USA: parchi dell’Ovest, Las Vegas, San Francisco
Diario di viaggio 2025
di Domenico
Anche questa estate si parte per gli Stati Uniti, esattamente a 12 mesi dall’ultima visita: questa volta visitiamo la parte orientale. Per molti giorni sono stato sul punto di cancellare tutto considerati gli sviluppi della politica nazionale ed estera degli Stati Uniti: essendo questo un diario di viaggio, terrò fuori tutte le considerazioni personali che mi hanno tormentato nell’organizzazione del viaggio prima e poi nella sua messa in pratica.
Itinerario e organizzazione
Periodo di viaggio: 22 luglio – 7 agosto 2025 (17 giorni)
Per organizzare l’itinerario ho consultato amici, siti web e guide turistiche: non è stato facile fare una selezione delle cose da vedere anche in relazione ai tempi a disposizione. Da qui i presupposti dell’organizzazione di quest’anno: si vede quello che si può, non correremo in giro per gli USA solo per mettere le bandierine senza cogliere l’essenza di quello che stiamo visitando (“You don’t take it”, come mi ha suggerito un albergatore della California) e per quanto possiamo vedere sappiamo che ci sarà sempre qualcosa che non riusciremo a visitare. E infatti posso garantire che per ogni tappa saremmo rimasti volentieri almeno mezza giornata in più.
Fatto quindi l’elenco delle destinazioni in lizza, unendo la voglia di spendere un po’ di tempo anche in centri abitati per sentire il contatto con la vita e le persone del posto (e non è che ci sono tanti centri abitati come intendiamo noi lungo l’itinerario), la selezione per i 17 giorni previsti è stata questa qui:

I biglietti aerei sono stati acquistati a metà febbraio 2025; il percorso è stato ideato nelle due settimane successive sfruttando anche i preparativi dello scorso anno che poi finirono nel nulla: alcune piccole correzioni sono state apportate nelle settimane successive – fino alla settimana prima della partenza, purtroppo con qualche esclusione molto sofferta (come Canyonlands National Park, Lower Antelope Canyon e il Big Sur).
Fonti e link utili:
Biglietti aerei. Sono stati acquistati a metà febbraio sul sito ITA Airways per 1250€ a persona (Inclusa clausola in caso di cancellazione), destinazione San Francisco; Los Angeles sarebbe costata un poco di meno, ma inizialmente non avevo previsto il passaggio in questa città.
Noleggio automobile. I preventivi sono stati fatti tramite rentalcars.com e booking.com (che poi sono piattaforme gemelle). Alla fine l’offerta migliore è di booking.com: vettura di Alamo, costo 675€ + ulteriori 150$ per la copertura assicurativa integrale per 15 giorni di noleggio, con ritiro e consegna all’aeroporto internazionale di San Francisco. La macchina sarà una Toyota Corolla, con un bagagliaio comodo per due valigie di dimensioni medio-grandi e senza navigatore satellitare. La vettura non è di quelle adatte per la Monument Valley. In totale copriremo circa 2300 miglia (3500km).
Hotel. Il
dilemma è sempre se adattarsi a un vero viaggio on the road o prenotare prima.
Considerata l’alta stagione, i costi di alcuni centri (per esempio San
Francisco), il fatto che l’itinerario era praticamente fatto, ho prenotato tutto
in anticipo (con possibilità di cancellazione). Ho cercato, per quanto
possibile, di ottenere sistemazioni all’interno dei parchi che abbiamo visitato:
il costo è generalmente più alto delle soluzioni al di fuori dei parchi, ma
talvolta la differenza non è proibitiva e la godibilità è senza confronto. Per
altre soluzioni (sempre il più vicino possibile alla meta del giorno) ho
utilizzato booking.com oppure Expedia (talvolta con offerte migliori di
booking) e, nel caso, procedendo tramite il sito dell’hotel scelto. Il dettaglio
degli hotel lo trovate nel diario di ogni tappa.
Qui lascio alcune valutazioni generali: tutti gli hotel che ci hanno ospitati
hanno la macchina per il ghiaccio, utilissima prima di partire per mantenere in
fresco il pranzo a sacco; tutti dispongono di frigorifero, ferro da stiro e
generalmente anche di asse. Quasi tutti hanno il bollitore e il caffè di
benvenuto.
Approfitto per spendere poche parole su alcune sistemazioni.
Bright Angel Lodge, all’interno del Grand Canyon (South Rim): un piacevolissimo chalet (ma piccolino) con possibilità di parcheggio e due sedie in legno sul piccolo giardino prospiciente. Sistemazione ideale per godersi il canyon la sera e la mattina quando regna ancora il silenzio. Colazione non inclusa. Prezzo 215$ per una camera doppia per una notte

Goulding’s Lodge, Monument Valley. E’ l’alternativa più prossima alle sistemazioni del The View Hotel, quello direttamente nel sito Navajo (quando sarete alla Monument Valley e visiterete il ristorante, vi renderete conto della veduta realmente mozzafiato di cui godono alcune stanze). Il costo a Goulding’s è abbastanza simile: 240€ una notte (senza colazione, parcheggio sul posto), ma, differentemente da The View, è molto più probabile trovare posto qui. La stanza è molto confortevole, la nostra ha un piccolo terrazzino da cui si vedono le butte della valle e che useremo per una bella colazione all’alba.
Infine l’hotel dispone di un piccolo e sorprendente museo sul cinema, visto che Goulding’s ha ospitato diversi attori del cinema western: su tutti John Wayne, i cui film sono proiettati ogni sera nella piccola sala cinematografica. Ottimo anche il ristorante.

Zion Lodge, Zion National Park. Magnifica stanza con terrazzino dentro una struttura in legno, la soluzione migliore sia per entrare nello Zion evitando la folla del centro visitatori (il pernottamento vi permette di accedere con un codice alla strada riservata solo alle navette), sia per avere la possibilità di passeggiare a pochi metri dai caprioli che si affacciano in zona la sera. Molto accoglienti anche le varie sale comuni. Costo (ben) 285$ per una notte.

Pasti. In definitiva è andata meglio di quanto temessimo, grazie anche
all’esperienza dello scorso anno. Inutile ricordare la dieta americana fondata
per legge su hamburger, patatine fritte e le ricariche senza limite delle
bibite gasate (“CSD” vuol dire “carbonated soft drinks”) versate in bicchieri
colmi di ghiaccio. Abbiamo cercato di utilizzare questa scelta solo come
soluzione ultima (Mc Donald, Jack In the Box, Wendy’s inclusi) e fortunatamente
abbiamo trovato posti che servivano portate con verdure, riso e parte proteica
di pollo o tofu; abbiamo trovato anche spesso salmone (a San Francisco l’offerta
di pesce è più ampia) e poi abbiamo intervallato un paio di volte con la pizza,
quella americana che si vende a pollici e che costa almeno il doppio di una
pizza italiana.

Il costo di una cena
raramente scende sotto i 35$ a persona.
Penso sia altrettanto inutile ricordare l’assurdità del concetto americano “la
gratuità non è in conto”, ovvero l’obbligatorietà della mancia. E’ inutile
pensare che sia facoltativa, ma attesa: non troverete una risposta convincente
alle vostre perplessità. All’inizio abbiamo cercato di dimenticare
l’interpretazione europea, poi abbiamo ceduto. Quindi nel conto totale potete
già considerare il 20% in più del prezzo di listino, tra tasse – mai comprese,
neanche al supermarket – e mancia. In compenso è sorprendente osservare che in
una regione con grossi problemi di approvvigionamento idrico tutti i ristoranti
offrano acqua (bicchieri o caraffa), ovviamente con ghiaccio. E per “offrono”
intendo che non è messa in conto, differentemente da quanto accade nei
ristoranti italiani.
Viabilità e
benzina. Le autostrade sono generalmente a due corsie, solo a ridosso dei
centri urbani sono più larghe. Spesso sono lunghissimi rettilinei in paesaggi
monotoni, quindi attenzione alla noia prima ancora che alla stanchezza. Nessun
pedaggio lungo il nostro percorso, ma ho notato che alcune autostrade hanno una
o due corsie (a sinistra) riservate o a macchine in condivisione (almeno due
persone) oppure a chi paga un pedaggio (suppongo tramite rilevatori in vettura,
mi sembra si chiami “Fas Trak”), così da agevolarle il traffico. I limiti di
velocità sono bassi: raramente si arriva a 75 mi/h (120 km/h), spesso si viaggia
a 55-60 mi/h (85-95 km/h). Tra le varie cose inutili da ricordare c’è la
sensazione di essere il solo a rispettare i limiti di velocità: in alcuni tratti
di autostrada ci sono limiti molto più bassi per i truck (55mi/h contro
70mi/h per le auto), eppure ve li trovate a sinistra a sorpassarvi oppure a
sorpassare (appena appena più veloci) i lori simili.
Ero in possesso di permesso internazionale di guida. Non sono riuscito a trovare
informazioni sufficientemente sicure sulla necessità o meno di questo documento
e quindi ho preferito farlo (informazioni sul sito della Motorizzazione civile
locale).
Nelle città americane
si può svoltare a destra anche con semaforo rosso (ovviamente se c’è via
libera), a meno che non sia espressamente vietato. Qui tutti si fermano agli
stop anche se per strada non c’è nessuno e anche se lo stop non è la posizione
migliore per vedere se la strada è libera. Ho trovato un po’ di difficoltà nelle
svolte a sinistra. Infatti, se non si apre la corsia apposita, si sfrutta una
corsia centrale generalmente con le strisce gialle continue, che poi è la stessa
corsia che usano le macchine della carreggiata opposta per svoltare a loro volta
a sinistra. Capire quando lo spazio è di una carreggiata oppure dell’altra mi è
risultato molto complicato e a Las Vegas mi sono preso la cazziata di una
vettura della polizia che ci ha affiancati e spiegato come fare.
Il costo della benzina è molto variabile: quella a 85 ottani costa generalmente
tra i 3$ e i 5.50$ a gallone (1 gal = 3,8 litri, quindi siamo intorno a
0.9$-1.45$ a litro) qualche volta anche oltre i 6$.
Cambio e costo vita. Il cambio appena favorevole (più o meno 0,90€ per 1$) rende meno oneroso il costo della vita che, pur essendo mediamente alto, non è che poi mi risulti molto diverso da Roma.
Alcuni suggerimenti in ordine sparso
Prima parte: Yosemite e Sequoia National Park
Giorno 1: 22 luglio, martedì. Fiumicino – San Francisco Aeroporto – Groveland (CA)
Dopo 12 ore di volo confortevole (ma lungo) da Roma, il passaggio ai controlli dell’aeroporto di San Francisco scorre sorprendentemente veloce. Presa la macchina, impieghiamo un po’ per uscire da San Francisco e raggiungere Groveland (CA), colpa anche di una lunga serie di rallentamenti lungo il percorso: le 150 miglia sono coperte in quasi 5 ore!
Groveland è un rettilineo della CA-120 di circa 200 metri, ma appare colorato, pittoresco, accogliente e romantico anche grazie ai colori del tramonto e all’aria fresca; offre almeno un paio di buoni posti per fare colazione e cenare e un supermercato per comprare il pranzo a sacco prima di partire per Yosemite.
Pernottamento: All Seasons Groveland Inn (due notti per 360$). Edificio molto carino, così come il salotto di ingresso e il giardino. La camera non sarebbe male se non per il fatto che è separata dal bagno solo tramite un telo semitrasparente. Colazione non inclusa, ma macchina del caffè, qualche barretta e della frutta sono messi a disposizione per gli ospiti. Il peggio è stato comunicare con la proprietaria al nostro arrivo: segnale telefonico assente, comunicazione difficoltosa (data l’età della signora) tramite interfono, e finalmente il supporto di qualcuno dopo abbondante mezz’ora fuori la porta.
Dove abbiamo mangiato. Lo storico Iron Door Saloon, in servizio del 1852, oltre a offrire ottimo cibo in alternativa alla carne e patatine, ha una piccola sala giochi con biliardo. Nel fine settimana è più affollato e potrebbe esserci un limite di tempo per la consumazione.
Giorno 2: 23 luglio, mercoledì. Yosemite Park (California). Temperatura 28°C
La distanza che Google Map indica da Groveland per Yosemite (24 miglia) è quella per il varco di accesso: occorre un’altra ora per arrivare al centro visitatori, sia per la distanza effettiva sia perché ci si ferma inevitabilmente a fare qualche foto lungo la strada. Comunque cercherò di andare per ordine.

