Birmania

Missione Birmania: un viaggio fuori dal tempo

Diario di viaggio 2007

di Stefania Capitanio

 

 

Oltre ad essere il resoconto del nostro viaggio in Myanmar (i luoghi, dai nomi per noi spesso impronunciabili, sono meglio descritti nella Lonely e in molti altri racconti di TPC), vorremmo, con questo scritto, portare in evidenza alcuni aspetti della vita in questo paese, particolari e sfumature che abbiamo potuto apprendere grazie alle conoscenze fatte, che magari agli occhi di un normale turista possono sfuggire (le guide e gli autisti non possono dire tutto quello che vogliono, pena il ritiro del permesso di lavoro), passare inosservate, o essere notate ma non sufficientemente percepite, a volte date per scontate. Per portare a conoscenza dei molti, le condizioni di vita e la mancanza di libertà di questo popolo, facendo nostra una frase del premio Nobel per la Pace, la birmana Aung San Suu Kyi: “Per favore, usa la tua libertà per promuovere la nostra…”

 

(I NOMI DEI NOSTRI AMICI SONO STATI CAMBIATI, NON VORREMMO CAUSARE LORO QUALCHE PROBLEMA)

 

Il nostro desiderio di visitare la Birmania è nato circa 5 anni fa, quando abbiamo avuto l’occasione di conoscere un ragazzo birmano, Matteo, che si trovava in Italia, a Roma, per studiare presso l’Università Lateranense per prendere i voti sacerdotali. Divenuto prete, nel 2003 è tornato nella sua terra per aiutare la sua gente. Tra mille difficoltà siamo riusciti a rimanere in contatto (inviare lettere per posta è praticamente impossibile, con DHL molto caro, ultimamente con la e-mail è più facile ma laggiù non sempre internet funziona): grande era la voglia di vedere con i nostri occhi quello ci raccontava.

Nel frattempo abbiamo avuto l’occasione di conoscere un altro ragazzo birmano, Bartolomeo, in Italia sempre per studiare per diventare prete presso il seminario del Pime, che proprio quest’anno poteva ritornare in patria per le vacanze scolastiche dopo un primo periodo di 3 anni in Italia (non possono tornare prima di questo lasso di tempo).

Anche se sappiamo che il periodo non è dei migliori a causa del monsone (va beh, ci porteremo mantelle, ombrello e kway…), circa a metà marzo programmiamo la partenza per il giorno 30 giugno.

Inoltre, pochi giorni prima della partenza, abbiamo avuto l’opportunità di conoscere una ricercatrice medica birmana di Mandalay, di nome Lucia, che si trovava presso l’ospedale della nostra città per uno studio/ricerca sulla malaria, e che sarebbe tornata a casa dopo qualche giorno.

Poiché lo scopo principale del viaggio è quello di rivedere ed aiutare padre Matteo, che nel frattempo è diventato direttore si una importante organizzazione umanitaria con ufficio anche a Mandalay, i mesi che ci separano dalla partenza sono spesi nella frenetica ricerca di materiale da portare nei villaggi cattolici: vestitini, materiale didattico, ma soprattutto medicinali ed piccole attrezzature mediche (termometri, apparecchi per misurare la pressione, ecc…). I giorni precedenti la partenza invece, sono una disperata ricerca di “compattare” il più possibile tutto il materiale nelle valige, pesando con cura tutti i bagagli per non superare i kg. consentiti (20 kg, ai quali la Thai ci ha concesso altri 15 kg a testa per aiuti umanitari, per il solo viaggio di andata). Dubbiosi su quello che troveremo laggiù, mettiamo nelle valige anche qualche provvista alimentare (biscotti, crackers… e Grana Padano!!)

Nel frattempo sia Bartolomeo che Lucia sono partiti: li ritroveremo in Myanmar.

 

 

Sabato 30 giugno

Alle 10,00 tutti e 7 siamo pronti con le nostre valige stracolme. Con il pulmino preso a noleggio in circa un’ora siamo a Malpensa. Timorosi ci avviamo al check-in (la Thai avrà mandato l’autorizzazione per imbarcare kg. in eccesso??!), un poco di coda, troviamo un addetto molto gentile che senza problemi imbarca tutti i 13 bagagli per un totale di ben 205 kg. di peso… a ben guardare avremmo avuto ancora un po’ di kg a disposizione !!

Decolliamo regolarmente alle 14,30 e dopo un volo di 10 ore sul comodo aereo Thai, con le eleganti hostess che passano ogni 5 minuti a rifocillarti, alle 6,00 atterriamo a Bangkok.

 

Domenica 01 luglio

Nel nuovissimo e modernissimo aeroporto di Bangkok una hostess ci saluta regalando a tutti una orchidea. Un breve scalo, il tempo di cambiare gate e alle 8,00 rieccoci sul volo Thai che in meno di un’ora ci porterà a Yangon. Anche l’”International Airport Yangon” è nuovo e molto moderno: al nostro arrivo non c’è molto movimento. Si chiama “International”… ma non possono atterrare voli provenienti da paesi extra-asiatici. Il primo segnale della chiusura dell’attuale situazione politica.

Subito al di là della vetrata vediamo p.Matteo che ci saluta: facilmente sbrighiamo le pratiche dell’Immigration, p.Matteo con un pass speciale riesce ad entrare nell’area riservata agli arrivi e possiamo salutarci. Ora rimane l’impresa più ardua: riusciranno tutti i nostri bagagli a passare la dogana? Qualcuno passa tranquillamente, qualcuno viene aperto e rovistato, sbucano scatole di caramelle e divise da calcio; ci chiedono per chi sono. Un po’titubanti, rimaniamo sul generico, e rispondiamo che sono per i bambini.

Finalmente fuori dall’aeroporto ci possiamo salutare “tranquillamente”. P.Matteo ci presenta subito Maria, una ragazza birmana di 26 anni che fa la guida turistica per una agenzia viaggi italiana che ha sede a Yangon: fortunatamente questa settimana non ha altri turisti da accompagnare e quindi può dedicarsi a noi. Anche lei è cattolica, parla molto bene l’italiano, essendo stata per un anno e mezzo a studiare a Perugia: è ritornata in patria un anno fa. Maria ci farà da guida fino il giorno 7, avendo p.Matteo ancora qualche impegno di lavoro.

Carichiamo tutti i bagagli sul pulmino e ci dirigiamo tutti insieme verso la città di Yangon, distante circa 25 minuti.

All’ingresso della città si trova un grande arco con la scritta “Benvenuti in Myanmar la terra dorata”. “Myanmar”, ci dice Maria, significa “sviluppo forte e veloce”… ma “solo a parole”, aggiunge…

Yangon appare subito come una cittadina movimentata: nonostante sia domenica e non siano ancora le 10,00 il traffico è abbastanza sostenuto (qui, il governo ha proibito la circolazione di motorini e biciclette). P.Matteo e Maria ci notiziano subito che la giornata in Birmania inizia presto: normalmente la sveglia è alle 5,00 – 5,300, appena fa chiaro e termina altrettanto presto, quando il sole tramonta, verso le 18,30. Pochi hanno l’energia elettrica in casa (… vedremo poi che pochi hanno veramente una casa, i più vivono in capanne), gli altri si arrangiano con candele, i più fortunati con i generatori, molti restano al buio. Maria ci dice che i suoi genitori hanno fatto la domanda per ottenere l’energia elettrica quando si sono sposati: l’hanno ottenuta lo scorso anno, quando è nato il primo nipotino… dopo 25 anni. L’energia elettrica viene fornita per circa 6 ore al giorno, non sempre alla stessa ora, a volte di giorno, a volte di notte, magari quando uno è fuori casa per lavorare… svolgere anche le cose più semplici a volte può essere davvero un problema. Sono poche le persone che hanno elettrodomestici “primari”: la lavatrice è un lusso, il frigorifero pure.

Ci raccontano che in Birmania vivono circa 55 milioni di persone (14 sono le etnie presenti, che sono rappresentate dalle stelle presenti sulla bandiera) su un territorio vasto due volte l’Italia: 5 milioni vivono a Yangon, 2 a Mandalay, 1 nella nuova città di Pyin OO Lwin. Più della metà della popolazione è rappresentato da donne, il 20% della popolazione è monaco, il 20% è rappresentato dai militari. Maria, che capiremo subito essere molto arrabbiata con questo governo, senza peli sulla lingua, commenta che il 60% della popolazione deve lavorare per mantenere se stesso e quel 40% (monaci e militari) che vive sulle loro spalle. Vedendola così espansiva (e conoscendo la situazione politica birmana), subito le chiediamo se l’autista ed il suo secondo che funge da “navigatore” (eh si, è un problema avere i mezzi di trasporto con la guida a dx, ricordo della dominazione inglese, ma non guidare più come loro…) capiscono l’inglese o l’italiano e se comunque possono intuire quello che sta dicendo. Maria queste persone le conosce e sa che non capiscono altra lingua oltre il birmano: veniamo informati che nel caso non fosse sicura delle persone che le stanno attorno, degli autisti, dei barcaioli, o appena notasse qualcuno che si avvicina troppo mentre ci sta parlando o spiegando, sarà costretta a stare zitta o a cambiare discorso. Inoltre ci dice che anche i militari, che spesso sono in borghese, e le “spie” si stanno aggiornando: prima capivano solo l’inglese, ora cominciano a studiare anche le altre lingue, e se ci sono lingue che non riescono a capire, registrano e poi fanno tradurre.

