Il Marocco in Africa Twin

Diario di un'avventura su due ruote agosto 2026

di Roberto e Simona

 


 

Indice
⚓ La traversata: tra Barcellona, Ibiza e Gibilterra ...................................................3
In rotta verso Tangeri .................................................................................................4
Chefchaouen: l'incanto blu .........................................................................................5
Volubilis, Meknès e l'arrivo a Fez ..............................................................................6
Da Fez alle porte del Sahara: Ifrane, Midelt e le dune di Merzouga ..........................7
Merzouga e la tempesta di sabbia nel Sahara .............................................................8
Dalle Gole del Todra alle città-oasi ...........................................................................8
Ouarzazate e la “Truffa della Lettera” ad Agdz..........................................................9
Zagora e la strada per Timbuctu .................................................................................9
Verso Tata e le montagne di granito rosa di Tafraout..................................................9
13/08 — Dalle rocce di Tafraout alla nebbia dell'Atlantico a Mirleft .......................11
14/08 — Dalle atmosfere alla “Twilight” al Luna Park di Taroudant .......................12
15/08 — La resilienza di Taroudant e la magia di Aït Benhaddou ............................13
16/08 — Dai “gatti graffiatori” di Aït Benhaddou fino a Marrakech ........................14
17/08 — Fuga da Marrakech verso il fresco di Essaouira .........................................15
18/08 — Da Essaouira a El Jadida ............................................................................16
19/08 — La maestosità di Casablanca e la vera anima di Salé ..................................17
20/08 — L'addio a Salé, le cicogne di Pandora e la risalita verso Asilah ..................18
21/08 — Dalle Grotte d'Ercole a Capo Spartel, verso Tangeri..................................20
22/08 — L'ultima giornata marocchina .....................................................................22
Il ritorno.....................................................................................................................24

 

 

 

 

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L'Itinerario
4.700 chilometri di pura scoperta
La mappa completa del nostro grande anello marocchino. Dallo sbarco a Tangeri Med, giù attraverso le montagne del Rif, le piste imperiali, le dune sahariane e le oasi sperdute del profondo sud, per poi risalire lungo la nebbiosa e selvaggia costa dell'Oceano Atlantico.

 


 


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Introduzione
L'illusione del controllo
Viviamo in una società che ha confuso la comodità con la libertà. Abbiamo barattato l'imprevedibilità dei nostri giorni con la rassicurante routine di agende elettroniche, notifiche perenni e percorsi stradali precalcolati al millimetro da algoritmi satellitari. Siamo diventati, senza accorgercene, schiavi di una struttura che premia la stabilità e punisce l'inatteso, convincendoci che avere tutto sotto controllo sia l'unico modo per essere felici. Ma la verità è che quando ogni minuto è già scritto, smettiamo di scoprire chi siamo davvero.
Poi, un giorno, decidi di girare la chiave della moto.
Carichi l’Africa Twin all’inverosimile, stringi i bulloni delle valigie, controlli la pressione delle gomme e decidi che per tre settimane l'unica legge valida sarà quella del vento e della strada. Questo diario non è solo la cronaca di 4700Km percorsi alla scoperta del Marocco, tra asfalto perfetto e sterrati improvvisi, caldi torridi e nebbie oceaniche. È il racconto di una necessaria disintossicazione.
Perché la vera avventura, quella che ti rimette al mondo, comincia esattamente un attimo dopo essersi persi. Comincia quando accetti che l'imprevisto non è un problema da evitare, ma l'essenza stessa del viaggio. Viaggiare su due ruote ti costringe a spogliarti del superfluo, a ridefinire il concetto di ospitalità e a riscoprire il valore del tempo attraverso gli occhi di chi incontri lungo la via.
Questo è il diario di come, con la migliore compagna di viaggio possibile, abbiamo spento i radar della quotidianità per provare a essere semplicemente liberi.
 


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⚓ La traversata: tra Barcellona, Ibiza e Gibilterra
Finalmente è arrivato quel momento: quello in cui, dopo un anno di attesa, ricomincio a vivere appieno. Questo viaggio, che ho pianificato e studiato meticolosamente per quasi un anno, è finalmente pronto a prendere il via. Ma come sempre, non resisterò alla tentazione di deviare dal piano alla prima occasione.
Perché l’avventura comincia un attimo dopo essersi persi.
Da Professor Jones finirò inevitabilmente per trasformarmi in Indiana Jones. Quest’anno le mie tre settimane di libertà le dedicherò a un’avventura indimenticabile alla scoperta del Marocco!
La nostra partenza è prevista per le 7:45 del mattino, destinazione Genova. Per questo viaggio useremo la nostra fidata Africa Twin Adventure, equipaggiata con pneumatici TKC 70 nella versione standard, un set di valigie in alluminio Givi e una borsa da serbatoio Honda.

 


 

 

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Le due ore di viaggio verso il porto di Genova volano via. Come sempre prima di partire, la mente è già proiettata nei “ricordi futuri” di ciò che ci aspetta. Mi ritrovo a pensare a una frase letta da qualche parte: “Siamo già stati dove non siamo mai stati, e in fondo, veniamo proprio da lì.”
L’avventura comincia subito: al porto ci fanno parcheggiare tra le auto dirette a Barcellona. Per imbarcarci dovremo dimostrare ingegno, abilità e una buona dose di faccia tosta.

 


 

 

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Dopo circa tre ore e mezza completiamo le procedure di imbarco, con un caldo umido fuori dal comune, per poi partire con ben tre ore di ritardo, senza una spiegazione chiara. Tuttavia, la calma e la professionalità degli addetti mi fanno pensare che qui sia semplicemente la norma.

 


Ci attendono due giorni di navigazione, con una sosta a Barcellona, prima di raggiungere Tangeri Med. La vera sfida, segnata con 5 stelle su 5 — difficoltà massima — sul roadbook, sarà tenere Simona chiusa in un traghetto di neanche 300 metri per ben 49 ore!
 

Appena saliti a bordo, la temperatura scende drasticamente dal caldo umido e insopportabile del piazzale al fresco della nave. In men che non si dica ci assegnano la cabina e ci consegnano i pass: abbiamo prenotato una pensione completa per 99 € e un food pass da 50 € — pagato 40 €.


 

 

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Dopo pranzo, ancora in porto, che lasceremo solo dopo le 16:00, ci aspettano delle piacevoli sorprese. Il traghetto Aurora, varato quest’anno, è incredibilmente silenzioso, moderno ed ecologico.
Ci godiamo la vista della costa ligure e ripercorriamo, da una prospettiva completamente nuova, i nostri amati capi, spianati durante le uscite invernali in “un’altra vita”.

 


 

 

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Giunti all’altezza di Sanremo, decido che è ora di “girare la bici” e tornare in cabina per il pisolino pomeridiano. Simona, come al solito, rimane sul ponte, che continuerà a consumare a furia di camminare in questi due giorni. Per passare il tempo sbriga le pratiche doganali rimanenti con la polizia marocchina dopo altre due ore di coda, una per il controllo dei passaporti ed un’altra per il certificato di importazione temporanea della moto. Io, invece, devo solo farmi vedere in faccia per ritirare il passaporto trattenuto dall’agente. A quanto pare era fondamentale che mi guardasse negli occhi per completare l’operazione e lasciarmi entrare in Marocco!


 

 

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Ci godiamo il primo aperitivo del viaggio al tramonto al bar di prua, con vista sulla splendida Costa Azzurra, sorseggiando un Pessimo Spritz e sgranocchiando delle noccioline acquistate al porto di Genova.


 

 

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Dopo cena facciamo conoscenza con Aidi, un fabbro che vive a Gallarate e sta tornando a casa, vicino a Casablanca, per le vacanze. Ci racconta di sua figlia di 24 anni che lavora e parla ben cinque lingue: nei suoi occhi si legge la fierezza che solo un padre può avere per la propria bambina.
 

 

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Alle 22:00 inizia la serata marocchina, con musica e balli tradizionali: un assaggio di quella vitalità festante e colorata che ci aspetta al nostro arrivo. Simona ha finalmente le batterie scariche e, direttamente dalla cabina, l’eco dell’evento ci culla in una notte di sonno comoda, tranquilla e fresca.

 


Il risveglio, però, è un po’ meno sereno quando la voce incerta di una giovane donna ci saluta in diverse lingue alle 6:30, annunciando il nostro arrivo a Barcellona per le 8:00. Ne approfitto per uscire fuori coperta e immortalare la prima alba del nostro viaggio: è il 5 Agosto.


 

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Sembra proprio che abbiamo recuperato più del previsto, dato che l’arrivo era fissato per le 9:00.
Alle 8:00, invece, siamo già in porto, con una vista mozzafiato sulla Sagrada Família.

 


In conclusione, il viaggio in traghetto è meno noioso di quanto si pensi. Dopotutto, fare l’aperitivo al largo di Monaco, cenare vista Saint-Tropez e fare colazione in Plaza Cristóbal Colón a Barcellona non è affatto male!


In rotta verso Tangeri
• Ore 13:00: ripartenza da Barcellona, destinazione Tangeri.
• Pomeriggio: Spritz al largo di Ibiza.
• Tramonto: spettacolo sulle coste spagnole nelle zone di Calp e Benidorm, a nord di Alicante.


 

 

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La cena a base di lasagne al ragù di capra e melanzane è stata degna di nota. La frittura di pesce mista con patatine, invece, non è stata all’altezza del primo piatto, e la profiterole al cioccolato è soltanto mediocre. Una piacevole sorpresa è stata la seconda serata araba dopo cena: non marocchina come quella precedente, ma comunque bella.


Anche se dormire senza sottofondo musicale non sarebbe stato male, penso, così stasera mi affiderò al mio santo protettore: San Tappino Silenziatore da meno ventisette decibel. È la soluzione salva-sonno che ho imparato alle Granfondo, quando devi assolutamente dormire la notte prima della gara e ti ritrovi in quegli hotel economici con le pareti di cartongesso.


Anche la seconda notte di navigazione trascorre bene. Credo che la festa sia durata fino a mezzanotte. Al risveglio siamo già a Malaga, dove facciamo colazione — probabilmente l’ultimo pasto sulla nave. In men che non si dica, dopo una doccia veloce e aver chiuso gli zaini, siamo all’altezza di Gibilterra.

 


Ore 10:30, ora europea: la giovane donna dalla voce incerta ci avvisa che abbiamo 15 minuti per lasciare la cabina. Alla nostra destra Gibilterra, alla nostra sinistra la tanto attesa meta: il Marocco ci accoglie con il suo motto nazionale: Allāh, al-Watan, al-Malik. Dio, la Patria, il Re.