Il Yosemite National Park (si pronuncia “yosèmiti” analogamente a Yosemite Sam dei Looney Toones) è il terzo parco per anzianità degli USA e ogni anno accoglie quattro milioni di visitatori: probabilmente, se lo visitate in estate, ne vedrete una consistente parte. Recensioni on line e guide turistiche lo osannano e ne esaltano le bellezze paesaggistiche, ma le impressioni raccolte sul posto (anche parlando con altri italiani incontrati lungo il tragitto) sono sorprendentemente diverse.
Sono stato giorni a decidere come riassumere la nostra esperienza, visto l’esito così diverso dalle opinioni comuni. Quindi: accetterò il fatto che forse che ho programmato la visita con poca accuratezza, che abbiamo pagato l’inesperienza per l’approccio a un parco così grande e con numerose alternative per l’escursionismo, che mi aspettavo sentieri immersi nei boschi (mentre la strada asfaltata non è stata mai troppo lontana) e nella tranquillità (invece di trovare orde di vacanzieri e navette strapiene), che mi aspettavo di trovare migliori indicazioni sui sentieri (mappe e cartelli), che mi sono fatto impressionare dalle informazioni e opinioni reperite prime di partire.
Bene, ammesso tutto questo, resta una gran delusione per “il più straordinario parco nazionale americano” (cit. Lonely Planet) e che, a mio avviso, almeno nella parte della vallata (quella di più facile fruibilità) non è neanche lontanamente paragonabile agli scenari delle dolomiti o dell’appennino.
L’accesso al parco è incluso nel pass annuale “America the Beautiful” che compriamo all’ingresso (80$). Dato il periodo dell’anno è necessario un altro pass chiamato “Peak-Hours Reservation” per poter entrare tra le 6 e le 14: io l’avevo comprato online (costo 2$) pochi giorni prima di partire.
Pur arrivando di buon’ora (intorno alle 9.30), quando raggiungiamo il centro visitatori ci troviamo già nella confusione del posto. I parcheggi sono pieni e giriamo un po’ prima di trovare spazio vicino alla fermata n.7 della navetta che è l’unico mezzo per raggiungere i vari punti di interesse o di partenza per le passeggiate.
Le informazioni sul parco e gli itinerari suggeriti per difficoltà e impegno si trovano anche sul sito web del parco stesso (per esempio a questo link): una mappa e una piccola guida sono fornite all’ingresso. Come detto, l’inesperienza per l’approccio a un parco così grande e con numerose alternative per l’hiking non ci fa orientare facilmente verso un itinerario preferito. Va messo in conto la folla di gente che rende tutto più complicato (e oggi non è di quelle giornate più affollate): le navette sono piene e tocca stringersi come in ora di punta (inoltre queste seguono un percorso circolare dalla fermata 1 alla 19 e poi di nuovo dalla 1, con conseguenti lunghi tempi di spostamento); il parcheggio non si trova, le file ai punti ristoro sono lunghe.
Scegliamo un paio di itinerari indicati come “facili” dal sito web.
Il percorso più breve per le Yosemite Falls (che parte proprio dalla fermata n.7 della navetta) ci offre la vista di un rivolo di acqua : infatti il periodo migliore per ammirare questo salto di circa 100m è maggio-giugno (come indicato anche dal sito web del parco).
La veduta più bella è quella da El Captain Bridge (da qui si può partire per il Cook’s Meadow Loop) dove la gente (poca) prende il sole sulla spiaggia e fa il bagno nel fiume Merced. Fortunatamente avevamo comprato il pranzo a Groveland, quindi almeno ci fermiamo senza altra fatica in uno dei punti pic-nic disponibili nel parco.
A questo punto ci prende la delusione: alcune mete sono più lontane (Hetch Hetchy è a 61km dalla valle, il Glacier Point è a 25 miglia) e non abbiamo tempo per impegnarci in queste visite; il Mirror Lake potrebbe essere asciutto (“dry in summer & fall“, come segnalato dalla guida del parco). Passiamo prima per il centro visitatori in cerca di idee, ma la folla ci fa propendere per muoverci in macchina per Tunnel View dove avremmo dovuto godere della “sublime” vista della valle (cito la Lonely Planet) e che invece, come dicevo, consegna un paesaggio alquanto anonimo.
Considerate le altre attrattive che offre la costa Ovest degli USA, la visita della valle è di sicuro la tappa che avremmo evitato.
Al ritorno prendiamo la strada sbagliata che ci porta all’uscita verso El Portal con conseguente un’ora extra per tornare a Groveland. L’aspetto positivo è che la strada costeggia il fiume Merced ed è molto piacevole. Arriviamo fino a Mariposa (posto che non ha proprio niente: molto meglio i 200m di Groveland) prima di poter prendere la strada per l’albergo
Pernottamento: All Season’s Groveland Inn.
Giorno 3: 24 luglio, giovedì. Sequoia Park (California). Temperatura 28°C
Così come per Yosemite, anche per raggiungere il centro visitatori di Sequoia Park occorre circa un’ora di automobile extra (e altrettante curve) una volta arrivati al punto di accesso da Groveland/Three Rivers/Visalia. Quindi, nel programmare i tempi per la visita, suggerisco di considerare anche questo tempo nascosto, cosa che noi non avevamo previsto.
Anche l’ingresso a questo parco è incluso nel pass annuale.
Sequoia National Park è un bellissimo parco verde dove vedrete non solo il celeberrimo General Sherman, ma anche decine di altre sequoie di veneranda età. Anzi, per la precisione qui ci sono sequoie giganti e “redwood” (che in italiano temo si traduca sempre con sequoia), le cui differenze non sono molto evidenti all’occhio inesperto (la sequoia gigante è l’albero più grande al mondo in termini di volume e ha un tronco immenso con una leggera conicità; la sequoia costiera – redwood – è l’albero più alto al mondo e ha un tronco slanciato).
Anche in questo parco ci si muove in navetta: almeno, rispetto a Yosemite, le vetture sono più comode, c’è meno folla, la temperatura percepita è più gradevole e inoltre troviamo parcheggio più facilmente.
Il percorso che facciamo è quello suggerito dalla Lonley Planet. Si parte dal General Sherman, l’albero vivente più grande al mondo: 84m di altezza, 33 metri di diametro e un’età che varia tra 2200 e 2700 anni. Essere vicino a un esemplare del genere è una emozione in sé.
Percorriamo la Giant Forest con un sentiero ad anello (Congress Trail – siamo a circa 2100 metri di altezza), poi vorremmo proseguire sul Crescent Meadow fino a Moro Rock (per poi risalire in navetta) ma non troviamo le indicazioni. Comunque il percorso offre una foresta fitta di sequoie giganti, a tratti si è completamente avvolti e in alcune si può entrare nel tronco cavo. Se siete fortunati, come noi, la vostra visita sarà impreziosita dalla compagnia – a opportuna distanza – di un cucciolo d’orso intento a cercarsi cibo tra gli alberi. Un ranger in zona osserva anche lui a distanza la situazione.

Prima di andare via utilizziamo la macchina per vedere l’auto log, la famosa sequoia caduta a terra nel 1937 il cui tronco è stato tagliato ed ora è attraversato dal traffico veicolare. Nonostante siano le 17, c’è una piccola coda di macchine, per cui temo che in orario di punta le cose siano anche peggiori.
Non abbiamo tempo per raggiungere Moro rock (un sentiero parte proprio da qui): inoltre inizia anche a fare buio (per essendo intorno alle ore 18), quindi non resta che riprendere la macchina per ripartire in direzione Three Rivers.
Pernottamento: Three Rivers Sequoia Riverfront Cabins (163€, una notte). Un inganno attraverso le foto sul sito web. Il posto ha delle grosse potenzialità essendo affacciato sul fiume Kaveah, ma la fruibilità è praticamente nulla. Inoltre la stanza non è curata, c’è disordine, non ha un guardaroba e c’è un senso generale di poca igiene.
Seconda parte: Calico Ghost Town, Seligmann, Flagstaff.
Giorno 4: 25 luglio, venerdì. Da Three Rivers a Calico Ghost
Questa tappa del viaggio è nata per spezzare il tragitto dal Sequoia Park al Grand Canyon ed evitare otto ore di macchina (circa 950 km). Sapevo già dall’organizzazione del viaggio che Caligo Ghost Town è soprattutto un’attrazione turistica, non una reale ghost town come per esempio lo è Bodie, sempre in California. Sull’itinerario non c’erano comunque posti turistici migliori e allora abbiamo deciso di visitare la cittadina e fermarci in zona.
La città di Calico conobbe una grossa fortuna tra fine ‘800 e inizio ‘900 legata alle miniere di argento e borace. Poi le sorti cambiarono, la cittadina fu abbandonata e solo a metà del ‘900 fu ristrutturata grazie agli investimenti dell’imprenditore americano Walter Knott. Alcuni edifici sono stati resi simili agli originari, altri invece sono stati costruiti nello stile western più noto al pubblico.