Per raggiungere l’hotel dovremmo passare davanti la casa dove vive Aung Sang Suu Kyi (il premio Nobel per la pace che vive agli arresti domiciliari): siamo costretti a fare una deviazione in quanto nessun mezzo può passare davanti la casa della “Signora” (non possono nemmeno chiamarla per nome, figuriamoci fare commenti o parlarne con i turisti), pena la revoca della licenza di guida turistica ed il ritiro della patente e del mezzo per il conducente. Ci informa inoltre, che essendo da poco stato il compleanno della “Signora” ci sono parecchi problemi anche per l’utilizzo di internet: il governo non gradisce che le vengano inviati messaggi, anche solo di auguri, non vuole che il popolo si metta in contatto con lei.

Arriviamo in hotel (Summit Parkview, $ 45 la doppia con colazione, stanze grandi e pulite) che si trova nei pressi della famosa Shwedagon Pagoda. Veniamo accolti con un drink di benvenuto (capiterà cosi in tutti gli alberghi e le case che andremo, i birmani sono molto ospitali), prendiamo possesso delle camere e… comincia a piovere molto forte!! Prepariamo gli zainetti per uscire, ci armiamo di mantelle e ombrellini, ma….non piove già più! Fa molto caldo, un caldo molto umido.

Consegnamo a p.Matteo tutti i bagagli con il materiale a lui destinato di modo che possa subito spedirli con il pullman al suo ufficio di Mandalay.

Nella hall dell’albergo ci ritroviamo attorniati da donne e uomini che indossano eleganti gonne, il famoso loungy: è in corso il festeggiamento di una matrimonio. Fuori, alcune eleganti ragazze ricevono gli ospiti che portano i regali per gli sposi, impilandoli perfettamente su un lungo tavolone. Il tutto viene immortalato perfino da una troupe televisiva.

Di nuovo sul pulmino, siamo pronti per andare alla scoperta di Yangon. Lontano da occhi indiscreti consegniamo qualche regalo a p.Matteo: una maglia della Nazionale campione del mondo, una maglia della Juve (espressamente su sua richiesta… altrimenti ci saremmo rifiutati!!!), qualche libro e da ultimo delle foto sempre della Juve ed un gagliardetto autografato da Del Piero ed altri giocatori che abbiamo chiesto alla società bianconera e che gentilmente ci è stato fornito… fortunatamente è arrivo il giorno prima della partenza!

Cambiamo qualche dollaro in Kyat e subito ci ritroviamo con un mazzo di enormi banconote. Se andate in una delle poche banche per il cambio dei dollari vi verranno dati dai 6 agli 8 Kyat (cambio ufficiale): in qualsiasi altro posto (mercato nero, alberghi, ristoranti) il cambio applicato va dai 1100 ai 1250 Kyat!

La prima tappa è un ristorantino tipico (10000 kyat – n.b. i prezzi dei ristoranti sono leggermente sfalsati perché la spesa veniva divisa tra noi 7 ma a tavola eravamo sempre in 9 o 10), dove cominciamo ad entrare in confidenza con la cucina birmana ed asiatica in generale: zuppa, riso bollito, verdure fritte ed al vapore, pesce fritto o alla griglia, pollo, tante salsine tutte molto piccanti, frutta (ananas, mango, papaia, banane) ci faranno compagnia per tutto il viaggio.

Dopo pranzo ci rechiamo alla Pagoda Chauzkhtakyi, per vedere il famoso e gigantesco Budda reclinato; successivamente è la volta della maestosa e mistica Pagoda Shwedagon: una quantità di stupa, templi, budda, nat, campanelle, tutto d’oro… affascinati ci fermiamo fino al tramonto, quando la Pagoda viene illuminata a giorno.

Per cena veniamo portati sul lago Kandawgy, in un ristorante da una insolita costruzione simile ad un doppio battello (13000 kyat): si mangia a buffet ed assistiamo ad uno spettacolo di danza birmana. C’è gente, ma non è pieno, siamo lontani dall’alta stagione di fine dicembre – marzo, dice Maria. Aggiunge anche che questo è un ristorante “del governo”, e che dice sempre che non ci tornerà… ma come “guide turistiche” devono obbligatoriamente andare in certi posti…

 

Lunedì 02 luglio.

La sveglia suona presto, alle 7.30, ma ancora non ci siamo ripresi dal volo così siamo svegli da molto prima.

Alle 8.30 partiamo per Bago, 80 km di strada non bruttissima (ne faremo di peggio!) che percorriamo in circa 2 ore. Il paesaggio è molto verde, con palme e tante risaie. Strani alberelli attirano la nostra attenzione: si tratta di nuove coltivazioni di piante di ricino, per estrarne il famoso olio. Il governo ha imposto a tutte le persone di coltivare un certo numero di questo tipo di piante (20 piante a testa, se non ricordo male) per poterne poi ricavare un carburante chiamato bio-diesel. La Birmania è molto ricca di petrolio…. ma questo viene esportato in Cina ed i militari si tengono i proventi di questo commercio. E’ ricca anche di molte altre risorse naturali (pietre preziose, legno, prodotti agricoli…) ma tutto viene venduto dal governo militare ai cinesi. La popolazione, oltre a non poter usufruire di queste ricchezze non può nemmeno beneficiare dei proventi di questi traffici in quanto il governo trattiene per il proprio “sostentamento” tutto quanto riesce a ricavare.

In Myanmar ci sono solo due classi sociali: i molto ricchi ed i molto poveri. I ricchi, ovviamente la minoranza, sono rappresentati dai militari al governo che vivono in lussuose ville al riparo da occhi indiscreti e dai cinesi che, facendo carte false, stanno facendo di tutto per acquistare terreni, attività lavorative, costruire case, sfruttare i birmani. Quello che in Europa compriamo come “made in China”, pagandolo poco, in realtà è stato fatto fare dai cinesi ai birmani, pagandolo ancora meno. Il governo adesso concede qualche visto per lasciare il paese ed andare a lavorare nei paesi confinanti, soprattutto in Thailandia, ma chiedere il passaporto costa circa $ 1000, molto caro. Ci dicono che esistono delle agenzie che pensano all’organizzazione del tutto: trovano il lavoro in Thailandia, ottengono il passaporto, prestano i soldi che poi man mano verranno restituiti appena si comincia a lavorare.

Lungo la strada ci fermiamo in un laboratorio di terrecotte, dove donne e bambini partendo dal mucchio di argilla, creano a mano bellissimi oggetti di artigianato. La proprietaria ci propone anche dei boccettini contenenti liquidi ed insetti alquanto strani, che dice essere portentosi per dolori, cervicale, ecc… ci invita a provarli, ma gentilmente rifiutiamo. Maria ci dice che la “medicina alternativa” è molto seguita, ci sono pure apposite facoltà universitarie.

Arrivati a Bago paghiamo $10 (o 1300 kyat) per l’ ingresso al sito nonché 600 kyat per la macchina fotografica (1000 kyat per la videocamera).

Visitiamo nell’ordine la pagoda Kyaik Pun (i quattro enormi budda in mattoni e stucco, posti schiena contro schiena), la pagoda Shwemawdaw (simile alla Shwedagon di Yangon ma ancora più alta), la pagoda Shwethalyaung (famosa per il suo antico budda reclinato), la pagoda Mahazedi.

Pranziamo da Hanthawaddy (7500 kyat), un locale molto carino (il personale è ovunque molto, fin troppo, servizievole: a volte perfino ti mette a disagio per questa sua attenzione!) da dove godiamo una splendida vista della pagoda Shwemandaw. Mentre pranziamo un forte acquazzone rinfresca un poco la calda giornata.

Prima di rientrare a Yangon ci fermiamo in un villaggio Mon: subito veniamo attorniati da una marea di bimbi che cominciano a chiedere “bonbon, pen, money…”. Se non riescono a racimolare nulla si accontentano di “euro o shampoo”. Il villaggio è composto esclusivamente di capanne in bambù costruite a mò di palafitte, per quando piove molto: le donne ed i bimbi si affacciano alle finestre e alle porte per vedere il nostro passaggio.

