Benvenuti al South (korea)
Diario di Viaggio dal 30 aprile al 17 maggio 2026
di Gino Baraonda e Cassandra Trita
Benvenuti al South (korea)

Dovevamo andare in Dancalia.
Poi il destino, che evidentemente si diverte a pescare mete a caso dal
mappamondo, ci ha spediti in Corea del Sud.
“Ma cosa ci andate a fare in Corea del Sud?”
Cassandra.
La risposta è semplicemente Cassandra.
La Corea del Sud, infatti, è il paradiso mondiale della cosmetica coreana, e
Cassandra non è una cliente: è una forma evoluta di consumo industriale.
Non che ne abbia bisogno a mio modestissimo parere, ma non sono un uomo
abbastanza coraggioso da aprire un dibattito del genere.
Il suo piano era chiarissimo fin dall’inizio: partire con una valigia da 23
chili riempita di vestiti scelti appositamente per vivere il loro ultimo viaggio
terreno, abbandonarli progressivamente lungo il percorso e tornare con 23 chili
netti di creme, sieri, maschere e intrugli capaci probabilmente di ringiovanire
anche un parabrezza.
Un genio del male.
Io invece?
Che cosa ci andavo a fare?
Eh, questo lo capirete andando avanti. O meglio: leggendolo.
Quando abbiamo deciso di partire, ho iniziato a documentarmi e mi si è aperto un
mondo.
Prima della Corea del Sud sapevo pochissimo: qualche film, serie K-drama, due o
tre stereotipi e quella fastidiosa etichetta di “brutta copia del Giappone” che
ogni tanto le viene appiccicata addosso.
Poi inizi a leggere, a guardare video, a scavare un po’, e ti rendi conto che la
Corea non vuole essere il Giappone.
Ha un’identità tutta sua: più frenetica, più contraddittoria, più estrema sotto
certi aspetti.
Ed è proprio questo che la rende interessante.
Il primo giorno

Iniziamo subito senza riscaldamento: visita guidata del centro di Seoul.
Tanto per partire col piede leggerissimo.
Ci
troviamo a Myeongdong, sotto il “Migliore Hotel”.
Sì, si chiama davvero così. E lì iniziamo a capire che i coreani hanno un
rapporto tutto loro con i nomi italiani: più avanti troveremo bar, negozi e
prodotti con nomi che sembrano scelti lanciando un dizionario italiano giù dalle
scale.
La guida, Sally, ci recupera con un piccolo pulmino raccattando i vari partecipanti sparsi per la città. Nel giro di pochi minuti ci ritroviamo catapultati in un piccolo tempio buddista incastrato tra i palazzi moderni.
Coloratissimo.

Il cortile è coperto interamente da un soffitto di lanterne di carta dai colori accesi, appese per celebrare il compleanno di Buddha. Una di quelle scene che dal vivo sembrano quasi finte da quanto sono perfette.
Entriamo anche nel tempio, ma niente foto: è pieno di persone raccolte in
preghiera.
Il contrasto è stranissimo. Fuori il caos della città, i clacson, i palazzi, la
gente che corre. Dentro silenzio, odore d’incenso e persone immobili davanti
alle statue.
Salutato il piccolo Buddha, che mi è sembrato comunque molto più sereno di noi dopo dodici ore di volo, ripartiamo verso il palazzo reale, dove sta per iniziare la cerimonia del cambio della guardia.
Una muraglia umana.

Non si
vede assolutamente niente, quindi ci spostiamo lateralmente, vicino all’ingresso
da cui arrivano le nuove guardie.
Lì finalmente si apre lo spettacolo.
Anche
loro coloratissime: armature, tuniche, bandiere.
Si nota subito la differenza con gli hanbok (abito tradizionale coreano)
affittati dai turisti. Bellissimi anche quelli, per carità, ma accanto ai
costumi delle guardie sembrano lavati troppe volte.
Terminata la cerimonia entriamo nel palazzo reale e Sally inizia a raccontarci la storia del luogo.

Durante l’occupazione giapponese, durata trentacinque anni, gran parte dei palazzi venne distrutta e al loro posto costruirono un enorme edificio governativo da cui amministravano la città.
I
pochi edifici sopravvissuti furono trasformati in alloggi turistici.
Un’umiliazione che i coreani evidentemente non hanno dimenticato.
Una cosa la capisci subito: il rapporto con il Giappone è ancora una ferita aperta.

I coreani parlano spesso del fatto di aver influenzato culturalmente il Giappone per secoli, scrittura, buddhismo, amministrazione e vivono l’occupazione come il tentativo di cancellare una storia lunga cinquecento anni.
Continuiamo a esplorare quello che possiamo, tra cortili enormi, tetti decorati e padiglioni che sembrano usciti da un dipinto.
Arriviamo poi al Museo del Folclore Coreano. Abbiamo appena mezz’ora per
visitarlo, cioè il tempo tecnico di guardare tutto troppo velocemente e
promettersi di tornarci “con calma”.
Cosa che ovviamente non succederà mai.
Poi via verso Insadong: negozi tradizionali, gallerie d’arte, souvenir e cibo. Qui Cassandra adocchia subito un negozio di cosmetica con prezzi davvero bassi. Io segno l'indirizzo per quando torneremo a Seoul a fine viaggio.
Prima della tappa successiva passiamo davanti alla Casa Blu, loro corrispettivo della Casa Bianca.
Tanto per far capire quanto siano vicini agli americani...
Tappa successiva è una fabbrica di prodotti al ginseng coreano, secondo loro il migliore al mondo.
Probabilmente vero.
Ai prezzi che ha, ci mancherebbe pure che fosse mediocre.
Dopo
il giro ci accompagnano nel negozio.
Per sei barattolini di una pasta marrone dall’aspetto sospettosamente simile
alla Nutella, chiedono circa duecento euro.
Le capsule invece stanno sui quattrocentotrenta euro a scatola.
Saranno pure tante capsule… ma con 430 euro sai quante cose inutili eppur bellissime riesci a comprare in vacanza?
Alla fine Cassandra mi confesserà che ha desistito dal suo acquisto per risultato dell’uso del ginseng visibile nella vita reale: se ha un ottimo potere coadiuvante per le vie respiratorie, perché i coreani a tosse e raucedine sono messi così male?
Tutto il viaggio, credetemi, è stato un lazzaretto a cielo aperto!
Nuova tappa: la Torre di Seoul.
Essendo festa, gli autobus non possono salire fin lassù per via della folla.
Tocca prendere la funivia.
Il
problema non è la funivia.
È la fila.
Un’ora
e mezza abbondante di attesa.
Praticamente Gardaland, con meno adrenalina e più anziani coreani perfettamente
organizzati.
Arrivati in cima troviamo il famoso punto panoramico sulla città.
Peccato la foschia, probabilmente causata dalla polvere gialla che arriva dai
deserti della Mongolia e della Cina.
Il
tramonto?
Mai visto.
Cosa
stranissima: anche qui esistono i lucchetti dell’amore.
Le ringhiere panoramiche sono completamente ricoperte di lucchetti colorati,
arrugginiti, scoloriti, incastrati uno sopra l’altro come cozze attaccate agli
scogli.
Alla fine del romanticismo rimane sempre la ruggine.
Namsangol Hanok Village
Concludiamo il giro turistico al Namsangol Hanok Village, una ricostruzione di un antico quartiere tradizionale di Seoul.
Qui le case in stile hanok (abitazione tradizionale coreana), erano costruite tutte una accanto all’altra, così vicine da far sembrare il quartiere più un piccolo villaggio che una parte di una grande città.

Ed era proprio questo il senso del luogo: famiglie che vivevano a stretto contatto, condividendo spazi, cortili e vita quotidiana.
Ovviamente anche questa ricostruzione esiste per un motivo preciso.
Gran parte dei quartieri storici originali vennero distrutti durante l’occupazione giapponese, lasciando alla Corea il compito di ricostruire non solo gli edifici, anche una parte della propria memoria storica e culturale.
Considerazioni e prime impressioni:
i coreani non guardano dove vanno.
Questa la prima vera lezione coreana.
Siete in mezzo alla folla, palazzi reali, supermercati, marciapiedi, stazioni della metro, dovete sviluppare una sorta di sesto senso anche per chi vi circonda, perché moltissimi semplicemente non guardano dove stanno andando.
Non
per cattiveria.
Non per maleducazione.
Sono sinceramente distratti.
Camminano guardando il telefono, parlando, pensando ai fatti loro, improvvisamente ti tagliano la strada con la serenità di una particella impazzita.
Seoul, ovvero Manhattan con il kimchi.
Seoul è molto meno “tradizionale” di quanto immaginassi.
In alcune zone sembra davvero di stare a New York: grattacieli di vetro, strade enormi, schermi giganti, traffico, insegne luminose ovunque.
Times Square magari resta ancora un altro campionato… però Seoul se la gioca.
Proprio questo spiazza: non è l’Asia che uno si immagina prima di partire.
Sveglia, oggi si corre!