Nonostante fossi preparato a ciò che mi aspettava, la visita si è rivelata comunque deludente. Non tanto per il biglietto di ingresso (8€ a persona), ma soprattutto in quanto non c’è nessun impegno a rendere la città viva. Gli edifici sono per la maggior parte adibiti a negozi e alcuni si possono vedere solo da fuori (come la bella scuola sulla sommità della collina). Le attrazioni sono pure a pagamento e già dalla pubblicità si può immaginare che non valga molto la pena: noi scegliamo il giro in trenino (dopo ballottaggio con la miniera: costo 5,50$) perché ci sembra pittoresco, ma è un giro piccolissimo intorno alla collina dove non si vede granché e per metà del tempo il treno resta fermo a raccontare qualche storia. L’unica cosa originale può essere lo studio fotografico che vi veste e fotografa in abiti d’epoca (realmente da indossare), ma quando lo notiamo è già tutto prenotato (costo circa 32$ per una foto con due persone) anche perché chiude alle 15.30.
In 60 minuti la visita è bella e conclusa. Forse potrebbe essere interessante essere qui durante qualche evento celebrativo che rende questo posto più vivo, ma, come vedremo più avanti, ci sono altri posti che possono donare un po’ di atmosfera western dei film.
La zona non offre molto altro (questo lo sapevamo ), ma riusciamo a cenare da Peggy Sue’s a Yermo (non distante da qui e dal nostro hotel) che qui (e forse non solo qui) è una celebrità. L’edificio originale del 1954 nacque come tavola calda per camionisti e gente del posto; nel 1987 Peggy Sue Gabler e suo marito acquistarono il locale allora abbandonato e decisero di riaprirlo come ristorante in stile anni ’50 con sgabelli al bancone e tavoli. Entrare qui è come fare un salto negli anni ’50 e sono molto accoglienti anche le due sale interne piene di locandine di giornali, foto di musicisti, statue a grandezza naturale di icone della cultura pop come Elvis e un grande jukebox. Tutto ciò grazie all’attività di Peggie Sue nel cinema. La musica in sottofondo rende l’atmosfera allegra e rilassata, il cibo tutto sommato è gradevole e infatti noi ci fermeremo qui tre volte: a cena e poi a colazione durante la sosta a Yermo e ancora a pranzo sulla strada per Los Angeles.
Pernottamento: Travelodge by Wyndham, Yermo. Una notte a 90$ in una comoda stanza di una struttura nuova. C’è anche una piccola piscina.
Dove abbiamo mangiato: Peggy Sue’s 50’s Diner (vedi sopra)
Giorno 5: 26 luglio, sabato. Seligman e Flagstaff.
Dopo esserci concessi una colazione e un po’ di buon umore da Peggie Sue’s, ci muoviamo verso Flagstaff che sarà la base di partenza per la visita del Grand Canyon.
Sulla strada facciamo una tappa a Seligman con annessa pausa pranzo. Qui entriamo in Arizona a ritroviamo la Route 66 di cui Seligman si fregia essere “the birth place” in quanto tra le promotrici delle azioni che convinsero lo Stato dell’Arizona a insignire la Route 66 del titolo di autostrada storica. Inutile dire che troverete una celebrazione molto commerciale della mother road: negozi di souvenir di tutti i tipi e decine di vetture stile “Cars”, il film della Disney.

Il tratto di strada che identificherete con Seligman è piccolissimo, credo meno di 500 metri, quindi si gira velocissimo a piedi, ma nello stesso tempo vi rapirà per decine di foto, per l’allegria dello scenario e per la visita ai vari negozietti. Prima di ripartire fermatevi per altre foto al Seligman Depot, ricostruzione di una cittadina western con tanto di prigione, stalla, albergo, banca e dentista (a proposito di alternative a Calico Ghost). Il Depot si trova proprio a inizio cittadina, appena usciti dalla I-40 provenendo da Kingsman.
Dopo la pausa pranzo a The Road Runner (appena buona per la sopravvivenza e per una sosta ai bagni) si continua per Flagstaff, dove arriveremo per le 17.
Flagstaff ha una posizione strategica per la visita al Grand Canyon ed è inoltre un centro con un po’ di vita mondana (cosa che volevo sperimentare durante il viaggio). Il centro cittadino è piccolo e piacevole da girare, con tanti edifici d’epoca e negozi molto curati: in estate sono organizzati eventi giornalieri gratuiti. Durante la nostra visita la piazza è animata da un quiz su Harry Potter con successiva proiezione del primo film della saga.
Chiudiamo la serata cenando da Charly’s, locale molto elegante e dalla buona cucina (ha anche un piano sopra, mentre al piano di sotto c’è un altro pub). Il ristorante è all’interno dell’Hotel Weatherford: ai piani superiori ci sono altre sale (accessibili al pubblico) molto ben curate e utilizzate per aperitivi e ricevimenti,
Non lontano da qui c’è un sito che avrei voluto visitare, ma orari e ulteriore tempo per raggiungerlo mi hanno scoraggiato. È il meteor crater, o cratere di Barringer: Il cratere è stato generato 49 000 anni fa dall’impatto di un asteroide del diametro di circa 46 metri. Il sito si accede a pagamento ed ha orari definiti che purtroppo non si adattavano ai nostri programmi.
Pernottamento: Super 8 by Wyndham Flagstaff, 3725 Kasper Avenue. Simile all’hotel di Yermo, anche qui stanza spaziosa e accogliente, posto macchina, 150$ una notte con colazione. Per raggiungere il centro di Flagstaff occorre spostarsi in macchina.
Dove abbiamo mangiato: Charly’s Pub & Grill nel Weatherford Hotel (vedi sopra)
Terza parte: Grand Canyon e Antelope Canyon
Giorno 6: 27 luglio, domenica. Flagstaff – Grand Canyon (temperatura 30°C)
Entriamo nel cuore del viaggio e in quello degli USA. Da Flagstaff occorrono 2 ore di viaggio per raggiungere il Grand Canyon (ingresso incluso nel pass annuale): l’unica pompa di benzina è all’ingresso del parco (e il prezzo è alto). Arriviamo alle 9.45, non c’è coda all’ingresso (nonostante oggi sia domenica) e parcheggiamo al visitor center a cui chiediamo un suggerimento per la visita più pratica. Il suggerimento è di partire dal Mather Point (a pochi minuti a piedi dal centro visitatori) e proseguire verso il Yavapai Point (1,1 km) fino al Bright Angel Lodge (2,3 km) dove, tra l’altro, abbiamo riservato la stanza per il pernottamento. Il percorso segue la cosiddetta “Trail of Time” che descrive la scala temporale del Grand Canyon oltre a mostrare esempi di pietre prelevate alle varie profondità.
Si ritorna poi in navetta al centro visitatori per riprendere la macchina. Il pranzo lo faremo al Bright Angel (sala Arizona) a fine passeggiata, non avendo acquistato niente prima di incamminarci (il centro visitatori era comunque affollato).
Il percorso è molto facile, è pavimentato e passa attraverso sentieri alberati, mediamente in piano e ci sono fontanine presso i vari centri visitatori (anche se non sempre l’acqua ha un buon sapore). Ma ovviamente l’interesse è per tutto quello che c’è attorno. La temperatura è accettabile (30°C), ma purtroppo nell’aria c’è un po’ di foschia dovuta all’incendio che dal 4 luglio sta funestando il North Rim: il Bravo Fire ha comportato la chiusura di questa parte di Canyon per tutta il restante 2025 oltre che la distruzione di 58.000 ettari di foresta (dato al 3 settembre) e le strutture sul posto.
A questo punto non posso che ricopiare quello che disse il sig. C.O.Hall quando visitò il Grand Canyon nel 1895 e che è riportato al Navajo Point:
“No language can fully describe, no artist paint the beauty, grandeur, immensity and sublimity of this most wonderful production of Nature’s great architect. [Grand Canyon] must be seen to be appreciated.”
Inutile provare a descrivere il panorama che si perde all’orizzonte: abbiamo fatto decine di foto a ogni svolta d’angolo, ma nessuna riesce a dipingere la magnificenza e la poesia del panorama che si osserva: ricordatevi che “Tribes call the Canyon home“.

L’unica frustrazione è che scendere tra le rocce per sentirsi ancora più parte dello scenario è davvero complicato (per la fatica e i tempi), senza considerare il fatto che il canyon si estende per 275 miglia. Allora non resta l’alternativa dell’aria: c’è possibilità di prenotare un posto in un piccolo aereo oppure in un elicottero. Io avevo prenotato con largo anticipo proprio un giro in elicottero di 30 minuti alla modica cifra di circa 313$ (papillon.com). La partenza è dal piccolo eliporto poco fuori il Grand Canyon (Tusayan): dei 30 minuti, 15 se ne andranno per raggiungere il canyon e ritornare alla base, ma quei 15 minuti rimanenti vi daranno altre emozioni indescrivibili oltre che la possibilità di ammirare il Colorado che scorre, azzurro, sul fondo del Canyon. (Ho provato a cercare in rete quanto in profondità sia il fiume rispetto alla sommità delle rocce del canyon: le informazioni dicono tra 1200 e 1800 metri).
L’alloggio al Bright Angel Lodge ci permette di osservare anche il tramonto (anche se non particolarmente acceso da questa parte dal canyon) e il giorno dopo rivedere il panorama con le luci e il silenzio del mattino (anche in questo caso, panorama coperto da foschia e fuliggine).
In zona ci sono anche degli edifici interessanti: la Hopi House, edificio molto carino che ospita un bel negozio di oggettistica dei nativi (Hopi); El Tovar, inizialmente progettato come albergo della ferrovia (che ferma lì sotto) ed oggi è un elegante albergo; il Lookout Studio con la sua terrazza un po’ nascosta che affaccia sul canyon.
A proposito della ferrovia, la Historic Grand Canyon Railway arriva qui con un treno a vapore da Williams.
La mattina dopo si partirà in macchina seguendo la Desert View Drive e, se pensavate di esservi emozionati abbastanza, fermatevi pure a Pipe Creek Vista e soprattutto al Navajo Point che ci ha inchiodati lì per una buona mezz’oretta. In questo punto, oltre forse a godere al meglio dell’alba, inizia una piccola stradina che scende tra le rocce secondo un percorso segnalato.
A proposito: per chi volesse scendere dentro il canyon, i percorsi non sono semplici e la risalita è impegnativa.
Pernottamento: Bright Angel Lodge, all’interno del Grand Canyon (South Rim): un piacevolissimo chalet (ma piccolino) con possibilità di parcheggio e due sedie in legno sul piccolo giardino prospiciente. Sistemazione ideale per godersi il canyon la sera e la mattina quando regna ancora il silenzio. Colazione non inclusa. Prezzo 215$ per una camera doppia per una notte. Buona cucina nei ristoranti lì vicino.
Giorno 7: 28 luglio, lunedì. Grand Canyon – Antelope (temperatura 30°C)
Come detto, ci fermiamo una mezz’oretta al Navajo Point prima di riuscire a salutare questo posto meraviglioso e proseguire verso l’Antelope Canyon. Usciti dal Grand Canyon, percorriamo la strada che costeggia il Little Colorado River che, prima di Cameron, offre un paio di altri inaspettati punti di osservazione. Il “gorge” è un altro canyon, ovviamente molto ridotto rispetto a quello appena visitato, che è stato scavato da questo affluente del Colorado. In uno dei punti di accesso occorre pagare l’ingresso (è proprietà dei Navajo), ma c’è almeno un altro punto dove, parcheggiata la macchina, in dieci minuti si può vedere questo altro interessante scenario.
L’appuntamento del tour all’ Upper Antelope Canyon è alle 14.30. In rete leggere tanti suggerimenti per scegliere l’orario migliore e vedere il famoso raggio di sole entrare dall’alto della gola: purtroppo, non disponendo di una macchina del tempo per essere al posto giusto all’orario giusto in ogni momento del nostro viaggio decidiamo per quest’orario. In generale, meglio le ore in cui il sole è alto, così da vedere i corridoi quanto più possibile illuminati. La scelta cade sull’Upper e non sul Lower dopo aver sentito amici che vi erano stati di recente: in entrambi i casi si accede solo con tour organizzato. Come curiosità: la Lonely Planet dedica due righe soltanto per questo sito, forse perché la sua fama è nata da un passaparola recente.
Nel nostro caso l’organizzatore è Antelope Slot Canyon Tour (135$ a persona) a cui, ovviamente, farete bene ad aggiungere almeno una decina di dollari a testa come mancia alla gentilissima guida che vi farà, tra le altre cose, tante spettacolari fotografie con il vostro cellulare. La visita dura 90 minuti circa, di cui circa 30 per la visita vera e propria e il resto per andare e tornare dal punto di partenza.
Come per il Grand Canyon, anche in questo caso ogni tentativo di riportare le emozioni non renderebbe la poesia del posto: qui ci si sente avvolti da questo labirinto in roccia rossa che, con le sue striature, dà una sorprendente idea di leggerezza. Le foto che farete sembreranno artefatte, ma non sono un inganno: sembra di essere in un vortice di pietra. Purtroppo la giornata è grigia a causa del fumo proveniente dal North Rim (respirare l’aria inizia ad essere fastidioso, molte persone in zona portano le mascherine) e quindi c’è un po’ d’ombra, ma l’emozione è così forte che non ci si fa neanche caso, così come non facciamo caso neanche alle spiegazioni della guida. La cosa positiva dell’orario è che non troviamo la folla di gente che ci aspettavamo e quindi riusciamo a fare diverse foto con relativa tranquillità.