Lasciamo Bago verso le 16.30: è l’ora di punta, i bimbi escono di scuola, chi finisce di lavorare si sta muovendo con qualsiasi mezzo a disposizione… il traffico è davvero tanto, disordinato, rumoroso: ai nostri occhi inimmaginabile, affascinante e perfino divertente! Maria ci illustra il significato dei vari abbigliamenti che incontriamo: gli studenti portano un loungy verde quasi sempre con la camicia bianca, incontriamo delle infermiere con il loungy rosso e la camicia bianca, gruppi di donne con lo stesso loungy blu che probabilmente lavorano in qualche ufficio. C’è ressa alle fermate dei pulman/trasporti collettivi: quando arriva le donne prendono posto all’interno, sedute (il loungy che svolazza sarebbe poco elegante), mentre gli uomini stanno appesi in piedi fuori dal mezzo…o addirittura sopra! Le donne portano tutte i capelli molti lunghi: avere bei capelli è considerato dalla religione buddista un dono e quindi un “peccato” tagliarli. Poche, quasi inesistenti le persone che vestono “all’occidentale”: il governo ha obbligato le persone ad indossare il loungy in determinate occasione(scuole, università, luoghi di lavoro…)

Sulla via del ritorno, a Yangon facciamo sosta al cimitero dei caduti inglesi della seconda guerra mondiale: un grande giardino molto curato, con tutte le piccole croci in fila ed ordinate, un oasi di pace anche se siamo a pochi metri dalla strada trafficatissima.

Ceniamo in hotel, e prepariamo i bagagli per la partenza di domattina.

 

Martedì 03 luglio

La sveglia suona presto questa mattina, alle 4.00 perché alle 8.00 abbiamo il volo AirMandalay ($ 65) che ci porterà a Bagan. Volo in perfetto orario, e dopo circa un’oretta atterriamo. Salutiamo p.Matteo sull’aereo in quanto lui prosegue fino a Mandalay… ci ritroveremo fra qualche giorno!

Arrivare a Bagan è come fare un ulteriore passo indietro nel tempo rispetto a Yangon. Lo spettacolo che si apre davanti agli occhi è da togliere il fiato: dal verde spuntano migliaia di stupa, pagode, in mattoni, dorate, bianche, di ogni forma e dimensione. Le strade in rossa terra battuta, i carri trainati dai buoi, uomini e donne che camminano scalzi portando sulle spalle un bastone con due sporte ai lati, donne che elegantemente camminano portando enormi ceste sulla testa (i maschietti ci rinfacciano subito la nostra postura anche senza pesi sulla testa !!!), quasi nessuna macchina, poche anche le biciclette ed i motorini.

Ci dirigiamo subito verso l’hotel Bagan ($ 40 la doppia con colazione, bellissima in legno di tek stile coloniale, grande quanto un bilocale!, pulito)… Peccato che quando vi faremo ritorno nel pomeriggio, ci diranno che non era l’hotel che avevamo prenotato… quindi ci trasferiremo in un albergo situato dietro a questo (Bagan Thande, $ 45 con colazione, bello, pulito, direttamente sul fiume).

Prima tappa è la visita del villaggio Nyaung Oo e del relativo caratteristico, colorato e “odoroso”mercato, soprattutto nella zona dove vendono carne e pesce.

Di nuovo sul nostro pulmino, iniziamo la visita del sito archeologico ($ 10 il costo per pass per l’ingresso). Maria ci dice che visiteremo la pagoda più grande, quella più alta, quella più moderna: ammireremo quindi la pagoda Shwezigon, il tempio di Htilomonio, il tempio di Thatbyimyu, il tempio Shwegugyi, il tempio di Ananda, il tempio di Manuha. Pranziamo al “Sunset Garden Restaurant (8000 Kyat).

A Bagan cominciamo a fare i conti con bambini, ragazzette/i, donne che appena scendi dal pulmino e ti avvicini alla “loro” pagoda (gruppi di persone si sono accaparrate pagode diverse per vendere le loro mercanzie, stanno solo nei pressi di quella prescelta senza invadere il territorio di quella vicino) cominciano ad avvicinarti, a chiederti come ti chiami, ti dicono il loro nome (Gyu Gyu, Myu Myu,….), e cominciano a venderti tutta la loro mercanzia (cartoline, righelli, ventagli, cappelli, dipinti…. e non ti mollano finché non si ritorna sul mezzo!!! Quando proprio riusciamo a non comprare nulla, regaliamo qualche biscotto o qualche frutto. Abituati a sentire le guide che spiegano ai turisti, ormai anche loro sono in grado di fornire le stesse nozioni in diverse lingue…vengo avvicinata da una ragazzetta che comincia a parlarmi in perfetto francese, rispondo in francese… dopo un po’ dico che sono italiana…. riparte tutta la presentazione in perfetto italiano!! Oppure ti stanno appiccicati e di fanno strada nelle buie pagode dicendoti “gradino”, “piano piano”. Maria quando vede questi bimbi che invece di andare a scuola stanno a vendere i souvenir ai turisti si arrabbia molto: si arrabbia perché non vanno a scuola (la scuola costa molto e pochi possono mandarvi i figli, fanno più comodo due braccia in più per lavorare…) e si arrabbia perché con i turisti trovano un guadagno facile. Gli oggettini che loro vendono “a poco poco”, si possono acquistare per 1000 Kyat, circa 80 centesimi di dollaro: una sciocchezza per noi turisti. Un lavoratore birmano guadagna al massimo 1000 Kyat al giorno…. Quando saremo attorniati da questi ragazzini Maria non perderà l’occasione di fargli la ramanzina cercando di fargli capire quanto sia importante lo studio. Un’altra cosa che la fa molto arrabbiare è quando sempre i ragazzetti, fuori dalle pagode, dove bisogna entrare rigorosamente scalzi, fanno da custode alle ciabatte, e ti aspettano quando esci e te le preparano ben benino…. Questo non è un lavoro, dice, e raccomanda di non dargli soldi. Discorso a parte merita il capitolo “università”: il governo sta cercando di sparpagliare per il paese le varie facoltà, lontano dai centri abitati, sia per ostacolare lo studio sia per evitare grossi assembramenti di ragazzi. Maria a questo proposito, dice che almeno quando c’erano gli inglesi le scuole funzionavano. Ora gli insegnati a scuola spiegano poco, per poi potersi rifare con delle lezioni private che fanno pagare profumatamente. Anche per quanto riguarda lo studio della lingua inglese dice che, dopo le repressioni del 1988, è un problema: l’insegnamento di questa lingua è quasi scomparso, i professori che insegnano sono ormai anziani e non c’è ricambio generazionale.

Nel pomeriggio, dopo aver cambiato hotel, visitiamo un laboratorio di lacche: ci sono ragazzi addetti all’estrazione della resina dalle canne di bambù, ragazze che creano ciotoline intrecciando crine di cavallo o bambù, altri che stendono la lacca (più strati di lacca ci sono più l’oggetto acquisisce valore), altri che decorano con colori e oro. L’età dei lavoranti è decisamente bassa, la luce scarsa, l’odore di lacca e acido molto forte: tutte le lavorazioni vengono fatte a mani nude, senza guanti, senza alcuna mascherina per respirare meno sostanze possibili. Mentre ammiriamo tutte queste lavorazioni, ci facciamo disegnare, chi sul braccio chi sullo zaino, dei bellissimi elefantini.

Si sta facendo tardi e non vogliamo perderci il primo tramonto a Bagan. Ci spostiamo nuovamente verso la zona archeologica, ci arrampichiamo per le ripide scale del tempio Shwegugyi, e nonostante il cielo non sia limpidissimo, assistiamo ad un tramonto dalle mille sfumature.

Cena da “Ananda” (11000 Kyat) dove assistiamo pure ad un caratteristico spettacolo di burattini.

Iniziamo con Maria un discorso sulla religione buddista: è molto “arrabbiata” con i suoi compatrioti perché a causa di questa religione sono “immobili”, fatalisti, lasciano che le cose vadano per caso, sono senza aspirazioni, non pensano al futuro. A loro, che credono nella reincarnazione, viene insegnato che se oggi si trovano in questa situazione (di povertà, di sottomissione) è perché in una vita precedente non si sono comportati bene, e che devono “soffrire” e faticare in questa vita per riuscire ad ottenere una posizione migliore nella prossima. Ci dice che le persone non hanno aspirazioni e/o curiosità, e per lei, che ha avuto “la fortuna” di poter vedere come è diversa (non migliore o peggiore, ma diversa) la vita fuori dalla Birmania, è davvero un forte dispiacere. E’ per questo che magari vorrebbe anche sposarsi, con un ragazzo della sua terra (perché ama molto questo paese) ma vorrebbe trovare una persona che pensi e veda la vita come un occidentale… non è molto facile… La vita è spesa in adorazione del Budda e dei nat (spiriti), con offerte in natura (frutta), denaro e tanto tanto oro (magari hanno poco per mangiare e vivere, ma non rinunciano ad acquistare foglie d’oro da applicare sui già molto dorati budda!!). Ampliando il discorso, ci dice che il governo si fa forte di queste “teorie” per fare i propri interessi e dicendo che se il Myanmar è un paese arretrato e povero rispetto all’occidente è perché in una precedente vita i suoi abitanti non hanno meritato di vivere in una situazione migliore…..

Rientriamo in hotel: finalmente internet funziona (100 kyat x minuto) e riusciamo a comunicare con l’Italia. “Funziona” non è proprio la parola esatta: il collegamento è lentissimo (quando lo dico alla reception mi dicono “siamo in Birmania”), molti siti sono censurati ed oscurati, e per poter accedere al sito (gmail), sempre con l’aiuto della receptionist, dobbiamo prima entrare in un sito thailandese per poi da questo accedere a Google. Risultato, in 10 minuti abbiamo letto tre mail.

