MESSICO-BOGOTÁ con la sirena
2003
pag.2
NOTA QUATTRO – DA EL SALVADOR A HONDURAS
Nuovo anno, nuove note...e spero anche nuove battute migliori...
Qualcosa su El Salvador...
La gente non é ostile ma la sensazione generale, nelle aree urbane e popolate, è quella di trovarsi in terra nemica.
Culto estremo del Salvatore, Gesù, pubblicizzato da fanatici e invasati sui bus e per le strade.
Allo stesso modo si adorano gli USA e spuntano spesso bandiere.
Non molto turistico, ha prezzi più alti del Guatemala e il cambio di moneta sembra aver influito.
Armi e protezioni sono molto più diffusi che in Messico così come le polveri e i petardi per sfogarsi e festeggiare eventi (pericolosi ammassi di fuochi artificiali nei mercati!).
La campagna é più rilassante e ospitale, piccole oasi immerse nella natura sono i paesini ed i villaggi, nonostante si notino le conseguenze della guerriglia degli anni ottanta e dei fenomeni di migrazione di massa verso Stati Uniti ed Europa degli anni novanta: campagne e piccoli centri abitati quasi privi di popolazione attiva, restano molti più anziani, bambini e donne gravide.
L'autobus....
Sono tutti dei vecchi School-Bus canadesi o statunitensi marchiati Canadian Blue Bird, i quali, nel loro paese d’origine, non riuscirebbero a passare una revisione nemmeno con il meno zelante e più pigro dei meccanici autorizzati. Hanno bandierine americane e scritte in francese e inglese. L'amichetto del conducente, detto chalàn in slang messicano, grida come un ossesso ad ogni presunta fermata, cioè qualunque punto della carreggiata in cui si possano raccogliere più di due o tre persone; s'incarica inoltre della riscossione dei soldi del passaggio una volta che tutti i “clienti” si siano seduti ed accomodati a gruppi di tre su un sedile per una persona e mezza . Il costo dei trasporti è in genere irrisorio, sempre meno di 1,5 euro anche per spostamenti superiori alle due ore. Le persone e il mezzo sono spesso maleodoranti e l'aria entra abbondante dai finestrini sempre completamente aperti ed incastrati. I conducenti azzardano manovre e sorpassi veramente improbabili, ma in compenso ti fanno scendere dove vuoi e anche per fare la pipì in mezzo alla campagna.
Alcuni hanno delle cordicelle, disposte in alto sul tetto o sopra i finestrini lungo tutta l’estensione del mezzo, che devi tirare per prenotare la fermata e sono adornati con uno stile personalizzato sebbene vi siano tratti comuni su tutti i mezzi: casse e stereo in dotazione, adesivi dal volgare al religioso fanatico, oggetti sparsi sul cruscotto (pasta lustrascarpe, spazzolini, occhiali e sporcizia).
La filosofia del Blue Bird (trascrizioni da placche di metallo e adesivi): Gesu' Cristo vive. Gesu' e' signore, Gesu' presto viene. Se sei di fretta svegliati in orario oppure fottiti.
Luci colorate e lucette intermittenti, elenco fermate e tariffe relative appiccicato con lo scotch a mo di menù di un ristorante squallido; e poi strobo, adesivi, slogan, parolacce, bandiere, fili e cavetti pendenti...
1 gennaio mercoledì (?) – Rumbo alle rovine di Copàn
Bus per la frontiera con Honduras a El Poy: 2 dollari il passaggio e poi cambiamo un po’ di monete locali. le Lempiras a 16,5 per dollaro.
Ci aspetta una traversata di varie ore fino alle rovine Maya di Copán nell'omonimo villaggio situato vicino al confine tra Guatemala e Honduras, proprio nel cuore della regione. Chiediamo un passaggio ad una famiglia pigiata in una camionetta e, dopo una breve consultazione interna, ci viene offerto uno spazio dignitoso nella parte posteriore, un portabagagli adattato a corriera di prima classe. Luis, David, Ilda, Victoria, Yanira e il giovane Tomas vanno esattamente a Copán Ruinas e passiamo cinque ore contenti con loro. Sono due famiglie di evangelisti di San Salvador, la loro è una setta cristiana in forte crescita in centro america, ed il pastore alla guida della jeep è un entusiasta lettore di poesie religiose e barzellette sconce. La compagnia è davvero speciale e allegra: il pastore non smette di raccontare barzellette sugli honduregni, sulla vita e sull’amore, intonano canti e ci invitano a cantare canzoni popolari dei nostri paesi ed anche l’inno nazionale: dopo il tormentone mondiale e visto che amo cantare non rifiuto di certo, anche se devo ammettere che Sara conosceva meglio l’inno messicano di quanto io non sapessi quello italiano. Il percorso è pesante e lungo ma i panorami, migliori rispetto a quelli del nord di El Salvador, riposano almeno la vista. Ogni integrante la famiglia evangelista allargata che ci ospita nel loro mistico e sconquassato mezzo di trasporto, ci insegna qualcosa della loro teologia e del culto speciale che hanno verso Cristo, della non esistenza del Purgatorio, di come il sangue di Gesù abbia in realtà già dato la salvezza all'uomo eccetera.
Alle tre del pomeriggio ci lasciano alle rovine, dopo averci regalato una cassetta di musica evangelica patetica ma divertente, e da lì proseguiamo arricchiti fino all'hotel Clasico Copán a due blocchi dal centro dell’accogliente e pulito paesino (poco più di 6 dollari per due). Tutto é molto turistico e accogliente e ci voleva proprio dopo la desolazione di El Salvador: i prezzi sono concorrenziali, cioè tendono all'equilibrio e al ribasso, sebbene la cittadina sia turistica e abbondino i visi nordici e i capelli chiari.
Cena coi soliti fagioli, uova e formaggio bianco e poi a letto.
2 gennaio giovedì – Rovine di Copàn Honduras
Usciamo e mangiamo presto per goderci al meglio le rovine più importanti del centro america dopo quelle di Tikal in Guatemala. Il complesso é imponente anche se il Messico offre numerose rovine decisamente più impressionanti e ben conservate di queste, comunque finalmente un po' di archeologia ci voleva e le ore passano tranquille tra il campo di juego de pelota, le colonne dedicate alle divinità e la meravigliosa escalera de geroglificos che narra di tutte le dinastie dominanti di Copán.