Cosa importantissima per chi programma la visita qui e nei dintorni di Page: l’orario è quello della California, del Nevada e dell’Arizona. Infatti, pur essendo l’Antelope e Page in Arizona, qui vicino c’è il confine con lo Utah (che è un’ora avanti!) e il vostro cellulare potrebbe prendere quell’orario lì. Per farvi capire l’assurdità della cosa, visto che il nostro cellulare segna appunto l’orario dell’Utah, chiediamo l’orario a un signore in un centro commerciale e anche lui ci dà quell’orario. Ci precipitiamo quindi alla sede dell’ASCT per non perdere il tour e lì ci dicono che siamo in anticipo di un’ora.
Avendo a disposizione ancora un po’ di tempo, avevo programmato quest’altra visita guidata, questa volta in battello, nel fiordo dell’Antelope Canyon navigando sul lago Powell. La scelta era nata per caso (possibilità di conciliare gli orari), ma si è rivelata sorprendente.
Le acque del lago Powell hanno scavato questa insenatura, appunto il canyon Antelope, che si può visitare con un giro in battello oppure noleggiando dal Marina Point barche o canoe. Le acque hanno trovato a un certo punto uno sbarramento di arenaria e hanno generato l’Upper Antelope e poi il Lower.
La nostra visita in battello ci porta proprio in questo meraviglioso e silenzioso fiordo fino al punto più stretto, passando tra insenature di roccia via via più anguste dove si sente solo il rumore delle onde generate dallo scafo. Anche qui la visita andrebbe fatta un po’ prima delle 18 perché il sole non penetra nel fiordo: va detto però che la luce è offuscata dal solito incendio al North Rim. E poi diciamo anche che sul battello eravamo in due: praticamente una barca riservata.
Pernottamento: Hotel Travelodge by Wyndham Page,207 North Lake Powell Blvd. Costo 1 naotta: 100$. Albergo accogliente e pratico, nello stile Travelodge. C’è una piccola piscina e offrono anche la colazione (solo dolce), purtroppo in una sala affollatissima.
Quarta parte: Horseshoe bend e Monument Valley
Giorno 8: 29 luglio, martedì. Horseshoe bend e Monument Valley
Si riparte di primo mattino per visitare l’Horseshoe Bend. Nelle giornate precedenti alcuni viaggiatori incontrati lungo la strada ci avevano detto che la fuliggine proveniente dal North Rim aveva rovinato tutto il panorama. Fortunatamente oggi il vento soffia nella direzione giusta (in tutti i sensi) e la vista è perfetta.

Per raggiungere il punto di osservazione basta parcheggiare l’auto e pagare 8$ a persona; poi bastano 15 minuti a piedi. Alle 9.30 c’è ancora poca gente e quindi si gode al meglio della veduta dell’ansa descritta dal fiume Colorado intorno a un affioramento roccioso (ma occorre un po’ di pazienza affinché il sole tolga le ombre dalla gola). Il posto vale sicuramente una sosta: mettete in conto una mezz’ora anche perché da qui non si può andare né lontano né in basso. E restate sul sentiero: noi abbiamo incrociato un piccolo serpente.
Ci mettiamo in viaggio per la Monument Valley con sosta pranzo a Kayenta. A proposito: adesso siamo veramente in Utah e quindi l’orologio va messo un’ora avanti.
Arriviamo all’ingresso della Monument Valley intorno alle 15: si paga l’ingresso di 10$ a persona, poi tocca scegliere se avventurarsi con la propria macchina oppure prenotare una visita organizzata nel caso in cui, come il nostro, non l’aveste fatto prima.
A questo punto riporto le mie osservazioni. Le strade nella valle sono sconnesse: già la prima serie di tornanti ripidi è da fare con molta calma. La nostra macchina, una Toyota Corolla, non ci sembra adatta (e ne avremo conferma durante la visita guidata), mentre giù vediamo molti SUV procedere lentamente con apparente successo. Pertanto non ce la sentiamo di rischiare macchina e umore e prenotiamo un tour sul posto a un prezzo non contrattabile: 120$ a persona per 90 minuti di visita, oppure 130$ per la visita di 2h30, più ovviamente l’immancabile mancia. Scegliamo la visita breve perché l’altra sembra troppo lunga (e ci andrà bene cosi).

Il suggerimento è scegliere il tour in anticipo: ce ne sono tantissimi sulla pagina web della Monument Valley. L’alternativa, averlo saputo prima, sarebbe stato noleggiare addirittura una Jeep per la giornata: avremmo probabilmente pagato di meno. Da quello che ho letto all’ingresso non si fanno escursioni a piedi se non sotto la guida di un operatore. Ci sono interessanti visite a cavallo, ma vanno prenotate prima perché partono dall’interno della valle e non sono fornite dall’unico operatore attivo sul posto.
Comunque il posto merita qualsiasi impegno e già la veduta dal centro visitatori lascia senza fiato. Qui non è tanto la maestosità della natura, ma quanto la sacralità del posto che si percepisce appena ci arrivi: questa è da secoli la casa dei Navajo. Già in lontananza, lo scorgere delle “butte”, queste guglie isolate di roccia rossa, evoca i vecchi film western. Purtroppo la nostra direzione di arrivo non è quella del famoso Forrest Gump Point (quello si raggiunge arrivando da Nord): ce ne siamo fatti una ragione abbastanza velocemente.
La visita guidata ci è fornita da Dinè, un signore navajo che, poverino, proprio in quelle ore aveva saputo della perdita della madre dall’ospedale in cui era ricoverata. Lui affronta il suo lavoro con molta professionalità, ma noi ci sentiamo un po’ degli approfittatori: ma porca miseria!
L’itinerario ci avvicina a tutte le vedute principali e ci illustra la storia del posto e le similitudini che sono stare riscontrate nelle formazioni rocciose: c’è Snoopy, il gallo, la gallina, lo stivale, Trump o Frankestein, il sottomarino…

In questo posto sono stati girati vari film, primi tra tutti quelli di John Wayne diretti da John Ford: qui c’è proprio un punto di osservazione chiamato “John Ford Point”. Ovviamente qui è stata girata una della scene di Ritorno al Futuro parte III. E se non bastasse i Metallica furono depositati con un elicottero su una di queste colline per girare il video del loro brano “I Desappeared”.
Messo da parte il mal di schiena per i duri sobbalzi della jeep, ci rimane il senso di pace, di armonia e di immensità che ci lascia questo posto.
E poi c’è una piccola appendice. Avevo provato a pernottare all’interno della Monument Valley, ma senza successo: basta comunque fermarsi al bar o al ristorante che è accanto al centro visitatori del parco per capire che genere di veduta si possa godere da qui. La soluzione alternativa è stata comunque soddisfacente anche perché Goulding’s ha una lunga storia che lo lega alla Monument Valley oltre che godere anch’esso di una visita emozionante e romantica.
Infatti questo posto è stato la base per attori e personale di diversi film e nel piccolo museo (molto ben fatto) si vedono diversi cimeli, tra cui il foglio con le firme originali di Wayne e Fonda. Una delle cose interessanti è che si racconta di come furono assoldati veri indiani Navajo per i film di quel tempo che descrivevano spesso gli indiani stessi come nemici o selvaggi.
E infine, tra le varie rarità raccolte nelle sale, non potevo non fermarmi davanti a un “paper call” di Ritorno al Futuro parte III.
Pernottamento e cena: come scritto sopra, Goulding’s Lodge, Main Street, Monument Valley. 1 notte a 272$. Si cena molto bene e il giorno dopo abbiamo fatto una buona colazione (non compresa nel prezzo della stanza).
Quinta parte: Bryce Canyon e Zion Park
Giorno 9: 30 luglio, mercoledì. Dalla Monument Valley al Bryce Canyon
Ci svegliamo presto per ammirare l’alba sulla Monument Valley dal terrazzino della nostra camera, ma il sole sorge proprio da dietro le butte e quindi non è permette di apprezzare al meglio lo scenario. Ci mettiamo in macchina per il Bryce Canyon dove arriveremo dopo 4h inclusa la sosta pranzo a Kanab.
Se avete qualche minuto, provate a fare un giro qui: Kanab infatti conserva un’atmosfera da vecchio West (a proposito dei posti alternativi a Calico Ghost) e tra gli anni ’20 e ’70 del secolo scorso furono girati decine di film western.
Arriviamo al Bryce Canyon dal Red Canyon e la Dixie Forest, passando sotto due archi di roccia. L’accesso al Bryce Canyon è incluso nel pass annuale. Dopo aver parcheggiato la macchina prendiamo la navetta fino al Bryce Point.
L’itinerario che seguiamo (strade ben pavimentate e mediamente in piano) è il Rim Trail dal Bryce Point fino all’Insipration Point (2,4km) e poi al Sunset Point (1,2 km); da qui ci avventuriamo per lo splendido percorso del Navajo Loop. Dopo essere risaliti prendiamo la navetta fino al Sunrise Point per i motivi che spiegherò sotto e poi nuovamente per tornare alla macchina.
Il Bryce Canyon non è un vero proprio canyon perché non è stato scavato dall’acqua, ma è la parte più alta di di un altopiano (la cosiddetta Grand Staircase) che arriva fino al Grand Canyon in Arizona e che è stato modellato dall’erosione differenziale dei calcari dolomitici creati dalla sedimentazioni di un antico lago.
I cosiddetti “hoodoos”, i camini delle fate, esistono in ogni continente, ma la concentrazione in questa zona è la più alta sulla Terra. Ve ne renderete conto dal primo magnifico sguardo dal Bryce Point sull’anfiteatro di pinnacoli. Ma se pensate che il meglio sia qui, aspettate di arrivare all’Ispiration Point e poi al scendere nel Navajo Loop dal Sunset point. A dire il vero, i quasi due chilometri e mezzo che separano il Bryce Point dall’inspiration Point sono un po’ noiosi: il paesaggio e le vedute restano più o meno le stesse e fatto salvo il primo e l’ultimo quarto del percorso, la monotonia (e la fatica dovuta soprattutto al caldo) ci fa pensare che forse avremmo potuto muoverci in navetta verso la seconda tappa e salvare tempo ed energie per quello che avremmo visto dopo.