 


Ore 11:45: attracchiamo con tre ore di anticipo, che diventano quattro considerando il fuso orario marocchino. Abbiamo l’intera giornata per raggiungere Chefchaouen!

 


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Lo sbarco è semplice, rapido, indolore e accogliente. Una parata di giovani soldatesse ci accoglie con un sorriso caloroso e una bottiglietta d’acqua fresca a testa. Anche il controllo doganale è sorprendentemente rapido e cortese: mentre tiravo fuori i passaporti ho fatto cadere un guanto e un agente si è subito chinato per raccoglierlo e restituirmelo. Ci hanno persino scattato una foto.

 

 


Chefchaouen: l’incanto blu e “l’Incidente del Guardian”
Con eSIM e assicurazione pronti dall’Italia, preleviamo 2000 dirham in contanti per circa 190€ e ci dirigiamo verso Chefchaouen. Il viaggio dura circa un’ora e mezza, percorrendo strade provinciali e nazionali. Allontanandoci dalla costa, la temperatura sale rapidamente di dieci gradi. Decidiamo di andare dritti al nostro hotel, il Dar Bleumain, situato all’interno della Medina blu.


Lungo la strada osservo le regole non scritte della guida marocchina:

1. Traiettorie: tagliare tutte le curve come in pista è la norma, ignorando la striscia continua.
2. Fondo stradale: passa da buono a pessimo senza preavviso, con tratti sterrati o addirittura privi di asfalto. Se vedi sassi grandi in mezzo alla carreggiata, probabilmente indicano una strada parzialmente crollata.
3. Semafori: il rosso per le moto è più un “dare la precedenza”. Le auto sul giallo accelerano e continuano a passare col rosso per alcuni secondi
4. Sensi unici: per le moto non valgono. Vanno intesi come un senso unico alternato.
5. Posti di blocco: la Polizia presidia ogni ingresso e uscita dai centri abitati sulle strade nazionali. La strada si restringe a una corsia: si passa lentamente e ci si ferma se richiesto.
 

All’arrivo a Chefchaouen abbiamo il primo incontro con gli “acchiappa-turisti”. Un parcheggiatore abusivo pretende che lasciamo la moto prima della Medina, nel suo carraio a pagamento. La scena si ripete in piazza con un suo collega, che ci fa infilare l’Africa Twin in un vicolo cieco adibito a latrina canina. Per 50 dirham, meno di 5 €, spergiura che la moto sarà al sicuro e custodita giorno e notte.
Ci accompagna in hotel e pretende subito il saldo.

Mai fidarsi di chi non si fida.


Tornato a prendere gli zaini, copro la moto con il telo, la lego con la catena e la svuoto di ogni valore.


 

 

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Chefchaouen è incantevole, seppur molto turistica. Ci incamminiamo verso la moschea attraversando le cascate per godere di una vista mozzafiato sulla città blu.

 

 


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Per cena torniamo in piazza, accanto al minareto ottagonale e di fronte alla fortezza: il tajine di pollo al limone per me e quello di manzo con le prugne per Simona. Come prima cena marocchina è d’obbligo.


 

 

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Sveglia alle 6:00, colazione in camera dal nostro gentilissimo ospite e pronti a partire per Volubilis, Meknès e Fez per sfruttare il fresco. Questo era il piano.
Arrivati alla moto, la brutta sorpresa: un’auto ci sbarra completamente la strada.

 

 


Il “Guardian” ha fatto il danno e, per raccattare 5 €, rischia di farci saltare l’intera giornata. Nessuno sa dove sia il parcheggiatore. Non è vero che abita lì e non arriva mai prima delle 9:30. Quando accendiamo la moto per provare a fare manovra, esce una signora urlando di spegnerla per non
svegliare i bambini.

 


Consiglio per Chefchaouen: non accettate parcheggi da sedicenti Guardian. È molto meglio parcheggiare autonomamente nella piazza principale, magari nei pressi della polizia o dei benzinai, e proseguire a piedi verso la Medina.
 

 

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Ma perdersi — e risolvere imprevisti — è l’essenza stessa del viaggio. È qui che scopriamo l’anima marocchina più autentica:


• Un uomo, sul retro di un panificio, smette di fumare l’hashish dalla pipa e, in un ottimo francese, si avvicina per aiutarci.
• Un anziano decreta che l’auto va spostata di peso. Ci provano, ma la macchina è troppo pesante.
• Nel frattempo scopriamo che la colazione locale consiste in ciambelle fritte da 1 dirham, circa 10 centesimi, e nell’immancabile tè verde alla menta, che loro bevono molto zuccherato.
Facciamo la seconda colazione così.
• Chiediamo aiuto alla polizia: gentilissimi, ma senza strumenti pratici per risolvere il problema.
 

Verso le 9:30 arriva il “padrone” del forno, il leader carismatico della via. Si rammarica per l’inconveniente, chiama personalmente il guardiano e, non ottenendo risposta, il panettiere manda suo figlio — un ragazzino di 8-10 anni al massimo — a prenderlo di peso direttamente a casa. Nel
frattempo ci offre la sua colazione e biscotti all’anice appena sfornati. E siamo a tre colazioni!
 

Alle 10:50 la moto viene finalmente liberata. Alla fine il guardiano si è scusato così tante volte che non sono nemmeno riuscito ad arrabbiarmi, né gli ho chiesto indietro i 5 €. In fondo la moto era al sicuro: nemmeno il ladro più motivato avrebbe potuto rubarla da lì!
 

 

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Volubilis, Meknès e l’arrivo a Fez
Partiamo per Volubilis con quasi cinque ore di ritardo sulla tabella di marcia. Raddrizzare una delle tappe più impegnative del viaggio sembra un’impresa impossibile. Spingendo un po’ più del normale e forse anche grazie al fatto che i tempi di percorrenza vengono calcolati in base a quelli reali delle auto — che qui sono davvero molto rispettose dei limiti di velocità — recuperiamo un’ora sulla tratta Chefchaouen–Volubilis. Alle 13:20 siamo al sito UNESCO.

 

 


Ingaggiamo una guida locale per 250 dirham e ci godiamo le rovine romane, per poi pranzare all’ombra di un bel dehors ventilato.


 

 

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Ripartiamo per Meknès, arrivando alla celebre porta Bab El-Mansour. Qui ci affidiamo a un cocchiere: per 20 € ci fa fare un fantastico tour guidato in carrozza, al fresco, permettendoci di riposare e recuperare ritmo contemporaneamente.


 

 

 

 

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Alle 18:30 arriviamo a Fez.
 

 

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L’ingresso nel labirinto di Fez
Appena entrati a Fez veniamo affiancati da un uomo dall’aspetto occidentale in scooter che ci offre di tutto: hotel, guide e parcheggi. Capito l’andazzo, decidiamo di seguirlo, ma solo dopo esserci assicurati che il parcheggiatore sia un vero garage al coperto, con custode e insegna. Qui ci presenta suo fratello, “guida ufficiale”, che ci accompagna al riad. Rifiutiamo garbatamente la sua proposta di tour guidato per il giorno dopo a 50 €.
“La, shukran.” — No, grazie.

 


 

 

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E ci godiamo l’accoglienza al Riad Dar El Ouedghiri. Il giovane host ci dà la chiave fondamentale per non perderci nella Medina:

 

 “La Medina ha due strade principali parallele che vanno dalla Porta alle concerie. Se scendi vai verso le concerie, se sali stai tornando indietro.”
 

 

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La nostra stanza è fiabesca, e si rivelerà a posteriori la struttura più caratteristica ed accogliente del viaggio. La sera non andiamo al ristorante, ma chiedo di servirci la cena sulla terrazza del Riad: romantica, rilassante e con una vista memorabile su tutta Fez.


 

Per una notte ci sentiamo i signori del Riad.
 

 

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Da Fez alle porte del Sahara: Ifrane, Midelt e le dune di Merzouga
Alle 8:20 facciamo colazione in terrazza e ci tuffiamo nella Medina in direzione delle Concerie Chouara.


Arriviamo presto: la terrazza è ventilata e assistiamo al lavoro dei conciatori senza soffrire per il famoso odore acre e soprattutto in tutta tranquillità, siamo gli unici visitatori. Ci spiegano che il processo si divide in due parti principali:


1. Il lavaggio e il trattamento (Vasche bianche): Le pelli di capra, pecora, bue e cammello vengono immerse in una miscela di calce, sale, urina di vacca ed escrementi di piccione (ricchi di ammoniaca naturale). Questo serve a eliminare i peli residui e ad ammorbidire il cuoio.
2. La colorazione (Vasche colorate): Le pelli vengono poi trasferite nelle vasche di tintura, dove si utilizzano solo pigmenti vegetali e naturali. Ad esempio, si usa lo zafferano per il giallo, l'indaco per il blu, il papavero per il rosso e il legno di cedro per il marrone.


Il colore cambia in base agli ordinativi; a noi è toccata la sagra dei marroni (credo, ma sono sicuro che Simona, come qualsiasi donna di questo pianeta, potrà scorgere una serie inimmaginabile di nomi e sfumature oltre a questo colore).
Sulla strada del ritorno la Medina si risveglia con i suoi colori, i rumori e il caldo umido. Visitiamo l’Università Al-Qarawiyyin e la Madrasa (la scuola Coranica), perdendoci nei vicoli fino alla porta principale. Paghiamo il riad in contanti — qui a Fez alle carte applicano il 5% di commissione extra
— e recuperiamo la moto, rifiutando ulteriori richieste di mance extra dal parcheggiatore.
  

  

 

 

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Verso Ifrane e la Foresta dei Cedri
Qui sembra davvero di essere in Svizzera, per il clima secco e fresco, i prezzi esposti. Parcheggio a 3 dirham — non 50! — e un pranzo luculliano con il pollo allo spiedo più grande mai visto, adagiato su un letto di riso giallo e ricoperto di patatine fritte. Cibo per almeno quattro commensali, bibite, acqua e caffè: tutto per 168 dirham. Poco più di 15 €.


 

 

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Foresta dei Cedri: incontriamo le bertucce e il solito locale che pretende 20 dirham solo per aver accostato la moto a bordo strada. “È il mio business!” Spiacente, amico. A volte negli affari si perde.
 

 

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Lago Aguelmame Sidi Ali: la temperatura scende a 22 °C e prendiamo un po’ di pioggia che sporca
la moto di sabbia, ma ci rinfresca.

 


Raggiungiamo Midelt, tappa logistica prima del deserto. Questa è la prima vera cittadina marocchina, non turistica, dove scopriamo l’uso smodato dei “mototopo”, come li chiama Simona: la versione marocchina del furgone da lavoro.

