’espressione ingenua e gli occhi puri, entusiasti e spalancati sul mondo come quelli di un bambino; è affettuoso e pronto a dare e a ricevere, come ogni creatura infantile non ancora contaminata dalle gelosie, dai rancori, dalle invidie e dalla sete di potere degli adulti. Il momento più buffo è quando, mentre cerchiamo di concentrarci (nella saletta del ristorante ci arriva il suono di musichette cubane, i bambini giocano starnazzando e la gente in strada parla ad alta voce: la concentrazione è una vera impresa, complice la nostra buona dose di scetticismo) gli suona il cellulare: da sotto il poncio compare un astuccio in perfetto stile peruviano, che lo shamano porta appeso al collo; estrae il telefono e risponde, precisando che sta lavorando, sta tenendo una “cerimonia” e non vuole essere disturbato… e l’idea di spegnerlo? Che abbia già assunto i caratteri dei turisti italiani? Gli perdoniamo questa debolezza e continuiamo il rito. Con petali di fiori crea un cerchio, la parte bianca per APU, dio della montagna, e la parte rossa per PACHAMAMA, la dea della Terra. E poi offre loro moltissimi doni. Brindiamo alla salute con INKA COLA (perché non usare proprio la chicha morada, come facevano gli Incas, ancora in produzione?) e poi seguono diversi momenti, in cui laviamo via la nostra parte negativa e veniamo benedetti con un’acqua gradevolmente profumata. Dopo aver accompagnato il rito di distribuzione con formule e preghiere pronunciate in lingua quechua, lo shaman ci allunga una pietra, che ciascuno di noi deve scaldare tra le mani e utilizzare per trarre energia,. Infine ci appoggia sulla testa l’involucro, dentro cui ha posto tutti i regali per gli dei; ci bacia la testa e pronuncia nuovamente frasi in quechua. Ci chiede di concentrarci sulle persone che amiamo e sul nostro lavoro... ma io, dopo aver ripensato alle persone a cui voglio bene, finisco inevitabilmente per sentirmi più vicina ai morti, al mio adorato amico Stefano. In realtà questo momento è l’unico spazio di relax dopo giornate faticose, vissute di corsa; serve a ritrovare noi stessi e a porci in contatto con le nostre emozioni, la nostra più profonda interiorità. E’ un’esperienza che consiglio a chi, come me, non crede in dei o elementi soprannaturali; infatti il bello della spiritualità andina – incaica è proprio questo legame con gli elementi naturali, che attraversa molte popolazioni precolombiane d’America e che noi Occidentali abbiamo perso molto prima di loro e che io invece trovo così naturale, primitivo, istintivo e dunque parte della stessa natura umana. Alla fine lo shamano ci propone di comprare oggetti fatti da lui: noi non compriamo nulla e lui non insiste, anzi ci accompagna a prendere il treno, affiancando sempre Daniele, il suo prediletto (sostiene di aver sentito in lui molta energia spirituale positiva… non avevo dubbi!) e ridendo per qualsiasi cosa, come un bimbo di fronte alle scoperte del mondo. Mentre usciamo dal ristorante sede della cerimonia ci imbattiamo in una coloratissima e animatissima festa locale: diavoli multicolori ballano in modo primitivo, seguendo il ritmo di un tamburo; davanti a loro gruppi che vestono abiti sgargianti rossi e gialli sono accompagnati da un’arpa; i gialli portano la statua di una tradizionale cattolicissima Vergine Maria su un baldacchino: ancora un esempio di ben riuscito sincretismo religioso. Scatto qualche foto di corsa e poi andiamo alla stazione per prendere il treno che ci porterà ad Agua Calientes, punto di partenza per la visita del Machu Picchu.