Da Inspiration Point a Sunset Point ci ravviviamo un po’, soprattutto perché lo scenario che si apre all’arrivo è straordinario: una gola che scende giù e si perde tra le rocce sempre più strette. In realtà il percorso completo comprende anche i Queen’s Garden che si vedono dal Sunrise Point e il sito web del Bryce suggerisce di fare l’intero giro (circa 4,6km) in senso orario (cioè scendendo dal Sunrise). Questo per due motivi: sia per la veduta dell’anfiteatro che si apre scendendo dal Sunrise, sia perché la discesa dal Sunset è più impegnativa e causa più frequente di infortuni (più di 300 piedi di dislivello, circa 100m).
Purtroppo, come accennato prima, avendo perso tempo per il lungo e monotono tratto dal Bryce, decidiamo di scendere qui (lungo Wall street) e – in verità – lo spettacolo ve lo godrete comunque. Il bello del Bryce è che potete farvi avvolgere dal canyon e man mano che scendete vedrete da sotto i pinnacoli che prima osservavate da sopra. Ci infiliamo nella apertura al termine della discesa e lo scenario adesso diventa più verde: si vede anche la traccia di un letto di un fiume che probabilmente scorre qui di inverno. Il percorso è magnifico, ma orario e stanchezza ci consigliano di risalire chiudendo il Navajo Loop invece di proseguire per il Queen’s Garden. Vedremo l’inizio di questo secondo percorso dal Sunrise Point: non ce la sentiamo di scendere, la visita per noi finisce qui. Ci sarebbero altri percorsi verso il Rainbow Point e il Fairland Loop (8 miglia con dislivello di quasi 600m), ma non si può fare tutto in mezza giornata.
Il Bryce Canyon, come tutti i parchi dello Utah, è certificato come “parco dal cielo scuro”. Nelle serate di novilunio si può ammirare la via lattea in tutto il suo splendore. Le nostre energie sono poche per ritornare dopo cena quassù (il parco è sempre aperto), ma nel caso aveste tempo e forza, date uno sguardo alle varie iniziative notturne organizzate dal Nation Park Service.
La città di Bryce non offre molto, anche se oggi qui c’è un rodeo alle 19: la parte più animata è intorno al Ruby’s Inn dove ceneremo.
Pernottamento: Bryce Canyon Resort, 130$ a notte con colazione nel vicino Cowboy Ranch House, una delle tre alternative per mangiare a Bryce. Stanza spaziosa, parcheggio, piccola piscina e posto nel complesso piacevole
Dove abbiamo mangiato: In zona ci sono pochi ristoranti di cui uno (Ebezener) fa musica country dal vivo, ma ha un menu dai prezzi vergognosi; un altro è il Ruby’s Inn, dove ceniamo noi: molto carino e buona offerta di cibo.
Giorno 10: 31 luglio, giovedì. Dal Bryce Canyon allo Zion Park
Si riparte per la visita allo Zion Park dove ho riservato una stanza di albergo: a parte il costo abbastanza più alto della media, questa soluzione sarà molto utile e apprezzata durante la nostra visita.
Una cosa importante da segnalare è che se volete inoltrarvi delle Narrows, attrattiva principale dello Zion, e non avete le calzature adatte (l’acqua vi arriverà almeno alle caviglie) dovrete noleggiare opportuni stivaletti oppure salopette (visto che alcuni tratti sono più profondi), ma nessuno ci ha mai detto che questo si può fare solo fuori il parco. A Springadale, ad esempio, ci sono alcuni negozi ad hoc.
Andando per ordine, arriviamo allo Zion dall’entrata est e lungo il tragitto non ci sono centri abitati degni di nota se non Orderville (piccolissimo). Il pranzo al sacco lo prenderemo quindi all’interno del parco.
Una volta superato il punto di accesso (ingresso gratis con l’annual pass) ci sono altre 11 miglia per il centro visitatori, ma la stanza riservata allo Zion Lodge ci riserva anche l’accesso in macchina alla zona, evitando così il centro visitatori e mettendoci proprio davanti uno degli itinerari che avevamo individuato.
Infatti, dopo l’esperienza di Yosemite, decidiamo di scegliere due percorsi di media difficoltà, evitando di perderci tra la vasta scelta offerta dallo Zion. La scelta si rivela felice, ma è coadiuvata dal fatto che lo Zion ci appare molto più interessante di Yosemite. Innanzi tutto i colori: il rosso della roccia e il verde della vegetazione; poi il fiume Virgin che scorre lungo la maggior parte degli itinerari; le navette sono meglio organizzate (viaggiano nei due sensi); ci appare una tranquillità generale che allo Yosemite non abbiamo trovato; e infine la sistemazione al Lodge: meravigliosa nel cuore del parco, pratica per la cena (non ci sono altre soluzioni all’interno del parco) e da favola quando ci rendiamo conto che, nel buio della sera, abbiamo un capriolo a due metri.

Le guide turistiche e il sito dello parco vi danno tutti i suggerimenti per scegliere il vostro itinerario.
Essendo allo Zion lodge approfittiamo per seguire il percorso che parte proprio da qui e che va verso le Emerald Pools. Queste sono tre: lower, middle e upper. Il sentiero che porta alla Lower Pool è facile e piacevole perché si gode della nebbiolina dell’acqua che cade dalla cascata (di questi tempi la portata è bassa, ma l’effetto è gradevole). Il sentiero prosegue verso la Middle Emerald Pool, poco più che uno spruzzo d’acqua che alimenta la cascatella che vedevamo da sotto. Non ricordo se si piò procedere direttamente verso la Upper Pool: nel qual caso, vista la fatica che vi attende, si potrebbe omettere questa tappa intermedia. Altri 45 minuti per avventurarsi tra sentieri stretti, in salita e non ben pavimentati (per noi camminatori di scarsa esperienza potrei direi che sono di difficoltà media): il caldo aumenta la sensazione di fatica, ma fortunatamente l’arrivo ci regala un po’ di fresco sia per la fitta vegetazione sia per il bel laghetto sotto la grotta. Vanno ricordate due cose: nel laghetto non ci si può bagnare (anche se lo fanno in molti) e non bisogna dare da mangiare alla fauna selvatica. In particolare gli scoiattoli qui sono già intraprendenti per conto loro: sarete sorpresi a vederli camminare tranquillamente tra le persone e tentare di aprire gli zainetti dove sentono odore di cibo. Anche per noi è il momento della pausa pranzo.

La discesa è ovviamente più agevole, ma comunque non ce la sentiamo di proseguire verso “the grotto” e torniamo all’albergo per una breve pausa prima di avventurarci per i Narrows.
La navetta ci lascia all’inizio del sentiero: occorrono 20 minuti per completare il facile sentiero pavimentato (e qualche deviazione facoltativa lungo il fiume) e raggiungere il punto in cui bisogna procedere in acqua. Della necessità degli stivali ho detto prima, ma la curiosità è tanta e decido di proseguire per un breve tratto a piedi nudi (i sassi sono levigati e non c’è molto fango) aiutato da uno dei bastoni in legno che si trova sul posto.
L’acqua è ovviamente fredda, riesco a fare pochi passi, il tanto per rendermi conto perché i Narrows sono così famosi. Il fiume infatti si insinua tra le rocce e più avanti si va più lo spettacolo è suggestivo e i tratti tranquilli. Come suggerisce la Lonely Planet, l’obiettivo non è raggiungere un punto specifico (ma nel caso, informatevi bene sul tragitto che vi si aprirà davanti), ma semplicemente immergersi nel paesaggio.
Tutto ciò facendo l’orologio segna le 18 e qui al livello del fiume è già abbastanza buio (conviene esplorare la zona quando il sole è alto). Rientriamo quindi in albergo per goderci la bellissima stanza del Lodge e la cena nell’altrettanto bel ristorante.
Dopo di che, inaspettatamente, ci ritroviamo vicini a un gruppetto di caprioli che bruca tranquillamente nel giardino antistante l’albergo: uno di questi ci taglierà quasi la strada lungo il tragitto verso la nostra stanza.
E poi c’è anche il cielo che fa la sua parte: qui è molto buio, la luna è appena un’unghia e si riesce ad osservare molto chiaramente il cielo (l’Orsa Maggiore è visibile come nei libri di scuola)
Dove abbiamo mangiato: The Red Rock Grill, accanto al Zion Lodge. Bel posto e buona cucina, si potrebbe mangiare anche sullo splendido terrazzino all’aperto ma purtroppo ci sono molti insetti. Si può anche fare una magnifica colazione con dolce e salato a buffet.
Pernottamento: Zion Lodge, Zion National Park. Magnifica stanza con terrazzino dentro una struttura in legno, la soluzione migliore sia per entrare nello Zion evitando la folla del centro visitatori (il pernottamento vi permette di accedere con un codice alla strada riservata solo alle navette), sia per avere la possibilità di passeggiare a pochi metri dai caprioli che si affacciano in zona la sera. Molto accoglienti anche le varie sale comuni. Costo (ben) 285$ per una notte (senza colazione).
Sesta parte: Las Vegas, Pasadena e “Ritorno al Futuro”, Universal Studios di Los Angeles
Giorno 11: 1 agosto, venerdì. Dallo Zion park a Las Vegas
Lasciare lo Zion è stato molto difficile, soprattutto considerando che la prossima meta sarà Las Vegas. Come nota a margine: mentre uscivamo da Zion abbiamo notato la lunghissima fila di auto in entrata.
Las Vegas è un punto di passaggio comodissimo per ogni itinerario in questa parte di America: te lo trovi quasi certamente a metà strada tra due punti e quindi lo utilizzi per una pausa e per sfogare l’inevitabile curiosità.
L’arrivo è verso le 14 (si torna un’ora indietro rispetto Zion) e fa un caldo soffocante (intorno ai 40°C). Il nostro albergo è solo in linea d’aria vicino alla Strip, ma a piedi occorrono 40 minuti. Con molta incoscienza decidiamo di sfidare il caldo (ed è caldo): in fondo una volta raggiunto il primo casinò, poi sarà tutto al chiuso e al fresco.
In effetti è così; è tristemente così. Ero ben preparato all’atmosfera che avrei trovato e tutto sommato sono riuscito a sopportare con pochissimi danni il passaggio dalla favola dei parchi all’assurdità di questo posto che è esattamente come lo vedi nei film.