 


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Li usano davvero per tutto: dal trasporto di materiali edili all’interno delle viuzze più strette delle medine allo street food, passando per il trasporto di persone e bestiame, fino alle uscite galanti della sera.


  

 

Qui a Midelt, sperimentiamo un glitch di Booking. Cliccando sul link dell’hotel prenotato, il Safari Hotel, il navigatore ci manda al Riad Villa Midelt, una struttura lussuosa dove veniamo accolti in pompa magna... prima di essere reindirizzati alla triste realtà del Safari Hotel.

• Asciugamani: Poco più grandi dei due buchi enormi al loro interno.
• Doccetta: Spanata e senza guarnizione: ci si lava direttamente dal tubo flessibile.
• Scarico condensa: Il tubo del condizionatore piove dal soffitto direttamente dentro la
doccia.
• Bagno: Si può chiudere solo dall’esterno; il WC non è fissato al pavimento, con un simpatico
effetto dondolo.
• Climatizzatore: Puntato dritto sulla testa del letto: scelta obbligata tra febbre o sudore.
 

Un hotel chiaramente costruito da “Mio Cugino”, che non vale assolutamente i 40 € per notte pagati, considerando i 42€ spesi a Fes!


Ci consoliamo con una cena surreale in un localino del posto: pasticcio di carne e shawarma spettacolari, bibite e acqua per meno di 10 € totali, ma per cenare attorno alle 20 abbiamo dovuto ordinare alle 17:30 circa, giusto il tempo di andare a fare la spesa per preparci la cena, non esattamente un fast food.


 

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Merzouga e la tempesta di sabbia nel Sahara
Alle 9:52 partiamo verso sud. Passiamo il Tunnel del Legionario — una galleria di 50 metri scavata nella roccia — e ci godiamo lo spettacolo della Valle dello Ziz: palmeti infiniti, bellissime strade e nessun problema con i benzinai. Pausa caffè prima di Erfoud: 47 °C a moto ferma sotto il sole, che diventano 41-42 °C in movimento. Il vento è bollente: meglio guidare con le cerniere della giacca chiuse che aperte. L’acquisto dell’intimo tecnico e delle sacche idriche da moto si rivelano azzeccatissimi. Così vestiti non patiamo il caldo del deserto del Sahara in agosto!

 

  

 


 

Arriviamo a Merzouga alle ore 13:30. Pranzo al Riad Jouba e relax in piscina, tra avvistamenti di dromedari.
 

 

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Nel tardo pomeriggio partiamo in 4x4 verso il Luxury Camp Aicha, ma veniamo sorpresi da un’intensa tempesta di sabbia e pioggia. I temporali estivi nel Sahara sono devastanti!

 


Annullata la cammellata al tramonto, ceniamo nella tenda principale mentre un gruppo di pseudo berberi — più rasta o punk che berberi, a essere sinceri — si esibisce con i tamburi.
L’indomani ci svegliamo alle 6:00 per la cammellata all’alba sulle dune: due ore con i dromedari Tomas e Marco, prima di fare rientro alla moto per la tappa successiva. Il deserto è come sempre meraviglioso, ed è riuscito a riscattarsi per l’accoglienza di ieri pomeriggio.
 

 

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Come spiegare il deserto a chi non l’ha mai visto? O si odia o si ama. Eppure, non conosco nessuno che non se ne sia innamorato.
 

 

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Dalle Gole del Todra alle città-oasi

 

  


Ripartiamo verso le Gole del Todra e del Dades. Il traffico è nullo lungo la strada, e al primo paese scopriamo il motivo: pur essendo lunedì è giorno di matrimoni collettivi. Sì, per festeggiare meglio chiudono le strade come nei film di Checco Zalone! Incrociamo ben sette o otto cortei di matrimoni locali, ma è qui che avviene qualcosa di magico, più delle meravigliose gole che stiamo attraversando: al nostro passaggio i festeggiamenti si interrompono, gli sposi ci guardano felici, mentre gli invitati cominciano a riprenderci. Siamo l’ospite inatteso, ovvero “l’ospite di Dio”, che ad un matrimonio viene considerato di ottimo auspicio. Dunque gli anziani si preoccupano di farci largo tra la folla per non intralciarci; così sgusciamo via tra le varie folle festanti e, presi dalla gioia, strombazziamo anche noi il clacson. Senza fare nemmeno una foto: per queste emozioni non serve, certi momenti si vivono e conservano direttamente nel cuore. Siamo davvero felici di aver fatto la più lunga, tortuosa e panoramica provinciale che collega le due gole dall’interno, invece della classica strada nazionale.

 


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Qui ci fermiamo per il pranzo — forse il migliore del viaggio, per soli 20 €.
Dopo riprendiamo la provinciale e raggiungiamo le gole del Dades.

 

 


 

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Fatte le foto di rito agli iconici tornanti, scendiamo sulla nazionale e ci fermiamo per la notte alla Kasbah Amlal. Sono le 16:00. Siamo Felici.

 

  


Ci assegnano una suite fantastica in una delle due torri, con un terrazzo enorme, perfetto per fare il bucato, che asciuga in meno di due ore! La cena in hotel è luculliana. La migliore del viaggio, di nuovo.

 

  


 

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Ouarzazate e la “Truffa della Lettera” ad Agdz
Skoura: visita alla Kasbah e breve tratto in fuoristrada su ghiaia smossa. Ouarzazate: pausa caffè, visita alla Kasbah e giro in centro in moto. Rimaniamo alla larga dagli Studios. Valle del Draa e Cascata di Tizgui: spettacolari oasi e canyon fino ad Agdz, dove pranziamo sotto un portico, attirati dal fumo della griglia sulla N9 per 120 dirham.

 

 


 

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L’ingegno locale: la Truffa della Lettera
Dopo pranzo un signore ci approccia chiedendoci la cortesia di tradurre dal francese all’italiano una lettera creata per un ipotetico “Enzo di Brescia”, lo scopo è ringraziarlo dei vestiti inviati ai bambini della zona. Ci porta nel retro di un negozio, dove il compare anziano inizia a mostrare l’artigianato locale “fatto dai bambini per raccogliere fondi”. Quando ammettono che la lettera andrà inviata via WhatsApp — che com'è noto si traduce da solo — il trucco si svela in un secondo. Ringraziamo per il tè allo zafferano offerto e ripartiamo sorridendo per la magnifica creatività dell'inganno!
 

 

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Zagora e la strada per Timbuctu

 


 

Arriviamo a Zagora alle 16:00. Preleviamo 2.000 dirham e andiamo a scattare la classica foto al famoso cartello: “Tombouctou 52 jours” (52 giorni di deserto a bordo di un dromedario).

 


Qui sto pensando alle due ore di dromedario a Merzouga... l’idea di starci 52 giorni fa venire i brividi a tutto il corpo!
 

 

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Cena in centro a base di tacos e pizza marocchina: 110 dirham in due. Siamo gli unici turisti stranieri e la gente del posto si dimostra straordinariamente ospitale, cedendoci spontaneamente i posti all’ombra. Ormai lo sappiamo, da queste parti siamo l’Ospite di Dio!
 

 

 

Verso Tata e le montagne di granito rosa di Tafraout

 


Partiamo presto per affrontare la tappa più dura sulla carta: 430 chilometri e sei ore di guida verso Tafraout, ma che in realtà filerà via liscia come poche altre. Guidiamo quasi interamente sotto i 40 °C lungo la N17 (o N12, secondo la nostra vecchia cartina cartacea). Il paesaggio è marziano:
 

 

 

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vallate desertiche, oasi, dromedari, asini grigi e persino dei roditori del deserto una sorta di scoiattoli
che ci attraversano la strada fulminei (impiegheremo un po’ ad identificarli!).

 


 

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A Tata, intima e vera, facciamo un giro nella più bella città-oasi del sud. Lasciata la nazionale, imbocchiamo la R106: l’asfalto cede il passo al brecciolino, la strada sale, è stretta e gira parecchio, mentre la temperatura scende a un piacevole 30 °C, secco e ventilato. Scolliniamo lungo la R104 ed entriamo nella vallata di Tafraout, circondata da maestose montagne di granito rosa che a tratti ricordano il nord-est della Sardegna.
 

 

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Ci sistemiamo in un appartamento enorme e pulitissimo per 20€. Stasera ci aspetta uno spettacolo unico: cielo limpido, eclissi parziale e notte delle Perseidi sopra il granito rosa del Marocco.

 

 

☀ Ore 19:30 — Il colpo di genio sul tetto: l’eclissi perfetta
Siamo incastonati nella vallata, la moto è già al sicuro chiusa nel box del nostro host e sono le 19:30.
Simona è ormai rassegnata e pensa che non riusciremo mai a vedere l’eclissi. Ma non ha fatto i conti con il mio ultimo asso nella manica. Durante la giornata avevo notato un dettaglio fondamentale: in tutto il residence, gli appartamenti vuoti sono lasciati aperti, con le chiavi direttamente infilate nella serratura. Dall’ingresso del nostro appartamento tento la fortuna: saliamo i due piani di scale che ci separano dal tetto, senza troppe aspettative. Arrivati in cima, tentiamo l’ultima porta ed effettivamente trovo una terrazza con la chiave inserita!
Una volta fuori, a prima vista sembra tardi: il sole è già scomparso dietro la cresta della montagna.
Poi mi giro verso il punto giusto. Ed eccolo lì: il sole è già diventato uno spicchio sottilissimo!
Mancano ancora una dozzina di minuti alle 19:49, l’ora in cui l’eclissi raggiungerà il suo picco massimo. Giusto il tempo di fare un paio di prove con la fotocamera e lo spettacolo ha inizio. Alla fine la natura ci offre un doppio show: una volta raggiunto l’apice dell’oscuramento, inizia il tramonto vero e proprio, così quel sottile spicchio di sole sopravvissuto alla Luna viene lentamente inghiottito dalla montagna.

Manny Tuttofare ce l’ha fatta ancora una volta!
 

 

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Con l’eclissi in tasca, decidiamo che un’impresa del genere va festeggiata come si deve. Ci vuole un aperitivo a base di birra fresca. Da queste parti, però, l’alcol è proibito ed è raro che a qualcuno sia consentita la vendita. Iniziamo a chiedere in giro, finché in un negozio scambio una bottiglia di limonata per una bionda luppolata. Il negoziante sorride e decide di darci la “dritta” giusta:
“Vai dritto fino alla piazza, poi gira a destra dove c’è la farmacia. Prendi la via in fondo fino all’hotel:
chiedete lì, hanno un bar interno che serve alcolici.”