Visitiamo il museo che riproduce le varie steli raffiguranti la simbologia religiosa e i re Maya.
Infine giro alle sepulturas, cioè un quartiere residenziale di oltre 1000 anni fa con case alte e basse, rispettivamente di ricchi e poveri. Si chiamano sepolture perché giusto lì sotto le case tutti erano seppelliti.
Alle 16.00 lasciamo Copan per il nord, città di San Pedro Sula: bus con musica evangelica a palla, salsa e cumbia con temi religiosi.
Da La Entrada, circa a metà strada, cambiamo mezzo ed il viaggio, affrontato verso sera quando fa buio, é paralizzante e spaventoso: il conducente guida velocissimo, sfreccia sulla Carretera Occidental priva d'illuminazione, supera biciclette in contromano e autoarticolati come fossero moscerini sul suo cammino, prende le curve larghe e poi le strozza col suo ScuolaBus come se avesse tra le mani una mini nuova, scampanata e ribassata. Incurante dei passeggeri, tiene le luci interne completamente spente affogandoci nel buio della sua repressa follia omicida. Quando sorpassa, spesso si dimentica di accendere i fari anabbaglianti e il resto della strada lo percorre a luci spente o solo con quelle di posizione; non bisogna essere degli acuti ingegneri della motorizzazione civile per rendersi conto dell'inettitudine e pericolosità del pilota.
San Pedro é la capitale centroamericana dell'AIDS perché un terzo dei malati dell'Honduras risiede qui e questo risulta essere il paese dell’istmo più colpito da tale malattia, detta SIDA in spagnolo. Non ci sono problemi comunque...Hotel Terraza un po' caro, non usciamo di sera perché siamo stanchi e di nuovo l'aspetto della città davvero non incoraggia.
3 gennaio venerdì – San Pedro Sula e poi verso il centro al lago Yojoa
Fino alle 11, giro in centro: perdiamo un sacco di tempo per riscattare la mia carta di credito incastrata in un bancomat, piove e alle 13.30, dopo due ora di attesa vicino alla stazione dei bus, ci muoviamo con le nostre cose al lago di Yojoa. Le stazioni dei bus di numerose città dell'America Centrale sono disperse in varie sedi a seconda della destinazione e della compagnia che si sceglie e le informazione in proposito non sono chiare, quindi bisogna studiare la guida e saper porre le domande alle persone giuste.
Dopo un cambio nel pomeriggio giungiamo a Peña Blanca, hotel Agua Azul, piuttosto caro (20 dollari) ma affacciato sul lago e immerso nel verde.
Il cielo minaccia pioggia e ce la caviamo con dei passaggi per arrivare all'hotel e poi dormire.
4 gennaio sabato – Cascate di Pulapamzak
Esco presto per cercare di scorgere dei volatili sugli alberi circostanti, ma la sorte non accompagna né me né un inglese che da mezz’ora ci stava provando. Quindi in mattinata io e Sara ci avviamo alle cascate di Pulapamzak dopo un’ottima colazione coi soliti fagioli, uova, tortillas e formaggio caprino. Meno di due dollari per entrare e poi un ragazzo ci fa da guida e ci offre un tour avventura per raggiungere le grotte maya scavate dietro la cascata: accettiamo ignari del pericolo. La cascata è alta circa 45 metri, si presenta impressionante, immersa com’è nella vegetazione tropicale ed occultata dai suoi stessi spruzzi che si addensano in fitte nubi biancastre fino ad oltre 40 metri di distanza dall’epicentro. Ieri ha piovuto molto e il sentiero, già umido in quanto sponda del fiume e prossimo alla cascata, s’è riempito di fango. La guida ci raccomanda di lasciare zaini e vestiti all'inizio del cammino. Io continuo incurante, fiero della mia giacca impermeabile Spalding che si rivelerà presto inutile e più che permeabile all’intensificarsi della brezza, anzi tempesta, di spruzzi. Il passaggio alla prima grotta dal fianco sinistro (guardando la cascata di fronte) non è difficile ma lì ci rendiamo conto che è meglio lasciare giù lo zaino e Sara rimane saggiamente in costume da bagno. Io indosso solamente un paio di jeans e una polo corta, un ricordo del Festival Cervantino anno 2000 di Guanajuato, Messico. Siamo ormai completamente fradici ma il significato di tale aggettivo ci sarà svelato in tutta la sua umidità solamente dopo aver raggiunto la seconda grotta, proprio dietro al largo e poderoso getto centrale d'acqua: si tratta in pratica di attraversare la cascata nel mezzo passeggiando, o meglio arrancando e scivolando, su pietroni e scogli. Questi si trovano a un buon mezzo metro di profondità e sono quindi poco visibili. Inoltre gli spruzzi d’acqua si fanno intensissimi, almeno quanto durante una storica guerra di gavettoni al mare d'estate: le goccioline punzecchiano gli occhi da ogni direzione, disorientano e tolgono il respiro. Il campo visivo si trasforma nel parabrezza di uno degli scassati SchoolBus che solcano il paese durante la stagione delle piogge. Acqua in ogni dove, doccia completa e i cinque sensi in affanno primordiale; in aggiunta la guida inizia ad urlare dall'alto di uno scoglio sfidando la forza del flusso d'acqua in caduta da oltre 40 metri.
Nella caverna dietro al centro della cascata altre persone aspettano e tutti insieme partecipiamo della comune esaltazione. Il rumore dell'acqua è impressionante e non lascia spazio alle parole e alle spiegazioni. Solo sguardi, risate e grida liberatorie. Il ragazzo che ci accompagna si riprende e ci conduce a una terza ed ultima cavità veramente angusta. Entriamo di fatto in un tunnel in salita fino ad una piccola conca protetta. Rifocillati dalla breve pausa, torniamo alla prima grotta con un giro più breve passando di nuovo sotto al terribile getto centrale: il tipo va pèr primo, Sara seconda e infine io. Ho un momento di sincera emozione (paura) quando cado deciso da uno scoglio in una pozza d'acqua ancora in prossimità del getto più forte. Per fortuna mi aggrappo a una roccia e risalgo senza problemi o quasi: infatti l'indesiderata nuotatina da il colpo di grazia alla mia macchina fotografica che gelosamente conservavo nella tasca interna dello sciagurato impermeabile blu marine. Finalmente usciamo dalla “zona a rischio cadute” e costeggiamo nuovamente il sentiero fangoso. Risaliamo per una scalinata in pietra che, sebbene umidiccia e scivolosa, sembra ormai una qualsiasi mulattiera bruciata dal sole rispetto al percorso appena superato. Non c’è sole e il freddo non tarda a farsi sentire.