Piove.
Chissene.
Sono a Seoul e non vado a correre?
Alle
sette del mattino sono praticamente l’unico essere umano che trotta sotto la
pioggia nel centro della città.
Forse l’unico abbastanza stupido da considerarla una buona idea.
Parto
senza una vera meta precisa, tanto nelle grandi città correre è anche un modo
per orientarsi.
Attraverso la stazione passando sopra quella specie di strada sopraelevata
trasformata in parco urbano, piena di piante, passerelle e gente che
probabilmente a quell’ora avrebbe preferito essere a letto.
Poi punto verso il palazzo reale.
Chiuso.
Perfetto.
“Allora vado all’altro palazzo reale”, penso.
Chiuso pure quello.
A quel punto decido che va bene così: i chilometri ormai li ho fatti, la dignità l’ho persa da almeno mezz’ora e posso tornare a casa.
Oggi pioverà per tutto il giorno.
Non un
temporale serio, no.
Quella pioggerella sottile e insistente che a Roma chiamiamo gnagnarella:
abbastanza leggera da convincerti a non aprire l’ombrello e abbastanza
fastidiosa da farti pentire cinque minuti dopo di non averlo fatto.
In più fa freddo.
Prendiamo l’autobus e scendiamo davanti a un altro palazzo imperiale.
Anche questo ricostruito, decisamente più affascinante di quello visitato il
giorno prima.

A metà
percorso, scopriamo un’altra biglietteria.
Dietro la biglietteria… un altro palazzo ancora.
Più
grande.
Più elegante.
Più tutto.
A un certo punto perdi anche il senso dell’orientamento: cortili, portali, padiglioni, tetti decorati. Ogni volta che giri un angolo, ne spunta un altro.

Ci passiamo dentro un paio d’ore abbondanti, poi decidiamo di andare verso Bukchon, il famoso villaggio hanok di Seoul, quello delle case tradizionali coreane.
È abbastanza vicino e ci arriviamo a piedi.
Le strade davvero “tradizionali” non sono poi tantissime, alcune sono carine: piccole salite, muri in pietra, tetti curvi e caffetterie infilate dentro edifici che sembrano usciti da un’altra epoca.
Per orientarsi, comunque, basta seguire i turisti.
O meglio, seguire la direzione dei selfie.
I turisti sono talmente tanti che il quartiere ha sviluppato una figura professionale tutta sua: lo sceriffo del silenzio.
Anzi, gli sceriffi.
Persone che girano per le stradine con una specie di distintivo appuntato
addosso cercando di impedire ai turisti di trasformare il quartiere in un parco
giochi.
Dopotutto lì la gente ci vive davvero.
Infatti dopo le cinque del pomeriggio ai non residenti non è più consentito entrare in certe zone del quartiere, proprio per restituire un minimo di pace agli abitanti.
Sinceramente li capisco.
Dopo otto ore di gente che si fotografa davanti a casa tua fingendo spontaneità,
anch’io metterei le barricate.
Visto che siamo in zona, decidiamo di andare al museo di arte contemporanea.
Errore.
Caos totale.
Dopo
mezz’ora di fila siamo riusciti ad avanzare più o meno quanto un download col
modem del 1998.
Guardo Cassandra: non era nemmeno arrivata a metà della coda per la
biglietteria.
Missione abortita.
Cambiamo obiettivo.
Torniamo verso il museo di storia della Corea, vicino al palazzo visitato il giorno precedente.
Almeno è gratuito e, soprattutto, si entra.

Il museo è molto interessante: racconta bene la trasformazione incredibile della Corea, passata in pochi decenni da paese devastato dalla guerra a potenza tecnologica mondiale.
Peccato che a metà visita il jet lag decida di presentarmi il conto.
All’improvviso mi ritrovo a fissare pannelli storici senza più capire se sto leggendo della dinastia Joseon o il menu di un ristorante.
Peccato, meritava decisamente più lucidità di quella che il mio cervello era disposto a offrire in quel momento.

Considerazione del giorno:
il regno del caffè.
Caffetterie ovunque.
Davvero ovunque.
Quantità difficile da spiegare.
Il
problema è che il caffè è pure buono.
Perfino i dolci sorprendono: molti ricordano quelli europei, soprattutto
francesi. Spesso sono molto meno zuccherati di quanto mi aspettassi.
Terzo giorno

Dopo una giornata di esplorazione in modalità fai-da-te, decidiamo di tornare ad affidarci a una guida locale perché le tappe di oggi sono abbastanza fuori portata per chiunque non abbia un’auto, una patente coreana o un talento naturale per sopravvivere ai mezzi pubblici fuori da Seoul.
La guida si rivela immediatamente un personaggio.
Una donna completamente fuori controllo che parla a raffica un inglese vagamente comprensibile, alla velocità di un’asta di beneficenza sotto cocaina.
E soprattutto conclude ogni frase con “ok?”
Sempre.
Costantemente.
Ossessivamente.
Una
specie di intercalare compulsivo.
Tipo i bergamaschi col “pota”, ma in versione coreana internazionale.
Lo usa
mentre parla inglese.
Lo usa mentre parla mandarino.
Probabilmente lo usa anche nel sonno.
“Today
we go mountain ok?”
“Photo stop five minutes ok?”
“Very beautiful place ok?”
Lo avrà detto almeno novemilaottocentotrentacinque volte, ok?
Dopo due ore io e Cassandra avevamo il cervello completamente colonizzato.
A un
certo punto inizi a pensare in “ok?”.
Respiri in “ok?”.
Esisti in “ok?”.
Non riesco più a smettere, ok?
Ho bisogno di silenzio, ok?

Giardino della Calma Mattutina
Prima tappa: il Giardino della Calma Mattutina.
Molto bello, bisogna dirlo.
Mi ha ricordato una versione coreana dei Giardini di Ninfa, senza ruderi medievali e con una quantità decisamente superiore di coreani perfettamente vestiti che si fotografano davanti ai fiori.
Ponticelli, laghetti, alberi potati con precisione chirurgica e sentieri che sembrano progettati apposta per convincerti che la tua vita sarebbe migliore se vivessi lì dentro.
Uno di quei posti dove anche facendo foto a caso viene tutto bene.

Nami Island
Seconda tappa: Namiseom.
Di
quest’isola avevo sentito parlare benissimo.
Era praticamente uno dei motivi principali per cui avevo scelto questa
escursione.
Invece…
‘Na turistata.
Si prende un battello che ti scarica sull’isola insieme a una quantità industriale di altre persone tutte lì per fare esattamente le stesse identiche foto.
L’isola in sé non è nemmeno brutta.
L’atmosfera ricorda un Gardaland degli anni Ottanta senza giostre: viali
ordinati, file, musica diffusa, negozietti, coppiette che si fotografano
tenendosi per mano e orde di turisti che avanzano lentamente come branchi
migratori.
C’era un’alternativa infinitamente più interessante.
La zipline.
Una corda tesa da una torre alta ottanta metri che ti lancia direttamente sull’isola attraversando il fiume sospeso nel vuoto.
Un minuto e mezzo di volo sopra l’acqua.
Molto più dignitoso del battello.
Purtroppo i posti disponibili erano solo per orari troppo tardi e avevamo paura di non riuscire a rientrare in tempo con il gruppo.
Spoiler: ce l’avremmo fatta tranquillamente.
Ma queste cose si scoprono sempre cinque minuti dopo aver preso la decisione sbagliata.
Dopo questa seconda tappa abbastanza deludente torniamo sul pullman sperando almeno in un finale dignitoso per la giornata.
Ormai resta soltanto la famosa pedalata sulle rotaie.
Colpo di scena: è stata probabilmente la parte più divertente della giornata.
Si tratta di una vecchia linea ferroviaria dismessa trasformata in percorso turistico: sali su un vagoncino a pedali e percorri la valle seguendo i binari.

In realtà era quasi tutto in discesa.
Più che pedalare, si trattava di fingere di fare sport mentre il paesaggio scorreva intorno.
Il percorso era davvero bello: montagne, fiume, alberi e soprattutto una serie di gallerie trasformate in piccoli tunnel psichedelici con musica, luci colorate ed effetti diversi ogni volta.
Una specie di rave ferroviario per famiglie.
Alla fine del percorso ci caricano addirittura su un piccolo trenino panoramico per percorrere gli ultimi due chilometri.

Lì ho tirato un sospiro di sollievo.
Perché dopo Nami Island temevo seriamente che la giornata sarebbe finita molto peggio.
Giornata dei bambini

È la giornata dei bambini in South Korea.
Noi, che rifiutiamo qualsiasi forma di maturità emotiva e continuiamo a considerarci una versione stanca di Peter Pan, decidiamo di festeggiarla insieme a tutti i bambini di Seoul andando al Museo Nazionale della Corea.
Scelta che, già all’ingresso, inizia a sembrarmi potenzialmente problematica.
Un enorme cartello infatti annuncia con orgoglio:
“Terzo museo più visitato al mondo”.