Arriviamo dopo 1 h e mezza di treno in un paese ancora una volta surreale; un paese appositamente creato per il turismo, pieno di ristoranti che cercano di riprodurre lo stile country del vecchio West, con porte tipiche dei saloon, cactus ovunque, una mescolanza tra l’andino - incaico e il messicano. L’atmosfera è gradevole, i prezzi invece folli, 2-3, addirittura 4 volte gli altri luoghi sino ad ora visitati. Non c’è da stupirsi: siamo in uno dei luoghi più visitati al mondo, una Venezia o una Firenze d’oltre oceano. Alle 11.00 siamo in camera in un hotel (“El Presidente”) dalle camere minuscole (il bagno è quasi impraticabile), ma impagabilmente comodo, perché ad un minuto a piedi dal bus che ci porterà all’ingresso del sito. Decidiamo di partire per il Machu Picchu alle 6.00: ci sembra una follia alzarci alle 3.00 del mattino per essere tra i primi 400 che entreranno nel Machu Picchu per scalare il WAYNA PICCHU (una delle cime che circonda e chiude la valle sacra) e scattare foto indisturbati e senza turisti all’interno. Io continuo a perdere sangue dal naso da quando abbiamo iniziato l’avventura peruviana a 2000 metri ad Arequipa: anche questo compreso nel pacchetto “mal d’altura”. Mi sento debole; mancano poche ore alla nuova avventura, meglio riposarsi. Penso a Dani: un agnellino perso quando si trova al mare, infastidito dal caldo e impaurito dall’acqua, mentre da quando siamo saliti qui si è trasformato in uno stambecco, agile e veloce sulle salite, a suo agio nel respirare e godere i benefici dell’altura… tanto simili nel carattere e nelle nostre fragilità, tanto diversi nel fisico! Notte, Dadi.   

 

6/01 IL MACHU PICCHU

Ci svegliamo e ad attenderci una brutta sorpresa: piove a dirotto, un acquazzone forte, che non dà segni di cedimento. Siamo preoccupati all’idea di dover fare ore di coda per prendere il bus per il Machu Picchu sotto quest’acqua, come ci hanno preannunciato: nel mio stato io rischio la broncopolmonite, dato che la febbre non mi ha ancora abbandonata, ma del resto il rischio bronchite riguarda tutti. Invece in mezz’ora saliamo! A volte le chiacchiere… o siamo solo fortunati? Il clima e la vegetazione sono proprio tropicali: ancora un nuovo paesaggio, un nuovo ambiente rispetto a quelli sino ad ora visti… il Perù non finisce mai di stupire. La guida parte con noi dall’hotel. Ci procuriamo per soli 5 soles delle tele cerate per coprire noi e i nostri zaini (al ritorno scopriremo che li vendevano anche in hotel alla metà del prezzo da noi pagato!). Il bus sale per una stradina stretta e non asfaltata. La coda è davanti all’ingresso del Machu Picchu., ma siamo ben protetti e la cosa non ci disturba; intorno a noi, invece, ragazzi fradici e mezzi nudi battono i denti e si rifugiano continuamente nei bagni pubblici, per asciugarsi e riscaldarsi con gli apparecchi asciugamani. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi all’ingresso è sublime! Davvero il Machu Picchu merita di essere aggiunto alle 7 meraviglie del mondo! Ben conservato, è un dedalo di corridoi, finestre trapezoidali, torri e spazi ampi, terrazzamenti, luoghi sacri in caverne o a cielo aperto, in cui le pietre levigate e bianche ancora una volta testimoniano gli usi e le abitudini del popolo Inca. La guida ci mostra le foto del luogo così come fu trovato nel 1901: coperto da una vegetazione tropicale, che a fatica l’uomo riesce a dominare in queste zone per l’alto tasso di umidità. Il luogo è totalmente chiuso dai monti in una valle enorme. Il nome, che proviene da una parola quechua, fu dato proprio dagli abitanti del luogo e significa “montagna”. Tutto qui trasuda sacralità: era in effetti prevalentemente abitato da sacerdotesse, ancelle di dio, e giovani donne votate ai sacrifici o ad una vita di preghiere propiziatorie rivolte al dio Sole, come testimoniano le mummie, quasi esclusivamente femminili, qui trovate, come sempre in posizione fetale. Il luogo fu abbandonato per scelta dagli stessi Inca e mai scoperto dagli Spagnoli grazie alla lussureggiante vegetazione: per questo le tombe non sono state profanate, molti oggetti ritrovati e la struttura non distrutta. Le informazioni fornite dalla guida consegnano un quadro completo del luogo e consentono di immergerci per 2 ore e ½ nel passato, tra magia, spiritualità e conoscenze astronomiche di questo incantevole popolo.

