Turchia

"Fra oriente e occidente"

di Silvia Merialdo

 

 

Alcuni anni fa ho fatto un viaggio in Turchia in macchina, fino alla città di Malatya, nelle zone orientali del paese, passando per Ankara e poi indietro, attraverso la Cappadocia e risalendo la costa egea fino a Istanbul, cercando il più possibile il contatto con la gente locale. Quello che segue è non è un diario di viaggio, ma  solo un breve resoconto attraverso cui ricordo questo bellissimo viaggio.

 

 

Turchia, a metà fra Europa ed Asia, fra occidente e oriente. Turchia, a metà fra il caldo mare egeo, dove ancora giacciono i miti della storia e della leggenda e i rilievi anatolici orientali, dove sembra di udire i canti che i pastori erranti intonano alla luna.

Non basterebbe un libro, a descriverla, troppe civiltà da capire, troppa storia da narrare, troppa natura magnanima o crudele. Posso solo ricordare pochi particolari del mio viaggio che l’ha attraversata, cercando di capirla, cercando di parlare con la sua gente, con le sue genti.

 

Iniziamo da lontano, dalle antiche civiltà con cui è iniziata la storia, dagli Ittiti. Ittiti, così lontani nel tempo eppure così vivi ancora oggi, nel museo nazionale di Ankara, ma soprattutto nelle città sotterranee di Derinkuyu, organizzate in modo quasi perfetto a cinquanta metri sottoterra, che si possono immaginare brulicanti di vita, fra i mille corridori e le stanze usate come abitazioni, come magazzini e come officine.

 

Il nostro viaggio ci porta verso oriente, facendoci strada attraverso la guida aggressiva dei camion fra le strade polverose, attraversando di sera per centinaia di chilometri l’altopiano anatolico, una distesa di monti e colline a perdersi a vista d’occhio, illuminate dalla luce debole del tramonto e guardate dall’alto da una luna luminosissima. Come non ricordare i pastori anatolici che ispirarono Leopardi, soliti ad intonare canti alla luna, in questo paesaggio che già da solo è poesia?

 

Proseguiamo ancora, per arrivare sulla vetta di Nemrut Dagi, attraverso la valle dell’Eufrate in secca, passando per piccoli villaggi sulle aride montagne, con le scure tende dei nomadi e i bambini che si avvicinano fra paura e curiosità. In cima, la tomba di Antioco I, sovrano persiano che volle essere sepolto proprio qui, a metà fra i fasti di Roma e i profumi d’oriente. Rimangono le teste di dimensioni enormi delle statue degli dei del suo Olimpo personale costruito per rimanere immortale, che per secoli hanno abitato qui, nella quiete di questo altopiano spazzato dal vento.

 

Proprio qui sopra, in questo angolo di terra solitario, un gruppo di curdi ci accoglie festoso, chiedendoci che cosa è quell’arnese strano che abbiamo in mano e noi per fare capire che è una telecamera diciamo “TV”. È così che inizia una danza al ritmo di un inno indipendentista curdo davanti a quello che credono un pubblico televisivo europeo. La loro simpatia è contagiante, tanto che alla fine ci ritroviamo a ballare con loro e a mangiare insieme la loro anguria.

 

Turchi e curdi sono divisi da un odio profondo e induritosi nel tempo, ma entrambi sono accumunati da un senso dell’ospitalità veramente esemplare. Come mai potrò dimenticare il turco Venin, che ci ha ospitato nella sua casa, povera ma pulitissima e interamente coperta da tappeti, in occasione della cerimonia di circoncisione per il suo bellissimo bambino? Una festa che a noi può sembrare forse un po’ crudele, ma che rappresenta un evento per questo paesino sperduto fra i monti, con gli uomini che suonano musica con stranissimi strumenti, sparando in aria con fucili e bevendo raki, bevanda molto alcolica al gusto d’anice.