Seguiamo le indicazioni fino all’hotel di lusso. Ad accoglierci c’è il portiere che, con estrema discrezione, ci guida verso il retro del palazzo e ci fa scendere lungo una scalinata. L’odore acre di sigaretta si percepisce già a metà rampa. In fondo ci attende una scena surreale: una stanza nascosta con una quindicina di persone sommersa tra lattine e bottiglie di birra, avvolta da una nube di fumo e spinta dal ritmo di una musica techno a tutto volume. Fumano e bevono come se non ci fosse un domani. Il paragone con i locali americani dei tempi del Proibizionismo viene da sé.
 

Io odio l’odore del fumo, ma pur di festeggiare con una birra meritatissima sono disposto a sopportarlo. Il tempo di un brindisi rapido e la poesia si interrompe bruscamente: un avventore due tavoli più in là comincia a dare vistosamente di stomaco. Decidiamo che il premio lo abbiamo riscosso a sufficienza! Mandiamo giù l’ultimo sorso a tempo di record e schizziamo fuori a respirare aria pura, pronti per andare a cena. Felici come una Pasqua per il doppio successo andiamo a mangiare: pasticcio per Simona, pizza al tonno per me, acqua e caffè. Il tutto per i soliti, fantastici 110 dirham, circa 10 €.
 

 

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Le Perseidi: lo spettacolo cosmico e il Ninja di Tafraout


 

Ore 4:36. Missione compiuta. Sono appena rientrato in camera dalla terrazza del Residence Tafraoute, che ha colpito ancora! Simona non si è svegliata. O meglio, probabilmente mi ha sentito sgusciare via dalla stanza, nonostante io abbia cercato di muovermi come un vero e proprio ninja per non disturbarla. Ma la verità è che ieri sera era davvero distrutta e ha saggiamente preferito continuare a dormire. La solita romanticona!
 

La mia levataccia notturna in solitaria ha avuto persino un piccolo risvolto action: all’inizio ho dovuto “bisticciare” con le due telecamere di sicurezza che, sul più bello, si sono accese per filmarmi meglio.
Dopo qualche tentativo è bastato rimanere immobile per qualche decina di secondi, a mo’ di statua, per farle spegnere di nuovo, lasciandomi immerso nel buio e nel silenzio totale della notte marocchina.
 

Una volta tornata l’oscurità, è iniziato lo spettacolo cosmico. Nel cielo limpidissimo sopra le montagne di granito rosa, le Perseidi hanno iniziato a solcare la notte. In pochi minuti sono riuscito a esprimere tutti i miei desideri. Non sono più molti e, come vuole la tradizione perché si avverino, resteranno un segreto. Tafraout ci ha regalato strade con paesaggi spettacolari, un’eclissi al tramonto, una serata di perversione marocchina nel locale proibito e una notte di stelle cadenti.
Niente male per un giorno solo, considerando che abbiamo attraversato anche il deserto da Zagora
fino a Tata per arrivarci!
 

 

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13/08 — Dalle rocce di Tafraout alla nebbia dell’Atlantico a Mirleft

 


Ore 9:20
. partiamo da Tafraout lungo la R104, allungando per ammirare le famose formazioni rocciose: la Testa di Elefante, il Cappello di Napoleone e le Rocce Colorate. Queste ultime sono una mezza delusione (sono state letteralmente pennellate di vernice!), ma la vera nota positiva sono i 4,5 km di sterrato per raggiungerle. L’Africa Twin è pesante a pieno carico in due, ma sincera e gestibile alle mie andature.

 


Per raggiungere Mirleft percorriamo in totale circa 160 km, continuando sulla R104. La strada si mantiene molto stretta e tortuosa: si fatica per tenere i 30-40 km/h e incontrando le auto spesso bisogna quasi fermarsi o mettere le ruote fuori strada. Qui rischiamo un frontale quando da dietro un dosso spunta una specie di fiorino a cannone contromano. Fortunatamente entrambi siamo svelti a capirci: io che ero già alla mia destra esco dalla sottile striscia di asfalto, lui torna dal suo lato e mette due ruote nel fuori strada sbandando vistosamente un paio di volte, fino a riprendere il controllo e sparire dietro al dosso successivo. Da qui, quel famigerato tornante dello Stelvio, tristemente noto per le cadute da fermo, mi sembra l’autostrada Milano-Bologna!
 

 

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Penso che in fondo tutto sia già scritto; evidentemente non era la nostra ora, neppure stavolta.
Sorrido e, come sempre, non dico una parola a Simona, che fa altrettanto e continua a contare i ciuchini, che saranno la vera mascotte del nostro Marocco. Al rientro sulla nazionale gli spazi si moltiplicano e la vista si allarga a dismisura: è una vera goduria da guidare in moto, anche in due e a pieno carico. Qui vado forte e chiudo le TKC 70 giusto per scacciare i demoni del pericolo appena scongiurato.

 


Pausa caffè appena superata Tiznit, una cittadina caotica dove la guida locale si fa decisamente più nervosa e aggressiva del solito. Sarà colpa del caldo umido — 37 °C già al mattino — che fa “sclerare” persino loro, che pure dovrebbero essere abituati. Qui devo sfoderare i miei riflessi migliori, tipo pony express a Milano quando ti pagavano il doppio per una consegna urgente. Anche se oggi non sono in giro da solo con un Beta a 4 marce a noleggio, e da quei tempi sono passati quasi 45 anni, tocca guidare così per uscirne incolumi.
 

L’arrivo all’Ocean Guest House e la vita vera sulla spiaggia
Ore 12:10
. Arriviamo davanti all’Ocean Guest House, la nostra casa per la notte. Lasciati i bagagli in camera, ci dirigiamo subito in spiaggia. Nonostante sia una giornata di sole, la sensazione termica e il paesaggio ricordano molto più il nord Europa: mi riporta con la mente alla Bretagna e alla penisola di Quiberon in autunno. Tutto è avvolto da una sottile nebbiolina e la temperatura crolla improvvisamente a 22-24 °C.
 

 

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Per Simona il tanto desiderato bagno nell’Atlantico sfuma subito: come le avevo già anticipato, entrare in acqua in bikini e senza una tavola da surf non è una buona idea in certe spiagge oceaniche di un Paese musulmano. Ci godiamo quindi la spiaggia di Imintourga rimanendo vestiti e passeggiando in lungo e in largo sul bagnasciuga. Lo spettacolo che ci si presenta davanti, però, vale molto più di un tuffo:

• famiglie intere allestiscono il pranzo direttamente sulla sabbia;
• braci accese, nemmeno troppo improvvisate, cuociono chissà quali prelibatezze nelle
onnipresenti tajine e persino nelle pentole a pressione;
• donne intente ad affettare verdure e ortaggi freschi sulla riva creano dal nulla veri e propri
manicaretti per tutta la famiglia, senza badarci troppo, come se fosse la cosa più naturale
del mondo.

Insomma, qui il ristorante se lo portano da casa! A noi non resta che ammirare, grati per aver potuto
vedere così tanta vita vera, senza l’ombra di un turista, per poi andare a cercare un posto dove
pranzare non appena si fa sentire la fame.

 


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Il tramonto “fiabesco” all’Arco di Legzira
Verso le 19:00 ripartiamo in moto in direzione dell’Arco di Legzira per goderci il tramonto. Man mano che ci avviciniamo, la foschia pomeridiana si trasforma in una vera e propria nebbia fitta. Accendo i faretti supplementari dell’Africa Twin per farmi spazio. Dopo un paio di tentativi trovo l’ingresso “asfaltato” che porta al parcheggio della spiaggia. Asfaltato sì, ma solo per i primi 200 metri! Da lì in poi inserisco la mappa off-road. La strada è argillosa, molto bagnata e molto inclinata: l’ideale per un neofita del fuoristrada. La mia Africa, in 2 ma senza bagagli, si comporta comunque bene. Pesa, ma è sincera e prevedibile. Mi armo di tanta pazienza e comincio lo slalom tra pedoni a spasso e auto strombazzanti incastrate nel traffico.


Alla fine riusciamo ad arrivare fin sul bagnasciuga, anche se sarebbe vietato. Aziz, il proprietario di un locale, probabilmente stupito di vederci arrivare fin lì, ci accoglie calorosamente e trova un buco

 

 

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per farci parcheggiare. Con un’ospitalità incredibile ci offre persino da bere nel suo locale, completamente gratis (L’ospite inatteso ha colpito ancora!). Lo ringraziamo di cuore e ci incamminiamo a piedi verso il famoso arco. Arriviamo giusto in tempo per il tramonto — o almeno credo! Siamo completamente avvolti da una nebbiolina che ovatta tutto l’ambiente circostante, creando un’atmosfera a metà strada tra l’epico — per essere arrivati fin quaggiù in moto — e il fiabesco.
 

 

 

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Inutile dire che riemergere col buio pesto da quella spiaggia è stato epico tanto quanto arrivarci: il posteriore andava da tutte le parti sui tornanti ripidi, mentre l’anteriore granitico teneva sempre la traiettoria impostata. Naturalmente Simona ha “preferito” fare un pezzo a piedi nel tratto più tecnico, per poi risalire in sella una volta tornati sull’asfalto. Raggiunta la strada nazionale la visibilità è peggiorata ulteriormente, ma per me non è stato un problema: ho sempre amato guidare di notte e nella nebbia. Qui, però, tutto era reso ancora più emozionante dal fatto che fossimo in moto, senza conoscere minimamente la strada né le condizioni del fondo, che non si vedeva ma sentivo molto scivoloso. Per restare in piedi ci siamo affidati esclusivamente alla nostra buona stella. I nostri angeli custodi staranno facendo gli straordinari ultimamente o, come si dice da queste parti, Inshallah. Con il rientro in guesthouse si è chiuso così il nostro primo, suggestivo contatto con l’Atlantico marocchino. Un vero e proprio fuoristrada pesante, seppur breve e per di più al buio. Altro fieno in cascina per la M41.

 


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14/08 — Dalle atmosfere alla “Twilight” al Luna Park di Taroudant
Mirleft si guadagna a mani basse il titolo di posto più umido che abbiamo mai visitato. Ci hanno spiegato che questo fenomeno dipende dall’incontro tra l’aria fresca proveniente dalle Canarie e quella calda del deserto: il risultato è qualcosa di davvero romantico, questa gente vive letteralmente tra le nuvole. L’aria a tratti è talmente densa di foschia e nebbia che sembra di essere sul set di Twilight! Mi aspetto quasi di vedere Jacob e il suo branco di lupi comparire dal nulla per proteggere Bella dai vampiri.