 

Mercoledì 04 luglio

Anche stamattina la sveglia è presto, alle 7.00 ma verso le 6.30 siamo svegliati da un forte acquazzone. Subito dopo però splende il sole…e fa molto caldo.

Dopo colazione ritentiamo l’utilizzo di internet, ma oggi, a causa “del brutto tempo” ci dicono non funziona. Pazienza. Usciamo e visitiamo la pagoda Mingalazebi, il tempio di Kubyauk Ngai, la pagoda Lawkananda, la pagoda Minnanthu, la pagoda Dhammayazika. Ci fermiamo anche al villaggio Minnanthu: una donna è intenta a sminuzzare l’erba con uno strano macchinario, una sta cullando un bimbo in una piccolissima amaca, una nonnina rugosa (le chiederemo poi quanti anni ha… ci risponde 60, un po’ ci restiamo male… ne dimostrava almeno 90) è intenta a fumare un grosso sigaro fatto di foglie di mais, qualche bimbo sta tornando a casa da scuola per pranzo, qualche uomo sta rientrando sul carretto trainato dai buoi sulle strade polverose. Mentre stiamo lasciando il villaggio veniamo attratti da una fila di monaci, con la ciotola e l’enorme ventaglio, che spariscono dietro degli alberi. Li seguiamo ed entriamo in un monastero.

Oggi è anche il “sabato buddista”: non ho capito bene come funziona, ma questo “sabato” mi sembra cada ogni 8 giorni per cui è a giorni variabili. Il sabato buddista, in teoria, è anche l’unico giorno in cui le monache, avvolte nella loro tunica rosa, possono chiedere l’elemosina per tutta la settimana. In realtà ne vediamo oggi… ma anche tutti gli altri giorni.

Pranziamo nel bel ristorante Eden BBB (9500 kyat)

Le mantelle ed i kway sono sempre con noi nello zainetto: per fortuna non abbiamo ancora “testato” le famose piogge monsoniche…. però qui a Bagan fa molto molto caldo (anche se meno umido che Yangon) e ci chiediamo se non sia il caso di fare “una danza della pioggia”!

Al pomeriggio prendiamo un carretto trainato da un cavallo e visitiamo il tempio Sulami e per il tramonto ci inerpichiamo sulla sommità del tempio Dhammayangyi. Anche stasera il tramonto è spettacolare. Anche per oggi abbiamo visto una quantità indefinita di budda, pagode, stupa, templi, ecc. ecc…

Ceniamo al ristorante Green Elephant.

 

Giovedì 05 luglio

Sveglia alle 5.30 e partenza del volo per Mandalay alle ore 8.05 ($28 il volo)

Dopo solo 20 minuti di volo atterriamo all’aeroporto dove ritroviamo p.Matteo ad aspettarci accompagnato dal mitico Bartolomeo e dall’autista, subito soprannominato “Schumi” per il suo modo di guidare. Saluti di rito, chiediamo a Bartolomeo se è riuscito a portare dall’Italia le due bottiglie di limoncello che voleva fare assaggiare ai suoi genitori: una è arrivata intatta, l’altra…. si è rotta facendo un disastro nella valigia!!

Le valigie vengono caricate sul pick-up di p.Matteo e vanno direttamente in albergo. Noi saliamo sul pulmino gentilmente messoci a disposizione dal Vescovo (i mezzi di trasporto delle varie religioni con impresso il nome sul vetro non pagano il “pedaggio” di ingresso dei vari paesi/città – all’entrata ed all’uscita di ogni centro abitato,anche piccolo, c’è una sbarra con almeno due persone “a guardia”), ci dirigiamo subito ad Amarapura, per ammirare il ponte in tek U Bein, più lungo del mondo (1200 mt.). Anche qui, come in tutti i luoghi più turistici, subiamo l’assalto dei ragazzini che cercano di vendere i souvenir. A piedi andiamo verso il famoso monastero Mahagandhayon: sono quasi le 11.00 ed i monaci si stanno dirigendo tutti in fila verso il refettorio, per consumare tutti insieme ed in silenzio l’unico pasto della giornata. Poi si dedicheranno allo studio ed alla meditazione, fino la mattina successiva, all’alba quando di nuovo usciranno, scalzi, con lo sguardo basso ed il passo corto per poter meglio meditare, alla ricerca di nuova elemosina. Restiamo impressionati dalla quantità di monaci presenti, più o meno giovani. Mentre loro rapidamente consumano il pasto (non possono avanzare nulla di quello che hanno ricevuto, se raccolgono di più di quello che è per loro necessario lo danno ai monaci più anziani che non escono dal monastero) e poi lavano la loro ciotola. Visitiamo i “dormitori”, grandi stanze in legno dove i monaci stendono la loro stuoia ai piedi di un bauletto sempre in legno che contiene i loro pochi oggetti personali. Solo in qualche angolo spunta un letto, sempre in legno e senza materasso, per chi ha qualche problema di salute. Lasciamo anche il monastero e ci dirigiamo verso il nostro hotel, il Mandalay Swan ($ 37 con colazione), proprio di fronte al Palazzo Reale, dove prendiamo possesso delle camere. Giusto il tempo di lasciare i bagagli e pranziamo in un altro ristorante della catena “Green Elephant” (11000 Kyat). Qui mostriamo a p.Matteo un ritaglio di un quotidiano italiano che parla della squadra di calcio della nostra città, con un riferimento al Myanmar, ed un trafiletto era scritto pure in birmano: immediatamente abbiamo visto i camerieri (che sempre, in ogni ristorante sono nei paraggi del tavolo, per versarti perfino l’acqua nel bicchiere!!) posizionarsi come falchetti dietro le sue spalle per vedere quello che gli avevamo dato!! In effetti in questo ristorante non abbiamo parlato molto perché Maria ci aveva avvertito che non era troppo sicura delle persone che vi lavoravano.

Maria ci fa un discorso a parte circa i camerieri: in ogni locale ve ne lavorano molti, non guadagnano molto, da poco cominciano ad esserci anche alcune scuole di tipo “turistico/alberghiere”. Lei, grazie al suo lavoro, frequenta diversi ristoranti, e sempre si tiene aggiornata sulle loro condizioni lavorative. Oltre alla loro paga ricevono una ciotola di riso, un po’ di verdura e… gli avanzi dei clienti. Un particolare che ci ha fatto riflettere: un giorno che sulla nostra tavola era avanzato più cibo del solito (le porzioni sono sempre davvero molto abbondanti) Maria ha chiesto di poterne portare via un po’ per darlo alle persone più povere.

Ci dirigiamo verso Mandalay: ad un certo punto sulla strada ci sono delle persone che stanno lavorando. Sono donne, ragazzini: chi spacca mucchi di pietre, altre con le mani posizionano i ciottoli per formare il sottofondo stradale, altre sempre con le mani, e senza alcuna protezione, mettono il catrame. Le guardi, ti guardano… e ti sorridono… restiamo senza parole….

Nel pomeriggio visitiamo un po’ la città ($ 10 il pass per i turisti): il monastero Shwenandaw, la pagoda Kuthodaw.

La quantità di motorini e biciclette in circolazione a Mandalay è impressionante: notiamo che in città non sono presenti molti semafori… sarà per evitare mega ingorghi! P.Matteo ci dice che non tutte le biciclette in circolazione sono di proprietà. Acquistarla costa dai $ 70 (quelle cinesi) ai $ 150 (quelle giapponesi), perciò tanti la noleggiano giornalmente (circa 200 kyat) per venire a lavorare in città. Lo stesso discorso vale per i motorini: esteticamente sono identici, il costo di uno cinese è circa $ 1000, di uno giapponese $ 2500. La qualità e la sicurezza dei prodotti è una conseguenza del costo. Una corsa con gli autobus vecchi e sempre super-affollati costa 100-150 Kyat. Alle donne è proibito salire su biciclette e motorini come “trasportati” stando a cavalcioni, ma solo tenendo le gambe unite, di lato.

Verso sera ci spostiamo verso la Collina Mandalay, dove sulla sommità si erge una moderna torre ricca budda dorati (l’ingresso penso sia compreso nel pass turistico, paghiamo solo il ticket per le macchine fotografiche); ci dice Maria “zeppa di occhi ed orecchie indiscrete” (spie) ma dalla quale si gode di un panorama mozzafiato. Aspettiamo il tramonto, che anche qui si rivela spettacolare.

Ceniamo presso “A little bit of Mandalay”.

 

Venerdì 06 luglio

Sveglia alle 7.30, prendiamo la barca (4000 kyat) che in un’oretta circa ci porterà sulla sponda opposta del fiume, a Mingun. Il fiume è calmo, ma l’acqua è di un bel colore marroncino/nocciola. Mentre navighiamo lungo il fiume ci chiediamo come facciano tutte queste persone ad utilizzare questa acqua per tutte le loro vicissitudini quotidiane: lavarsi, lavare i panni, cucinare.