 

Ma dobbiamo proseguire e dire addio a Venin e al suo paesino festoso. Verso la Cappadocia, con il suo paesaggio unico al mondo, creato dalla lava vulcanica e modellato dalle piogge e dai venti nel corso dei millenni, da sembrare oggi un paesaggio lunare, dalle molteplici sfumature, con i cosidetti “camini delle fate”, quasi a ribadire la magia di questo paesaggio. Il disco luminoso della luna ci ha seguito fin qua. La luna sopra di noi e sotto di noi, scavate nella roccia, le chiese paleocristiane di Goreme, splendidamente affrescate, dove i primi cristiani si ritiravano a pregare per sfuggire dalle persecuzioni.

Proseguiamo verso Pamukkale, dove le rocce bianche pietrificate formano una collina che sembra un miraggio, imprevisto  nella sua bianchezza, nella bellezza delle sue pozze piene di acqua calda, come tanti balconi di un palazzo orientale protesi a guardare il mondo.

 

Ma tornando nuovamente alla storia, ecco tutta la costa egea, con le sue colonie fondate dai greci. Ecco Efeso, incredibile per quanto si sia conservata intatta: una lunga strada circondata dai templi, dalle abitazioni, dai bagni pubblici, dalle fontane, per arrivare infine al teatro e alla splendida biblioteca.

Per poi visitare la leggenda, la storia. Troia. Dopo che il sogno di Schliemann si è realizzato, gli archeologi sono ancora qui a scavare alla ricerca di nuove informazioni sulle nostre radici. Per quanto il cavallo di Troia sia riuscito ad entrare nelle città e Troia sia stata incendiata, l’anima di Enea sarebbe contenta di vedere oggi che la sua città è ancora viva dopo cinquemila anni. Teatri, porte, mura, templi, sono ancora lì, a testimonianza di un passato grandioso.

 

Dopo la polverosa Troia, per rilassare il corpo e la mente, ci aspetta un Hamam, un bagno turco. Non solo una sauna, ma un posto per massaggi e per la cura del corpo, dove una gentile donna turca (per le donne, ovviamente l’Hamam è rigorosamente diviso in due, maschi e femmine) ti lava delicatamente e ti massaggia con un tocco da professionista sui gradini di marmo dell’Hamam.

 

Alla fine, la grande città, unica grande città dai molteplici passati. Istanbul, Bisanzio, Constantinopoli. Un piede in Europa e uno in Asia. Vista al tramonto dal traghetto che attraversa il Mar di Marmara e scesa per sempre nel cuore, con i minareti scuri delle moschee contro il cielo infuocato, e poi scoperta a poco a poco, con le sue mura piene di storia, di imperi succedutesi nei secoli, con le sue chiese e le sue moschee. Il mio cuore si perde in Santa Sofia, piena di luce che sembra generarsi dall’interno, con la cupola quasi sospesa nell’aria, grandissima e leggerissima, da chiedersi come avessero fatto gli architetti del tempo. Prima cristiana, poi musulmana, ora semplicemente museo e monumento della storia, con la sua areosità, eleganza e armonia, il suo oro bizantino che amplifica la sensazione di stupore e magia.

 

Ci accoglie poi il Topkapi, palazzo del sultano e simbolo del potere ottomano, testimonianza di vita di secoli, fra le stanze del potere politico, degli intrighi di palazzo, dei libri e della sapienza, delle donne e dell’harem.

Ci tuffiamo infine nelle vie piene di gente e qui scopriamo la Turchia di oggi, piena di giovani che affollano le strade  e che vogliono parlare della loro cultura, della loro religione, di quello che sono e di come vivono questi momenti così particolari per loro, a metà fra tradizione e futuro.

 

Ancora una volta, “a metà”. Turchia è un po’ tutto questo, è sempre essere un po’ “a metà”. In questo è la sua bellezza, il suo valore. È come essere su un lungo ponte che separa due sponde, due mondi e due culture. Se ad un tratto ci si sente insicuri e non si sa più da che parte andare, forse è proprio questo lo scopo del viaggio.

 

 

Silvia Merialdo

 

 

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