Sappiamo tutti che la città vive di gioco d’azzardo, anche se i telegiornali del giorno indicavano per la prima volta un calo dei visitatori a due cifre (per l’esattezza -11% tra giugno 2024 e 2025). Qui ogni hotel ha un casinò e, di più, ogni hotel è in realtà un enorme centro commerciale.
Noi partiamo dal Venetian Palace, quello dove è ricostruita (dentro e fuori) piazza San Marco e dove ci sono le gondole che vi porteranno lungo i canali. Il costo? 140$ per una gondola da dividere in due persone. Onestamente è sorprendente: se lo prendi come un parco divertimenti, la cosa funziona molto bene.
Vediamo anche l’elegante Wynn, ma lo spettacolo multimediale è di sera e a pagamento.
Anche il Cesar Palace è impressionante: abbiamo visto anche il famoso spettacolo animatronico “Atlantis”, ma ci siamo annoiati parecchio (molto statico, si ascolta soprattutto).
Ricordate che al Cesar Palace c’è il noto “Colosseum”, impressionante auditorium da 4000 posti che ospita concerti di artisti internazionali, spesso “resident”, come dicono qui: sono i musicisti che si esibiscono regolarmente anche per un paio di anni.
Dopo la cena alla Cheesecake Factory (posto da suggerire per ambiente, menu e prezzi) abbia visto i giochi d’acqua di Bellagio (molto belli) e fatto due passi intorno alla torre Eiffel e il bel casinò in stile.
Il famoso Mirage con il vulcano che erutta non esiste più: al suo posto è in costruzione l’Hard Rock Cafè.
Per strada ovviamente tanta gente: chi suona, chi ti fa i video sulla piattaforma rotante, signorine semisvestite cercano di spillarti soldi per una foto e personaggi altrettanto sfacciati ti servono figurine con i numeri di telefono di prostitute. Insomma, un carnaio di personaggi tutto sommato pittoresco e che basta per quella mezza giornata.
La curiosità mi avrebbe portato a visitare altri casinò/centri commerciali (per inciso: non abbiamo perso tempo neanche per una puntata), così come vedere Fremont Street, ma l’orario, il caldo, la stanchezza e il principio di fastidio per la confusione richiedono il rientro in hotel. Prenderemo la monorotaia: molto pratica per muoversi lungo la strip (la singola corsa costa 6$) e per passare davanti alla celebre The Sphere, altro enorme auditorium per concerti e mostre, che si distingue per la cupola a led.
Pernottamento: Mardi Gras Hotel & Casino, Paradise Road. Stanza molto spaziosa con salottino, lavello e frigo, ma purtroppo senza occorrente per il caffè. Posizione non lontana dalla fermata della monorotaia; come detto sopra, si può raggiungere anche il Venetian Palace a piedi in mezz’ora a meno del caldo torrido. Parcheggio sul posto. Costo per una notte: 147$
Giorno 12: 2 agosto, sabato. Da Las Vegas a Pasadena sulle orme del film “Ritorno al Futuro”
La visita agli Universal Studios di Los Angeles non era inizialmente prevista e l’inserimento ha comportato una piccola revisione dell’itinerario. Non sono mai stato molto entusiasta di questa tappa: alcuni preconcetti li ho riveduti sul posto, ma altri motivi sono sopraggiunti per confermare la mia poca affinità con questa visita.
Come compensazione alla visita agli studi, mi sono creato un piccolo itinerario lungo la strada da Las Vegas all’hotel in Los Angeles che toccasse i luoghi dove è stato girato il film Ritorno al Futuro. La lista ha incluso quattro locations, tutte situate a Pasadena.
Sulla strada da Las Vegas a Los Angeles,al confine tra Arizona e California e ai margini del deserto del Mojave, abbiamo notato il “sole terrestre” dell’impianto solare di Primm. Un abbaglio in pieno giorno dovuto al punto in cui convergono i raggi solari catturati dai 173500 collettori dell’ Ivanpah Solar Electric Generating System. La temperatura dell’aria pare arrivi anche ai 600°C e ciò, nonostante l’impegno ad allontanre i volatili, non impedisce che quelli di passaggio siano inceneriti all’istante.
Prima tappa è il “Twin Pines Mall”, il grande parcheggio dove per la prima volta Doc sperimenta la sua invenzione prima di essere raggiunto dai libici: si tratta del “Puente Hills Mall”, il grande centro commerciale sito al 1600 di S. Azusa Avenue a City of Industry, nella periferia ovest di Los Angeles. Il parcheggio è vuoto praticamente proprio come le scene del film.
Seconda e terza tappa sono effettivamente l’uno accanto all’altra, proprio come nel film: sono la casa di Lorraine (con l’albero da cui George osserva con il binocolo) e appunto quella di George. La stradina è molto elegante e tranquilla e credo che gli abitanti sappiano bene perché si viene lì a fotografare quelle case. La casa di Lorraine è a questo indirizzo 1727 Bushnell Ave, South Pasadena, CA 91030; quella di George è al numero 1711.
Quarta tappa è la casa di Doc Brown: restiamo a Pasadena e la sede è la Gamble House in 4 Westmoreland Pl, Pasadena, CA 91103. È uno dei più celebrati lavori di architettura della costa Ovest degli USA: si può accedere a pagamento (la trovo chiusa) e la libreria annessa è il laboratorio dove Doc custodiva la DeLorean.
Per ragioni di traffico devo rinunciare alla quinta tappa, il river Road Tunnel, quello dell’inseguimento alla fine del quale Marty ruba l’almanacco al giovane Biff nel secondo film. Il tunnel è il Mt. Hollywood Tunnel di Los Angeles (su Mt. Hollywood Drive). Questa corta galleria sfocia nella West Observatory Road, strada che conduce alla popolare attrazione turistica dell’osservatorio Griffith.
Che dire: già dal parcheggio del centro commerciale mi prende l’emozione. Essere lì negli stessi posti di uno dei film preferiti della mia adolescenza è come rivedere le scene, i personaggi e gli attori. Pochi giorni prima avevo visto al piccolo museo di Gouldings una “paper call” (il foglio di convocazione) risalente alle riprese del 1 dicembre 1989 di Ritorno al Futuro III. Insomma: piccola morsa di malinconia che la giornata caotica di domani non farà altro che accrescere.
Il tour passa anche per la bella casa della serie “Streghe” situata al 1329 Carroll Avenue: la serie invece è ambientata a San Francisco.
Giorno 13: 3 agosto, domenica. Universal Studios
Avendo già detto della tormentata genesi di questa visita, cercherò di andare per ordine ed essere paziente e oggettivo. Compriamo il biglietto di ingresso un mese prima alla modica cifra di 109 $: il biglietto dà comunque la possibilità di rientrare il giorno dopo, ma noi non avremo tempo per farlo. Il prezzo raddoppia se si compra l’accesso Express, quello che consente di saltare la fila una sola volta per attrazione e che in certe giornate, come la nostra, diventa quasi obbligatorio.
Per iniziare, si deve sapere che la visita agli Studios è prima di tutto quella a un parco divertimenti a tema e poi, marginalmente, a una casa cinematografica. Qui ci sono ricostruzioni più o meno logiche di alcuni film: Harry Potter su tutti, poi i Simpson’s, Transformers, Kung Fu Panda, Cattivissimo Me, La Mummia e alcuni altri.
La parte fatta meglio è di gran lunga quella su Harry Potter: la ricostruzione di un villaggio in stile, il castello, i negozi ben curati e il personale in costume, il ristorante The Three Broomsticks (dove non si mangia granchè, almeno i dolci). E poi c’è la sorprendente e straordinaria attrazione “Harry Potter and the Forbidden Journey” che, dopo avervi condotto dentro al castello molto ben arredato, vi propone una partita di Quiddich con un simulatore di volo talmente realistico che in certi momenti avrete la sensazione di essere voi soli nel vuoto. Veramente straordinario! Per contro, il mio fisico non è preparato al fatto che gli effetti 3D ingigantiscono tutte le sensazioni (accelerazione, discesa, salita) e quindi ne risento subito con un po’ di giramento di testa. Peccato, perche questò mi scoraggerà dal fare attrazioni simili.
Comunque lo scoraggiamento sarebbe venuto in altra forma, perché usciti dal villaggio di Potter (e siamo alle ore 11 circa) le code per le altre attrazioni arrivano fino ai 110 minuti della corsa nel Jurassic World. Le file sono ovunque: anche per pranzare è peggio della fila al buffet di un villaggio turistico il 15 di agosto.
Dopo aver visto l’accozzaglia di Springfield (è vero, si entra da Boe – molto carino – ma per il resto è un bazar di fotografie del cartone animato) ripieghiamo su due cose più pertinenti all’argomento: la splendida visita agli Studios veri e propri e lo spettacolo degli stuntmen.
La visita agli Studios si svolge su un trenino che porta dietro i vari capannoni e dentro i set di film e serie tv vecchie e nuove. Rivediamo la Courthouse Square di Hill Valley e uno scorcio di Leon Estate di Ritorno al Futuro, la casa di Psyco, il villaggio de Lo Squalo, la scena dell’aereo distrutto di War of Worlds, le vie di Desperate Houswives tanto per citarne alcuni. E poi ci sono le parti più coinvolgenti: l’attacco dei dinosauri e di King Kong (con occhiali 3D) e quello dello squalo, il terremoto nella metropolitana e l’inondazione in un villaggio del Nuovo Messico. Imperdibile! Il sito web vi suggerisce il posto da prendere per avere la migliore visuale per ogni scena, ma purtroppo con questa folla è impossibile scegliere il posto. La visita dura 90 minuti a cui dovrete aggiungere il tempo della fila (45 minuti nel nostro caso).
Molto coinvolgente anche lo spettacolo degli stuntmen di Waterworld: 40 minuti di inseguimenti, scazzottate, cadute in acqua, spari e fiamme fino all’inaspettato colpo di scena finale che non sto a svelarvi perché siamo rimasti a bocca aperta. All’ingresso del teatro siete avvisati che “potreste bagnarvi”: in realtà l’avviso andrebbe letto come “vi bagnerete”. Infatti le prime file di panche (quelle contrassegnate dal verde) saranno vittime degli schizzi d’acqua delle moto e ancor più degli effetti di gavettoni e idranti diretti di proposito sul pubblico. Molto divertente da vedere soprattutto per chi sta più in alto.
La visita più o meno finisce qui, vista la folla, vista l’inutilità di alcune ricostruzioni (Cattivissimo Me, Nintendo…), visto i tempi non compatibili con la vita per fare una corsa in qualsiasi attrazione. Il parco chiude alle 21 (e se non erro alle 20 c’è lo spettacolo pirotecnico al castello di Harry Potter), ma alle 17 per noi è già abbastanza.
Riusciamo a fare un faticoso passaggio per la collina che ospita la scritta “Hollywood”: la vedremo velocemente dal Lake Hollywood Park suggeritoci da alcune persone. Il problema è che non c’è parcheggio per la macchina: potete fermarvi per (se non erro) 15 minuti e c’è un agente che controlla tutto.
Fortunatamente San Francisco restituirà un po’ di calore umano.
Pernottamento: Mikado Hotel, Riverside Drive, North Hollywood. Stanza tutto sommato spaziosa, giardino interno piacevole ma purtroppo non molto valorizzato, piccola piscina più un idromassaggio. Possibilità di mangiare qualche snack e bere caffè prima di iniziare la giornata. La posizione non è nel centro di LA, ma è in direzione Universal Studios. Parcheggio sul posto. Due notti, 243$.
Settima parte: San Francisco
Giorni 14-17 (4 – 7 agosto): San Francisco
Partiamo il 4 agosto da Los Angeles alla volta dell’aeroporto di San Francisco con due soste intermedie (totale circa 7 ore); lì consegneremo la macchina e poi in 40 minuti saremo in centro grazie alla linea metro rossa. Arriveremo in hotel verso le 20, giusto il tempo di individuare in Loris’ Dinner il posto dove cenare.
Complice forse anche il periodo dell’anno, San Francisco ci appare come una rilassata cittadina di mare. La città non è dotata di edifici o siti particolarmente importanti (soprattutto se paragonati a New York o Chicago), ma è una città piacevole da visitare e offre comunque alcune cose interessanti; la gente sembra rilassata e amichevole e poi il mare le dona quell’aria vivace di città portuale. Da ricordare che la città fu segnata nel 1906 da un violento terremoto di magnitudo stimata tra 7,8 e 8,2 che la colpì alle 5:12 della mattina del 18 aprile: le condotte del gas furono distrutte e la città bruciò per 72 ore durante le quali il 75% della città fu ridotta in rovina e 3000 persone morirono.