E io subito diffidente.
Terzo?
Davvero?
Perché
il primo e il secondo nella mia testa sono automaticamente il Louvre Museum e i
Musei Vaticani.
Poi?
Chi
lasci fuori?
Il British Museum?
Il Met?
La National Gallery?
Gli Uffizi?
Mi sembra improbabile.
Poi Cassandra mi fa notare una cosa molto semplice: la dimensione del museo.
Enorme.
Più
che un museo sembra un quartiere dell’EUR.
In effetti qui sono vicini alla Cina, all’India, a tutto il Sud-est asiatico…
parliamo di miliardi di persone.
Certo, non andranno tutte al museo, ne basterebbe una percentuale minuscola per riempirlo come uno stadio.
Infatti, una volta entrati, devo ammettere che il posto è impressionante.
Immenso, modernissimo e organizzato benissimo.
C’è davvero di tutto: statue buddhiste, armature, ceramiche, pagode, reperti archeologici, manoscritti, oggetti quotidiani, intere ricostruzioni storiche.
E soprattutto una cosa fondamentale: non ti aggredisce.
Ho
visitato musei più importanti o più ricchi, spesso dopo qualche ora ti senti
mentalmente frullato, come se il cervello non riuscisse più a elaborare nulla.
Qui invece no.
Passano le ore senza quasi accorgersene.
Usciamo che è già sera, stanchi ma non distrutti.
E soprattutto soddisfatti.
Non è così scontato quando passi un’intera giornata dentro un museo.

Visto che siamo rientrati a un orario ancora umano, secondo voi posso evitare di andare a correre?
Ovviamente no.
Dopo qualche giorno senza allenarmi inizio a sentirmi fisicamente in colpa, anche in vacanza.
Così decido di tornare verso la torre panoramica dell’altra sera.
Oggi il cielo è completamente diverso: limpido, pulito, finalmente senza quella foschia sospetta che sembrava aver inghiottito tutta la città nei giorni precedenti.
La parte più difficile non è la salita.
È trovare la strada giusta.
Tra scalinate, sentieri e deviazioni varie, impiego più tempo a capire dove andare che a correre davvero.
Poi arrivano le scale.
Infinite.
E lì il running finisce ufficialmente.
A un certo punto, per non andare a sbattere contro qualcuno, smetto di correre e inizio semplicemente a salire i gradini due a due, cercando di mantenere almeno un minimo di dignità atletica.
Finalmente arrivo in cima. Mi fermo a riprendere fiato e capisco subito di aver avuto ragione a tornare.
La vista è completamente diversa rispetto al primo giorno.

Niente
sabbia gialla dalla Mongolia.
Niente foschia lattiginosa.
Solo Seoul che si accende lentamente sotto il cielo della sera.
Vorrei aspettare il tramonto fino alla fine, ma sono completamente sudato e inizia a fare freddo.
Così riparto verso il basso correndo.
Almeno ci provo.
Perché ogni due minuti il panorama diventa più bello e mi fermo continuamente a fare foto: il cielo si colora sempre di più, il sole diventa rosso fuoco e i grattacieli iniziano a illuminarsi uno dopo l’altro.
Una di
quelle serate che non succede niente di clamoroso…
ma che ti rimangono addosso più di tante altre.

Il trekking come stile di vita.
La Corea è tutta salite.
Non ci
sono grandi pianure: solo colline, montagne e quartieri tra una collina e
l'altra.
Questo spiega perfettamente perché il loro sport nazionale sembri essere il
trekking.
Una
quantità impressionante di persone, soprattutto anziani, gira quotidianamente
vestita come se stesse per affrontare una spedizione himalayana.
Scarponcini tecnici, giacche antivento, zaini professionali, bastoncini da
trekking.
Sui mezzi pubblici incontri pensionati equipaggiati meglio di certi escursionisti sulle Dolomiti.
È un modello di vecchiaia che mi piacerebbe poter sperimentare un giorno.
Seorak-san

Fino all’ultimo sono stato indeciso se cancellare questa escursione.
Un po’ perché volevo vedere ancora altro di Seoul, un po’ perché temevo seriamente che finisse come la giornata a Namiseom: tante aspettative, tanta gente e alla fine poche emozioni vere.
Per fortuna ho deciso di andarci.
Tre ore di autobus per raggiungere il Seoraksan National Park.
La
Corea non ha montagne particolarmente alte, ma è piena di montagne.
Letteralmente piena.
Qui la
cima più alta arriva a 1708 metri.
In Italia probabilmente la chiameremmo “collina un po’ arrogante”, in Corea ci
fanno un parco nazionale spettacolare.
Bisogna ammettere che hanno ragione.
Partiamo praticamente dal livello del mare, essendo molto vicini alla costa, quindi il dislivello si sente tutto.
Appena scesi dal pullman la guida dà le istruzioni:
Abbiamo tre ore e mezza scarse per andare e tornare.
Anzi meno, perché intanto il tempo passa.
Ci illustra le opzioni disponibili:
· una cascata raggiungibile in circa un’ora;
· una caverna a un’ora e venti;
· la funivia… chiusa per vento forte.
E lì io:
“Ma come, e Ulsanbawi?”
Ero venuto per quello.
Ulsanbawi.
Quelle enormi rocce di granito appuntite che sembrano uscite da un film fantasy.
La guida è pessimista.
Secondo lei non abbiamo abbastanza tempo.
Controllo velocemente online e in effetti trovo gente che ci ha messo più di tre ore e mezza per il percorso completo.

Peccato nel frattempo siano già passati altri dieci minuti da quando siamo scesi dal bus e l’appuntamento per il ritorno resta inchiodato alle 14:30.
Io e Cassandra ci guardiamo.
Cambio dell’olio ai box.
Partenza.
Seminando praticamente tutti gli altri.
Lo so, non è una gara.
Se dobbiamo fare più di otto chilometri con cinquecento metri di dislivello, concentrati quasi tutti negli ultimi due chilometri, forse è il caso di darsi una mossa.
Dopo venti minuti sono già all’inizio della salita vera.
Pietroni, scalini di legno, passerelle perfette.
Una cosa va detta: i coreani trattano i sentieri meglio di come certe città italiane trattano i marciapiedi.
Tutto curato, pulito, organizzato.
Dopo un altro chilometro di salita abbastanza seria mi giro e Cassandra non c’è più.
Ci eravamo detti:
“Vediamo dove arriviamo dopo un’ora e mezza, poi decidiamo.”
Ormai sono lanciato.
Quando arrivo all’inizio della scalinata finale sono da solo e attacco l’ultimo tratto.
Una legnata.
Non tanto per gli scalini in sé, quanto perché la salita diventa ripidissima e il vento inizia a tirare fortissimo.
Arrivo in cima dopo un’ora e tre minuti dalla partenza.

Distrutto.
Sudato.
Praticamente lessato.
Però appena alzo lo sguardo passa tutto.
Le cime rocciose del Seoraksan si aprono davanti a me in mezzo alle nuvole e al vento, capisco immediatamente perché questo posto sia così famoso.
Resto un po’ a fare foto, dopo qualche minuto inizio a preoccuparmi.
Il vento lo sento eccome.
Chi non sento più è Cassandra.
Guardo verso il basso.
Niente.
Inizio a scendere per cercarla. La trovo soltanto dopo aver rifatto tutta la rampa più lunga e ripida della salita.
Eccola lì.
Distrutta anche lei.
Però ce l’ha fatta.
Grandissima.
Torniamo su insieme. Quando raggiungiamo di nuovo la cima riesce finalmente a pronunciare le sue prime parole:
“Machiccazzocelhafattofare!!!”
Che in quel momento mi è sembrata una sintesi perfetta dell’alpinismo mondiale.
Guardo l’orologio.
Abbiamo ancora due ore.
“Sì dai, tranquilli, ce la facciamo.”
Frase che ogni escursionista pronuncia sempre pochi minuti prima di scoprire di aver sottovalutato qualcosa.
Infatti al ritorno ci mettiamo più tempo che all’andata.
Anche perché iniziamo a fermarci.

Prima per vedere i templi lungo il percorso, uno costruito sotto una roccia gigantesca, davvero spettacolare, poi perché io decido serenamente di mettermi a mangiare una piadina, passeggiando con calma come se fossi ad una fiera.

Morale: arriviamo al pullman con solo dieci minuti di anticipo.
Io felicissimo.
Cassandra decisamente meno.
Già tutto questo basterebbe, ma la giornata non è ancora finita.
La gita prosegue verso il mare, sul versante orientale della Corea.
Destinazione: Naksansa, il tempio dell’alba.
Anche qui c’è da camminare un po’ in salita, per fortuna dopo Ulsanbawi qualsiasi cosa inferiore a mille gradini sembra pianeggiante.
Il posto è magnifico.