Un inciso doveroso: tutte le guide che ci hanno accompagnato in questo viaggio provengono dall’università del turismo; sono preparatissime, disponibili, capaci di adeguarsi alle esigenze dei viaggiatori (naturalmente se si sceglie, come noi, di viaggiare da soli e non in comitive numerose) e vale la pena assumerle, perché rispondono a qualsiasi domanda, anche quando si tratta di parlare dell’attualità o di effettuare approfondimenti storici o socio-antropologici. Anche quella che ci accompagna nel Machu Picchu non delude.

Una volta che si ha il biglietto in mano si può entrare ed uscire dal Machu Picchu quanto si vuole; così, dopo una piccola pausa bagno (vicino a me un ragazzo è travolto da fiotti di sangue dal naso, che non vogliono arrestarsi…allora non sono l’unica a soffrire il mal d’altura!), torniamo dentro per raggiungere la porta del Sol. Il tempo è stato clemente durante la visita con la guida, ma la pioggia ci sorprende al ritorno dalla nostra seconda visita. Non importa: l’esperienza non perde minimamente il suo fascino sotto l’acqua. Non si sente neppure la fatica in questo luogo che sembra ancora pulsare dell’antica vita religiosa Inca. Ce ne andiamo appagati alle 13.00. Abbiamo il nostro pranzo già incluso in un ristorante, le cui vetrate danno sul torrenziale fiume Uraubamba: l’ennesimo spettacolo imprevisto della natura più generosa che io abbia mai visto ci incanta e ci delizia. A buffet mangiamo cibo vario e buonissimo come sempre, addirittura oggi accompagnato da una varietà di dolci che io – alla faccia dei miei problemi intestinali – non mi lascio scappare. Tra l’altro gli antibiotici hanno cominciato a manifestare i loro effetti benefici e oggi sono più in forma. Una bella chiacchierata, un giro tra le mille bancarelle del mercato coperto, adiacente alla stazione, e poi via verso OLLANTAYTAMBO, dove dormiremo e dove, ci hanno detto, forse troveremo ancora la festa colorata di ieri sera: speriamo!