Anche qui, il tempo appena di toccare terra ($ 3 l’ingresso al sito), e veniamo circondati da una quantità indescrivibile di venditori! Visitiamo la pagoda Hsinbyume, la famosa campana più grande del mondo, e la Pagoda.

Il ritorno a Mandalay, grazie alle correnti del fiume, è più veloce (circa 45 minuti).

Pranziamo al ristorante River View (10000 kyat)

Il pomeriggio lo dedichiamo un po’ alla visita della città: passiamo nella via dove lavorano il marmo (una quantità indefinita di budda di ogni dimensione e un nuvola di polvere bianca avvolgeva tutta la via), visitiamo il budda d’oro presso la pagoda Mahamuni, di seguito un laboratorio di arazzi, di tessitura e ricamo, uno di intaglio del legno, quello dove si realizzano le foglie d’oro da applicare ai budda (è impressionante vedere come, da un lingotto d’oro, picchiando con il martello, riescano ad ottenere delle lamine sottilissime), un negozio di argenti.

Oggi fa davvero caldo! Ma quando piove?? Bartolomeo, la cui unica preoccupazione prima della nostra partenza era il tempo non troppo favorevole che avremmo trovato, comincia ad essere davvero preoccupato per questo clima così bello!

Torniamo all’hotel e purtroppo dobbiamo salutare Maria che domani dovrà tornare a Yangon per accompagnare altri turisti italiani… probabilmente, dice, ci rivedremo a Inle.

Ceniamo in una specie di pub “Cafè City” dove comunque mangiamo molto bene. Il ritorno al hotel si rivela un po’ “pericoloso” in quanto i pochi km che percorriamo a piedi al buio lungo i marciapiedi sono un attentato alla vita!! L’illuminazione stradale è scarsa, la luce delle nostre torce pure e sui marciapiedi si aprono buchi e voragini ogni ½ metro!!

 

Sabato 07 luglio

La sveglia anche stamattina è molto presto, alle 6.00. Alle 7.00 partiamo: ci aspettano 80 miglia (circa 3 ore di pulmino) per visitare i villaggi cattolici del nord, dove p.Matteo ha cominciato a realizzare i suoi progetti. Per uscire da Mandalay dobbiamo attraversare il fiume: p.Matteo ci fa notare che ci sono 2 ponti. Uno, eredità della colonizzazione britannica, non potrebbe essere più utilizzato in quanto la concessione all’utilizzo è scaduta. L’altro, moderno e nuovo di zecca, in fase di collaudo “ha subito un piccolo cedimento”… perciò i lavori sono stati bloccati…

Attratti da un coloratissimo mercato, lungo il tragitto facciamo una breve sosta. La zona non è turistica, le donne ci guardano sorridendo, chiediamo se possiamo fare loro qualche foto, e quando gliele mostriamo sulla digitale o sulla videocamera il loro sorriso si apre in una risata incontrollata. Ci chiedono da dove veniamo: ci rispondono che anche loro vogliono venire in Italia! Subito un individuo (in borghese, pochi sono i militari in giro con la divisa) ci chiede i passaporti, vuole sapere dove andiamo, cosa faremo e quando torneremo…

Verso mezzogiorno, dopo circa 5 ore di strada, arriviamo a Swhebo, presso padre Filippo: aiutato da alcune suore, ha organizzato una bellissima scuola dove si occupa di orfani o di ragazzini che la famiglia non può mantenere. Visitiamo il dormitorio, il refettorio, i bimbi stanno giocando a calcio, a piedi nudi sulla terra, con una palla di bambù (…qualcuno di noi subito si unisce al gruppo). Il sito è ben organizzato e pulito, i bambini pure e molto educati (verranno ad uno ad uno a salutarci dandoci la mano) vi è pure una bella chiesa. Lasciamo alcuni borsoni che ci siamo portati dall’Italia colmi di materiale (medicine, vestiti, pastelli, giocattoli, palloncini, caramelle….). Ci fermiamo qui per pranzo e poi ripartiamo per i villaggi. Ne visiteremo tre. Il primo, Tegyi, ci dirà p.Matteo essere il più povero. Quando vedono arrivare il pulmino, da ogni angolo spuntano persone che subito ci vengono incontro. In un attimo tutto il villaggio è attorno a noi, nello spiazzo davanti la piccola chiesetta! Veniamo accolti dal capovillaggio, da una suora e da un sacerdote che si occupa anche di un altro villaggio vicino. Ci offrono del thè e qualcosa da mangiare. Come in una processione, fra le persone tutte sorridenti, andiamo a vedere il pozzo che p.Matteo ha appena realizzato. Per loro è come la manna dal cielo, non devono più fare km a piedi per andare a prendere un secchio d’acqua! Inoltre cerca di aiutare le persone, soprattutto donne, con dei prestiti (microcredito) di modo che possano avviare attività lavorative in proprio (eventualmente, una volta restituito il prestito possono accedere ad uno di importo superiore). Ha consegnato al capovillaggio un maiale, di modo che una volta avuti i piccoli, questi vengano donati ad altre persone del villaggio e così di seguito… Inoltre, ci dice, se qualcuno necessita di qualcosa in particolare, lo può avere pagando però una somma di denaro (simbolica): se ricevono tutto gratuitamente, poi anche chi non ne ha effettivamente bisogno potrebbe approfittarsene. Lasciamo dei borsoni contenente materiale vario. Scattiamo qualche foto: anche qui, grandi e piccini, restano incantati riguardandosi nella macchina fotografica e nella videocamera. Lasciamo il villaggio, giusto il tempo di fare qualche centinaio di metri e un militare, questa volta in divisa, si dirige con la motocicletta verso il villaggio…

Andiamo poi al villaggio Ynadaw, che ci dice p.Matteo essere molto organizzato e di esempio per i villaggi vicini. La chiesa è grande, la scuola ben funzionante tanto che insegnati cattolici e buddisti collaborano senza alcun problema. Questo è anche il villaggio dal quale originariamente provengono i genitori di Bartolomeo e nel quale vivono ancora suoi parenti… praticamente tutto il villaggio (160 famiglie) è imparentato con lui! Non si vedono da almeno tre anni, periodo in cui lui è stato in Italia, perciò passiamo gran parte del tempo a salutarli tutti, dall’anziano nonno a tutte le zie e le cugine! Delle suore si prendono cura di una trentina di bambini in un orfanotrofio. Anche qui il nostro arrivo è visto come un evento, per cui tutto il villaggio si “ferma” per un’oretta. Lasciamo al capovillaggio del materiale portato dall’Italia.

Ci spostiamo al terzo villaggio, Megun, dove è sviluppata la coltivazione del peperoncino: è bellissimo vedere per terra distese di rossi peperoncini a seccare! Quando arriviamo si ripete il rituale dei precedenti due villaggi: veniamo fatti accomodare nella chiesetta che funge da chiesa, da aula per il doposcuola (altri bimbi stanno studiando facendo doposcuola seduti su dei sassi sotto un albero), da alloggio per il parroco, da sala ristoro quando ci sono ospiti… insomma è il fulcro del villaggio. Tutti sono assiepati alle finestre ed alle porte per guardarci!! Anche qui sono in corso progetti a cui p.Matteo sta lavorando.

Vogliamo ricordare che un ingrosso di dolciumi della nostra città ci ha regalato ben 23 scatole di chupa chups, per cui in ogni villaggio abbiamo distribuito alcune scatole ai responsabili che hanno poi provveduto alla distribuzione a tutti i bambini… e non solo!

A malincuore lasciamo anche questo villaggio, ma si sta facendo tardi, dobbiamo passare a ri-salutare p.Filippo (…tutti i bimbi, che solo il sabato sera possono vedere un film alla televisione, corrono subito a salutarci di nuovo quando ci vedono arrivare), sono già le 18.00 e ci aspettano ancora un bel po’ di ore per tornare a Mandalay.

Verso le 19.00 ci rimettiamo in viaggio… il nostro Schumi comincia a sentire la stanchezza della giornata, perciò p.Matteo si mette alla guida…più spigliato di Schumi… e in meno di tre ore siamo nuovamente in albergo a Mandalay. Fissiamo l’ora per ritrovarci l’indomani mattina, ci salutiamo ma Bartolomeo è un po’ amareggiato perché non potrà venire con noi domani, il Vescovo gli ha chiesto di tenere l’omelia in inglese alle messe delle 6.00, delle 7.00 e delle 18.00.

 

Domenica 08 luglio

Anche se è domenica la sveglia suona ancora alle 7.00. Siamo tutti pronti nella hall dell’albergo ad aspettare p.Matteo che ci venga a prendere con il pulmino, quando entra una ragazza, ancora il casco del motorino in testa, che sorridente ci saluta. Al primo sguardo nessuno la riconosce, poi si togli il caschetto e… la dottoressa Lucia!. E’ felicissima di vederci, continua a baciarci ed abbracciarci! Si unisce al gruppo, anche perché l’escursione in programma oggi è nelle zona dove lei lavora. Facciamo una tappa alla sua abitazione, ci presenta il padre: ci racconta che possiede due scuole dove anche lei prima insegnava. L’aula è piena di persone abbastanza adulte, e quando torneremo la sera… c’è ancora gente che sta assistendo alle lezioni. Anche Bartolomeo è stato un suo alunno: quando le chiediamo come fosse… non risponde e si mette solo a ridere… Di religione cattolica, fa la ricercatrice presso il Ministero della Sanità, e lungo il tragitto ci spiega che ci stiamo dirigendo verso questa nuova città recentemente costruita, Pyin OO Lwin, 44 miglia da Mandalay (un’oretta di strada in montagna).