Lasciamo la guesthouse e iniziamo a risalire la costa atlantica. Facciamo una prima tappa sulla spiaggia di Aglou, dove l’oceano continua a mostrare la sua forza selvaggia, e poi puntiamo dritti verso Agadir. Arrivati in città, saliamo subito in moto fino alla storica Kasbah. Da quassù la vista sulla baia, sulla spiaggia infinita e sul porto è davvero spettacolare. Una volta appagato lo sguardo e scattate le foto di rito, terminiamo l’interessantissima visita e scendiamo alla Marina per il pranzo.
Ci fermiamo in un locale turco che si rivela una scelta azzeccatissima. Una menzione d’onore va assolutamente ai dolci — fino a questo momento praticamente inesistenti nella nostra dieta marocchina — e al caffè, entrambi eccezionali.

 


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Nel pomeriggio ci attende il trasferimento verso l’interno, con destinazione Taroudant. Prima di addentrarci in città sbrighiamo le solite commissioni di routine: prelievo dei classici 2.000 dirham, pieno di benzina all’Africa Twin e un bel lavaggio per togliere la salsedine dell’Atlantico e la polvere accumulata finora.

 


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Taroudant ci sorprende subito. Non solo per le sue imponenti mura di cinta, ma per l’energia incredibile dei suoi abitanti: estremamente attivi e dinamici, sembra quasi una Milano marocchina in miniatura d’altri tempi. Per questi aspetti mi ricorda Arapgir, in Turchia, vicino a Kemaliye, dove l’Eufrate ha creato uno spettacolare canyon, chiamato da noi occidentali Dark Canyon.
Muoversi nel traffico qui a Taroudant è un’esperienza surreale. Gli abitanti hanno un’attitudine innata a sfiorarsi a velocità sostenuta, che siano a cavallo, a piedi, in bicicletta, in moto o in auto.

 

 

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Nessun incidente, solo una danza continua, rapidissima e apparentemente pericolosissima. Sembra di essere in mezzo a una gara di sgusci di Star Wars o sulle attrazioni di un Luna Park!

 

 

 

 

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15/08 — La resilienza di Taroudant e la magia di Aït Benhaddou

 


Dopo colazione decidiamo di esplorare Taroudant a piedi. Arrivati in piazza, però, ci accordiamo con un cocchiere per un tour in carrozza completo di guida. Ci mostra i suoi sette chilometri e mezzo di mura fortificate, le antiche porte d’accesso — le portes anciennes — e ci porta persino alla vera “Caverna di Alì Babà e i 40 Ladroni”.
 

 

Sì, esiste davvero ed è custodita proprio qui! Proseguiamo a piedi nel cuore del suq e della Medina per acquistare qualche souvenir. Durante la passeggiata Simona nota una donna intenta a cuocere il pane per strada: la nostra guida, con estrema gentilezza, ce ne offre subito uno appena sfornato.
È un pane berbero fragrante, squisito e molto sostanzioso. Infatti, diverrà il nostro pranzo.
 

 

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Ci perdiamo nel fascino di questa cittadina viva e pulsante, scoprendo un dettaglio che ci lascia a bocca aperta: quando tre anni fa il Marocco è stato devastato da un terribile terremoto, nella sola provincia di Taroudant le vittime sono state quasi ottocento, un'enormità. Eppure, oggi non ce n’è quasi più il segno. Anzi, se la guida non ce l’avesse raccontato, vedendo la vitalità delle strade non lo avrei mai immaginato. Il paragone con Amatrice è impietoso.
 

  

 

Per visitare la città e fare acquisti abbiamo ufficialmente fatto tardi. Ci congediamo velocemente dalla guida e torniamo in hotel di corsa per il check-out, con le addette ai piani che già “fanno la posta” fuori dalla porta per iniziare le pulizie. Carichiamo in fretta la moto e partiamo nelle ore più calde, in barba alle raccomandazioni del buon Giuliacci.

 

 

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Nella mia testa risuona il classico consiglio estivo di bere tanto rivolto soprattutto agli anziani, e comincio a pensare che fosse diretto anche a me... in fondo ho quasi sessant'anni!

 


Imbocchiamo la strada verso il deserto, dosando l’acqua per non restare a secco, e percorriamo i 270 chilometri che ci separano da Aït Benhaddou in poco meno di tre ore. Il paesaggio cambia continuamente: spoglio, imponente e variegato come solo il deserto sa essere.
 

 

 

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Nei pressi di Taznakht facciamo una pausa caffè e poi ci sistemiamo alla Kasbah Valentine: una piacevolissima sorpresa. Funziona persino il doccino in bagno!

 


Le rocce sembrano lavorate a mano, come se innumerevoli artisti anonimi le avessero scolpite. Non sembra opera della natura: sono così belle da parere finte.

 


Una doccia rapida e siamo pronti per visitare la celebre Kasbah, patrimonio UNESCO, famosa in tutto il mondo per aver fatto da set a kolossal cinematografici: da Lawrence d’Arabia alla Mummia, da Gesù di Nazareth fino, in tempi più recenti, al Gladiatore e persino all’Odissea ora nelle sale.
L’astuzia paga ancora una volta: arriviamo quando il sole inizia a calare, ma la massa dei turisti deve ancora palesarsi.

 

 

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Molti giungono in pullman solo per l’istante esatto del tramonto. Noi ci godiamo la visita e la luce dorata sulle pareti di fango e paglia in totale tranquillità.
Saliamo sulla terrazza panoramica e ci accomodiamo a sorseggiare una fantastica Fanta Lemon.
Unica nota stonata: non si può fare l’aperitivo con la Fanta, a meno che tu non abbia sei anni! E qui esce il milanese incallito che c’è in me. Mentre la folla si accalca all’ultimo minuto per scattare foto piene di sconosciuti — che tenterà poi di cancellare con l’intelligenza artificiale in fase di postproduzione, perdendosi la magia del momento per stare dietro allo schermo dello smartphone — noi ci godiamo lo spettacolo del sole che scende sul deserto da quel tavolino d’angolo, ormai all’ombra.

 

 


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Prima di scendere visitiamo la tipica casa berbera sottostante alla terrazza che ci ha ospitato e, scampando con un sorriso al classico tentativo di vendita del “solito” tappeto, rientriamo in hotel per cena.
Dopo cena saliamo sulla terrazza del nostro albergo, questa volta al buio. Il cielo sopra Aït Benhaddou è privo di qualsiasi inquinamento luminoso. Dopo anni riesco finalmente a vedere di nuovo la Via Lattea a occhio nudo in tutta la sua limpidezza, riuscendo persino a immortalarla alla perfezione con l’iPhone. Un’altra giornata davvero speciale.
 

 

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16/08 — Dai “gatti graffiatori” di Aït Benhaddou alle curve del Tizi n’Tichka fino a Marrakech
La sorpresa del mattino: i gatti che solitamente usano la nostra Africa Twin come giaciglio notturno stanotte hanno decisamente esagerato, decidendo di farsi le unghie direttamente sulla sella! Lo faccio notare al titolare dell’hotel, il quale si limita a regalarmi una bottiglietta d’acqua a mo’ di risarcimento, pronunciando una perla di filosofia locale: “I gatti sono gatti, è normale che si facciano le unghie sulla tua sella.” Inutile discutere!

 


Ripulita la sella e caricata la moto, partiamo in direzione Marrakech. Invece della via diretta optiamo per la provinciale P1506 per visitare due Kasbah ormai abbandonate. La deviazione si rivela la scelta migliore di tutto il viaggio.

 

 


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Curva dopo curva, davanti ai nostri occhi si spalanca il paesaggio più bello del Marocco, almeno per noi. E non c'è nessun turista in vista: il paradiso dell’orso che dimora in me.

 


La strada sarebbe persino divertente da pennellare in moto, ma il panorama è talmente sublime che è impossibile prendere il ritmo, men che meno correre.

 


Ci fermiamo di continuo, meravigliati ad ammirare la natura, tornando più volte sui nostri passi per poi scoprire, dietro la curva successiva, una vallata ancora più spettacolare. Una nuova oasi circonda una Kasbah incredibilmente abbandonata. Quanta bellezza negli occhi dei bambini che incontriamo lungo il cammino: probabilmente per loro siamo degli alieni sulla nostra navetta spaziale. Ci salutano e ci guardano stupefatti; qualcuno ci dà il cinque, altri ci porgono qualche manufatto.

 


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Proseguiamo così fino a quando la provinciale si ricongiunge con la statale poco prima del celebre Passo del Tizi n’Tichka, a 2.260 metri, per la foto di rito sotto il cartello. Il valico è davvero imponente, ma dobbiamo ammettere che il meglio lo abbiamo lasciato alle nostre spalle, lungo quella provinciale che merita a pieno titolo la corona di strada più bella del Marocco.

 


 

L’impatto con Marrakech: la “spremuta” del turista
Scendiamo allegri dal passo e in poco tempo veniamo risucchiati dal caos di Marrakech. Alloggiamo al Riad Zeitoun Palace, una struttura elegante e raffinata. L’impatto con la città, però, è spiazzante: le persone qui sono nettamente più aggressive e insistenti nei confronti dei turisti, considerati alla stregua delle loro succose e dolci arance da spremere. Fin dal parcheggio è tutto una follia.
 

 

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Dobbiamo fingere di salire in sella e andarcene per riuscire a strappare una tariffa di 50 dirham comunque cara, visto che di solito ne ho spesi dai 2 ai 20 a notte, se escludiamo i custodi di Chefchaouen e Fez — al posto dei 100 pretesi inizialmente. Davvero troppi!

 


Di Marrakech mi resterà nel cuore la magia della celebre Piazza Djemaa el-Fna al tramonto e la sua vita serale tra luci, profumi e suoni (gli stessi che si sentono nei film di Indiana Jones). Per il resto, valutando l’accoglienza e la vivibilità, per il turista è senza dubbio la peggiore delle città imperiali del Marocco.

 

 


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17/08 — Fuga da Marrakech verso il fresco di Essaouira
Facciamo una buona colazione in terrazza e ci concediamo un ultimo giro veloce per la Kasbah di Marrakech. Anche qui la musica non cambia: l’ennesimo “lestofante” ci abborda facendoci grandi sviolinate su quanto sia bella l’Italia, ci segue per qualche vicolo e poi pretende di essere pagato per  averci semplicemente suggerito di passare da una via invece che da un’altra! Gli allunghiamo pochi spiccioli, che accetta molto malvolentieri. Non gli bastano: vorrebbe banconote perché "ha una sorellina piccola" e "deve andare nel pomeriggio a Casablanca per una partita di calcio".
 