Una riflessione comune: il costo del viaggio è stato di 2.4000 euro, molto più basso di tutte le altre proposte pervenuteci e valutate prima della nostra partenza. 880 euro di volo e il resto ha incluso tutti gli hotel con servizio B&B, accompagnatori, guide, bus privati o gran turismo per i lunghi tragitti, entrate a tutti i musei, diversi pasti e l’esperienza con lo shamano. Davvero una spesa irrisoria se pensiamo ai servizi offertici! L’agenzia Mundo Escondido di Udine ci ha trattati benissimo attraverso il tour operator locale INCA WASI, che ci ha sostenuti e guidati in tutto il nostro viaggio con grande professionalità. Ci siamo fortemente pentiti di quella mail tesa e polemica: a metà del viaggio, stanchi e provati dai vari problemi fisici insorti (anche Graziella, in più occasioni, ha accusato, esattamente come me e Stefano), ci siamo lasciati andare ad uno sfogo più liberatorio che fondato su dati di realtà; alla fine quelli che sembravano disagi sono stati semplicemente dei cambi di programma imprevisti, che il difficile stato fisico e a volte morale non è riuscito a metabolizzare velocemente e con serenità. Di fatto, però, tutti ci hanno coccolati e reso quest’avventura agevole e gradevole, un’esperienza che, credo, fatta da soli sarebbe stata enormemente faticosa e adatta a ventenni liberi da impegni lavorativi al ritorno, con tanto tempo a disposizione in più e tanta energia! Il bello di questo viaggio è stato anche l’interazione con altri viaggiatori, per lo più sudamericani, che abbiamo più volte incontrato nelle varie tappe e con i quali abbiamo condiviso sia i momenti difficili sia quelli gradevoli. Ci salutiamo con gioia quando ci ritroviamo, chiedendoci reciprocamente le impressioni o le novità accaduteci nel frattempo. Ci sono due giovani fidanzatini colombiani dolcissimi, una coppia di argentini bellissimi (lui, un chiacchierone simpatico e incontenibile, ha il viso di Gael Garcia Bernal.. un amore!), madre e figlio statunitensi dal portamento nobile ed elegante anche quando indossano stropicciati abiti spartani, una signora messicana che viaggia da sola, due olandesi di mezza età… più altri che incontriamo almeno un paio di volte. Pochi italiani (tranne ad Agua Calientes e sul Machu Picchu), da cui ci teniamo a debita distanza… Questo è tipicamente italiano, il fuggire gli italiani quando se ne incontrano altri all’estero: siamo forse l’unico popolo che si sta sulle palle da solo, eppure questo non ci spinge ad attivarci per superare i nostri difetti e cambiare quell’atteggiamento che troviamo intollerabile già in Italia! Comunque stare lontani dagli Italiani in questo luogo ha anche un’altra funzione: ti consente di entrare meglio nel luogo visitato e di staccare dalla tua dimensione quotidiana.

Tornati a Ollaytambo, superato il piccolo incidente di percorso (dovremmo essere in un hotel, in cui invece non risultiamo) ce ne andiamo a riposare nel nostro hotel assegnatoci, davvero delizioso, e poi a cena in un ristorante equo e solidale, che dà parte dei suoi introiti alla gente dei paesi montani confinanti. La piazza è totalmente buia, ma le rappresentazioni e la festa per l’arrivo dei Re Magi (ecco cos’era!) continuano. In questo paesino c’è pieno di giovani provenienti da ogni parte del mondo, semplici e a loro agio, aperti agli altri, che portano stampato nei loro sguardi e nei loro sorrisi l’entusiasmo per la vita: è un piacere osservarli nei loro abiti peruviani, comprati in questa terra, mentre ricercano un contatto con gli esseri umani e con la natura che qui sembra più facile ottenere. Alcuni di loro sono stati anche un po’ sprovveduti e se ne sono andati sul Machu Picchu senza prodotti per le zanzare, che qui sono terribili, ed ora hanno gambe gonfie e piene di punture enormi.

 

7/01…VERSO CUSCO PASSANDO PER …

Dopo una bella dormita, cullati dal rumore del piccolo ruscello incanalato che corre intorno all’hotel, ci tuffiamo in un’abbondante colazione, che in Perù sono sempre ricche e gustose. Questa mattina ho provato yogurt e quinoa: una prelibatezza!