Templi sospesi sopra le scogliere, pini piegati dal vento e il mare che si infrange sotto le rocce.
Dentro un piccolo tempio a picco sul mare troviamo un monaco che canta una nenia continua.
Almeno credo fosse una nenia...a tratti sembrava stesse ridendo.
E non si fermava mai.
A volte rallentava, quasi senza fiato, improvvisamente accelerava di nuovo come una chiamata su Teams quando torna la connessione e recupera tutto l’audio arretrato insieme.
Non sapevo se ridere o allontanarmi lentamente senza fare movimenti bruschi.
Visitiamo la grande statua del bodhisattva affacciata sul mare, poi torniamo finalmente verso il bus.
Rientriamo a Seoul tardissimo, stanchi morti ma soddisfatti.
Questa parte della Corea, più selvaggia e meno “patinata”, è stata probabilmente una delle cose che mi sono rimaste di più addosso.
Forse è anche quella che molti turisti finiscono per saltare.
Busan

Oggi salutiamo Seoul e scendiamo verso sud.
Destinazione: Busan.
Per
arrivarci prendiamo il treno ad alta velocità coreano che, nel giro di poche
ore, ti porta dal centro di Seoul al centro di Busan.
Sempre ammesso che Busan abbia davvero un centro.
Perché Busan sembra una città progettata dopo una lite violentissima tra urbanisti, montagne e oceano.
Appena arrivati in stazione lasciamo i bagagli e iniziamo subito a esplorare la zona intorno.
Lì vicino c’è Chinatown.
È ancora presto, le strade sono quasi vuote, troviamo immediatamente una cosa fondamentale: il locale di ravioli preferito dal protagonista di Oldboy.
Già questo, per me vale quasi il viaggio.
Visto che abbiamo ancora tempo, decidiamo di prendere un autobus e iniziare a capire la città.
Errore strategico.
Busan è un delirio urbanistico affascinante.
È una
metropoli enorme e modernissima, sviluppata praticamente in linea retta lungo la
costa.
Da una parte il mare, dall’altra montagne ovunque.
I
grattacieli spuntano dove trovano spazio, compressi tra spiagge, colline e
promontori.
E quando non possono allargarsi… si alzano.
Il risultato è stranissimo.
Spiagge gigantesche incastrate tra pareti di cemento e vetro.
Ponti enormi costruiti direttamente sul mare per collegare pezzi di città
separati dalle montagne.
Quartieri che sembrano lontanissimi pur essendo teoricamente vicini.
Spostarsi è un incubo.
Sembra esserci sempre una sola strada disponibile per qualunque direzione.
Gli
autobus sono tantissimi, anche veloci ed efficienti, ma prima o poi rimangono
intrappolati nel traffico insieme a tutti gli altri.
Nessuna corsia preferenziale.
Nessuna pietà.
Le metropolitane ci sono, certo, ma non formano quella rete capillare da grande metropoli asiatica che ti aspetteresti.
Busan dà continuamente la sensazione di essere una città che combatte contro la propria geografia.
Forse è proprio questo a renderla così particolare.
A un certo punto andiamo a prendere la funivia.
Ovviamente, con tutte queste montagne... non poteva mancare una funivia.
Questa è speciale.
Parte da una spiaggia, attraversa direttamente il mare e termina su una montagna affacciata sull’oceano.
Praticamente un riassunto perfetto del caos geografico di Busan.
Dall’alto la città è ancora più strana: palazzi ovunque, strade che si infilano tra le montagne, ponti sospesi sul mare e quartieri che sembrano comparire dal nulla.
Qui arriva una sensazione difficile da spiegare.
Se
Seoul mi aveva ricordato Manhattan, Busan ha qualcosa che nella mia testa
associo più alla Cina.
Più caotica, più disordinata, più “portuale”.
Tecnicamente, in Cina non ci sono ancora stato.
Per ora.
Dalla montagna andiamo poi a vedere un piccolo isolotto roccioso che emerge dal mare come una miniatura di montagna persa nell’acqua.
E anche vista da lì Busan continua a sembrarti una città costruita in posti dove una città non dovrebbe riuscire a stare.
Alla fine riprendiamo autobus su autobus e torniamo verso la stazione.
Questa volta finalmente possiamo entrare nel nostro nuovo alloggio con vista direttamente sul porto della città.
Navi, container, luci e gru gigantesche continuano a muoversi perfino di notte.
Non esattamente la classica cartolina romantica.
Incredibilmente affascinante.
Le ciabatte.
Le ciabatte meritano un capitolo a parte.
I
coreani vogliono stare comodi.
Non c’è altra spiegazione.
Ciabatte da spiaggia ovunque: al supermercato, in metro, nei ristoranti, in
aeroporto.
Persino sull’aereo.
Noi
europei ci vestiamo per sembrare presentabili.
Loro hanno chiaramente superato questa fase evolutiva.
Gita a Gyeongju e dintorni

La prima vera attività che facciamo a Busan… è uscire da Busan!
Perfetto.
Destinazione: Gyeongju.
Una
città che avevo provato in tutti i modi a infilare nel programma del viaggio
come tappa fissa, senza riuscirci.
Da Seoul si poteva fare, certo, ma tutti continuavano a dire che da Busan fosse
più comoda.
“Comoda” nel senso coreano del termine: partire presto, vedere mille cose e tornare tardissimo distrutti.
Tempio di Bulguksa
Prima tappa: Bulguksa, probabilmente il tempio più famoso e visitato della Corea.
Si capisce subito perché.
Bellissimo.

Forse lo visitiamo un po’ troppo velocemente, ma la giornata è pienissima e in fondo il complesso non è enorme.
In compenso è addobbato a festa.
Come quasi tutti i templi in questo periodo, anche qui è tutto ricoperto di lanterne colorate per il compleanno di Buddha che si avvicina.
Queste decorazioni danno ai templi coreani un’atmosfera stranissima: sacra e allo stesso tempo allegra, solenne ma piena di colori.
Molto diversa dall’idea austera spesso si associa ai luoghi religiosi.
Villaggio Yangdong

La seconda tappa è il Yangdong Folk Village.
Qui che ci fermiamo anche per pranzo.
Io e Cassandra facciamo immediatamente quello che facciamo sempre: spariamo da soli in esplorazione.
Questo villaggio è diverso da quelli “storici” ricostruiti nelle città.
Qui le
case sono vere.
Vecchie davvero.
E soprattutto la gente ci vive ancora.
Da secoli.
Le
famiglie storiche del villaggio sono due: i Son e i Kim.
Ci sono abitazioni del Cinquecento, case nobiliari con i tetti in tegole e
abitazioni più povere coi tetti di paglia.
Passeggiare tra quelle stradine silenziose è stranissimo, non sembra un museo: sembra di essersi infilati dentro una Corea parallela rimasta sospesa nel tempo.
Ovviamente noi, con grande rispetto delle regole, ci siamo anche infilati dentro qualche cortile.
Piano.
Silenziosi come ladri professionisti.
Non so se fosse consentito davvero, se fossero aperti apposta ai turisti o se semplicemente nessuno ci abbia visti.
Fatto sta nessuno ci ha rincorsi urlando, quindi la consideriamo una vittoria diplomatica.
I tumuli di Gyeongju
Arriviamo poi alla parte che probabilmente mi ha colpito di più.
I tumuli funerari di Gyeongju.
Enormi colline artificiali erbose che custodiscono le tombe del regno di Silla, uno dei tre regni che unificarono la Corea.
Il parco mi ha ricordato vagamente la Necropoli della Banditaccia.

Solo vagamente.
C’è una differenza gigantesca: quasi tutte le tombe sono ancora intatte.
Non scavate.
Non saccheggiate.
Non aperte.
Per noi italiani, abituati a una storia archeologica fatta anche di tombaroli, saccheggi, papi che spostavano reperti come soprammobili e dinastie intere che riutilizzavano qualsiasi pietra disponibile… questa cosa è quasi inconcepibile.
Qui non solo non scavano le tombe a caso. Salirci sopra è punibile con multe enormi e perfino con il carcere.
Una forma di rispetto archeologico che fa sinceramente impressione.
Visitiamo l’interno di una delle poche tombe aperte al pubblico, poi ci lasciano tempo libero tra i tumuli.
La cosa incredibile è proprio quella: passeggi accanto a colline che custodiscono sepolture antiche senza sapere nemmeno chi ci sia dentro.
C’è qualcosa di potentissimo in questa scelta di lasciare tutto lì dov’è.
Dopo il parco andiamo nel vicino quartiere hanok a fare merenda.
Io prendo un dolce ripieno di mozzarella di Jeju Island.
Almeno così pubblicizzavano.
Diciamo che la mozzarella era più un concetto filosofico che una presenza concreta.
Nel complesso non era male.
Il palazzo reale al tramonto

La giornata non è ancora finita.
Penultima tappa: ciò che resta del vecchio palazzo reale delle feste di Gyeongju.
Anche qui la storia con l’occupazione giapponese torna fuori ancora una volta.
I pochi edifici sopravvissuti si sono salvati soltanto perché i giapponesi stessi li usavano per eventi e celebrazioni.
Arriviamo poco prima del tramonto, ci piazziamo davanti allo stagno in attesa che faccia buio.