Facciamo tappa alla casa vescovile per provare se riusciamo a collegarci con internet (…finalmente funziona!!) e chi ti vediamo arrivare di corsa, sorridente nella lunga veste bianca, a mò di Roberto Benigni ne “Il Piccolo Diavolo”? Ma Bartolomeo naturalmente, che terminata la messa delle 8.00 ha ottenuto il permesso di venire con noi ed è contentissimo.

Oggi è domenica, il giorno della distribuzione della benzina, dalle 6 del mattino alle 6 di sera chi ha diritto può ritirare la quota di sua spettanza – a Yangon lt.60 al mese, a Mandalay lt.30 al mese, (8 lt. le prime tre domeniche e 6 lt. l’ultima), nelle altre città ancora meno. Se per qualche motivo uno è impedito a ritirare quanto gli spetta… perde la sua quota. Anche noi ritiriamo la nostra razione. E gli innumerevoli “distributori” di benzina (mercato nero) che si vedono lungo le strade, dove trovano la benzina da vendere? La ottengono da chi non ha problemi di razionamento (militari al governo) o da chi lavora in uffici pubblici e avendo l’auto a disposizione riesce a vendere su questo mercato quella che non utilizza. Durante la nostra permanenza a Mandalay faremo due volte benzina al mercato nero, dove per 4 galloni pagheremo 3500 – 3800 kyat.

Lungo la strada, p.Matteo ci indica, nascosta da folta vegetazione la prigione di Mandalay. I prigionieri, ci dice, vengono utilizzati per costruire strade o nei lavori di agricoltura, alcuni riusciamo a vederli anche dal pulmino nella loro tuta bianca, a volte ci dice lavorano con le catene ai piedi.

A Pyin OO Lwin hanno sede diversi uffici governativi, la città dell’informatica, l’accademia militare (tantissimi sono i ragazzetti in libera uscita con la divisa); è chiamata anche la città dei fiori (ne vedremo di ogni forma e colore) e del caffè (in questa zona viene coltivato). Lucia é una persona abbastanza importante nel suo ruolo (dispone pure di una macchina governativa con l’autista): lo dimostra il fatto che le persone che professano una religione diversa dalla buddista vengono allontanate da ogni attività (lavoro, carriera militare). Viene in questa città (di 1 milione di abitanti) il lunedì e ritorna a Mandalay il venerdì. Nonostante ricopra questo ruolo è molto disponibile nei nostri confronti. Prima tappa è la visita al Seminario Minore, dove sia p.Matteo che Bartolomeo hanno studiato. Qui, dopo una visita del complesso, ci fermiamo per pranzo e Lucia ci sorprenderà togliendo dalla sua borsa del pic-nic una moka, preparandoci un caffè come si deve! Mentre stiamo pranzando un veloce acquazzone rinfresca un poco l’aria! Subito dopo visitiamo un giardino botanico, il Kandawgy Garden ($ 5), dove i maschietti azzardano la passeggiata a dorso dell’elefante. E’la volta del Seminario Maggiore, anche qui p.Matteo e Bartolomeo sono di casa. Quando arriviamo i seminaristi stanno giocando a calcio… i nostri maschietti li seguono a ruota!

Dai vari discorsi che facciamo riusciamo a ricavare le seguenti informazioni.

Il popolo birmano è molto ospitale e disponibile, sempre pronto ad aiutarti e con il sorriso sulla bocca: peccato però mastichi sempre le foglie, farcite di noci di betel e calce, che oltre a tingere denti e bocca di rosso, procura anche malattie (cancro).

Ci sono diversi quotidiani, sia in lingua birmana che in inglese, ovviamente però la censura è tanta.

La stessa Maria ci aveva confessato di voler scrivere articoli per denunciare questa situazione. Le è stato consigliato di scrivere solo in caso di soggiorno fuori dalla Birmania…ed esclusivamente nell’ipotesi che non volesse più fare ritorno in patria!

Chiediamo se è possibile spedire cartoline. Ci rispondono di no, le poste non funzionano “in uscita”. “In entrata”… nemmeno. Tutta la corrispondenza viene aperta, e soprattutto nei periodi festivi, per vedere se le buste contengono denaro… che ovviamente viene sequestrato. Le riviste inviate dall’estero se sono in inglese vengono sequestrate, nelle altre lingue qualcuna arriva perché ancora non le capiscono bene.

Facciamo notare che ci sono una infinità di bancarelle e “bar” che lungo le strade vendono cibo. Ci spiegano che le persone partono presto il mattino per andare al lavoro e rientrano la sera quando ormai è buio: senza elettricità e senza un frigorifero dove poter conservare le cose è un problema cucinare, considerato che la cucina birmana richiede anche preparazioni e tempi di cottura piuttosto lunghi. Perciò è più pratico ed economico questo sistema: comprare il cibo per strada e portarselo appresso nei contenitori di latta.

Le persone che non sono di religione buddista stanno pian piano venendo allontanate dalle funzioni più importanti. Anche se sono una minoranza (2% i cattolici, 2 % i musulmani) il governo ha paura e… sta stringendo il cerchio!

Non sono più permessi ingressi per le attività dei missionari o di volontariato laico: solo chi è già presente sul territorio è tollerato e può rimanere.

Quando il governo decide che vuole costruire una nuova città, non avendo problemi di spazio tanto è il verde a disposizione, non si fa scrupoli ad abbattere foreste e cominciare la costruzione in zone impervie e possibilmente su montagne. Sposterà poi, a suo insindacabile giudizio, le famiglie che riterrà più opportune… e se queste non dovessero accettare… il governo sa come farsi ubbidire.

Le prigioni sono affollate: poche sono le persone recluse per reati, la maggior parte per motivi politici.

Il Myanmar è uno dei maggiori produttori di oppio/droga: vedremo moltissimi cartelli che dicono “chi utilizza droga commette un grave reato punibile con la pena di morte”

La stessa nuova capitale Naypydaw, che è in costruzione verso il nord, non ancora ultimata, è già ritenuta poco sicura in caso di “sbarco via mare degli americani” – ma anche in caso di invasione via terra thailandese - , perciò e già iniziata la costruzione di una ulteriore nuova capitale…

Per andare da Mandalay a Yangon è possibile utilizzare il treno (un vecchio treno rimasto tale e quale a come lo hanno lasciato gli inglesi) o l’autobus, ed il tragitto richiede circa 14 ore: la gente preferisce viaggiare di notte così il giorno dopo ha la giornata intera a disposizione per lavorare. Ora il treno non può più attraversare la nuova capitale di notte… perché fa troppo rumore, ed i pullman devono arrivare all’ingresso della città entro una certa ora perché poi con il buio la città viene chiusa… Raccontano però che, nonostante non ci sia mai energia elettrica, la nuova capitale è sempre illuminata a giorno…

Torniamo verso Mandalay, lasciamo Lucia che ritroveremo domani, e ceniamo da Ko’s Kitchen (8000 kyat)

 

Lunedì 09 luglio

Oggi la nostra accompagnatrice a Mandalay, almeno per la mattina, è Lucia. Con il pick up di p.Matteo ci rechiamo prima al mercato (dove la dottoressa farà ad ognuno un regalo, una collana alle donne, la tipica borsetta birmana ai maschietti), poi al consorzio del riso, infine da una sua amica proprietaria di una oreficeria che ci rimpinzerà di enormi ravioli preparati con farina di riso e ripieni…di non so bene cosa…

I negozi ed i mercati meritano una parentesi. Al contrario di altri posti visitati, esempio Cuba dove davvero a causa dell’embargo manca tutto, qui sono strapieni di ogni ben di dio (vestiti, ciabatte, cibo, quaderni…). Ci domandiamo da dove arrivi tutta questa merce (dalla Cina? Qui fabbriche, a parte qualcuna di lavorazione della canna da zucchero ed essiccazione del pesce non ce ne sono), cosa se ne facciano, chi la possa comprare visti i miseri guadagni giornalieri…

Prima di rientrare in hotel passiamo a conoscere la famiglia di Bartolomeo: anche loro, come la maggior parte, vive in una capanna: ci racconta che la casa non è di proprietà ma è del governo, in quanto il padre trasporta legname per conto loro. Se il padre decidesse di non lavorare più e nessuno dei fratelli volesse proseguire nello steso lavoro automaticamente perderebbero anche la casa.

Il pomeriggio p.Matteo viene a riprenderci con il pulmino del vescovo per andare a visitare un altro villaggio cattolico. Sul pulmino ci sono due donne con due bambini che sono venute in città per andare dal medico ed approfittano della nostra presenza per tornare più velocemente a casa. Una di queste è laureata ed adesso fa l’insegnante nel suo villaggio.