Partiamo per un tour alle SALINAS, alle suggestive MORAY, i terrazzamenti che hanno 1000 atmosfere di differenza tra un piano e l’altro per consentire la riproduzione di diversi microclimi e la cittadella di Chinchero. Io ho le mestruazioni forti (beh, in effetti mancava un po’ di debilitazione in questo viaggio!) e comincio a non avere più forza. Per fortuna mi tiene viva la guida più spirituale sino ad ora incontrata. Ci racconta dei “corsi di aggiornamento” per guide, alcuni dei quali incentrati sul recupero dello spirito inca, che prevedono l’utilizzo di allucinogeni provenienti dai cibi che gli Inca utilizzavano realmente nelle loro cerimonie. E poi stravolge le nostre conoscenze e credenze sugli Inca, affermando che essi conoscevano la scrittura e la ruota e che scelsero di non utilizzarle, la seconda perché in questi posti non era comoda, la prima perché limitava il pensiero. Secondo questa guida fu un Inca a decidere, a un certo punto della storia del suo popolo, di non usare più alcuna forma di decodifica della lingua, per lasciare libero il pensiero divergente e per non strutturare in alcun modo la mente. Sempre secondo questa guida ci sono prove di scritture cuneiformi e giochi per bambini con le ruote, a testimonianza di queste teorie. Siamo un po’ perplessi, ma tra noi nasce un dibattito. Inoltre ci racconta di aver visto a occhio nudo Marte e Venere grazie all’utilizzo di erbe che dilatano l’iride dopo essere stati al buio di giorno, con gli occhi bendati. Quanto vorremmo provare anche noi queste esperienze! Leggo negli occhi di Daniele la totale incondizionata adesione a queste nuove teorie e questo suo entusiasmo per l’alternativo al razionale mi piace un sacco! Ciò che manca a noi occidentali sono il contatto autentico con gli elementi del mondo terrestre e celeste e la volontà di fondersi con essi, trascurando a tratti la ragione per lasciar spazio all’emotività e all’innata spiritualità che ci connota come esseri umani. Anche oggi una nuova, splendida esperienza, mediata dalle convinzioni e dalle emozioni di un personaggio intrigante a modo suo…io e Dani sorridiamo paghi.

Arriviamo a CUSCO mentre scende un’acqua violentissima, che ha già allagato le strade. Ce ne andiamo a dormire stravolti in hotel.

Ci riprendiamo alle 5.00 del pomeriggio, per andare a vedere il museo archeologico… Un incanto, ma anche una soddisfazione riuscire a capire tutto ciò che è in mostra, grazie a ciò che abbiamo imparato in questo lungo viaggio sui vari popoli che abitarono il Perù: i loro usi e costumi, i loro incontri – scontri con altre civiltà, i periodi di fasto e decadenza dei loro imperi. Usciti dal museo io e Dani compriamo altre sciarpe (sono bellissime, calde e coloratissime) e ci chiudiamo in un bar della piazza centrale, un locale molto elegante e raffinato, dove mangiamo dolci eccellenti, serviti con raffinatezza. Poi alle 18.30 ci ritroviamo con Graziella e Stefano per assistere allo spettacolo di musica e danza locale presso il “Centro Qosqo de arte nativo”, incluso nel biglietto cumulativo di 130 soles, con cui abbiamo visto (e vedremo domani) tutti i monumenti Inca della zona di Cusco. Lo spettacolo è piacevole, la città bellissima, elegante, pulita, viva, ancora più bella di Arequipa. Ceniamo in uno dei tanti ristoranti del centro, continuando a parlare delle differenze, dei vantaggi e degli svantaggi delle culture sudamericane e dell’America del Nord in relazione a quelle occidentali, poi di quelle monoteiste e animiste, sottolineando sia la somiglianza tra le culture africane - e la loro concezione dell’uomo e del mondo - e quelle sudamericane, sia il divario con il nostro mondo, all’epoca degli Inca già fortemente avanzato nella ricerca se si pensa che si tratta del Rinascimento di Leonardo Da Vinci…ma cos’è realmente evoluzione? La serata e il dibattito si rivelano davvero piacevoli.

 

