Africa: tre settimane di andata e ritorno

di Joana Abreu

 

Per portare avanti il sogno nato com'esperienza dell'anno scorso,

Joana há sviluppato un nuovo progetto per cui ha bisogno dell'aiuto di

tutti. Date almeno un'occhiata a questo progetto di Alfabetizzazione di

Adulti in Mozambico... e poi vedete se potete aiutare aggiungendo

qualche vostra goccia!...

 
Venticinque giorni in missione in Mozambico. Pochissimi. 

Sono tornata distrutta ma non riesco a dormire: rivedo e ripenso ad ogni persona, ad ogni luogo, ed a tutto ciò che ho capito o cominciato a capire del mondo. Mi alzo alle tre di notte per scrivere e raccontare di tutte le immagini vissute, per rendermi - in qualche modo - utile in queste ore. Ciò che mi tiene sveglia è l’incredulità di avere di nuovo una casa in muratura davanti ad una via senza buche, con acqua corrente che addirittura si può bere, con specchi, con uno stereo e una tv, tanti vestiti e tanti negozi dove comperarne ancora, tanto di tutto, tutto in eccesso. E così non dormo. Li penso, loro rimasti lì in quelle estensioni di spazio da sfruttare, loro e la loro mancanza di qualsiasi cosa, scarpe, vitamine, medici, intraprendenza.

Talmente forti queste tre settimane, e talmente “finte” come se fossero avvenute solo nella mia testa e lì cristallizzate in un ricordo. Posso anche metterle in parole ma… finché non ci torno (e ci rimango), resteranno un pezzo di memoria incorniciato e che bisogna condividere perché non si arrugginisca e non muoia sterile. Per questo provo a scrivere.

 

Prima settimana

Quando arrivi ti senti gettato in un mondo talmente ‘altro’ dal nostro che quel mese di tempo minimo accettabile non basterebbe mai come prima esperienza. Ti travolge. Non capisci più niente e invece bisogna capire TUTTO. Capire i tempi, capire la spontaneità, capire la festa, la generosità, l’accoglienza. Il fatto che, non avendo quasi niente, vogliano darti tutto. Capire la priorità dei rapporti, del benvenuto lungo e attento che tutti hanno da offrirti anche senza conoscerti, anche se spaventati dal tuo colore. Capire la mano sempre alzata, che saluta te che passi sulla cassa di una jeep e li copri di polvere rossa. Capire come anche a pancia vuota riescano a ballare, come anche senza più denti in bocca ridano di gusto delle figure che fai tu, provando ad accompagnare la danza. E ancora capire quei tempi, ignoranti di orologi, ritmi talmente più lenti ed indeterminati dei nostri, che con ogni giorno ti si presenta la sfida di accettarli, di renderti compatibile ai loro eterni ritardi. E poi capire anche gli odori, i colori accesi, la musica. E capire che nessuno piange finché gli dai i punti senza anestesia. E capire le lunghe strade popolate di gente che cammina, cammina sempre e per qualsiasi cosa.

 

Seconda settimana

Dopo dieci giorni che ci sei è bellissimo, ti senti un po’ più inserita, un po’ meno incapace di partecipare. Comincia però un’altra fase di comprensione, questa volta tutto più inafferrabile. Bisogna capire il contesto, la corruzione che dall’alto al basso taglia le gambe a chiunque. Capire la sistematica deviazione di soldi e di aiuti internazionali. Capire anche la pigrizia generalizzata che sconvolge e irrita nell’impedirti di aiutare di più, di far rendere quel poco che c’è. Capire che l’unica ambulanza di sette centri di salute si è disfatta contro un camion alle quattro di notte, morti l’autista e l’amico che lo accompagnava, entrambi ubriachi, morte anche migliaia di persone nei prossimi mesi e anni perché non potranno raggiungere l’ospedale. Capire che ogni anno il freddo della notte dell’inverno li obbligherà a bruciare più legna, e la deforestazione aprirà strada alle acque, e tutto il lavoro agricolo che avrai fatto nella cooperativa che provi a costruire da anni con tutti loro rimarrà seppellito sotto l’alluvione e le tonnellate di sabbia e pezzi di ponti che ti porta il fiume. Capire l’AIDS e la loro miscredenza, il fatto assurdo che ancora non si proteggano, essendo già sul 70% gli infetti, che piuttosto accusino di stregoneria le anziane dei villaggi (una volta incondizionatamente rispettate). Vecchie abbandonate, perché credute fonte di una malattia strana, che cresce dentro e non si vede fuori e che, da una decina di anni a questa parte, flagella la popolazione più giovane. Vecchie raccolte, quando va bene, da qualche missionario. Le stesse vecchie che poi ti baceranno e ti insegneranno a ballare. Capire questo controsenso, questa morte incredibile di tutto un intero continente. Indifeso nel proprio interno -