Raggiungiamo l'hotel con 2 corriere diverse e, preparate le borse, riesco anche a tagliarmi profondamente il mignolo destro con un coltellino svizzero traditore piegatosi all'improvviso: non duole molto però mi impressiono un po’ per la profondità della ferita...
Prepariamo di fretta le nostre vettovaglie e usciamo di soppiatto dal nostro bungalow all'interno del parco dell'hotel e con indifferenza scappiamo senza pagare il conto, ben salato, di una notte in camera doppia. Abbiamo la fortuna di non essere visti e di beccare le due coincidenze per tornare a San Pedro immediatamente.
In serata raggiungiamo Tela, località marina del Caribe. Hotel Presidente a 150 Lempiras (meno di 10 euro).
NOTA CINQUE – SEMPRE HONDURAS
HONDUTEL-TELEFONOS DE HONDURAS (ovvero il sistema più alienante creato dall’uomo per comunicare al mondo le sue frustrazioni).
All'entrata degli uffici della compagnia dei telefoni dell'Honduras alcuni messaggi pubblicitari: “Regala un sorriso ai tuoi negli USA, chiama a carico del ricevente”...bel regalo direi!
In giro non ci sono telefoni pubblici e la gente e costretta ad affollarsi nel "centro-servizi" Hondutel: un ufficio arredato in stile burocratico, con operatrici molto più burocratiche affette da letargia sintomatica. Ti metti in fila allo sportello UNO in questa specie di maleodorante ufficio postale e, dopo aver ivi ordinato la tua chiamata locale, a cellulare o internazionale, vai a fare la coda anche allo sportello DUE, vale a dire la cassa.
Dopo di che, ti siedi nella sala d'aspetto ad uopo predisposta mentre l'operatrice del numero UNO compone con calma, ma comunque sempre dopo aver trangugiato un boccone dello spuntino che nasconde sotto il tavolino, la sequenza di cifre da te richiesta da uno dei suoi due o tre telefoni, giallastri e gracchianti come canarini modificati di palude.
Aspetti, aspetti e magari inutilmente perché il numero desiderato può essere occupato e nessuno ti avvisa con solerzia nell’oscura sala d'aspetto. Tutta la procedura risulta molto macchinosa e il risultato (o output del processo), se il Dio delle telecomunicazioni ti assiste, è semplicemente poter parlare per telefono.
Le ultime fasi sono le più concitate e divertenti: il ragazzo dello sportello TRE è l'addetto ai suoni, in pratica ha davanti a sé un microfono e annuncia agli utenti in attesa il numero di cabina in cui devono entrare. Il problema è che l'acustica dell'ufficio non è esattamente quella di un anfiteatro greco e, nonostante i lodevoli sforzi d'impostazione vocale del tipo, lo sforzo per comprendere ciò che dice è enorme, sarebbe meglio quindi montare degli schermi che trasmettano il movimento delle sue labbra quando annuncia numero di cabina e persona in linea.
Infine appollaiata dietro a un cattedrone stile scuola elementare c’è la quarta operatrice la quale, indifferente, chiude la tragica filiera produttiva fordista svolgendo il mestiere più inutile a abbietto: trascrivere una ad una tutte le informazioni che compaiono sulla copia della ricevuta già compilata a suo tempo dalla cassiera con frenetico zelo.
Su di un quadernone a righe e colonne nere la sventurata, inconsapevole della vacuità della sua mansione, oltre che della vita, annota in stampatello i numeri di telefono, i dati del chiamante e del ricevente e persino la ora in cui è avvenuta la comunicazione.
Con molta cura provvede a sporcare d'inchiostro tutte le celle della sua matrice, emette ripetutamente dei gemiti voluttuosi ed un ghigno di soddisfazione umanizza il suo volto laborioso ed arcigno.
Basta. Grazie.
Anche l'Honduras, come il Guatemala, mi sembra essere regno di Pepsi e non di Coca Cola. La musica evangelica diffonde la parola di Cristo Nostro Signore ovunque. Fioriscono i servizi per i connazionali emigrati negli USA. I prezzi sono più bassi che in El Salvador...
5 Gennaio – Tela - Honduras – costa nord-ovest
La macchina fotografica sembra persa nonostante si sia asciugata anche internamente. Secondo una farmacista di Tela, il mio dito mignolo ferito, che intanto è raddoppiato in larghezza, si può ancora recuperare. Que bueno!- esclamo- ma, in cerca di emozioni, voglio chiedere informazioni all'ospedale pubblico e quindi mi avvio lì con Sara, tanto per rendermi conto di come funziona il sistema sanitario nazionale. L'edificio sembra una casa di campagna semi-abbandonata, è gratuito e affollato. Alle emergenze c’è un nugolo di gente, soprattutto anziani e mamme con bambini dalle pelli pustolose e i visi contriti, forse malati di dengue. L'ambiente è poco salubre e la sala d'aspetto non è nient'altro che un corridoio all'aperto e se piove c’è di sicuro acqua per tutti i pazienti. Mi faccio vedere il dito da una dottoressa di passaggio mentre usciamo allibiti; rapidamente mi da un'occhiata e mi dice che ormai sarebbe tardi per mettere i punti e che non ce ne era un gran bisogno; è sufficiente curarsi con delle garze e il mercurocromo.