8/01 DA CUSCO A LIMA

Mi alzo totalmente priva di forze. Probabilmente la debolezza provocata ancora una volta dall’altezza, unita ai due antibiotici che sto prendendo e alle mestruazioni, che stamattina sono più invasive che mai, mi stanno massacrando la schiena, il mio solito punto debole. Per fortuna abbiamo contrattato con l’agenzia la partenza alle ore 9.00 e così possiamo prendercela con calma. Questo è l’unico hotel che ha anche i croissant, i miei adorati! Partiamo con una guida che ci mostra il sito più grande di Cusco, a forma di serpente, perché a lui dedicato (Asqsayhuamani); qui tuttora viene organizzata la festa del sole il 24 giugno; una giuria sceglie chi, tra i peruviani cusquegni, di pelle scura e che parla perfettamente la lingua quechua, impersonerà l’Inca e chi il grande sacerdote. Ancora oggi un lama nero viene sacrificato durante la cerimonia: gli viene tolto il cuore poiché, a seconda di com’è, si capirà se si avrà acqua o no e se per l’agricoltura sarà una buona annata. Questa guida ci illumina. È la prima a dirci che Inca è il nome del sovrano e non del suo popolo, che si chiamava invece TAUANTASUYANO; il nome inca, infatti, esclusivamente riservato al re, lo abbiamo male utilizzato a causa dell’ennesima cattiva interpretazione degli Spagnoli i quali, non potendo pronunciare molte parole quechua, modificarono i nomi dei luoghi e della cultura incaica per semplificarli. Qui a Cusco la volontà di eliminare la cultura autoctona imponendo quella europea è evidente nelle Chiese: ben 16 chiese enormi, compresa la cattedrale, furono costruite abbattendo i rispettivi templi del popolo Inca. Visitiamo la cattedrale, che è incantevole all’esterno, barocca e pesante all’interno. Continuiamo con la visita di QINQO, luogo in cui si facevano sacrifici e si mummificava (c’è una grotta che mantiene i 10 gradi quando fuori ce ne sono 20, perfetta per il procedimento mummificante), e poi di PUC PUCARA, un luogo dove l’Inca e coloro che appartenevano alla nobiltà si andavano a purificare: il sistema di fontane è ancora attivo e incantevole.

E’ ora di andare all’aeroporto per tornare a Lima. Paghiamo 4 dollari di tasse, imbarchiamo tutti i bagagli perché pesano tanto e l’operatore, molto carinamente, ci evita così di pagare delle multe. Mangiamo delle buonissime empanadas e poi via per Lima.

Il viaggio è tremendo, forse il peggiore della mia vita (anche peggio dell’andata), a causa sia delle turbolenze che ci costringono a saltare sul nostro posto sia di un’adolescente che, ad ogni sobbalzo, urla e tenta di fuggire come un’isterica in preda al panico. Insomma, non vediamo l’ora di scendere e di arrivare al nostro albergo. Invece a Lima hanno frainteso il nostro orario di arrivo, perciò ci vengono a prendere un’ora dopo. Ci consoliamo in uno “Starbugs”, una catena americana che offre caffé farciti di creme, cannella, panna e cioccolate varie… gustosissimi! Finalmente torniamo all’albergo della prima sera, il Monte Real, che appare a tutti noi molto più bello di quanto lo ricordassimo, con un letto a tre piazze! Il caffè mi ha aiutato a riprendermi dall’enorme stanchezza che sentivo nelle ossa e in ogni muscolo; così comincio a preparare le valigie per il lungo viaggio di ritorno. Una doccia e l’appuntamento con Graziella e Stefano è alle 18.45 al bar dell’hotel, dove ci aspetta il cocktail di benvenuto, ossia il nostro adorato Pisco sour. Decidiamo di cenare in albergo, il cui ristorante è davvero bello e il menu conta vari piatti tipici. Vorrei tanto mangiare ancora una volta pesce, ma ho bisogno di carne rossa, perché sento di essere carente di ferro e di avere la pressione ormai sotto i piedi. I nostri amici sommelier scelgono il vino, che mi va subito alla testa. Dopo una piacevolissima chiacchierata, incentrata sul senso dell’educazione oggi (hem, un ex educatore, oggi formatore, e due prof…era inevitabile, prima o poi, cadere nella pedagogia!), voliamo con un taxi al Parque de l’Agua, inaugurato 7 anni fa circa. E’ uno spettacolo di fontane coloratissime, che propongono giochi d’acqua d’ogni tipo a tempo di musica. Le più belle sono quelle interattive: quella dei niňos ti consente di porti al centro, mentre dal terreno partono getti diversi e imprevedibili, che fanno elettrizzare grandi e piccini. Un’altra fontana tutta rossa crea un arco, sotto cui passano anche degli sposi col loro fotografo. Il parco è pulitissimo, sicuro, pieno di famiglie ed è uno spettacolo che vale la pena di vedere; tra l’altro costa solo 4 soles e chiude alle 23.00. Ce ne torniamo in hotel davvero soddisfatti, anche di aver visto una parte di Lima così viva, piena di luci, insegne, auto e gente in giro fino a tardi.          