Dopo aver liberato l’Africa Twin — finita per l’ennesima volta incastrata tra due auto nel parcheggio ci lasciamo alle spalle la pressione di Marrakech e imbocchiamo la N8 in direzione Essaouira. La strada è dritta, trafficata, noiosa e senza grande interesse, sia dal punto di vista paesaggistico sia della guida. L’unica vera nota positiva è il crollo delle temperature: dai 40 gradi dell’interno e dai 30 di Marrakech passiamo a un piacevolissimo fresco di 22 gradi. Uno sbalzo termico talmente netto che viene spontaneo chiedersi: ma siamo tornati in Lombardia?!
 

L’hotel si trova proprio di fronte al centro commerciale, in posizione comodissima lungo la statale.
Una volta sbrigato il check-in e lasciati i bagagli in stanza, ci concediamo finalmente un pranzo ultrarilassante: ci mettiamo ben due ore per mangiare una pizza e un panino. Ritmi che riflettono in pieno la calma del posto! Dopo pranzo proseguiamo la bella passeggiata fino alla spiaggia dell’Atlantico, dove arriva la vera sorpresa del giorno: Simona riesce finalmente a farsi il tanto agognato bagno in mare! Un tuffo che le era sfuggito finora per i motivi più svariati — tra nebbia, onde e convenzioni locali — sia a Mirleft sia a Legzira e Agadir. Ci godiamo la brezza marina e il ritmo decisamente più umano della costa.

 


Rientrati in hotel giusto il tempo di una doccia veloce e un cambio d’abito, ci rituffiamo nell’affascinante Essaouira. Ci godiamo il tramonto dal lungomare e poi ci addentriamo nel centro storico, che si rivela una splendida scoperta. La città vecchia è racchiusa da imponenti mura fortificate, viva e ricca di scorci come la Medina di Fez, ma dall’atmosfera decisamente più rilassata e autentica. Qui si può comprare davvero di tutto: si passa in un attimo dagli immancabili succhi di frutta tropicale a una crêpe alla Nutella, fino al mercato del pesce fresco di giornata.
 

 

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Visto che siamo andati parecchio lunghi con il pranzo, decidiamo di optare per una cena a base di street food. L’offerta per strada è infinita: pannocchie alla brace, ceci cotti al vapore, lumache in brodo speziato, fritto di pesce espresso, chips artigianali croccanti, dolci tradizionali e succhi di ogni tipo.
 

Alla fine la nostra scelta cade su una squisita crêpe all’Amlou — la deliziosa crema locale a base di mandorle, olio di argan e miele — accompagnata da un dissetante succo di melograno, senza naturalmente rinunciare a un enorme cartoccio di patatine fritte al momento. Inoltrandoci tra i vicoli illuminati della Medina, avvolti dalla brezza dell’Atlantico e dai profumi delle spezie, ci godiamo la magia di una delle serate più piacevoli dell’intero viaggio.
 

 

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18/08 — Da Essaouira a El Jadida: la costa tra oceano, piazze-carnai e la Cité Portugaise
Dopo una buona colazione marocchina all’Hotel Vents des Îles — anche se il vento vero ci ha graziati, regalandoci al più una brezza leggera e piacevolissima — carichiamo la moto e partiamo in direzione El Jadida. Imbocchiamo la splendida R301, una strada costiera che regala curve panoramiche a sbalzo sull’Atlantico e scorci mozzafiato.

 

 

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Lungo il tragitto il paesaggio varia continuamente, alternando suggestive località balneari a grandi poli industriali, tra cui centrali elettriche e raffinerie. Non a caso, il pieno qui ci costa nettamente meno!

 


Saltiamo la caotica Safi a piè pari e ci concediamo un'ottima pausa caffè a Oualidia. È qui che iniziamo a capire davvero cosa intendano i marocchini per “bella spiaggia”: distese enormi di sabbia, super attrezzate e letteralmente stipate di folle festanti. I marocchini si stringono, amano immensamente la socialità e, nonostante l’ampia disponibilità di spazio, sulle spiagge si concentrano tutti inizialmente in un unico punto, dal quale poi si allargano col passare delle ore. Un colpo d’occhio colorato e festante da far impallidire le migliori spiagge di Rimini!

 


L’arrivo a El Jadida e la “doccia portoghese”
Alle 14:00 siamo a destinazione. Raggiungiamo il nostro Riad, situato proprio nel cuore dell’antica Cité Portugaise, la cittadella fortificata nota storicamente come Mazagan, fondata dai Portoghesi nel 1502 e oggi Patrimonio UNESCO per le sue imponenti mura e la famosa cisterna sotterranea.
Pranziamo al fresco. Per me: una ricca paella accompagnata da un succo d’ananas fresco. Per Simona: una tradizionale pastilla, lo squisito tortino sfogliato agrodolce, e un cremoso succo d’avocado.

 


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Sazi e rifocillati, usciamo a esplorare la città. Passiamo prima dalla spiaggia cittadina, che si rivela un enorme e variopinto “carnaio” di persone in festa, e poi ci godiamo il camminamento lungo le mura fortificate d’epoca portoghese, aperte sui bastioni vista mare.

 


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L’Africa Twin diventa arredo urbano
Per la prima volta in questo viaggio ci fanno parcheggiare la moto direttamente dentro i vicoletti stretti sotto il Riad, incastrata a fianco ad un carretto di legno. I locali hanno dimostrato di apprezzare immensamente la presenza dell’ospite d’acciaio, tanto da averla integrata immediatamente nella vita quotidiana della via. O più probabilmente siamo stati noi a parcheggiare direttamente a casa loro! Oltre a usarla come piano d’appoggio — ci hanno persino appoggiato sopra un grosso salvagente gonfiabile! — padre e figlio si sono messi letteralmente a farsi la doccia con tanto di secchiello rosa, insaponandosi e appoggiandosi direttamente alla moto. Una scena di vita vera talmente surreale ed esilarante che non ho potuto fare a meno di immortalare con una foto.

 

  

 


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18/08, sera — Street food e “birra genovese” a El Jadida
La serata a El Jadida prende una piega inaspettata. Il grosso della folla e della vita si concentra fuori dalle mura fortificate, lungo il mare, dove si sviluppa un enorme mercato brulicante di persone, con donne indaffaratissime a caccia dell’affare della vita. Io, guidato come sempre dall’olfatto, punto dritto verso la zona più fumosa: cena low-cost con un delizioso pane arabo caldo ripieno di carne alla griglia e verdure per soli 12 dirham, poco più di un euro! Simona salta la cena, ancora sazia dal pranzo delle 16:30. Facciamo poi una lunga passeggiata verso il lungomare, dove ci concediamo due frullati di frutta fresca: dragon fruit per lei, avocado per me.

 

  


Rientrando nella cittadella fortificata facciamo un incontro particolare: un cameriere di origini marocchine, cresciuto a Genova dall’età di sette anni. Tra una chiacchiera e l’altra ci propone due birre per 140 dirham. Non esattamente un affare né un prezzo da amico di vecchia data, ma da queste parti va bene così. Verso mezzanotte ci corichiamo, ma la notte per me si rivela un incubo: Simona crolla subito in un sonno profondo, mentre io passo le ore a grattarmi per un improvviso prurito e a combattere con un materasso che scricchiola rumorosamente al minimo respiro.

 


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19/08 — La maestosità di Casablanca e la vera anima di Salé

 


La colazione “da incubo” della mattina si è rivelata una barzelletta: la sera prima il nostro host ci aveva lasciato un paio di cornetti palesemente avanzati e un cartone di succo d’arancia caldo, spiegandoci che la colazione ufficiale del riad veniva servita solo dalle 9:00 in un ristorante dall’altra parte della città. Comodissimo per dei motociclisti! Sbrigate le faccende terrene, alle 9:00 siamo già in sella. Passiamo davanti al locale incriminato, che ovviamente è ancora desolatamente chiuso.
 

Imbocchiamo per la prima volta l’autostrada marocchina in direzione Casablanca e scopriamo subito una simpatica variante locale: al contrario delle nostre, qui non sono presenti barriere laterali, il che significa che persone e mandrie di animali la attraversano a piacimento. Poco male. Imposto mentalmente il nuovo livello di difficoltà ricordandomi della mitica tratta Pitești-Bucarest del ’92, affrontata con la mia compagna inseparabile di allora, la Yamaha FJ 1200. Quei centodieci chilometri circa di autostrada erano a quei tempi gli unici di tutta la Romania, percorsi sotto l’acqua battente e con carovane stile western che, sul più bello, facevano inversione a U direttamente in corsia di sorpasso. Lì toccava inchiodare senza ABS, senza controlli di trazione e senza alcun ausilio che non fossero i tuoi riflessi, la tua sensibilità e, soprattutto, la tua buona stella.
 

Trentaquattro anni dopo, l’Africa Twin Adventure Sports, con la sua piattaforma inerziale, le sospensioni elettroniche e tutte le diavolerie moderne di cui è dotata, fa miracoli. Nonostante sia a pieno carico, con le improvvise raffiche di vento laterale e le gomme semi-tassellate si comporta bene anche fino a 180-190 km/h di tachimetro — non che io ci sia mai andato, visto che sono estremamente rispettoso del limite locale di 120 km/h!
 

In poco tempo ci ritroviamo davanti alla maestosa Moschea di Hassan II, senza aver torto un capello — o un pelo — ad alcun clandestino lungo la via. Con un po’ di psicologia inversa, riusciamo a parcheggiare la moto proprio di fianco alla caserma della polizia: è bastato chiedere con finta apprensione se conoscessero un posto sicuro dove lasciarla durante la visita, e immediatamente ci hanno messo a disposizione uno spazio a fianco delle loro vecchie Kawasaki Versys. Ignoranza mia, ancora adesso non so se fossero davvero Versys, visto che montavano un cerchio da 21 pollici all'anteriore al posto del 17 della versione europea.

 


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In attesa della visita guidata delle 11:00, esploriamo il museo adiacente, ammirando la maestria degli artigiani locali. Durante il tour, la nostra guida rimane piacevolmente colpita dalla nostra conoscenza del Paese e, quando scopre che arriviamo dal profondo sud in moto ad agosto, ha bisogno di prove tangibili per crederci. Scopriamo così che viene da un paese vicino a Tafraout e vuole assolutamente vedere le foto della sua terra! Immagino cosa sia passato per la testa degli altri italiani del gruppo quando ha letteralmente bloccato la visita guidata per indagare sul nostro rullino fotografico, lasciandoli a guardare per aria. Convintosi solo quando gli mostro la foto del Cappello di Napoleone — sì, proprio quella che neanche avrei voluto fare perché la ritenevo troppo banale — si illumina. Ci illustra finalmente i segreti costruttivi del minareto, i materiali preziosi e i rituali delle abluzioni, fino a sconfinare in elucubrazioni geopolitiche quando mi scappa che il nostro prossimo grande sogno è percorrere la Via della Seta in moto. Un viaggio che sto preparando da un po', attendendo che la guerra in Ucraina finisca, così come quella che al momento ci impedisce il transito nello stupefacente Iran.