Piano piano si accendono le luci che illuminano i padiglioni.
Il posto cambia completamente faccia.
Le strutture illuminate si riflettono nell’acqua creando copie perfette e colorate dei padiglioni.
Uno di quei panorami quasi esageratamente pittoreschi, al punto che sembrano costruiti apposta per convincerti a fare foto.
Infatti ne facciamo parecchie.

Il ponte sul fiume
Pensavate fosse finita?
No.
Un’ultima tappa.
Un ponte di legno sul fiume, completamente illuminato.
Anche questo è stato ricostruito, l’originale non esiste più da tempo. Vederlo di notte, riflesso nell’acqua, è davvero spettacolare.
Ovviamente per fare le foto migliori bisogna scendere sui sassi in mezzo al fiume.
Ovviamente è buio.

Ovviamente il rischio di finire in acqua è altissimo.
Camminiamo con quella prudenza goffa tipica delle persone che vogliono sembrare avventurose ma hanno già capito quanto sarebbe umiliante cadere nel fiume davanti a tutti.
Così, tardissimo, si conclude una delle giornate più intense e più belle di tutto il viaggio.
Quelle giornate in cui vedi così tante cose e alla fine, tornando a casa, ti sembra siano passati almeno tre giorni invece di uno solo.
Seconda escursione a Busan

In questa metropoli assurda fatta di grattacieli di vetro, condomini altissimi e quartieri che sembrano usciti direttamente da Neon Genesis Evangelion, manca solo un EVA che emerga dal porto, esiste ancora una cosa incredibilmente semplice che riesce ad avere un fascino tutto suo.
Un trenino costiero.
Già questo basta a rendermi felice.
Per riuscire a salirci bisogna praticamente organizzarsi come per comprare i biglietti di un concerto importante.
Prenotazione almeno una settimana prima, soprattutto nel weekend.
Io ho aspettato troppo: un po’ per il meteo incerto, un po’ perché non sapevamo ancora bene come incastrare le giornate a Busan.
Risultato: biglietti esauriti.
Però le escursioni guidate avevano ancora qualche posto disponibile.
Quindi…
Oggi si va sullo Sky Capsule.
Haeundae Sky Capsule.
Praticamente delle piccole capsule colorate da massimo quattro persone che scorrono lentamente su binari sospesi sopra la costa di Haeundae.
Sotto, più vicino al mare, passa anche il treno panoramico vero e proprio, che fa un percorso più lungo lungo tutta la costa.
La capsula ha un fascino particolare.
Sarà
perché sembra un giocattolo.
Sarà perché si muove pianissimo.
Sarà perché dall’alto vedi spiagge, scogliere e mare senza dover fare
assolutamente nulla.

Il viaggio è rilassante, panoramico e vagamente infantile nel senso buono del termine.
Uno di quei mezzi di trasporto che ti fanno sorridere senza motivo preciso.
Scendiamo alla stazione finale. Iniziamo a camminare lungo la costa mentre il treno panoramico ci supera lentamente ogni tanto.
E io, come sempre, continuo a pensare una cosa molto semplice:
Il treno è sempre il treno.
Anche
quando va piano.
Anche quando è turistico.
Anche quando non serve davvero ad andare da nessuna parte.
Arriviamo poi a una passerella di vetro sospesa sopra il mare.
Molto scenografica.
Molto fotografabile.
Molto piena di persone che fingono naturalezza mentre cercano disperatamente l’angolazione giusta.
A quel punto il gruppo va a pranzo nel ristorante scelto dalla guida.
Io e Cassandra facciamo quello che facciamo meglio: disertiamo.
Il nostro piano è tentare di prendere il treno panoramico fino al capolinea.
Spoiler: non ci riusciremo.
Biglietti finiti.
Ancora.
Alla fine poco male.
Facciamo comunque una bellissima passeggiata costeggiando la ferrovia, con il mare da una parte e il trenino che ogni tanto passa accanto a noi.
Sinceramente, anche così, ne è valsa la pena.
Huinnyeoul Village
Ripreso l’autobus andiamo verso lo Huinnyeoul Culture Village.
Praticamente un piccolo borgo sul mare incastrato dentro Busan.
Per certe prospettive e per le case bianche affacciate sull’acqua lo chiamano “la Santorini coreana”.
In effetti alcuni scorci sono molto belli.
Caffetterie vista mare, viuzze strette, terrazze, murales.
Però…
Non lo so.
Forse avevo aspettative troppo alte, non mi ha fatto impazzire.

Nella mia lista mentale delle cose da vedere era già classificato come “se avanza tempo”... In effetti la sensazione finale è rimasta quella.
Carino, senza quel qualcosa in più che ti resta davvero addosso.
Gamcheon Village
Ultima tappa della giornata: Gamcheon Culture Village.
Qui cambia tutto.
Questo posto mi è piaciuto tantissimo.
È un quartiere nato durante la guerra di Corea, quando migliaia di profughi iniziarono a costruire case sul fianco della montagna come potevano e dove potevano.
Per anni è rimasto un quartiere poverissimo, isolato dal resto della città e progressivamente degradato.
Poi, dal 2009, è iniziato un enorme progetto di riqualificazione artistica.
Artisti locali hanno trasformato il quartiere in un labirinto di murales, installazioni, scale colorate e case dipinte con colori accesi.
Da lontano sembra quasi che qualcuno abbia rovesciato una scatola di cubi di Rubik sulla montagna.
E il simbolo di tutta questa rinascita è diventato il Piccolo Principe.
La sua statua, seduta a guardare il quartiere dall’alto, è ormai una delle immagini più famose di Busan.
Effettivamente il posto ha qualcosa di molto poetico.
Purtroppo arriviamo un po’ troppo tardi per esplorarlo davvero bene.
Ed è un peccato, perché qui ci si potrebbe perdere per ore.
Addirittura all’ufficio turistico ti danno una mappa con una specie di caccia al tesoro: devi cercare timbri sparsi per il quartiere e trovare i vari murales nascosti tra vicoli e scalinate.

Una cosa che normalmente avrei trovato infantile.
Invece lì dentro avrei fatto volentieri senza il minimo senso del ridicolo.
Pranzo gratis al tempio

Oggi è domenica.
Niente escursioni guidate, niente pullman turistici, niente guide che parlano inglese a raffica.
Solo noi, Busan e una giornata intera da improvvisare lungo la costa.
Che detta così sembra rilassante.
In realtà sarà lunghissima.
La prima missione della giornata è raggiungere Haedong Yonggungsa, considerato uno dei templi più belli della Corea.
Soprattutto uno dei pochissimi costruiti direttamente sul mare.
Arrivarci bisogna guadagnarselo.
Due metropolitane.
Un autobus.
Un’eternità.
Dal nostro quartiere ci vuole circa un’ora e mezza. A un certo punto inizi a sospettare che il tempio sia stato costruito direttamente in un’altra nazione.
Finalmente arrivati capiamo subito perché sia così famoso.
Non è enorme, anzi.
La posizione è spettacolare: padiglioni, statue e lanterne colorate costruiti letteralmente sulle rocce a picco sul mare.
Oggi c’è ancora più gente del solito.
Perché è domenica e perché è il compleanno di Buddha.
Come gli altri visitati in precedenza, il tempio è completamente addobbato a festa. Pieno di fedeli, famiglie, turisti e monaci che cercano disperatamente di mantenere un minimo di ordine nel caos generale.
Scopriamo la cosa migliore della giornata.
Per festeggiare il compleanno di Buddha, i monaci offrono il pranzo a tutti.
Gratis.
Quindi eccomi qui, seduto dentro un tempio coreano sul mare a mangiare spaghetti offerti dai monaci buddhisti.
Una frase che fino a qualche mese fa non pensavo avrei mai pronunciato.
Gli spaghetti sono piccanti.
Molto piccanti.
Purtroppo dentro ci sono anche le alghe.
Le alghe ovviamente vengono accuratamente scansate e spostate ai margini del piatto come materiale tossico, perché per quanto io mi stia impegnando con la cucina asiatica, il sapore di mare nelle cose continua a traumatizzarmi.
Il resto invece era davvero buono sebbene il mio livello massimo di tolleranza al piccante rimane quello di una pensionata emiliana.
Dopo pranzo dobbiamo tornare indietro attraversando mezza Busan.
Visto che evidentemente non avevamo sofferto abbastanza con gli spostamenti, decidiamo pure di allungare il percorso di un’altra mezz’ora per andare al museo di arte contemporanea.
Errore.
Gravissimo errore.
Attenzione.
È una chtrappola.
Non poteva mancare nemmeno stavolta l’ammiraglio Ackbar del Ritorno dello Jedi.
Delle cinque gallerie distribuite su tre piani si salva pochissimo.
Installazioni incomprensibili, video interminabili, oggetti messi a caso in mezzo alle stanze con descrizioni che cercano disperatamente di convincerti che dietro ci sia un significato profondissimo.
E magari c’è, sebbene dopo un po’ inizi semplicemente a fissare una sedia appesa al soffitto chiedendoti se sei tu a non capire l’arte contemporanea o se qualcuno si stia divertendo alle tue spalle.
Del resto da una chtrappola è difficile uscirne indenni.
Inquinamento: molto meno peggio del previsto.
Da metropoli così enormi mi aspettavo aria irrespirabile.
Invece no.
Mi è
sembrata perfino migliore di quella di molte nostre città.
Forse perché la Cina ha ridotto l’uso del carbone, forse per l’enorme presenza
di auto elettriche, forse per entrambe le cose.
Fatto sta che la famigerata app per monitorare la qualità dell’aria, consigliata da molti prima della partenza, non l’ho praticamente mai aperta.
Aereo per Jeju