Ci mettiamo in viaggio ma il nostro Schumi ha la brillante idea di portarci a bere un caffè. Ci fermiamo al Caffè Picasso… aspetteremo circa un’oretta perché la persona che sa fare i caffè è uscita un attimo… disperati poi ordineremo un the freddo!!

Giunti finalmente al villaggio siamo come sempre accolti molto cordialmente e calorosamente, veniamo subito attorniati da un infinità di bambini ai quali regaliamo gli immancabili chupa chups… Visitiamo anche qui un orfanotrofio gestito da suore, con l’annesso ambulatorio medico. Una suora ci mostra la dispensa dei medicinali e ci chiede consigli circa il loro corretto utilizzo; una problematica frequente soprattutto fra i bimbi è l’infezione alle orecchie, per cui avrebbe bisogno di un otoscopio… la informiamo che un altro conoscente è in partenza per la Birmania subito dopo il nostro rientro in Italia e che faremo di tutto per farglielo pervenire per tramite suo.

Facciamo ritorno verso Mandalay, e per cena siamo ospiti dalla dottoressa Lucia presso il ristorante sul lago della sorella (Mandalay Kandawgyi Restaurant)

 

Martedì 10 luglio

Sveglia presto anche stamattina: 5.30 e partenza in aereo ($ 28) per Heho, lago Inle. Volo di 20 minuti, puntuale come i precedenti ed atterriamo nel piccolo aeroporto.

Mentre sul pulmino aspettiamo che ci portino i bagagli (guai se ci azzardiamo a portarli noi, si arrabbiano!!) si avvicinano vari personaggi che si offrono di fare massaggi.

Il tragitto per arrivare a Inle è particolare, bisogna superare una collina e il panorama che si apre è incantevole. Ci fermiamo ad un mercato, dove cominceremo a vedere le donne con il tipico copricato dell’etnia Shan, un laboratorio dove producono oggetti in carta di bambù, il monastero Shwe Yan Pyay dalle caratteristiche finestre ovali.

Paghiamo $ 5 per l’ingresso nella zona del Lago ma prima di dirigerci all’hotel, approfittiamo del pulmino che abbiamo a disposizione per la giornata, e chiediamo di essere portati all’orfanotrofio di Brother Felice a Nyaungshwe (fratello Felice Tantardini era un missionario laico del Pime giunto in Birmania nel 1921 e vi è rimasto fino alla morte nel 1988). Arriviamo che manca poco a mezzogiorno: nel refettorio, sulle tavole di legno, sono già apparecchiate le ciotole con una specie di minestra verde di riso. Sentiamo suonare la campanella della scuola e man mano i bimbi, cominciano ad arrivare nella loro divisa loungy verde e camicia bianca. In silenzio, si mettono in fila davanti all’ingresso, aspettano che tutti siano arrivati, pregano, sempre in silenzio (possono parlare ma a voce bassa) mangiano il loro pasto. Quando si alzano c’è chi lava le ciotole, chi le risciacqua, chi le asciuga, chi pulisce i tavoli, chi per terra… Ognuno ha il proprio compito. Alla fine ancora una preghiera. Il tutto si svolge in meno di 15 minuti! Accompagnati da Erika, una ragazza di 26 anni che con altri 3 ragazzi è la responsabile di questo centro, visitiamo i dormitori, due coloratissime camerate con letti a baldacchino in legno, una per i maschietti ed una per le femminucce.

Per pranzo sostiamo da Kitchen Kite…. Ristorante con cucina italiana!!! Effettivamente molto buona, proviamo sia la pizza che la pasta fresca che viene impastata proprio al momento.

Andiamo all’hotel Hu Pin a Nyaungshwe ($25 con colazione) per depositare i bagagli, quando dal ristorante attiguo chi ti vediamo sbucare? Maria, che accompagna una coppia di sposi milanesi in viaggio di nozze! La rincontreremo poco più tardi sul lago Inle.

Lasciamo i bagagli e ripartiamo per visitare il famoso Lago. Prendiamo una lancia, percorriamo il lungo canale e… Inle è di una tranquillità indescrivibile!! L’unico rumore presente è quello dei motori delle barche dei pochi turisti, per il resto i locali si spostano con la barca a remi, remando spesso con un solo piede. Visitiamo il monastero Nga Phe Chaung, quello dei “gatti saltanti”, attrazione che non ci entusiasma per niente.

La tecnica dei bambini/donne che ti vendono souvenir è simile a quella degli alti siti archeologici… solo che qui arrivano con la loro caratteristica barca piatta, si ancorano alla tua… e non ti mollano più! C’è da dire che le collane e i bijoux in argento che vendono sono molto belli e anche molto economici.

Quando rientriamo decidiamo di tornare da Kitchen Kite per cena. Percorreremo a piedi il tragitto che ci separa dall’albergo, meno di un km., nel paesino completamente deserto anche se sono solo le 21.00!

 

Mercoledì 11 luglio

Sveglia presto anche oggi, alle 6.00, dobbiamo andare sul lago al mercato di Nan Pa. Il tragitto richiede almeno un’ora di lancia ed è bene arrivare abbastanza presto.

Quando arriviamo in loco il mercato è un brulicare di persone e di barche “parcheggiate” nei modi più disparati.

Visiteremo poi il laboratorio per la lavorazione della seta Inn Pau Hkon (dove una nonnina, furtivamente, ci legherà al braccio un originalissimo braccialettino di fili di seta), l’officina dei fabbri di Seinkaung, la pagoda PhaungDawU, il laboratorio dove vengono realizzati i sigari, i famosi orti galleggianti dove vengono coltivate quantità industriali di pomodori, gironzoliamo sempre a bordo della lancia, tra le palafitte costruite sull’acqua. Al nostro passaggio veniamo sempre salutati con un sorriso e un ampio saluto della mano.

Rientriamo a Nyaungshwe, pranziamo da Hu Pin, il ristorante del nostro albergo a cucina prevalentemente cinese, dove peraltro mangiamo bene.

Nel pomeriggio decidiamo di andare a Taungyi, capitale dello stato Shan, a circa un’oretta di pulmino dal Lago. Ci accompagna Erika, la responsabile dell’orfanatrofio di fratello Felice, che in precedenza aveva studiato in quella città. Taungyi è una cittadina moderna, si trova a circa 1000 mt. di altezza, le case sono tutte in muratura a causa delle temperature più fredde. Saliamo fino alla collina sopra la città dalla quale si gode il panorama di tutta la vallata, visitiamo la pagoda ed il sito Aung Myit Tar.

Andiamo poi all’orfanotrofio gestito da suore, una delle quali parla anche l’italiano: una grande costruzione che ospita sia bambini orfani che ragazzi, ma anche adulti, diversamente abili (ciechi, con arti amputati, down…). E’ una visita questa che ci lascia veramente senza parole.

Ammutoliti, lasciamo l’orfanotrofio e facciamo tappa alla casa vescovile ed alla Cattedrale di St.Joseph dove incontriamo diversi preti che sono stati in Italia

Lasciamo Taungyi, sostiamo al mercato che incontriamo lasciando la città, torniamo verso il nostro hotel e ceniamo ancora da Hu Pin.

Dopo cena facciamo due passi nel paese deserto. Mentre stiamo parlando, ci sentiamo chiamare da una ragazza che sta mangiando all’unica bancarella ancora attiva. Ci chiede se siamo spagnoli. Rispondiamo che siamo italiani. Lei si presenta, ha un nome impronunciabile che tradotto significa “pioggia fredda”. Ci fermiamo con lei, ci sediamo sui minuscoli sgabellini che si incontrano in ogni locale, e comincia a raccontaci la sua storia. Era un insegnante, ma a causa dello stipendio troppo basso, con molto rammarico ha dovuto lasciare. Ora fa la guida turistica in lingua spagnola e guadagna circa $ 30 al giorno. Ha due figli, uno dei quali è nell’accademia militare a studiare a Pyin OO Lwin, anche il marito adesso ha un lavoro governativo e guadagna di più. Ci dice che ama molto la sua patria, ma una situazione simile “è insostenibile”. Non vuole andarsene, vuole restare per cambiare le cose. Intanto, il prossimo anno ha ricevuto un invito (indispensabile affinché un birmano possa ottenere il passaporto) per andare in Spagna, da persone conosciute qui durante una vacanza, per studiare meglio la lingua spagnola, che effettivamente parla bene così come l’italiano

Salutiamo anche “pioggia fredda” ad andiamo a dormire.

 

Giovedì 12 luglio

Partenza come sempre di buon ora, ci aspetta il trasferimento in aereo ($65) a Yangon.

Prima della partenza p.Matteo è riuscito a contattare un orfanotrofio dove vive una ragazzina, Faustina, che è stata adottata a distanza da una amica che vive nella nostra città. La suora, con un viaggetto di un ora di macchina, è riuscita a portarla fino all’aeroporto di Heho. Abbiamo dei regali da consegnarle, è molto contenta ma anche molto imbarazzata da tutte queste attenzioni!