Veduta dalla baia
La città si lega anche alla famosa Summer of Love, ossia alla serie di eventi che dal 1965 e 1968 resero San Francisco l’epicentro di una rivoluzione sociale e culturale, condita dall’apertura all’uso di stupefacenti e da un nuovo stile artistico-musicale psichedelico capitanato dai Greatful Dead che proprio qui nacquero. In questo contesto la zona di Haight Street e Ashbury St è una delle mete turistiche della città.
Dividiamo la visita a San Francisco nei due giorni e mezzo a disposizione, ritoccando il programma a seconda della praticità del momento. Non riusciamo a visitare Alcatraz, il cui tour va prenotato con molto anticipo, e non attraverseremo il Golden Gate per questioni di opportunità della giornata. Purtroppo non riusciamo a raggiungere neanche il punto di osservazione sud, un po’ per i tempi, un po’ per la stanchezza di un giorno di esplorazione cittadina.
Come muoversi in città
Dal punto di vista delle dimensioni, la baia di San Francisco si può girare a piedi, ma le ben note salite e discese (caratteristiche del panorama cittadino) mettono a dura prova chiunque. C’è da dire che anche il Golden Gate Bridge sembra vicino, ma il punto panoramico a sud dista quasi 7km a piedi dal Pier 39.
Il motivo per cui molte strade di San Francisco sono ripide è che la città è costruita su diverse colline. Tenete presente che la maggior parte delle strade è molto lunga e la incrocerete più volte durante le vostre passeggiate.
Per esempio Broadway Street si estende da Est a Ovest per circa 4.5 km ed ha inclinazioni fino al 31% offrendo verso Chinatown una vista mozzafiato e senza ostacoli del Bay Bridge, della Transamerica Pyramid e di alcuni edifici dell’Embarcadero Center. Non è comunque la strada più inclinata, perché Bradford Street in Bernal Heights raggiunge il 41%, cioè 22° di angolo. (Come confronto, alcune tra le più impegnative salite dei castelli romani sono del 13%).
A questo punto i cable car, oltre che attrazione in sé, diventano ausilio fondamentale. Il biglietto non è economico (9$) e vale per una corsa: si sale e si scende. Molto meglio allora comprare un abbonamento giornaliero di 15$ (1-Day Visitor Passport) così da poter utilizzarlo quante volte si vuole, oltre a poter prendere gli altri mezzi serviti da MUNI (quindi non i treni della BART).
Cable car e tram. I cable car e i “turnaround”, cioè il punto in cui le vetture vengono fatte girare su loro stesse per invertire il senso di marcia, sono note attrazioni di San Francisco: utilizzare più volte un cable car vale di gran lunga l’acquisto del Visitor Passport.
Ci sono tre linee, ma le più famose sono le due che partono da Powell St. Per evitare le lunghe code meglio attendere la sera oppure c’è un trucco: le code infatti si formano perché tutti vogliono stare nella parte anteriore della vettura (quella all’aperto); gli addetti ai capilinea faranno passare avanti tutti quelli che si vogliono accomodare dietro. Se volete scendere lungo il percorso ad una delle varie fermate (che si intravedono sui marciapiedi) bisogna avvisare uno dei due conducenti: spesso si scende in mezzo alla strada.
Il funzionamento di queste vetture (inventate qui 150 anni fa e dichiarate monumento storico nazionale nel 1964) è molto interessante e durante le corse vi renderete conto di quanto sia complicato condurle. Ogni vettura è dotata di un morsetto che si aggancia al cavo che scorre (sempre) sotto il livello della strada (da cui proviene l’incessante ronzio) e si sgancia per fermare la vettura: questo lavoro lo fa il “gripman”. Per frenare occorre anche un freno: a questo ci pensa un’altra persona in coda o in testa al mezzo. Poi ci sono i punti in cui si incrociano non solo i cable car ma anche le funi, per esempio tra California St e Powell St. In linea con la tradizione originaria, la linea California, costruita per prima (nel 1878), ha diritto al cavo superiore. Ciò significa che i tram di California Street restano agganciati al cavo mentre attraversano Powell Street. I tram di Powell Street, al contrario, devono sganciarsi dal cavo prima di attraversare i binari di California Street.
E poi ci sono le ruote giganti che fanno girare le funi e che si osservano molto bene al Cable Car Museum. Queste e altre informazioni potete trovarle sul sito https://www.streetcar.org/
A San Francisco ci sono anche i tram, o meglio gli streetcars. Quelli “storici” in realtà sono i più nuovi (denominati “PCC”) e rislagono agli anni 50: sono molto belli, colorati e per me anche futuristici. Ci sono però i “San Francisco Originals”, tram d’epoca costruiti tra il 1896 e il 1924 che hanno trasportato generazioni di abitanti di San Francisco in giro per la città. Alcuni di questi sono vetture che circolano (o circolavano) in altre parti del mondo, tra cui gli storici tram milanesi “Peter Witt” n.1811 o n.1818. Tutte queste vetture costituiscono la linea F, ma il passaggio degli “originals” è molto raro e, da quello che ho capito, segue un calendario. https://www.streetcar.org/san-franciscos-historic-streetcars/
Da e per l’aeroporto. Sarete costretti a comprare la Clipper Card alle macchinette: costo 3$ e, per quanto mi ricordi, sono accettate solo le carte di pagamento. Poi dovrete caricare l’importo che utilizzerete per ogni biglietto o i mini abbonamenti validi anche per la città. Dall’aeroporto internazionale al centro città il costo è circa 12$.
Giorno 15: 5 agosto, martedì. Union Square, Market St, Yerba Buena Gardens, Embarcadero Plaza, Ferry Building, Embarcadero, giro in battello sulla baia, Pier 39, Fisherman’s Wharf. Temperatura 20°C, molto ventoso.
L’itinerario del giorno è sintetizzato sopra: l’idea era quella di farci un’idea della città attraversando qualche strada e arrivando fino al Fisherman’s Wharf. Di seguito riporto le mie annotazioni su quanto visto lungo l’itinerario che ci ha impegnato dalle 10 di mattina alle 20 di sera.
Union Square. L’ampia piazza è circondata da edifici con negozi di fascia alta (basta fare una visita a Neyman Marcus dove spicca tra l’altro anche un bellissimo soffitto in vetrata liberty) anche se un tempo è stata il centro dei raduni e proteste. Da un lato scorrono veloci i cable cars, dall’altra si affaccia su Market St., strada molto elegante dove invece scorrono i tram. Insomma, un punto molto popolare negli spostamenti cittadini. All’interno di Macy’s c’è la Cheescake Factory (che avevamo già provato a Las Vegas) che si conferma come uno dei migliori posti per mangiare, sia per offerta che per rapporto con il prezzo.
San Francisco Museum of Modern Art (SFMoMa). Per quanto possibile diamo uno sguardo all’edificio del museo. Riguardo alla sua preziosa collezione di arte moderna e contemporanea, l’ingresso di 30$ per me che non amo il genere è un po’ troppo costoso e quindi andiamo oltre oltrepassando i giardini Yerba Buena Gardens proprio lì di fronte.

Yerba Buena Garden con il SFMoMa sullo sfondo
Transamerica Pyramid, uno degli edifici caratteristici della città nonché il secondo più alto. L’edificio, risalente al 1972, è privato, quindi non si visita, ma di fianco c’è un piccolo bosco di sequoie. L’edificio più alto è la Sailforce Tower (296 metri, sito in 415 Mission St,), nota come Transbay Tower, che si trova dall’altra parte di Market St. A forma di obelisco, con una griglia di alette metalliche che va dalla base dell’edificio al tetto, l’edificio si distingue perché attualmente sul suo tetto 11.000 luci LED compongono l’installazione artistica pubblica più alta degli Stati Uniti, intitolata “Day for Night”. Inoltre la Sailforce Tower è stato riconosciuto come “Miglior grattacielo al mondo” dal Council on Tall Buildings and Urban Habitat (CTBUH) nel 2019: il premio riconosce l’attenzione della torre all’efficienza strutturale, alla sostenibilità, alla salute degli occupanti e all’impatto urbano. Altro edificio caratteristico di San Francisco è il Hallidie Building (130 Sutter Street), del 1918: è considerato il primo edificio della costa occidentale a essere dotato di facciate continue in vetro (purtroppo non ne ho una foto…).