Questa mattina si cambia di nuovo scenario.
Si vola verso Jeju Island.
Prima bisogna sopravvivere all’ennesimo spostamento logistico in stile coreano: metropolitana più trenino aeroportuale.
Poteva andare molto peggio.
Potevano essere due autobus, oltre che poteva piovere.
Il volo è brevissimo.
Praticamente fai in tempo a sistemarti sul sedile, guardare fuori dal finestrino e chiederti se abbiano già iniziato il servizio snack che l’aereo sta già scendendo.
Atterriamo a Jeju City e qui arriva la parte interessante: ho noleggiato un’auto.
Cosa che ha richiesto il permesso di guida internazionale, manco stessi per guidare su Marte.
All’inizio mi sembrava esagerato.
Ho iniziato a guidare.
Ho capito.
La prima cosa che noto è che il traffico a Jeju City è un problema serio.
Anzi no.
Il vero problema sono i semafori.
Rossi
per ere geologiche.
Verdi per circa mezzo secondo.
Ce ne sono ovunque.
Tutti corredati di telecamere, controlli, limiti e sensori.
I limiti di velocità poi sembrano pensati per una scuola guida particolarmente ansiosa:
· 30-40 km/h in città;
· 50-60 fuori;
· 70 quando si sentono spericolati;
· 80 praticamente solo se hai trovato l’autostrada del Nürburgring coreano.
Va benissimo la sicurezza.
Sono assolutamente favorevole.
Però ti ritrovi su strade enormi a quattro corsie dove tutti sorpassano tranquillamente a destra perché altrimenti non arrivi più da nessuna parte.
La cosa più assurda è che anche fuori città, su strade principali completamente vuote, i semafori restano rossi per tempi inspiegabili.
Tu fermo.
Da solo.
Nel nulla.
A fissare un incrocio deserto.
Come se il semaforo stesse facendo una riflessione personale sulla vita prima di lasciarti passare.
Il risultato è che ogni spostamento diventa lentissimo.
E questo nonostante l’isola non sia enorme: circa 73 chilometri per 41.
C'è da dire che in mezzo c’è il monte Hallasan, la montagna più alta della Corea, e tutto intorno strade che sembrano progettate apposta per impedirti di arrivare velocemente ovunque.
Quindi qualsiasi tragitto richiede almeno quaranta minuti, spesso un’ora.
Prima tappa prevista era lo Jeju Stone Park.
Peccato sia lunedì.
Quindi è chiuso.
Ovviamente.
Piano B.
Andiamo al Sangumburi Crater, un piccolo cratere vulcanico immerso nel verde.
In autunno è famosissimo per l’erba argentata che ricopre tutta la zona, rendendo il panorama molto fotografabile.
Peccato siamo qui a maggio.
Quindi niente mare argentato poetico al vento.
La passeggiata per arrivare in cima è comunque piacevole: silenzio, alberi, sentieri e questo cratere che compare all’improvviso in mezzo alla vegetazione.

Riprendiamo la macchina e andiamo a visitare un villaggio tradizionale di Jeju.
Qui che l’isola inizia davvero a mostrare la sua identità diversa dal resto della Corea.
Muri
in pietra lavica ovunque.
Porte di legno che sembrano ingressi di piccoli templi.
Case col tetto di paglia e soprattutto gente che ci vive davvero ancora oggi.
Non è un parco a tema.
Non c’è un biglietto.
Non ci sono transenne.
Bisogna semplicemente avere il buon senso di rispettare la privacy delle case non aperte al pubblico.
Camminando tra le stradine iniziamo anche a vedere i famosi Dol Hareubang.

I “nonni di pietra” di Jeju.
Statue basaltiche poste tradizionalmente agli ingressi dei villaggi per proteggere gli abitanti dagli spiriti maligni.
Inutile dire che il mio cervello fa subito un collegamento inevitabile.
Sarà che siamo su un’isola vulcanica.
Sarà la pietra lavica.
Sarà la forma delle statue.
A me ricordano vagamente i Moai dell’isola di Pasqua.
Probabilmente non c’entrano nulla.
Sono sempre fatti della stessa pasta, della stessa pietra vulcanica. Mi piacciono molto.
Poteva andare Peju... poteva piovere

Piove.
Non una pioggia normale.
Piove
male.
Con cattiveria.
Di quella pioggia che sembra avere qualcosa di personale contro di te.
A brutto muso. Più brutto muso del tuo.
Vista la situazione meteorologica decidiamo di puntare su qualcosa al coperto e andiamo al Bonte Museum.
Il museo è… particolare.
Molto bello a tratti, molto meno in altri.
Diciamo che la parte migliore è l’inizio e la fine, nel mezzo ci sono momenti in cui sembra che qualcuno abbia avuto troppe idee tutte insieme.
L’architettura merita parecchio: minimalista, silenziosa, perfettamente integrata col paesaggio esterno anche se in cemento.
Anche con la pioggia.
Forse soprattutto con la pioggia.
Quando il diluvio concede una tregua andiamo verso le Jusangjeolli Cliff.
Una scogliera vulcanica formata da enormi colonne di basalto.
Praticamente canne d’organo di lava che precipitano direttamente nel mare.
Molto belle.
Non spettacolari come certe formazioni viste in Islanda, ma sempre impressionanti.

Anche qui il mare continua a schiantarsi contro la roccia nera creando quella combinazione tipicamente vulcanica che sembra sempre un po’ la fine del mondo.
Altra passeggiata.
Destinazione: Oedolgae.
Una gigantesca roccia che emerge dal mare e che viene soprannominata “il Generale”.
Fa parte di un sentiero costiero molto più lungo, circa tredici chilometri.

Noi però, complice il tempo e la voglia limitata di trasformarci in anfibi, non ne percorriamo nemmeno la metà.
Va bene così.
A Jeju le passeggiate brevi spesso valgono comunque la deviazione.
Ultima tappa della giornata: Jeongbang Waterfall.
Una cascata che finisce direttamente nel mare.
Già solo per questo merita.
Non enorme, non travolgente, ma decisamente scenografica.
Altre considerazioni:
Cattolici
In South Korea ci sono molti più cattolici di quanto immaginassi.
Sia a
Seoul che a Busan ho visto parecchie chiese.
Solo che non assomigliano affatto alle nostre.
Nemmeno ai loro templi.
Spesso sono normali palazzi moderni, a volte altissimi, anonimi quasi fino all’ultimo piano, dove compare una piccola croce luminosa sul tetto oppure una croce enorme disegnata sulla facciata.
Se non ci fai attenzione rischi persino di non accorgerti che siano chiese.
Poi ci sono i predicatori da strada.
Più volte mi è capitato di imbattermi in persone che montavano casse e microfono in mezzo alla città e iniziavano il sermone pubblico.
La cosa più assurda però era l’introduzione.
Prima
della predica partiva spesso una musichetta allegra che sembrava uscita da un
cartone animato educativo per bambini.
Poi improvvisamente il predicatore prendeva il microfono e iniziava a parlare
con tono apocalittico.
Una combinazione surreale.
Sinceramente mi ha dato una sensazione stranissima, quasi aliena.

Acqua gym a Jeju

Oggi niente pioggia.
Il cielo sembra disposto a collaborare.
Fa più
caldo, ma si sta ancora molto bene.
Soprattutto considerando che siamo su Jeju e non dentro una sauna tropicale come
temevo.
La destinazione è uno dei luoghi più famosi dell’isola: Seongsan Ilchulbong.
Un antico cono vulcanico che emerge dal mare e che si può scalare con una salita relativamente semplice di trenta, quaranta minuti.
“Relativamente semplice” nel linguaggio coreano significa comunque una discreta quantità di gradini.