 

 


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Dall’elegante Rabat alla “vera” Salé

 

  


Alle 12:00 ripartiamo verso Rabat, scegliendo però di alloggiare in un riad situato nella dirimpettaia Salé. Rabat si presenta come una capitale dal traffico incredibilmente ordinato, agli antipodi rispetto alle altre città marocchine. La sua Medina, pulita e larga, risulta però un po’ anonima e priva di vibrazioni. Api a parte per Simona, dalle quali, inspiegabilmente, viene punta molto spesso.
 

Salé, al contrario, è pura magia autentica. Niente turisti — tranne noi e un’altra coppia di stranieri che nel tardo pomeriggio giungerà proprio nel nostro riad — ma una Medina vissuta solo ed esclusivamente dai locali. Qui ceniamo in due con appena tre euro e cinquanta e la gente fa di tutto per metterci a nostro agio, senza che nessuno tenti minimamente di venderci nulla: qui siamo finalmente stranieri o, al più, viaggiatori, non vacanzieri da spremere.

 


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Facciamo un incontro straordinario: conosciamo un discendente diretto del Profeta Maometto, ex responsabile della sicurezza al consolato marocchino di Milano tra il 1995 e il 2000. Il nostro riad si trova proprio nella via storica del centro della Medina intitolata alla sua stessa famiglia! Ci invita con orgoglio a visitare la sua dimora — un’emozione unica — e, convocata la gestrice della struttura, le raccomanda personalmente di riservarci un trattamento di favore. Un editto che funziona all'istante: chiediamo e otteniamo un cambio camera immediato per sfuggire a un condizionatore rumoroso, garantendoci il meritato riposo.
 

Quando ci congediamo dall’illustre ospite, scarichiamo i bagagli e tentiamo di uscire dalla Medina in direzione Rabat seguendo il navigatore. Colpa mia! Come ho potuto pensare che qualcuno a Salé avesse tempo e voglia di aggiornare lo stradario di Google Maps? A loro, conoscendolo a memoria, non occorre, e nessun turista è mai stato qui prima: neppure gli sportelli ATM sono segnalati, e non esistono uffici di cambio. Ci ritroviamo perciò in vicoli sempre più stretti e fumosi, fino a essere costretti a fermarci perché un “mototopo” sta scaricando merci, bloccando completamente il passaggio. I locali si fanno in quattro per aiutarci a trovare la via di fuga e usciamo facilmente dal labirinto di viuzze.
 

 

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Lo spettacolo serale sul fiume

 

 


Di sera la Medina di Salé diventa ancora più affascinante. Passeggiamo guidati dalla brezza marina fino alle sponde dell’estuario del fiume Bou Regreg, attratti da una musica in lontananza. Sulla sponda opposta, a Rabat, si sta tenendo un concerto live. Di notte lo scenario è fiabesco: il profilo del Gran Teatro, il maestoso grattacielo illuminato, la Kasbah e persino un veliero ormeggiato fanno da cornice alla musica che rimbalza sul fiume. Verso mezzanotte rientriamo in stanza. Un’altra giornata memorabile, piena di luoghi autentici e incontri speciali.

 


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20/08 — L’addio a Salé, le cicogne di Pandora e la risalita verso Asilah
È mattina a Salé e, per la primissima volta da quando abbiamo messo piede in Marocco, proviamo un pizzico di sincero dispiacere nel dover fare i bagagli e ripartire. Durante la colazione nel riad conosciamo l’unica altra coppia di stranieri presenti in città. Se noi siamo viaggiatori, loro sono quantomeno turisti decisamente sui generis! Si trovano qui per lavoro: è in corso un festival circense e loro sono insegnanti in una scuola di circo in Germania. Mentre ce lo raccontano in un inglese impeccabile, tento di immaginare il prossimo incontro. Dopo aver conosciuto il discendente diretto del Profeta il giorno prima e degli insegnanti di circo tedeschi al mattino, l'appuntamento successivo in agenda quasi mi spaventa: alieni? No… troppo banale!

 


Carichiamo l’Africa Twin e salutiamo Salé. Facciamo una prima tappa alla Kasbah degli Oudaïa a Rabat: pulita, curata e molto bella, anche se a tratti trasmette un’atmosfera un po’ “finta” ed edulcorata. Ne approfitto comunque per salire sui bastioni e immortalare per l’ultima volta dall’alto il profilo autentico della Medina di Salé, dall’altra parte dell’acqua. Da quassù non posso non notare come quelle mura fortificate, un tempo erette per tenere fuori il nemico, oggi servano ancora a proteggere la città dall’orda di turisti che si accalca minacciosa sulla spiaggia sottostante. L'ultimo baluardo prima della disfatta. Quando incontro un posto così ho persino paura a scriverne, pur sapendo che nessuno lo leggerà, perché preferisco proteggerlo piuttosto che condividerlo: perciò, shhhhh!

 


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Le cicogne di Chellah e il verso di Pandora


 

Ci rimettiamo in strada in direzione di quelli che la nostra vecchia guida del 2007 descriveva come gli antichi resti della città romana di Chellah, invitandoci a visitarli quanto prima perché in stato di abbandono. Purtroppo, ciò che troviamo è forse anche peggio. Il sito è stato pesantemente restaurato, finendo per trasformarsi nell’ennesima “Disneyland” a uso e consumo dei visitatori: un giardino da resort a cinque stelle, con squadre di giardinieri intenti in una manutenzione continua, e ruderi rimessi insieme con il cemento, messi perfettamente in bolla e completati con materiali moderni. Davvero troppo.


A salvare la tappa ci pensa però una spettacolare ed enorme colonia di cicogne che ha deciso di nidificare proprio qui, tra le antiche rovine. Il loro continuo sbecchettìo — un suono secco, ritmico e metallico prodotto battendo velocemente il becco verso il cielo — crea un’eco surreale tra le pietre.
Un verso strano e affascinante che ho immediatamente associato ai richiami delle creature della giungla di Pandora, uditi da Jake Sully quando vi entra per la prima volta collegandosi all’Avatar destinato al suo gemello scienziato. Tana per James Cameron!

 


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Verso Asilah
Salutate le cicogne, ci immettiamo in autostrada in direzione Tangeri, con destinazione Asilah.
Alloggiamo al riad Casa Bahia, una struttura molto bella e moderna. Si rivelerà la più cara del viaggio con i suoi 67 euro, parcheggio e colazione inclusi, giustificati dal fatto che qui è altissima stagione per il turismo locale.
Mentre ci avviciniamo alla costa nord, la temperatura e l’umidità continuano a scendere gradualmente e, purtroppo, con esse calano anche le emozioni viscerali che questa terra ha saputo fin qui trasmettere. Fatta eccezione per Salé — una sorpresa clamorosa e inaspettata, capace di regalarci le stesse vibrazioni autentiche provate a Sivas lo scorso anno in Turchia — più ci si spinge a nord e più il paesaggio si addolcisce, lasciando il posto a una dimensione marcatamente turistica che mi intristisce, come ampiamente previsto del resto.

 


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Mentre guido penso, per un istante, che forse avrei dovuto fare il giro al contrario e terminare con Chefchaouen, che pur essendo turistica è colorata, e poi Tangeri.

 


La serata ad Asilah — cittadina dall’inconfondibile impronta spagnoleggiante, eredità dei decenni passati sotto il Protettorato Spagnolo, tra case bianche, porte blu e profumo di pesce — comincia nel migliore dei modi. Ci godiamo uno splendido tramonto dalla terrazza di Casa Bahia, con i colori del sole che sfumano lentamente sull’Atlantico. Per cena ci concediamo una tajine di pesce spada praticamente immangiabile perché stracotta e gommosa. E niente, qui esce il siciliano esigente che c’è in me!


Ci incamminiamo poi per una lunga passeggiata nella Medina. Qui si respira un’atmosfera piacevole e intimista, nettamente meno affollata rispetto al caos della città nuova e del lungomare, secondo un copione che avevamo già visto a El Jadida. Usciti dal centro storico, ci imbattiamo in una scena di vita locale travolgente: un parco giochi enorme e straboccante di bimbi in festa che prendono d'assalto ogni gioco a centinaia. Mi sembra quasi un miracolo matematico che a fine serata ciascuno riesca a ritrovare i propri genitori!


Nella piazza del porto ricompare il classico luna park di strada, con le immancabili macchinine elettriche decorate a LED psichedelici. Sulla strada del ritorno capisco che devo prendere il toro per le corna. Mi faccio forza e affronto la passeggiata sul lungomare insieme a Simona. Tra la calca, la musica e la confusione sembra di essere a Viareggio durante la sfilata dei carri a Carnevale! Non è decisamente il massimo della vita per un “orso” come me, che ama gli spazi aperti e il silenzio del deserto. Ma tengo duro con un sorriso di circostanza stampato sul viso, che Simona sgama subito.
In fondo questo è il prezzo da pagare per vivere questa splendida avventura.

 


21/08 — Dalle Grotte d’Ercole a Capo Spartel, verso Tangeri
Questa mattina il cielo si presenta più grigio e cupo del solito. Facciamo colazione con calma in terrazza prima di dedicarci al consueto rituale di carico della moto. A dirla tutta, ormai il bagaglio si fa da solo: due zaini a mano vecchio stile, uno a testa, sono il nostro lusso, perfettamente sagomati per le borse laterali. Nel bauletto da cinquantasei litri trovano posto il telo, l’abbigliamento tecnico antipioggia e uno zainetto ripiegabile con un cambio extra, che avrebbe dovuto fare da borsa per il mare.

 

 

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Stanotte è sicuramente piovuto e la sella dell’Africa Twin, ancora una volta, è stata eletta a nido d’amore dai gatti di zona. Impiego ben dieci minuti a spazzolare via le tracce del soggiorno notturno dei pelosetti prima di poter partire. Devo assolutamente aggiungere all'attrezzatura una spazzola ad hoc: il panno in microfibra non basta più. La tappa di oggi, comunque, è molto breve.