 

Terza settimana

- e da secoli attaccato dal di fuori. Arriva infine una terza tappa che mi accompagna dagli ultimi giorni in quella parte del mondo, per tutto il viaggio fino a questa, e che (spero) mi accompagnerà per anni. La fase della rabbia di fronte all’indifferenza. Da sempre non capisco la disuguaglianza. Non mi entra in testa che, in una stessa casa, membri della stessa famiglia non vivano nelle stesse condizioni. Che uno sia il padrone e l’altro lo schiavo, che uno mangi ciò che l’altro ha prodotto. Che uno arrivi letteralmente fin sulla luna, che costruisca nuove forme di tecnologia, di intelligenza e intellettualità, di arte, di giochi finanziari, di strategie economiche e soprattutto commerciali, quando l’altro, figlio dello stesso mondo e della medesima specie umana, deve percorrere, a piedi, 50 km al giorno per prendere l’acqua, con un bambino sempre in braccio, forse già morto di fame, forse il più piccolo di sette figli, forse il fratellino di quella che cammina a fianco, anche lei un secchio in testa e un bimbo sulle spalle, e soltanto cinque anni.

                Non voglio apparire drammatica solo per il piacere morboso di esserlo, non voglio fare pornografia di sentimenti col mio ‘racconto’. Ma era da anni che pensavo a questo scandalo e, anche correndo il rischio di sembrare arrogante e, peggio, intollerante, non posso più essere diplomatica, delicata con le parole. Perché è semplicemente un crimine, un furto avere, in pochi, più del necessario. Finché non tutti avranno il primo piatto, come è possibile che continuiamo quassù a rinnovare golosamente, giorno dopo giorno, la ciliegina sulla torta?

                Non ha senso.

Giocando in mezzo a quei bambini nati dalla parte sbagliata, alcuni per sempre resi difettosi dalla poliomielite, altri che respirano a stento nel loro chilo e mezzo di peso e tredici giorni di vita, ho confermato la perplessità che sentivo prima. Ora mi è ancora più difficile reggere questa ingiustizia. Me ne sento parte, dal momento in cui sono anch’io nata privilegiata. Mi sono potuta permettere un viaggio ‘di riconoscimento’ nel terzo mondo semplicemente perché avevo i soldi per farlo. E ne ho ancora troppi. Mi sento in debito, mi sento in colpa e voglio tornarci.

Dopo aver visto, bisogna fare. Bisogna cambiare qualcosa. Non è vero che il mondo ‘è fatto così e non cambierà mai’. Quel poco che riesco a toccare, quello può essere cambiato. Da me. Questo è il mio impegno. La mia paura è di non riuscirci sempre.

Sono sicura che se ogni persona del nord del mondo ci andasse lì giù, anche una volta sola, davvero la storia comincerebbe a riprendere dignità. Perché nessuno può rimanere indifferente dopo aver visto la miseria e averci convissuto. Quegli occhi grandi dei bimbi africani, li hai visti vicini e sai che ci sono anche se non ci sei tu. Non puoi ‘spegnerli’ come prima spegnevi la tv. Puoi tornare a casa tu, ma sai dove vivono e dove sono rimasti loro. Come continuare allora a guadagnare milioni senza condividerli con quelli che mai vedranno più di un dollaro al giorno? Condividere non è elemosina, è giustizia. Il più che hai non ti appartiene.

 

“La terra è comune a tutti gli uomini… Quando noi diamo il necessario per vivere ai poveri, restituiamo loro il proprio, non che elargiamo i beni nostri; compiamo più opera di giustizia che di misericordia. Ciò che è stato dato dal comune padrone, è certo giusto che tutti quelli che lo ricevono ne usino in comune con gli altri.”          

                                                                                                         Gregorio Magno (590-604)

 

Voglio aggiungere che queste parole, le dico a me per prima. Sento però di peccare per omissione se decido di prendere la strada meno polemica e più comoda, quella di tenerle per me.

 

Joana Abreu, portoghese di Lisboa,    joaninha@libero.it

 

Home ] AFRICA ] AMERICA ] ASIA ] EUROPA ] OCEANIA ]