 

9/01 ULTIMO GIORNO A LIMA…

Si parte con l’ennesima guida preparata e disponibile a parlare anche della situazione economica del paese e delle reali condizioni del popolo peruviano. Ci conferma che il 40% della popolazione è ancora sotto la soglia della povertà. Chi rischia e lascia i paesi più isolati per andare in città finisce per vivere in condizioni ancora più estreme, perché non ha più quel poco da mangiare che l’agricoltura ricca di questo paese assicura a qualsiasi altezza. Ma il Perù è un paese in via di sviluppo, che sta facendo molto per riscattarsi e che negli ultimi anni sta puntando tanto sul turismo e l’industria tessile: perciò sono tutti speranzosi e quest’aria di ottimismo è quasi palpabile.

Visitiamo due musei privati, che sono davvero imperdibili e che, come dice Graziella, rappresentano la ciliegina sulla torta di un viaggio assolutamente straordinario.

 Il primo è il museo de l’Arco, collocato in una casa elegante del periodo coloniale, caratterizzato da un giardino rigoglioso, pieno di bouganville in fiore e uccellini canterini. Espone oggetti ritrovati nelle tombe e negli scavi archeologici divisi sia per epoche sia per temi: ceramiche, tessiture, oggetti in bronzo. Vi è poi una sala nella quale sono sistemati per soggetti (gli animali, le malattie, le teste, …) 45.000 pezzi di ceramica: è impressionante! Infine la sala erotica, dove le ceramiche, tutte dedicate alla fertilità, propongono pose, masturbazioni femminili e maschili, parti del sesso e accoppiamenti tra il genere umano e animale ed ermafroditi. La sezione è tanto ricca quanto eccitante, anche perché i falli sono tremendamente ben fatti ed enormi! Il secondo museo che visitiamo è il museo de Oro, dentro cui è proibito fare foto. Unica nota dolente: uno dei pezzi più pregiati della collezione non c’è; il guanto, infatti, è in mostra a Brescia!!! Poco male, sarà un’occasione per ributtarsi nella civiltà incaica una volta ritornati in Italia.

L’ultimo sito che visitiamo è pluristratificato: s’inizia cioè con i resti delle costruzioni della popolazione Lima, che dà il nome alla città, per poi continuare con le opere del popolo degli Inca; è il sito di PACHANAC, scoperto alle porte della città, di ben 5 kilometri.

Pranziamo alle 3.00: che fame! Ma vale la pena aspettare, perché ci portano a pranzare (anche questo almuerzo è incluso!) in uno splendido ristorante all’interno di un enorme centro commerciale, direttamente sull’oceano Pacifico. Il buffet è ricchissimo: ci accolgono con il Pisco sour (ma a quest’ora mi rifiuto di bere!) e la chicha morada… finalmente assaggiamo la famosa chicha, 2 gradi solo, tanto usata dagli Inca nelle diverse celebrazioni e per stordire i bambini, che sarebbero stati sacrificati ai vari dei. Ha ragione Stefano: sa di vin brulé servito freddo, con un marcato profumo di chiodi di garofano.  