Oggi niente pioggia.
Il cielo sembra disposto a collaborare.
Fa più
caldo, ma si sta ancora molto bene.
Soprattutto considerando che siamo su Jeju e non dentro una sauna tropicale come
temevo.
La destinazione è uno dei luoghi più famosi dell’isola: Seongsan Ilchulbong.
Un antico cono vulcanico che emerge dal mare e che si può scalare con una salita relativamente semplice di trenta, quaranta minuti.
“Relativamente semplice” nel linguaggio coreano significa comunque una discreta quantità di gradini.
La salita tutto sommato merita la fatica.
In cima il cratere è completamente ricoperto di vegetazione, come se la natura avesse deciso di addolcire un vecchio vulcano spento.
Da una parte si apre il mare.
Dall’altra si vede l’istmo che collega il vulcano alla costa, con spiagge chiarissime e acqua color smeraldo.
Una vista spettacolare.
Di quelle che ti fanno dimenticare per qualche minuto il sudore, le scale e la quantità di turisti che stanno cercando di fare la tua stessa foto nello stesso identico punto.
Una volta tornati giù andiamo a vedere una delle tradizioni più famose di Jeju: le Haenyeo.
Le leggendarie pescatrici subacquee dell’isola.
Ogni giorno organizzano una dimostrazione per i turisti proprio sulla spiaggia ai piedi del cratere. Il luogo è sempre più affollato e si fa fatica a trovare un angolo libero. Quando arrivano le sciure, ho la netta sensazione di essere caduto in una nuova chtrappola per turisti.
Prima fanno una specie di balletto con accompagnamento musicale, rigorosamente in playback.
Vedere queste signore di almeno settant’anni esibirsi con assoluta serietà crea una situazione che oscilla continuamente tra il folkloristico e il surreale.
Poi però entrano in acqua.
A me ricordano un pochino una lezione di acqua gym.
Ovviamente sappiamo che è solo una dimostrazione, perché dietro la rappresentazione turistica c’è una tradizione vera e durissima.
Le Haenyeo pescano immergendosi in apnea senza bombole.
Solo maschera, pinne e respiro.
Raggiungono anche profondità importanti, dieci o venti metri, raccogliendo molluschi e alghe direttamente dagli scogli.
Spettacolino a parte, guardando giù dalla costa vicino al vulcano, si riescono ancora a vedere alcune pescatrici vere al lavoro, lontane dalla dimostrazione turistica.
Piccoli puntini colorati che spariscono sott’acqua e riemergono più avanti.
Una tradizione che sembra appartenere a un altro secolo e che invece è ancora viva.
Dopo lo spettacolo torniamo alla macchina e andiamo verso Seopjikoji.
Un promontorio vulcanico affacciato sul mare dove facciamo una lunga passeggiata costiera.
Circa quattro chilometri tra prati, scogliere nere, vento e oceano.
E sullo sfondo continua a vedersi il vulcano scalato la mattina.
Jeju ha questa cosa particolare: sembra sempre che il paesaggio stia cercando di ricordarti continuamente la propria origine vulcanica.
La roccia nera, le forme delle coste, i colori del terreno… tutto sembra nato direttamente dal fuoco e poi lentamente addolcito dal mare.
Secondo il programma originale la giornata avrebbe dovuto concludersi con uno dei posti che aspettavo di più: Manjanggul Lava Tube.
Uno dei tunnel di lava più lunghi e visitabili al mondo.
Otto chilometri.
Peccato sia chiuso da anni per restauri.
E la beffa è che avrebbe dovuto riaprire a marzo… hanno rimandato tutto a fine maggio.
Esattamente quando noi saremo già tornati in Italia.
Tempismo perfetto.
Mannaggiangul!
Per fortuna Jeju è piena di tunnel vulcanici, quindi ripieghiamo su Micheongul Cave.

Molto più piccolo, certo: circa 1700 metri totali, di cui poco più di trecento visitabili.
Spettacolare comunque.
Entrando dentro la prima impressione è stranissima.
Più che una grotta sembra il tunnel di un’autostrada scavato nella montagna.
Enorme.
Ampissimo.
Soprattutto umidissimo.
Dentro piove letteralmente.

Acqua che gocciola ovunque, pareti lucide, aria pesante.
Ci sono anche statue di Buddha e diverse formazioni di lava solidificata che sembrano scolpite apposta.
Lì capisco perfettamente perché il tunnel più grande sia ancora in restauro.
Con tutta quell’umidità mantenere sicura una struttura del genere dev’essere un incubo.
La grotta si trova dentro un parco naturale pieno di piante, sentieri e sculture.
Molto carino.
Sinceramente eravamo lì soprattutto per il tunnel.
Volevamo Manjanggul.
Va be’, dai.
Anche Micheongul si è difesa bene.
Burka korean edition
I coreani sono molto sportivi.
Camminano tantissimo, fanno trekking ovunque e ogni tanto li vedevo anche correre nei parchi cittadini.
Al contempo hanno un rapporto col sole che definire prudente è riduttivo.
Avendo una pelle molto chiara cercano di coprirsi il più possibile.
A volte troppo.
Mi è capitato più volte di vedere persone correre completamente bardate:
· cappello;
· maschera integrale;
· occhiali da sole;
· maglia a maniche lunghe;
· pantaloni lunghi;
· guanti.
Tutto rigorosamente nero.
Praticamente dei ninja del trail running.
Capisco la prevenzione contro il sole... così il rischio melanoma viene sostituito direttamente dal rischio cottura a vapore.
L'isola dei musei

Oggi esploriamo la parte ovest di Jeju.
La meta principale è Yongmeori Coast, una famosa scogliera vulcanica dove, con la bassa marea, si apre un percorso costiero lungo circa un chilometro e mezzo.
Ovviamente ci organizziamo scientificamente.
Controlliamo gli orari della marea.
Bassa marea alle 9:50.
Perfetto.
Partenza presto, strada fatta con precisione militare, arriviamo convinti di essere dei geni della pianificazione.
E...troviamo tutto chiuso.
Cartello: apertura prevista alle 12:30.
Così.
Senza ulteriori spiegazioni.
A Jeju il concetto di “orario ideale” evidentemente è molto filosofico.
Non ci scoraggiamo.
Ormai abbiamo sviluppato una certa elasticità mentale da viaggio coreano.
Cambiamo programma al volo e andiamo verso Cheonjeyeon Waterfalls, a circa quaranta minuti di macchina.
Che a Jeju significa:
· quaranta minuti teorici;
· settantacinque reali;
· novanta percepiti.
Sempre per colpa dei semafori eterni e dei limiti di velocità che continuo a odiare con crescente intensità.
Credo che dopo qualche giorno sull’isola il navigatore inizi a sviluppare un tono passivo-aggressivo.

La cascata comunque merita.
Molto immersa nel verde, con ponti, sentieri e quell’atmosfera umida e tropicale che Jeju riesce sempre a creare.
E poi il viaggio ci regala anche una piccola sorpresa nerd-calcistica.
Lungo la strada passiamo davanti allo stadio dei mondiali del 2002.
Quelli di Moreno.
Impossibile non specificarlo per un italiano.
Qui si giocarono:
· Brasile – Cina 4-0;
· Slovenia – Sudafrica 1-0;
· Senegal – Uruguay 3-3.
E mentre guardavo lo stadio mi è venuto spontaneo pensare che gli spettatori di Jeju si siano divertiti parecchio, specialmente nella partita del Senegal.
Continuando a guidare mi rendo conto di un’altra cosa assurda: Jeju probabilmente è il posto con la più alta densità di musei che abbia mai visto.
Ce ne sono oltre cento.
CENTO.
Alcuni normali:
· Museo nazionale;
· Stone Park;
· Bonte Museum.
Poi si entra nella follia completa:
· museo del cioccolato;
· museo degli orsetti Teddy;
· museo di Hello Kitty;
· museo del Natale;
· museo del vetro;
· museo del vento;
· Nexon Computer Museum;
· Sex and Health;
· Loveland…
Potrei continuare ancora per mezz’ora.
A un certo punto ho iniziato a sospettare che su Jeju, se lasci incustodita una stanza per due settimane, ci aprano automaticamente un museo tematico.
Torniamo finalmente a Yongmeori Coast e stavolta è aperta.
Ci buttiamo subito nell’esplorazione di questa incredibile formazione vulcanica scavata dal mare.
È veramente spettacolare.
Pareti di roccia stratificata, curve, onde pietrificate, passaggi stretti tra le scogliere.

Un posto molto più affascinante di quanto immaginassi.
Cassandra inizia subito a camminare spedita lungo il percorso.
Io invece avanzo lentissimo.
Continuo a fermarmi ogni tre metri a fare foto.
Ogni angolo sembra diverso.
Ogni piega della roccia sembra scolpita apposta.
In certi momenti mi sembra davvero di essere entrato nello studio di un gigantesco vasaio che ha lasciato il lavoro a metà.
Come se il vulcano avesse modellato la pietra e poi il mare avesse continuato a rifinirla per migliaia di anni.
Molto, molto affascinante.