Proviamo la birra nazionale "Salva Vida" e poi nel pomeriggio visitiamo il pittoresco e misero villaggio Garifuna Triunfo de la Cruz. La comunità garifuna discende dagli schiavi africani deportati sulle isole del Caribe dagli inglesi nel secolo XVIII. Sono presenti coi loro villaggi reggaeggianti e le loro tradizioni, contaminate dalle lingue inglese e spagnola e dall'influenza cattolica, su tutta la costa del Caribe centroamericano. Sara si fa fare le treccine e poi di ritorno a Tela centro. La ragazza che lavora sulla chioma di Sara sembra disperata e maltrattata palesemente la usa figlioletta che appena può camminare e, quando le chiediamo il perché di quei “metodi educativi”, ce la offre addirittura in vendita come fosse una merce di scambio. Dice che non ha nessun interesse a crescerla in condizioni di vita miserabili e, soprattutto, non crede di amarla, non ha un padre e preferirebbe non averla concepita, tanto che poi arriva anche a regalarcela…
Il cielo è cupo e, a tratti durante la giornata, una pioggerella fastidiosa accompagna i nostri passi stanchi e pesanti: incombe sulla regione la stagione delle piogge. A letto presto.
6 Gennaio Lunedì
A metà mattinata azzardiamo una visita nelle vicinanze alla laguna Mico e ai villaggi garifuna di Miami e Tornabè però l'impresa è sfortunata: pioggia a catinelle, strade impraticabili e tristezza generale ci costringono a tornare indietro senza aver combinato nulla. I paesini circostanti si trasformano in campi fangosi in cui camionette e corriere faticano a percorrere pochi metri in pianura. Una volta a Tela ci dedichiamo a un’economica cura del corpo nella casa di un’estetista-massaggiatrice la quale ci riveste di una pelle nuova con una sauna e una maschera defoliante al grano e miele per 3-4 dollari a testa.
Ore 14.35: bus per il porto caraibico di La Ceiba. Arrivati lì, scegliamo l'hotel Mar Azul e ceniamo da Burger King perché siamo davvero stufi dei fagioli e si sopporta volentieri un hamburger di questi tempi. Anche qui a La Ceiba il tempo é malvagio e di spiagge bianche e assolate in questa stagione non se ne vede la traccia.
7 gennaio martedì – La Ceiba e Trujillo
Ci svegliamo con un'idea: visitiamo il parco nazionale Pico Bonito? L’implacabile ed umida realtà è che piove a dirotto da ore. Sembra un'inezia, ma non esiste un sistema di drenaggio delle acque, le strade sono completamente allagate anche sui marciapiedi, non si riescono a percorrere più di 10 metri senza sprofondare fino alle caviglie. Inoltre non smette di piovere, anzi, ci si mettono anche gli spruzzi delle vetture e le colonne d'acqua che scrosciano giù dai tetti, ricordando le cascate di Pulapamzak. Attraversiamo alcuni dei neo-corsi d'acqua coprendoci parzialmente con un ombrellone prestatoci dall'albergo e ci fermiamo per il desayuno in un ristorante con buffet nella piazza centrale. Addio al progetto del parco nazionale, torniamo a prendere le nostre cose e poi un taxi, negoziato insieme a un altro cliente dell’albergo, fino alla stazione dei bus in direzione Trujillo, cittadina ancora più a est sulla stessa costa. Il giornale riporterà in questi giorni la notizia di inondazioni a La Ceiba e in tutta la regione della Mosquitia, o Moskito Coast, zona così denominata per la presenza di colonie zanzare piuttosto folte, malariche e aggressive.
In questa settimana, esattamente da San Pedro Sula, abbiamo iniziato per precauzione il trattamento antimalarico con Clorochina 150 mg.
Pomeriggio: arrivo alla triste città di Trujillo, dove Cristoforo Colombo sbarcò nel 1502 durante la sua quarta e ultima missione nel nuovo continente. Inoltre il paese, al pari di La Ceiba, è stato sotto l'influenza inglese ed olandese per secoli grazie alle bande di pirati che depredavano da qui i galeoni spagnoli pieni d'oro e argento messicani. Forse nella stagione buona il pueblo ci riserverebbe molte attrazioni e svaghi mentre ora, ancora fresco il ricordo delle furiose incursioni dell'uragano Mitch del '98, e con il grigio cielo costantemente adirato, non crediamo sia saggio fermarsi troppo.
Alla una di notte prendiamo il bus per la capitale Tegucigalpa o Tegu Tegu come urlano gli strilloni dell’autobus...sono 9 ore di viaggio verso sud-est.
8 gennaio mercoledì – La capitale Tegucigalpa
Il centro della città si presenta accogliente ed ordinato, molte le opzioni per dormire e mangiare e abbastanza sicura di sera. Andiamo all'Iberia per 4 dollari a testa. Dedichiamo la giornata a internet, a lavare la roba sporca, cioè tutta, a mangiare decentemente, pranziamo nostalgici in un ristorante messicano, e a cercare una macchina fotografica nuova per me. Compro per 90 Euro una buona macchina con rullino APS, lente da 40mm e zoom. La sera seguente, visti i prezzi dei rullini speciali che ci vogliono e le difficoltà di reperimento degli stessi, cambierò la super-camera per una economica ma più pratica e budget-oriented...
9 gennaio giovedì – Tegucigalpa e dintorni
Sveglia alle 6.00 per andare al parco nazionale La Tigra nei dintorni della capitale con la corriera per "l'Hatillo". Ricca colazione improvvisata con pane, banane, latte e pizza avanzata del giorno prima. Il bus ci lascia a 20 minuti di cammino dal parco e dopo una salita realmente mozzafiato possiamo entrare, chiedere una mappa e scegliere un percorso di circa due ore di cammino in montagna. Si parte da un'altitudine di 1850 metri fino a pressappoco 2200 metri. I sentieri che decidiamo di seguire sono ben battuti e chiari nel bosco, il primo in salita si chiama "La Esperanza", il secondo "Bosque Nublado" per un totale di 3700 metri con ritorno al punto di partenza, la entrata di Jutiapa.
Siamo subito immersi in una foresta tropicale a 2000 metri, fittissima, coi suoi colori verde e marrone in tutte le tonalità immaginabili e sul sentiero fangoso un tappeto di foglie. L'umidità e le nuvole basse che velano il bosco e accarezzano il fianco della montagna creano un'atmosfera magica da fiaba. Ad ogni metro scopriamo funghi rari azzurri, rossi, gialli e marroni, grandi e minuscoli. S'inciampa volentieri in arbusti neri e sottili, riconosco le familiari piante di felce ma tutto il resto è fuori dalle mie adolescenziali esperienze di esplorazioni della Alpi della Valtellina. Alcune indicazioni sui saggi e maestosi encinos indicano la loro veneranda età di 150 anni e lo sguardo si perde in alto cercando di scorgere i loro ultimi rami che sfidano il cielo.