Dopo un’ora di volo, atterriamo a Yangon dove ritroviamo il pulmino dei primi giorni che ci porta nello stesso Hotel, il Summit Parkview.

Il pomeriggio visitiamo Yangon: la pagoda Sule (niente confrontata a Shwedagon), il mercato, il quartiere cinese, vediamo il municipio, la Cattedrale, infine entriamo nel bellissimo Hotel Strand.

Sosta da Mr.Brown, caffetteria tipicamente occidentale con tanti tipi di caffè, cappuccio e dolcetti, e finalmente comincia a piovere, una pioggerellina sottile che ci accompagna per un paio d’ore. Ci adeguiamo alle usanze del luogo e gironzoliamo tranquillamente senza togliere ombrelli e mantelle dagli zaini.

Entriamo nel porto di Yangon, dove un brulichio di persone sta salendo sui barconi pronti alla partenza.

Ceniamo ancora sul lago Kandawgyu da “Royal Garden” (cucina cinese) e poi torniamo in hotel: dobbiamo preparare le valigie per la partenza!

 

 

Venerdì 13 luglio

Siamo un po’ tristi questa mattina, dobbiamo lasciare la Birmania. Facciamo una passeggiata a piedi a People’s Park, proprio fuori il nostro hotel, e raggiungiamo ancora la Pagoda Shwedagon. Qui a Yangon il caldo è proprio umido e da davvero fastidio. Alle 11.00, mentre il pulmino ci porta all’aeroporto, ed il primo vero diluvio universale di questa vacanza comincia a scendere dal cielo, una brutta immagine ci passa davanti agli occhi. Un furgoncino della polizia, in legno con le sbarre alle finestrelle, carico di prigioniere, donne e ragazze, ammassate in questo spazio di mt.3x2….

Arrivati, p.Matteo chiede l’autorizzazione per poter entrare nell’area delle partenze e ci assiste finché non siamo costretti ad imbarcarci. ….prima di salutarlo, però, gli regaliamo tutte le mantelle, ombrelle, kway che in questi 15 giorni, fortunatamente,  non ci sono serviti !!

Il volo Thai ci riporta a Bangkok. Atterrati in perfetto orario, alle 15.00, impiegheremo più di un’ora per sbrigare le pratiche per l’immigration (che coda !!!) e per recuperare i bagagli. All’uscita troviamo la guida che avevamo prenotato dall’Italia per questi ultimi 3 giorni: ha un nome incomprensibile ma si fa chiamare Giovanni. La partenza non è delle migliori. Pochi metri sul pulmino e l’autista viene subito fermato dalla polizia, e multato perché ha cambiato corsia di marcia senza azionare la freccia (in Thailandia la guida è a destra e guidano come in Inghilterra). Giovanni ci fa notare che “è venerdì 13”… ma noi non siamo superstiziosi… ci dice che l’aeroporto dista circa 25 km dal centro città e servirà circa un’ora per arrivarci…. Appena ci immettiamo sulle strade sopraelevate il traffico è praticamente paralizzato, i semafori sono lunghissimi, nessuno sembra muoversi. Guardando fuori vediamo che le persone che guidano i motorini indossano la mascherina protettiva, a volte addirittura il passamontagna… un elefantino tenuto al guinzaglio dal suo padrone ci passa a fianco. Giovanni ci dice che ci sono in circolazione più di due milioni di vetture. Immaginiamo l’inquinamento. La durata media della vita nella città di Bangkok è 45 anni, fuori città anche a 65. Le donne, ci dice, vengono chiamate “donne di plastica”…perché non cucinano mai, ma anche qui comprano tutto già pronto dagli innumerevoli chioschetti sulle strade.

La città è tappezzata di bandiere gialle e foto del re, Rama IX, che ci dice essere molto amato dai thailandesi. L’anno scorso si è festeggiato il 60 anniversario dalla salita al trono, mentre quest anno, a dicembre, il re compie 80 anni. Giallo perché Rama IX è nato di lunedì, e il giallo è il colore associato dalla tradizione thailandese a quel giorno. Il lunedì, tutti i thailandesi devoti al re, indossano una maglietta gialla. Rama IX ha cambiato la legge di successione, con ogni probabilità la prossima sarà una regina, la sua secondogenita.

Arriveremo in hotel verso le 19,30… dopo più di due ore. Alloggiamo al Rembrandt, un hotel di 26 piani: tanta la clientela indiana e musulmana che scende da lussuose macchine, tante le donne con il chador ed il burqa sotto i quali però notiamo jeans, pantaloni bianchi e tacchi a spillo.

Ceniamo molto bene da Little Italy (bath 500 circa)… cominciamo ad avere nostalgia del cibo italiano!

 

Sabato 14 luglio

L’aria a Bangkok è irrespirabile ed il clima caldo e molto umido.

Oggi con Giovanni ci aspetta la visita delle città e dei Templi. Visitiamo Wat Pho (il budda sdraiato), Wat Traimit (il budda d’oro), Wat Mahathat, Wat Benchamabophit.

Fervono pressoché dappertutto i lavori di restauro che devono essere terminati prima del compleanno del re.

Ci porta in un grande negozio a vedere la lavorazione dell’oro e delle pietre preziose: tanti i pullman di turisti parcheggiati.

Non siamo più abituati a vedere tanti turisti, in Birmania c’eravamo quasi solo noi! Sarà che c’eravamo abituati bene, sarà che Giovanni non ci trasmette troppa passione, ma questa escursione non ci entusiasma più di tanto, ci sembra tutto troppo turistico… troppo finto…

Il pomeriggio è a nostra disposizione. Prendiamo lo Sky train (30 bath), ci dirigiamo nella zona di Silom, dove incontriamo tante bancarelle che vendono prodotti copie di marche famose (borse, magliette, orologi….). Facciamo qualche acquisto, è un divertimento contrattare con questi venditori che appena ti scappa l’occhio su un oggetto subito ti porgono la calcolatrice con digitato il prezzo e ti dicono di fare la tua offerta! Oltre queste bancarelle, la parte del leone la fanno i negozi di massaggi, che partono da prezzi davvero stracciati, 200-300 bath (4-5 €), con le loro giovani, belle e sorridenti ragazze che sono fuori per invitarti ad entrare.

Torniamo da Little Italy per cena, dove il titolare, un signore genovese che si è trasferito in Thailandia, ci viene a ringraziare per il fatto che siamo tornati per la seconda volta nel suo locale.

 

Domenica 15 luglio

Partiamo presto ad andiamo a visitare il famoso mercato galleggiante lungo il canale Damnoen Saduak nella provincia di Ratchaburi, che dista 80 km da Bangkok. Lungo il tragitto sosteremo a vedere la lavorazione del cocco, la lavorazione del legno, il mercato di Maeklong che si svolge lungo e sopra i binari della ferrovia (e quando passa l’unico treno in tutta la mattinata devono raccogliere tutta la loro mercanzia!). A Damnoen prendiamo una barca a motore che ci porterà tra i canali artificiali del mercato galleggiante… altro che lago Inle! Troppo turistico… Per pranzo Giovanni ci porta al Rose Garden, un grande giardino botanico ritrovo obbligato per tutti i pullman che scorrazzano per Bangkog i turisti. Pranziamo a buffet in un grande locale, il cibo è tanto e comunque buono, poi assistiamo alla esibizione degli elefanti ad allo spettacolo dei danzatori thailandesi.

Rientrati a Bangkok, torneremo a cena da Little Italy… dove il titolare ci omaggerà con delle buonissime bruschette!

 

Lunedì 16 luglio

Stamattina la maggior parte delle persone indossa qualcosa di giallo. Visitiamo il Palazzo Reale. Nonostante il gran caldo apprezziamo molto questa visita, che si rivelerà il luogo più apprezzato di questi tre giorni.

Il pomeriggio, visto il gran caldo, lo passiamo al fresco nella piscina dell’hotel… anche perché alle 20.00 il pulmino passerà a prenderci per portarci in aeroporto. Il traffico è caotico, piove anche, però in un’oretta abbondante siamo al check in, senza problemi sbrighiamo tutte le formalità, coda all’immigration per il controllo passaporti in uscita, giusto il tempo di mangiare un panino, e alle 00.40 rieccoci sul volo Thai che ci riporterà a Malpensa… atterrando peraltro molto in anticipo rispetto all’ora indicata (arriveremo alle 6.20 anziché alle 7.30 di martedì 17 luglio) così dovremo aspettare chi deve riportarci a casa!

L’impatto con il traffico sull’autostrada A4 ci riporta subito alla realtà…domani siamo pronti per tornare in ufficio!

 

Questa è stata la nostra esperienza in Myanmar… se qualcuno volesse condividerla con noi, continuando ad aiutare le persone citate in questo diario, portando quel poco di materiale che può stare in una valigia delle vacanze (eventualmente si può comprare tutto in loco, importanti sono i medicinali: quelli in commercio laggiù non sono così efficaci come i nostri), ci può contattare, saremo ben felici di fornire tutte le indicazioni e gli indirizzi a nostra disposizione.

 

Stefania

cap.stef@virgilio.it 

 

 

 

 

 

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