Ultima tappa della giornata.
E anche ultima tappa della nostra permanenza a Jeju.
Finalmente torniamo allo Jeju Stone Park.

Quello che avevamo trovato chiuso il primo giorno.
Per arrivarci dobbiamo attraversare di nuovo praticamente tutta l’isola, quindi arriviamo con poco più di due ore a disposizione.
Qui scopriamo un dettaglio importante:
lo Stone Park è il terzo museo più grande della Corea.
Perfetto.
Ci sono enormi aree all’aperto, percorsi tra le rocce vulcaniche, installazioni, gallerie e almeno tre edifici museali giganteschi.

Il museo principale oltretutto è parzialmente chiuso per riallestimento.
Normalmente potrebbe sembrare una fortuna.
Invece no, perché anche così vedere tutto in due ore è praticamente impossibile.
Soprattutto una delle strutture principali è costruita come un gigantesco labirinto su più livelli.
Alla fine mi sono convinto che sia stato progettato apposta per destabilizzare psicologicamente i visitatori.
Probabilmente gli architetti si sono detti:
“Vediamo quanto resistono prima di perdere completamente il senso dell’orientamento.”

Comunque ci divertiamo tantissimo.
Tra pietra lavica, statue, edifici abnormi in cemento, leggende locali e percorsi immersi nel verde, il posto ha un’atmosfera davvero particolare.
Certo, con più tempo ce lo saremmo goduti meglio.
Si conclude così la nostra visita a Jeju.
Tra vulcani, tunnel di lava, statue di antenati di pietra, scogliere e una quantità inspiegabile di musei.
Domani si torna a Seoul.
E…
si va a fare shopping.
Che era il vero obiettivo del viaggio fin dall’inizio.
Scarpe da trekking
Avevo già capito che i coreani amano stare comodi.
Le ciabatte ormai erano diventate una costante universale.
Un’altra cosa mi ha colpito: le scarpe da trekking.
Le usano per tutto.
Escursioni, passeggiate, spesa, metro, vita quotidiana.
A un certo punto ho iniziato a sospettare che in Corea nascano direttamente con il Vibram ai piedi.
Perfino i monaci buddhisti spesso giravano con scarponcini tecnici da montagna.
In effetti, considerando quante salite ci sono ovunque, forse hanno semplicemente capito qualcosa che noi ancora ignoriamo.
Ritorno a Seoul

Si torna a Seoul.
Riconsegniamo l’auto, prendiamo l’aereo e nel giro di pochissimo siamo di nuovo nella capitale, nello stesso alloggio ormai collaudato dieci giorni fa.
Nel frattempo qualcosa è cambiato.
La temperatura.
Più di trenta gradi.
Niente di insopportabile, sia chiaro.
Il fatto è che io, da buon milanese, continuo a preferire i climi più freschi, quelli un po’ scozzesi, dove se esce il sole per più di venti minuti la popolazione inizia a preoccuparsi.

Appena lasciati i bagagli partiamo subito per Myeong-dong.
Il grande momento è arrivato.
Shopping cosmetico.
La vera missione del viaggio.
Cassandra a questo punto è distrutta.
Stanca, cotta, quasi in modalità risparmio energetico.
Il trucco per farla muovere è pronunciare la parola “shopping” e succede qualcosa di incredibile.
Si riattiva immediatamente.
Occhi aperti.
Passo deciso.
Direzione metro.
Nemmeno i Pokémon quando sentono il flauto Poké reagivano così velocemente.
Myeong-dong è una bolgia.
Bancarelle di street food ovunque, musica sparata fuori dai negozi, insegne luminose, file infinite di persone che entrano ed escono dai giganteschi store di cosmetica coreana.
Una specie di luna park dello skincare.
Le commesse fuori dai negozi cercano di attirarti in ogni modo possibile.
Le sirene coreane promettono pelle perfetta, dieci anni in meno, idratazione eterna e probabilmente anche la pace interiore.
Purtroppo per loro non conoscono Cassandra.
Lei non compra al primo negozio.
Mai.
Prima bisogna:
· entrare;
· controllare;
· confrontare;
· memorizzare;
· uscire;
· confrontare con altri sette negozi;
· tornare eventualmente al primo.
Una macchina da guerra dello shopping strategico.
Così iniziamo gli acquisti.
Nel frattempo io provo periodicamente a fuggire.
Cerco qualcosa di vegano da mangiare, qualche gadget interessante, qualunque cosa che mi faccia sentire meno immerso in un vortice infinito di creme idratanti e maschere al collagene.
Alla fine riesco a trovare:
· un paio di gachapon del Gundam;
· un Bungeoppang costosissimo ma incredibilmente buono.
Per un momento sono stato anche tentato da una di quelle assurdità super k-pop tipo i portachiavi con i tastini luminosi.
Di quelli che sembrano accessori usciti direttamente da un videoclip coreano del 2012.
Poi ho avuto un raro momento di lucidità e ho desistito.
Credo.
O forse semplicemente avevo già troppe buste in mano.
Alla fine della giornata torniamo a casa con circa dieci chili di cosmetici.
Dieci.
Chili.
Sfortunatamente il vero problema è un altro.
C’è ancora domani.
Raffreddore
In questo paese praticamente nessuno si soffia il naso in pubblico.
È considerato molto maleducato.
Quindi la gente evita accuratamente di usare fazzoletti davanti agli altri.
Fin qui tutto bene.
Il problema è che compensano tossendo e starnutendo con un entusiasmo decisamente maggiore.
E quando sei chiuso in metropolitana o seduto su un aereo accanto a qualcuno che sta combattendo apertamente contro la peste bubbonica… l’esperienza diventa memorabile.
A un certo punto mi è venuto persino un dubbio scientifico:
vuoi vedere che uno dei motivi per cui ogni influenza arriva dall’Asia è semplicemente che nessuno vuole soffiarsi il naso?
Ultimo giorno a Seoul

Fa sempre caldo.
Dobbiamo sempre fare shopping.
E soprattutto Cassandra non ha ancora raggiunto il limite massimo consentito di cosmetici trasportabili da un essere umano.
Prima del colpo di grazia alle nostre valigie, decidiamo di dedicarci a qualcosa di più culturale e andiamo finalmente al National Museum of Modern and Contemporary Art, Seoul.
Secondo tentativo.
Questa volta è quella buona.
Finalmente riusciamo a vedere la mostra di Damien Hirst insieme alla collezione permanente del museo.
Devo ammettere una cosa: meglio Hirst.
Molto meglio Hirst.
Forse perché almeno con lui hai sempre la sensazione che dietro la provocazione ci sia comunque un’idea precisa, mentre certa arte contemporanea vista nei giorni precedenti sembrava più un esperimento sociale per capire fino a dove può spingersi la pazienza dei visitatori.
Dal museo ci spostiamo a Insadong per completare gli acquisti.
“Completare”, ovviamente, è una parola molto ottimistica.
Dopo aver accumulato altri cinque chili abbondanti di prodotti vari, decidiamo pure di tornare a piedi fino a Myeong-dong per rivedere i negozi che non avevamo controllato il giorno prima.
Lì realizzo una cosa importante.
Lo shopping cosmetico non è shopping.
È un dungeon infinito.
Ogni negozio conduce a un altro negozio.
Ogni crema apre la strada ad altre sette creme.
Ogni “ultima occhiata” dura almeno quaranta minuti.
Così si conclude il nostro viaggio in South Korea.
Tra templi, grattacieli, montagne, trekking improvvisati, tunnel di lava, trenini costieri, vecchiette apneiste, musei assurdi e quantità industriali di skincare coreana.
Il giorno dopo ci aspetta il ritorno.
Ovviamente non può essere semplice.
Arriviamo in aeroporto e sbagliamo terminal.
Perfetto.
Un ultimo brivido prima della partenza.
Volo verso Beijing per lo scalo dove iniziamo a rivivere tutte le tappe del viaggio mentre veniamo lentamente distrutti dai controlli di sicurezza cinesi.
Lunghissimi.
Minuziosissimi.
Invasivi come un interrogatorio.
Per un momento abbiamo davvero pensato di perdere la coincidenza.
In mezzo a tutta quella confusione, file senza logica apparente e controlli ripetuti, la disorganizzazione cinese ci ha fatto sentire improvvisamente molto più vicini a casa.
Il che, paradossalmente, è stato quasi rassicurante.
Chissà.
Se non sarà il prossimo anno, prima o poi toccherà proprio venire in Cina.
Alla fine, come tutti i viaggi che abbiamo fatto, è una di quelle mete che continuano a rimanere lì, sullo sfondo, finché prima o poi non decidi che è arrivato il momento di andarci davvero.
Luca Fondrini