Il clima è fresco e il cielo nuvoloso, una nebbia di nuvolette basse scorre sul monte e permea tutta la foresta. Il vento spira aritmicamente generando un sibilo di flauto che si aggiunge come solista alle mille voci del bosco. Ondeggiano i rami più alti della meravigliosa costruzione che è la foresta e le loro foglie concedono una pioggerella fresca e sottile che innaffia generosamente le piante più basse e bisognose.
Verso l’una scendiamo provati alla fermata dei bus che sembrano non passare mai: stranamente qui il clima torna torrido e soleggiato, niente a che vedere con la frescura e le nubi della foresta distante solo poche centinaia di metri. Stufi di attendere facciamo del retro di una camionetta di passaggio la nostra barca fino alla capitale.
Così per caso, noto il prezzo di un pacchetto di Marlboro prima di tornare all'albergo e dormire, 16 L, cioè un Euro circa: sono ancora più economiche che in Messico dove costano tra uno e cinquanta e due Euro.
10 gennaio venerdì – Da Tegu al confine col Nigaragua e Leon
Ore 5.30...Mi alzo e mi riprendo con una doccia gelata.
Ore 7.45...Io e Sara…Bus per la frontiera con il Nicaragua a Guasaule. Si prende nel Mercado Zonal Belem, esattamente nel quartiere che la guida indica come poco raccomandabile, anzi pericoloso e da evitare anche di giorno. A me pare in realtà un buon mercato, sicuro e persino pulito, molto diverso dai tianguis – mercati integrati a stazioni a cielo aperto – delle altre infime capitali.
Ore 12.30...Frontiera: fronteggiamo un vero e proprio assalto di bici-taxi risciò in cerca di turisti da portare all'ufficio migración e poi l'attacco dei coyotes, gli scaltri operatori cambia-valuta che, quanto a vivacità mentale nei calcoli matematici, nulla devono invidiare a onorevoli menti come Gini o Fermat. Mi sono previamente preparato con calcoli sui probabili tassi di cambio che avrei potuto spuntare e, quindi, lotto strenuamente per un cambio Lempiras-Cordobas quantomeno decente e non da strozzini. Ottengo 770 Cordobas per 960 Lempiras (rispetto alle 740-750 offerte inizialmente da un coyote) grazie alla calcolatrice che lo stesso cambiavalute mi presta e facendogli una spiegazione di quale deve essere, secondo la mia modesta opinione, il cambio giusto attraverso l’uso reiterato dei cross-rate, delle Lempiras prima e dei Cordobas poi, con il dollaro USA...
Insomma se li incasini un po’ la strategia può funzionare, magari non alla prima traversata di frontiera ma poi...
Ore 16.30...In taxi al centro della città coloniale di León. Rimbalzati da due alberghi, pieno il primo e carissimo il secondo, troviamo asilo nell'Hostal Clinica per 100 Cordobas, circa 3 dollari a testa. L'ambiente è familiare e internazionale, molti pappagallini in giro e padrona ospitale. Giriamo in paese e conosciamo all'ostello Via Via due catalani (ancora!) di nome Marta e Alex che, oltre ad essere avvezzi alla sperimentazione di sostanze stupefacenti naturali e non, stanno passando un anno tra viaggi e attività di cooperazione allo sviluppo in Centro America. Ci consigliano itinerari interessanti per Costa Rica, nella zona a sud di Puerto Limon sull’Atlantico, e Panama.
Ore 18.30...Al teatro municipale per assistere allo spettacolo gratuito di un pianista e di alcuni cantanti lirici. Carino però fame e stanchezza ci attanagliano e ci distraggono un poco nel finale.
Cediamo ad un piatto di pasta più caro del normale, ma stiamo sempre parlando di meno di 4-5 Euro, nel ristorante di fronte al teatro. La città pulsa più di tutte le precedenti per la sua vita notturna, molti i locali aperti, la gente per la strada anche dopo le 22.00 senza preoccupazioni.
Notte...All'ostello suggeriamo il nome "Posada Sirena" che piace molto alla padrona che sta rinnovando tutto (cercatelo se venite qui!). Conosciamo due simpatici ragazzi di Como, esperti viaggiatori in vacanza (Michele e Maurizio, sui siti Internet dei quali si troverà questo diario) e mi fa piacere sentire un po’ d'italiano dopo alcune settimane.
11 gennaio sabato – Leon Viejo – Lago di Managua
Destinazione di oggi, Leon Viejo, il sito archeologico della vecchia città di Leon che, fondata dagli spagnoli nel 1524 su un precedente sito dei Maya Chorotecas (originari del Chiapas), si affacciava sul lago di Managua e fu distrutta dal vulcano Momotombo. C’è ben poco da vedere ma vale la pena davvero il panorama del vulcano che si specchia sul lago.
Ci uniamo ad un nordamericano (Owen) e a una canadese (Erika) nell'escursione e poi nel pomeriggio per visitare il museo dedicato al più grande poeta nicaraguense e, con Neruda, esponente tra i più autorevoli e influenti della poesia ispanoamericana, Ruben Darío.
Quindi una sosta di ben tre ore in Internet per lasciare agli amici una testimonianza!!
Cena e birre a fiumi con la canadese e l'americano Owen conosciuti la mattina...poi a letto...di notte mi ammalo di raffreddore per colpa del disgraziato ventilatore della stanza puntato sul mio collo.