Ultima tappa del giorno: l’INCA MARKET, un enorme mercato coperto che si estende per quattro isolati, pieno di bancarelle che vendono tutti i prodotti dell’artigianato peruviano incontrato nelle diverse regioni. Compriamo il pisco per mio cognato e due astucci. Lima è davvero adorabile: le sue case mi ricordano Buenos Aires; le singole della zona di Miraflores sono bellissime, sfoggiano le più diverse architetture, ma tutte sono chiuse da cancellate in ferro ed inferriate alle porte e alle finestre dalle forme raffinate e riecheggianti lo stile coloniale, riscontrabile in qualsiasi paese sudamericano, conquistato dagli Spagnoli (noi lo abbiamo incontrato a Cuba). Anche qui, come a Buenos Aires, le auto non sono lasciate in strada, anzi chiuse all’interno di alte cancellate. Alcune case, alcuni quartieri ed alcuni locali ed esercizi pubblici hanno in aggiunta la guardia armata: è normale che la criminalità sia alta in paesi così poveri. C’è caldo, ma ciò che infastidisce è l’umidità di questa città. Al ritorno mi aspettano le analisi per verificare che il parassita se ne sia andato, un po’ di dieta (anche se qui mangiamo cibi nutrienti e sani, come si può notare dalla pelle e dai denti dei Peruviani) per tornare in forma, l’enterogermina e il ferro per recuperare le forze andate. Comunque da quando siamo scesi a livello del mare mi sento già meglio e come per magia i sintomi dell’altura sono scomparsi…per fortuna! E poi un po’ di lampade per uniformare l’abbronzatura (ho i segni delle magliette senza maniche e dei miei enormi occhiali, senza i quali era impossibile stare a quelle altezze!) e la parrucchiera… un viaggio nel III mondo non è riuscito a farmi perdere la mia vanità femminile!

Saliamo in camera per recuperare le valigie: ci aspetta il viaggio di ritorno, più breve dell’andata perché non prevede alcun cambio sino a Madrid. I bilanci di fine esperienza sono inevitabili. Si tratta sicuramente del viaggio più ricco culturalmente che io abbia fatto: simile a Cuba per il grado di approfondimento della storia di questo stato e del suo popolo, simile all’Argentina per la varietà e la bellezza dei paesaggi; in assoluto il più ricco quanto a usi e costumi locali. Purtroppo mi è mancato il contatto umano, la ricchezza dell’incontro che, ad esempio, ha caratterizzato il viaggio a Cuba. Le guide peruviane sono professionalmente eccellenti, ma cercano di darti un’immagine sempre positiva del loro paese; con la gente incontrata non è bastato il tempo perché potessero fidarsi di noi e aprirsi con sincerità, raccontandoci veramente come vivono e cosa provano, anche rispetto a noi, rappresentanti di quello che viene definito (per certi aspetti a torto) il primo mondo. Sicuramente ai miei occhi questo popolo è apparso orgoglioso e fiero, così come lo furono i suoi antenati, e ne ha tutte le ragioni per quel meraviglioso rapporto che esso ancora mantiene con gli elementi naturali. Ho impresso nella memoria il sorriso e le chiacchiere di Faustina e delle sue amiche, che ci guardavano e commentavano chissà cosa di noi. E’ la prospettiva rovesciata: loro, dall’alto della loro purezza povera e fiera, guardano noi, un po’ tutti uguali, un po’ tutti diffidenti e impacciati di fronte a quella semplicità a cui non siamo più abituati… Tutti sorridiamo, curiosi verso l’altro, che ciascuno di noi osserva attraverso i propri parametri culturali, i propri riferimenti concettuali. Ma in realtà ciò che ci viene chiesto è la sospensione del giudizio, è uscire per una volta dai nostri meccanismi di categorizzazione per adottare un pensiero divergente, che accolga la diversità in modo autentico e gratuito. Così abbiamo cercato di fare e per questo siamo stati così bene. Questo è ciò che più mi è rimasto nell’anima di questo meraviglioso viaggio, conclusosi il 9 gennaio 2010 con la partenza dell’aereo Iberia da Lima per Madrid alle ore 20.55.      

  

           

     

 

 

Paola  

danielegoldoni@tele2.it

 

 

 

viaggio perù  www.viventura.it/viaggio/peru 

 

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