Veduta dalle banchine dell’embarcadero; sullo sfondo la Sailforce Tower
Embarcadero Plaza. Ospita da qualche mese l’installazione “R-Evolution”, una scultura illuminata alta 13 metri realizzata dall’artista Marco Cochrane che simboleggia la forza e la liberazione femminile: dotata di 16 motori nel petto che simulano la respirazione e dimostrano come la sua energia si irradia nel mondo attraverso forze involontarie. La statua è stata posta in Embarcadero Plaza per il suo significato culturale e storico come porta d’accesso a San Francisco.
Per accedere al porticciolo si attraversa il Ferry Building, una volta centro di transito per le imbarcazioni, adesso galleria di ristoranti, librerie e negozi. E noi infatti compriamo un panino che mangeremo seduti in banchina approfittando della bella giornata di sole.
A questo punto ci muoviamo in direzione Fisherman Wharf, costeggiando il mare, talvolta lungo la strada (The Embarcadero), talvolta lungo le banchine da cui si possono fare delle belle fotografie di San Francisco. Tra i vari edifici troviamo l’Exploratorium, il museo delle scienze.
Giro in barca sulla baia. Non essendoci spazio per una visita ad Alcatraz, prenotiamo un giro in barca in baia alle 15 (durata 90’, costo 44$) che ci porta intorno l’isolotto dell’ex prigione, poi sotto lo splendido Golden Gate e poi di nuovo lungo la costa fino all’ormeggio. Tutto sommato una buona alternativa per vedere la città dal mare e avvicinarsi al Golden Gate Bridge che si può ammirare prima in tutta la sua lunghezza e poi da vicino nei punti in cui si collega alla terraferma. Purtroppo la giornata è molto ventosa ed è quasi impossibile stare sul ponte della barca.

Pier 39. Più o meno qui inizia la Fisherman’s Wharf. Il Pier 39 è un animatissimo punto di ritrovo con ristoranti, negozi e qualche giostra per bambini. Il posto è noto anche perché tutto intorno al molo hanno preso dimora leoni marini e foche che sono oramai diventati un altro simbolo cittadino: ce ne sono tantissimi e ne vedrete molti sdraiati al sole, ma altri azzuffarsi per un posto sulle pedane. Il posto è molto piacevole oltre a prestarsi per diverse foto scenografiche lungo le passerelle: ci fermiamo per acquistare qualche souvenir e per la cena al il ristorante Pier Market che fa ottimo pesce e quindi ne approfittiamo per liberarci da hamburger e patatine.


Dopo cena continuiamo lungo il Fisherman’s Wharf, ma ora è tutto abbastanza silenzioso (sono le 21.30 circa). In questa zona si trovano – tra gli altri – molti ristoranti che servono la tipica zuppa di vongole, l’ottima bakery Boudin e il Musee Mecanique, nato nel 1933, che comprende oltre 300 oggetti tra cui orchestrion, pianoforti a gettoni, slot machine antiche, vecchi videogiochi a gettoni e anche piccole casette per uccelli.


Veduta di San Francisco con Coit Tower (a sinistra) e Sailforce Tower (al centro)
Giorno 16: 6 agosto, mercoledì. Tornanti di Lombard St, Cable car Museum, Grace Cathedral, Chinatown, Painted Ladies, Haight Street, Filber Steps, Noleggio Waymo. Temperatura 22°C, vento assente.
Il vento si calma e la temperatura percepita aumenta. La giornata di oggi è un giro in diversi punti della città approfittando dell’abbonamento giornaliero 1-Day Visitor Pass che ci permetterà di usare la cable car più volte. Cominciamo proprio da qui: all’incrocio tra Powell St e Market St c’è il “cable car turnaround”, cioè il punto in cui le vetture vengono fatte girare su loro stesse per invertire il senso di marcia. La fila per prendere il cable car è lunga, ad occhio occorrerebbero almeno cinque vetture prima di arrivare a noi, ma per quanto spiegato prima, sembrano tutti in attesa dei posti anteriori e quindi saltiamo la fila dopo appena 5 minuti di attesa.
I tornanti di Lombard Street. La strada è tra quelle più in pendenza di San Francisco (31%) ed è definita la più tortuosa al mondo: non stupitevi quando vedrete che è lunga circa 150 metri (tra Hyde St e Laevenworth St) e che è costantemente attraversata da macchine in discesa. La strada è molto pittoresca, fatta di mattoncini rossi, aiuole fiorite, case eleganti ai fianchi e scalini per muoversi ai lati. Per percorrerla più agevolmente in discesa bisogna arrivare da Hyde St: qui c’è anche la fermata del cable car.

Cable car Museum. Dalla cima di Lombard St. prendiamo il cable car per raggiungere il Cable Car Museum. Piccolino, ingresso libero, ci sono un paio di video che spiegano il funzionamento del mezzo di trasporto e un paio di vetture antiche. Al piano di sotto si vedono le gigantesche ruote in movimento.

Proseguiamo poi a piedi per le seguenti destinazioni.
Grace Cathedral. La chiesa episcopale di San Francisco potrebbe incuriosirci per le vetrate e i due labirinti di pietra, ma onestamente l’ingresso di 14$ ci pare eccessivo.
Chinatown. Facciamo un giro nel colorato ed animato quartiere fino a Waverly Place. Ci sono molti edifici interessanti con i caratteristici balconi; Grant Ave (che seguiremo fino al Dragon Gate) ha fornito l’ambientazione di molte scene di Grosso Guaio a Chinatown.
Ritorniamo verso Union Square (pausa pranzo alla Cheescake Factory) e prendiamo il bus verso Alamo Square.
Alamo Square Park e le Painted Ladies. Pochi minuti di bus da Union Square per raggiungere uno dei posti più fotografati di San Francisco. Sul lato est di questo piccolo parco cittadino (che si estende ovviamente in pendenza) sono distribuite poche casette in stile vittoriano dai colori pastello che costituiscono l’oggetto di decine di foto: sono appunto le painted ladies. Sullo sfondo, in lontananza, si vedono diversi edifici della città.

Da qui un bus ci porta in zona Haight St.
Haight Street e Ashbury St. Per quanto detto in precedenza, è la zona simbolo della Summer of Love, ma di quel tempo resta qualche negozietto hippie (come “Decade of Fashion” che vende abiti usati anche di inizio secolo scorso) e ovviamente qualche negozio di hascisc e pochi punk-a-bestia proprio all’incrocio storico. Tutto sommato è una strada molto elegante che noi percorriamo fino al Golden Gate Park (che esploreremo per alcuni minuti). Proprio sul finire di Haight St c’è uno splendido negozio di dishi, Amoeba Music, in cui mi sono perso mezz’ora prima di essere ridestato da Adriana.
Dopo la pausa caffè al Flywheel Coffee Roster, riprendiamo il bus n.7 per ritornare in centro: il bus percorre principalmente tutta Haight St. confermandoci l’eleganza della strada. Prosegue poi su Market St. passando davanti la City Hall e UN Plaza. La City Hall, il municipio di San Francisco, è un imponente edificio in acciaio e granito che ricorda Les Invalides di Parigi ed è visitabile. La zona qui intorno è frequentata da persone dall’aspetto non molto affidabile, forse anche per la presenza di mense gratuite.
Dopo la pausa in albergo, approfittiamo per sperimentare il favoloso taxi a guida autonoma della Waymo.
Il taxi a guida autonoma Waymo. Basta scaricare l’app, creare un profilo e poi usare una carta di credito (anche prepagata) per poter disporre di una corsa in una di queste sorprendenti Jaguar a guida autonoma. Noi decidiamo di provarla per il tratto che ci porta dall’hotel alla Coit Tower. L’esperienza è davvero unica! Già dal di fuori ci aveva lasciato di stucco osservare le vetture muoversi tra traffico, pedoni e semafori. Dall’interno poi è ancora più impressionante! Io costo è per chilometri e tempo: io pago circa 18$ per i circa 9 minuti di corsa e 4km per la nostra destinazione.

Scalinata di Filber Steps. Scorcio meno noto di San Francisco ma che vale una passeggiata tranquilla, tante foto e ovviamente un po’ di fatica. Purtroppo anche qui scelgo di partire dal punto più basso (Sansome Street) invece che dalla Coit Tower. Le scalinate passano attraverso una mini giungla cittadina e fiancheggiano piccole casette molto carine: la zona è abitata (gli abitanti hanno accesso solo da queste scale) e quindi meglio non fare troppi rumori. Si continua anche oltre Montgmery St. prima di raggiungere il piccolo parco intorno alla Coit Tower. A quest’ora di sera (sono le 20) la torre è chiusa, ma comunque si apprezza il panorama anche dai suoi piedi.

Infine ritorniamo al livello del mare lungo Grant Ave e le stradine vicine, apprezzando tutto il saliscendi della città. La sera possiamo finalmente goderci un cable car praticamente vuoto dal suo punto di partenza in Bay Street/Taylor street.
Giorno 17: 17 agosto, giovedì. Rientro a Roma.
Pernottamento: Mayflower Hotel Inc., 975 Bush Street, Union Square. Suggerito dalla Lonely Planet e anche da noi. Bellissimo atrio, stanza comoda e accogliente, posizione strategica a pochi metri dalla fermata della stazione del treno che arriva dall’aeroporto (però la strada è in ripida salita) e praticamente in pieno centro città. Viene offerta anche la colazione (molto essenziale, come tutte quelle sperimentate durante il viaggio), ma utile per iniziare bene la giornata (purtroppo la sala è molto affollata). Costo per 3 notti: 600$ (camera doppia).
Dove abbiamo mangiato: Inutile dare suggerimenti in una città dall’offerta così vasta, ma alcuni posti ci hanno conquistato. In particolare la Cheescake Factory all’interno di Macy’s in Union Square, il ristorante Pier Market al Pier 39 e anche Loris’ Dinner (500 Sutter St) per la bella sala in stile anni ’50 (ma dalla cucina senza grossa gloria).
Si chiude qui questa splendida avventura lunga 17 giorni attraverso luoghi incantevoli o mistici, faticosa quanto basta per desiderare di prolungare ancora un po’ il viaggio e di ritornarci appena possibile per rivedere posti che sono rimasti nel cuore e nell’anima e per scoprirne dei nuovi. Una gran fatica è stato anche scrivere questo diario e ricordare, nei giorni trascorsi nella stesura, tutte le cose note e meno note incontrate durante il percorso, sperando possano essere di aiuto a chi si trovare a passare tra le pagine di questo blog.
Domenico