12 gennaio domenica – Leon viejo, Managua e Granada
Considerazioni generali: i bancomat emettono Dollari USA e Cordobas a scelta. Il ricordo della canicola agostana di Milano non è più lontano, il clima è tornato torrido dopo i boschi freddi e le coste piovose dell’Honduras. Il Nicaragua è davvero accogliente e in buono stato nonostante il suo prodotto pro-capite sia il minore in questa regione, forse il PIL non la racconta sempre giusta…
Colazione e taxi fino alla terminale dove ormai non ci aspetta più la canadese con cui avevamo un appuntamento (siamo in ritardo). Partiamo per Managua con il collettivo espresso e arriviamo in un'ora e mezza. Ho l'idea di barattare una corsa di un'ora con un tassista, di fatto noleggiando il taxi, per visitare tutto il centro monumentale della città vecchia e i monumenti più importante: il giro risulta un po’ denso ma ben riuscito e più che sufficiente. Dice la guida che Managua è la città più inospitale e difficile per orientarsi in Centro America, non mi sembra proprio, anzi è quasi carina, almeno ad un primo acchito. In realtà il tassista alludeva ai grossi problemi di orientamento e caos nell’area urbana che la ricostruzione selvaggia, in seguito al disastroso terremoto del 1972, e la crescita demografica inattesa hanno aggravato senza rimedio. In un'ora e mezza visitiamo: la riva del lago di Managua, il modernissimo Palacio Nacional, il Monumento a Ruben Dario, il nuovo Teatro Ruben Dario, la Piazza Giovanni Paolo 2 (!), il Monumento a Sandino e la collina panoramica Loma de Tiscapa, la nuova cattedrale, la Statua del Soldato in cui l'iscrizione recita "lavoratori e contadini insieme fino alla fine”. Il pezzo forte è la cattedrale vecchia, del 1929, in stile neoclassico, fu danneggiata da due terremoti nel 1931 e nel 1973. E' ora abbandonata e vi si accede come fosse un museo solo durante la settimana. Visto che è domenica il quartiere appare desolato e la chiesa decadente crea tutt'intorno un'atmosfera romantica e nostalgica, evocando un passato fiorente e perduto come un malinconico dipinto di Caspar David Friedrich. Con il suo grigiore, le sue croci spezzate, ma anche con la sua maestosa navata centrale, ora abitata dai piccioni, l'imponente facciata piangente sembra quasi una rovina archeologica consumata dai secoli.
Arbusti e piantacce selvatiche assillano la base della costruzione dando un'immagine lampante dell'affascinante abbandono patito da questa cattedrale sfiorita precocemente. E' un cimitero della fede, tempio senza più porte né finestre che lo proteggano dalle grida dei mercanti, edificato praticamente in mezzo al deserto della periferia, dato che sul retro solo si estende un vasto campo incolto circondato da una baraccopoli.
Da Managua a Masaya, famoso centro artigianale. Facciamo incetta di pezzi semplici d'artigianato locale, tra i più belli che ricordo, paragonabili all’artigianato fiorente dei mercati del Guatemala. Mascherine di fango e ceramica, mele smaltate in legno, coppette colorate per la salsa, tazze ben rifinite e bamboline sataniche di paglia...
In serata arriviamo a Granada che sarà la nostra casa per un paio di giorni...Hostal Cocibolca, stanze da 10 e 12 dollari per due persone...
Tutto è molto turistico ma la città coloniale, la più preziosa e rinomata della regione dopo Antigua de Guatemala, merita davvero una pausa assorta e mi riporta con le sensazioni ed i ricordi ai fiorenti centri arabo-spagnoli dell'Andalusia.
A presto!!
NOTA SEI – NICARAGUA SUD
13 gennaio - domenica
La punteggiatura in questa tastiera costaricense non funziona. Torniamo al Nicaragua.
A Granada ci aspetta una gita al Parco Nazionale Vulcano Masaya: ingaggiamo una guida all'entrata insieme ad un ragazzone inglese di nome Marcus e dall'aspetto e dai modi bonari. La visita guidata include l'escursione alla "Cueva de los murcielagos", ossia la grotta vulcanica dei pipistrelli. Ci addentriamo nel tunnel e numerosi pipistrelli incrociano il raggio delle nostre torce. Scendiamo fino ad una ventina di metri di profondità e poi la caverna di pura roccia vulcanica continua in piano fino al tempio dei Chorotecas, vale a dire uno spazio semicircolare di notevoli dimensioni a circa 1500 metri dall'entrata. La grotta, abitata da gruppi indigeni devoti al culto del vulcano e usata anche per cerimonie religiose, e' capiente e fresca riserva d'acqua per gli alberi con le radici più coraggiose le quali spuntano dalle pareti e dalla volta in cerca di nutrimento. Usciti dalla cavità sotterranea scaliamo il vulcano vero e proprio lungo un sentiero agibile e ben tracciato: dalla punta più alta ammiriamo la laguna di Masaya e il vulcano Mombacho a sud est, il lago di Managua e il vulcano Momotombo con la vecchia Leon a nord ovest...
Dopo un po' di riposo proseguiamo, sempre in tre, fino al fortino di Coyotepe, situato a dieci minuti di cammino dalla Statale Granada-Masaya. Pausa pranzo e poi all'attacco del forte con entusiasmo, calante a causa della salita...La fortezza, costruita nel 1893, fu usata dal partito conservatore nel primo novecento per difendere Masaya e Granada dagli attacchi delle forze liberali appoggiate dagli americani. Dagli anni trenta e' stata la prigione in cui la dinastia dominante dei Somoza relegava gli oppositori sandinisti. Dopo la vittoria di quest'ultimi nel '79 esponenti del passato regime furono ripagati con la stessa moneta e imprigionati qui...ora l'edificio e' semi abbandonato ed inquietante, oltre a offrire un altro panorama di mezzo Nicaragua.
Incontriamo in serata Michele e Maurizio (gli italiani conosciuti a Leon che risiedono nel nostro ostello) e usciamo a cena anche con Marcus tra litri di birra Toña e Victoria e il "piatto tipico nicaraguense": una cozzaglia di tutti i tipi di carne fritta, manzo, salsicce e maiale, accompagnata da verdurine tagliate a pezzettini (carote, cetriolini, zucchine, pomodori, fagiolini e lattuga) con l'aggiunta speciale di fagioli in crema bianca, formaggio fritto e uova soda.
Due “piatti unici” in cinque e siamo pieni.
14 gennaio martedì
Litigo un po' con Sara ed evito, grazie ad un inseguimento in strada, che ritorni addirittura a Managua per prendere un aereo per Città del Messico come era nelle sue ferme intenzioni.
Destinazione di oggi...Isola di Omepete nel lago del Nicaragua. Da Rivas, costa sud, parte un traghetto scassato alle 13.00.
Il Ferry Boat è rudimentale e fluttuante: passo l'ora peggiore degli ultimi anni per il mio fisico instabile, paragonabile solo al disgraziato capodanno in montagna per il nuovo millennio, in cui il terribile mix alcolico di vodka liscia, vino e birra, unito alle temperature polari mi avevano ridotto a uno straccio d'uomo alle soglie del coma etilico e della congestione, ma tralascio i dettagli.
Sara, appollaiata con una francese sulla prua dell’imbarcazione, si diverte ad aspettare le onde e ad assecondarne il movimento con saltini coordinati; io la raggiungo e scatto qualche foto, ma dopo 20 minuti torno sottocoperta, mi siedo e mi preparo ad agonizzare. L'imbarcazione s'impenna impietosa, oscilla implacabile a destra e a manca e, inarcandosi, imbarca secchiate d'acqua gelata. Le interiora rimbalzano come palline da ping-pong e nulla può fermare il conato di vomito, già preannunciato da una salivazione incessante, repentina e copiosa.
Mi sporgo da un finestrino e mi libero in un paio di turni dell'ostile carico d'acqua e bile che tormentava il mio stomaco a digiuno. Comincia intanto l'immancabile mal di testa a braccetto con una sudorazione da maratoneta. In cabina spira un maestrale rinfrescante che nasce grazie ai finestroni privi di vetri e dalle ampie aperture che conducono al piano superiore: come risultato i miei abiti appiccicaticci e la mia fronte grondante, che pietosamente scrollo e accarezzo con la mano sinistra, non tardano a seccarsi gelandomi la pelle intorpidita. La tortura dura fino alle due con fasi alterne più o meno esacerbate e sofferte.
Ci fermiamo a Moyogalpa, Isla de Omepete. In hotel cerchiamo una camera con Oskar, un simpatico idraulico svizzero conosciuto sul bus da Granada a Rivas. Visitiamo al tramonto la Punta Jesus Maria, una splendida spiaggia a punta insinuata per un centinaio di metri nelle acque del lago più esteso dell’America Centrale, la quale ci ritempra con il suo panorama meraviglioso e il cielo arancione dopo che il sole si ritira dietro al lago e alle montagne all’orizzonte.
Lo svizzero propone anche una corsetta di mezz'ora in nottata, accettiamo e dopo cena cadiamo in letargo.
NOTA SETTE – LAGO DE NICARAGUA E POI COSTA RICA
15 gennaio mercoledì – Isola di Omepete
Alle 7.10 corriamo tutti e tre al molo dove ci aspetta una guida per un tour scalata al vulcano più alto, tra i due che formano l’isola. Non ha una vettura per portarci ai piedi del vulcano Concepcion, come avevamo capito noi, e quindi cominciamo a questionare il prezzo di 5 dollari a persona visto che la funzione della guida per camminare lungo un sentiero ci sembra piuttosto limitata e, inoltre, il costo delle corriere fino all'inizio del cammino non e' incluso...Scocciato il ragazzo se ne va e noi saliamo soli sul bus. Siamo ancora stanchi per le fatiche e le vicissitudini del giorno prima e ci trasciniamo per un paio d'ore fino a metà della scalata inizialmente prevista, la quale ci avrebbe portati a 1000 metri di altitudine. Sara non si sente molto bene e io sono stanco, quindi noi due scendiamo fino a Moyogalpa e lo svizzero continua.
Passeggiamo in discesa con calma e ci godiamo gli scorci di panorama lacustre. Scopriamo gli Urracas, volatili esotici dal piumaggio blu o verdissimo come le foglie; le lucertole, decorate come tappeti persiani, fuggono percependo i nostri passi sulle rocce vulcaniche rosse e nere mentre alcune scimmiette ragno saltano sui rami molti metri più in su e ci seguono dall'alto.
L'ultima nota naturistica riguarda l'attività di alcuni veri e propri spazzini svolta da alcuni scarabei dalla corazza color nero metallizzato. In pratica costoro s'inseriscono nelle margherite, intese non come i fiori, ma nelle pagnotte fresche di sterco equino che costellano il sentiero, scavano dei buchi e con le loro zampette formano delle palline d'escremento più grandi di loro. Quindi si avviano alla loro tana per nutrire la famiglia con le loro sudate polpettine di cacca, sfere perfette come un biglione per le quali lottano strenuamente coi loro simili e su cui rotolano e camminano gioiosamente per spingerle avanti, salvo poi ricadere all'indietro ed esserne tristemente travolti. Con il loro affanno da minatori e scavatori sembrano dei cercatori d'oro attratti dalle ricchezze del sottosuolo e da un'effimera gloria terrena.
Tornati a valle e mangiato il miglior pesce alla griglia della mia vita, una Reyna del Lago enorme, aspettiamo Oskar che ritorna in serata dal vulcano, sporco e privatissimo senza aver potuto apprezzare gran che dalla cima del vulcano che crede di aver raggiunto.
L'autostop sull'isola è la regola.
16 gennaio giovedì – Isola di Omepete
Alle nove io, Sara e Oskar saliamo su una jeep per un tour di otto ore sull'isola: visitiamo la Laguna del Charco Verde, l'insenatura del tesoro del pirata, una diga e una sorgente d'acqua, la Finca Magdalena, la quasi caraibica Playa Santo Domingo e i petroglificos, rocce vulcaniche scolpite come totem.
Nessuna grande meraviglia ma molte perline naturali nascoste direi. Nota curiosa: alla Finca Magdalena incontriamo molti dei personaggi già conosciuti durante il viaggio, gli immancabili e storici Maurizio e Michele, i comaschi di Leon e Granada in viaggio con alcuni lettori dei loro siti internet, ma soprattutto i due giovani sposi danesi che avevamo lasciato il 30 dicembre a Sochitoto, El Salvador, e che ci volevano convincere a passare il capodanno lì anziché a La Palma come abbiamo invece fatto!!Sono ancora in viaggio anche loro!
In serata diamo l'addio al nostro compagno, noto idraulico svizzero in cerca di un’identità perduta...Ci facciamo lasciare al molo di Altagracia da cui parte un Ferry per San Carlos, vicino alla frontiera col Costa Rica.
La vita sull'isola e' un po' miserabile per coloro che non traggono vantaggio dal turismo: le strade non asfaltate sono polverosissime e causano malattie agli abitanti che sono per lo più pastori di vacche, maiali e galline denutriti e sfruttati. Omepete vuol dire isola dei due vulcani e la vita degli abitanti è legata ai due vulcani e per nulla al mondo lascerebbero la loro terra in caso d'eruzione.
Dalle 19.00 alle 5.30 del giorno dopo in battello per il trasporto di merci e persone sul lago del Nicaragua.
Prendo una pastiglia contro il malessere da barca.
Entriamo con fatica e caricatissimi, con gli zaini e le borse con le cibarie per resistere durante la traversata notturna del lago. Dissuado Sara dal tentare il viaggetto di 10 ore seduta al piano superiore che è all'aperto. Il piano chiuso, però, è anche il più affollato e maleodorante visto che oltre 100 persone sono stipate e ammassate sulla grandi panchine da chiesa in legno massiccio disposte ai due lati dello stanzone. Anche negli spazi remoti e residuali di questa stiva, ovvero nel corridoio, all'entrata dei cessi e verso le scale d'accesso al secondo piano, vi sono esseri umani dormienti appollaiati.
Una puzza di pesce putrefatto riesce quasi a coprire l'odore di fondo, un misto d'essenza al sudore e fragranza d'umanità profonda, mentre i fumi tossici del cucinotto bar infestano le prime file di questo tempio sacrificale. Prendiamo posto nella penultima fila, pronti per la proiezione di uno snuff movie di cui siamo allo stesso tempo ignari interpreti e spettatori schifati.
La traversata è lunga e diventa fondamentale lottare per uno spazio vitale sulle maledette panche; ne conquistiamo una a metà sebbene il confine ovest sia marcato, al suolo, dai resti di un rigurgito recente che arresta la nostra avanzata: va bene così, c’è abbastanza posto.
Cerchiamo di addormentarci sul duro legno ma riusciremo nell'impresa solo quando, poco più tardi o forse ore più tardi non saprei, si libereranno due posti e potremo sdraiarci.
La lunga notte sul lago fluisce lenta e il mio dormiveglia è tormentato dalla visione onirica dei passeggeri morti soffocati nei precedenti trasbordi. Intanto un discreto signore, zozzo come il peccato, s'accomoda per terra supino, tentando di dormire proprio accanto al vomito in posizione perpendicolare rispetto alle file di panchine; così ci chiediamo, senza poter trovare una risposta logica, perché mai da un momento all'altro uno deve andarsi a fare la pennichella per terra sotto le gambe di tutti e adagiarsi spontaneamente accanto alla sporcizia accumulata di ben tre file di panchine, quando comunque abbondavano nicchie sicuramente migliori di quella.
17 gennaio venerdì – Confine col Costa Rica e La Fortuna
Breve sosta per riposare e fare una doccia in un hotel e poi risolviamo le pratiche migratorie e attraversiamo in un fuoribordo il confine col Costa Rica lungo il fiume San Juan. Sbarchiamo a Los Chiles: si nota sin dall’inizio la differenza nelle strade più pulite, nei numerosi cestini, nella pulizia delle case imbiancate e ordinatamente disposte, nelle insegne delle banche aggiustate e funzionanti, nei negozi ben tenuti...
Bus per Firenze (bueno, Florencia come la chiamano da queste parti)!! E poi alla Fortuna, ai piedi del rinomato Volcan Arenal. La moneta è il Colon che si cambia a 380 per un Dollaro, sembra quasi di tornare alla vecchia lira coi prezzi espressi con molti zeri e in migliaia...
In serata a La Fortuna un promotore ci porta a un hotel che costa 5 dollari a testa. In pratica affittiamo un appartamentino fornito di tutto e contrattiamo un paio di tour per il giorno dopo. Il turismo nordamericano è molto sviluppato da queste parti e dobbiamo un po’ scendere a compromessi scegliendo dei giri preconfezionati che però, in mancanza di trasporti locali e valide alternative, sono spesso l'unica costosa possibilità...
La cittadina e' pulita e piena di turisti, non ci sono sbarre ai negozi e protezioni per le case; le villette a schiera sono il tipo architettonico più diffuso, sono pulite e ben dipinte con colori vivaci, Dappertutto s'accettano carte di credito e fioriscono i servizi ai turisti.
Siamo un po' in una gringolandia dorata e sicura visto che il Costa Rica si dice sia lo Stato più tranquillo del mondo latino, la “Svizzera dei Carabi”, essendo addirittura privo dell'esercito effettivo.
Il paese è diventato meta del turismo internazionale negli ultimi 15 anni e, nonostante la deforestazione selvaggia sia stata un problema grave, le aree protette, la varietà biologica e le aree vulcaniche sono stati oggetto di provvedimenti che le valorizzano a livello ambientale e turistico. L'età media del turista, se si escludono le zone del Pacifico per i surfisti, è più alta e le sue esigenze più standardizzate e sofisticate; le avventure proposte dalle promozioni dei tour operator sono preconfezionate e plastificate con Dollari fumanti però la natura di questi luoghi rimane unica e bisogna adattarsi scegliendo i pacchetti più convenienti senza farsi accecare dai volantini promozionali più eclatanti.
La gente è vestita bene, ordinata e affabile nei modi.
I bus sono straordinariamente puliti e comodi, senza adesivi né crocifissi, non personalizzati e senza musica. L'amico del conducente vende bibite fresche e spuntini, la guida è prudente e poco emozionante, che palle...
Non ci sono più le PULPERIE, i negozietti alimentari del Nicaragua, ma le SODERIE, o semplicemente le SODA, cioè dei ristorantini.
Ultima nota critica, non sull'accogliente Costa Rica, ma sulla RAI INTERNATIONAL che a volte ho potuto vedere in vari hotel con TV via cavo: ma che razza d'immagine trasmettono dell'Italia in questa parte del mondo? Programmi obsoleti, dibattiti scadenti con la Pivetti che ci dice la sua sul Signore degli Anelli, film degli anni cinquanta sconosciuti, noiosi show in differita.…Nulla a che vedere con la più decente TV5 francese e non sono esterofilo, non sono un appassionato della scatola parlante però sarebbe più saggio sospendere il servizio.