 

  


Imbocchiamo la litoranea e facciamo una prima fermata alle celebri Grotte d’Ercole, un passaggio storicamente d’obbligo per chi transita da queste parti. Questo luogo maestoso è un perfetto crocevia tra mito e realtà: la leggenda narra infatti che l'eroe mitologico si sia riposato proprio qui prima di compiere l'undicesima delle sue dodici fatiche, ossia rubare le mele d'oro nel Giardino delle Esperidi. Si dice addirittura che l'antro sia nato quando Ercole, con la sua forza titanica, spaccò la montagna a mani nude per separare l'Europa dall'Africa, creando lo Stretto di Gibilterra. L'ambiente è avvolto in un microclima umido e suggestivo, plasmato incessantemente dall'andirivieni delle maree. Ma la vera magia si compie quando ci si affaccia verso l'Oceano Atlantico: l'apertura della roccia sul mare, nota come la "Mappa dell'Africa", ricalca in modo speculare il profilo del continente nero. Guardare le onde che si infrangono con violenza dentro quella sagoma scura è uno spettacolo impressionante, quasi magnetico.

 


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Proseguiamo poi verso Capo Spartel, il punto esatto in cui le acque dell’Atlantico incontrano quelle del Mediterraneo. È proprio da qui in poi che la giornata cambia marcia: il velo di nuvole grigie si sfilaccia e il cielo si apre finalmente al sole, regalandoci una splendida luce sul faro e sulla costa.
Per ottenere questa foto non è stato cancellato o maltrattato nessun turista delle migliaia presenti.

 


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Ho semplicemente scelto la strada meno intuitiva per arrivare al promontorio. Un paio di metri sopra di me, sulla destra, c’è la famosa piazza con vista panoramica, gremita per lo più da spagnoli, per loro stessa natura chiassosi e festanti tanto quanto noi italiani.

 


⚓ Tangeri: tra custodi, venditori insistenti e scampati pericoli

 


Venti chilometri. Forse è tutto quel che ci resta da percorrere prima di arrivare alla Medina di Tangeri, dove alloggiamo al Marmora Bay, situato proprio di fianco alla maestosa Grande Moschea. Individuo un garage coperto a sette euro al giorno — il prezzo più alto pagato per il ricovero notturno in tutta la vacanza — e ci incamminiamo a piedi con gli zaini in spalla, attraversando la città vecchia. La prima impressione è di una città visibilmente pulita, ma dal punto di vista dell’accoglienza i locali riescono, se possibile, a essere ancora più aggressivi che a Marrakech nell’importunare i turisti di passaggio.
 

Il “comitato di benvenuto” non si è fatto attendere: il custode all’ingresso della Medina mi ferma prima ancora che arrivi a destinazione. “Quale hotel?” mi chiede in spagnolo, dopo aver ficcato il naso sul navigatore della moto. Si risponde da solo: “Marmora Bay? Va bene! Lascia qui la moto, la curo io, scarica i bagagli e poi vai a parcheggiare!”. Naturalmente tenta di farmi incastrare l’Africa Twin in uno spazio microscopico pensato per i loro Docker, quei mezzi scooter e mezzi Califfone che pesano poco più di una bici elettrica. Così, nel tentativo di racimolare pochi spiccioli, rischia di farmi andare per terra con la moto a pieno carico!
 

Pochi metri dopo incontro per ben due volte lo stesso tipo che tenta di rifilarmi del “fumo ottimo”. Il mio educato ma fermo: “La, Shukran, non fumo!” non basta. Continua a insistere inesorabilmente, Subito dopo si avvicina un terzo personaggio, l’uomo dei braccialetti: al mio ennesimo rifiuto, condito da una smorfia di aperto fastidio che non riesco a trattenere, si innervosisce pure, dandomi del mafioso. A quel punto gli epiteti in rumeno sgorgano liberatori dalle mie labbra, sperando che nessuno lì intorno ne capisca il significato. È incredibile quanto io sia negato per le lingue, nonostante i soldi spesi dai miei genitori e il tempo perso in inutili lezioni private di inglese, delle quali ricordo solo gli insulti e le peggiori parolacce!

 


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Un pranzo sul porto e la giusta prospettiva Sarà forse la vista ravvicinata della costa europea, ma per un attimo accarezzo il pensiero che sia davvero un bene che la nostra avventura marocchina sia arrivata al termine. Poi, però, torno in me.
Non saranno certo tre personaggi capitati sul finale a rovinare l’immensità di ciò che di bello, autentico e straordinario abbiamo vissuto in questo viaggio. Mi armo della giusta dose di pazienza e ripartiamo alla scoperta della città.
 

Visitiamo la zona della Marina, ci godiamo l’architettura della Grande Moschea e ci concediamo un ottimo pranzo con vista sul porto. Proprio qui riusciamo a ritrovare, appena fuori dalle mura, quell'incredibile anima marocchina che mi ha fatto innamorare di questo popolo. Mentre cerco con lo sguardo un tavolo decente nel dehors, un uomo sulla quarantina si alza e si sposta all’interno del locale per cederlo a noi, spiegando che è il posto migliore. Tento inutilmente di convincerlo a non disturbarsi e a continuare il suo pasto. Lui è irremovibile. Anche se siamo al ristorante, si sente a casa sua e gli viene spontaneo lasciare l'onore del posto ai suoi ospiti. Due stranieri mai visti prima.
Solo che noi non siamo suoi ospiti: siamo turisti italiani che cercavano semplicemente un angolo un po’ meno finto. Evidentemente lo abbiamo trovato. Penso a quanta dignità ed eleganza ci siano in un gesto così semplice e inatteso. Shukran!
 

Mangio una squisita tajine di manzo con prugne e mandorle. I prezzi qui sono più alti rispetto al profondo sud, ma la qualità del cibo si mantiene fortunatamente su ottimi livelli.
 

La sera a Tangeri comincia con uno splendido tramonto dalla terrazza panoramica dell’hotel, con la vista spettacolare che domina la città. Ci concediamo una passeggiata nella Medina per poi sconfinare nella zona moderna, addentrandoci nella solita folla festosa. Andiamo a caccia di una pasticceria e di un caffè per goderci lo spettacolo di come la gente del posto vive un venerdì sera di fine agosto. Il traffico è letteralmente caotico e il clacson qui non è un semplice avvisatore acustico, ma un vero e proprio linguaggio con cui i guidatori interagiscono. Osservo divertito un signore di una certa età che, fermo in colonna mentre parla serenamente con la moglie a fianco, continua a pigiare sul volante con un ritmo cadenzato, quasi stesse conversando in codice Morse!

 


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Nel bel mezzo della calca vedo all’improvviso una vecchia Mercedes apparentemente incastrata di traverso contro la vetrina di un negozio di borse. Notando la gente accalcarsi penso subito a un malore del conducente. Poi l’auto riparte lentamente, infilandosi proprio dentro il negozio, dove imbocca una rampa in discesa e sparisce inghiottita nell’edificio, nel totale disinteresse dei passanti.
 

 

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Solo alzando lo sguardo scorgo la piccola scritta Parking, che svela — ma solo in parte — questo surreale mistero logistico.
Dopo essere entrati in una sedicente patisserie italiana ed esserne usciti con l’intenzione di chiedere una scala e un cacciavite per rimovere l'insegna — non si scrive Italiano invano! — troviamo infine la pasticceria tradizionale che fa per noi. Ci concediamo un’abbondante scorpacciata di dolciumi locali per suggellare, con una straordinaria scarica di zuccheri, un'altra giornata indimenticabile prima di rientrare in hotel per la notte.🏖️
 

 

22/08 — L’ultima giornata marocchina
La giornata si apre con un’ottima e abbondante colazione sulla terrazza panoramica. Facciamo un ultimissimo giro di saluti tra i vicoli della Medina e poi ci spostiamo in direzione del porto di Tangeri Med. A metà strada circa troviamo una spiaggia dove Simona ne approfitta per concedersi un bel bagno in bikini. Scegliamo di posizionarci sotto l’ombrellone di un lido privato. In Marocco la totale assenza di lettini o sdraio balza subito all’occhio. D’altronde, la maggior parte delle persone resta vestita in spiaggia e ci fa addirittura il bagno: che senso avrebbe una struttura attrezzata come le nostre? Qui nessuno ha l’esigenza di prendere il sole. Gli ombrelloni sono quindi forniti semplicemente di un tavolo con quattro sedie, lo stretto indispensabile per ospitare le numerose famiglie locali.

 

  


Dopo circa un’ora si avvicina un ragazzo spiegandoci che l’ombrellone è suo e che la tariffa è di 30 dirham. Decidiamo che è il momento di vestirci e avviarci e, nonostante le sue insistenze per farci rimanere a quella cifra, ringraziamo e puntiamo dritti verso il porto. Accendo l’Africa Twin. Mancano solo venti chilometri scarsi alla fine della nostra avventura: quelli che ci separano dal terminal. Ma non è ancora finita: stanno infatti per iniziare le solite, lunghissime procedure di imbarco.

 


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Eppure, stavolta questo supplizio è necessario per riportarci a casa. Paradossalmente, accarezziamo persino l’idea di restare a vivere qui per sempre. Io potrei fare il Manny Tuttofare: se c’è una cosa che manca al Marocco è proprio la manutenzione, una professione che sembrano semplicemente ignorare. Simona, invece, vuole aprire un’azienda di trasporti con i mototopo.

 


⚓ Tangeri Med: l’ultima attesa
Arrivati in porto con ben due ore di anticipo sulla tabella di marcia, troviamo già persone in coda davanti agli sportelli del check-in GNV, ancora desolatamente — ma giustamente — chiusi. Sono da poco passate le 13:00 e la partenza del traghetto è prevista per le 23:59: si prospetta un’attesa infinita. Ma il cuore è colmo di ricordi, panorami e aneddoti di un’affascinante avventura in moto, e questo ci basta. Contro ogni nostra più rosea previsione, l’attesa dura poco più di un’ora: la compagnia apre gli sportelli in forte anticipo sull’orario ufficiale!

 

  


Durante l’attesa possiamo apprezzare l’ottima organizzazione del terminal: bagni gratuiti, pulitissimi e sempre disponibili, e due locali ben forniti dove facciamo scorta di cibo e acqua per la traversata.
Un’operazione strategica e al risparmio: sulla nave l’acqua costa ben tre euro e cinquanta al litro, mentre qui la paghiamo appena 50 centesimi per la bottiglia da un litro e mezzo. Mentre facciamo acquisti ho il forte sospetto che siamo gli unici viaggiatori a limitarsi all'essenziale, dato che le auto dei marocchini attorno a noi strabordano di beni di prima, seconda e persino terza necessità! Il clima è ventilato, abbastanza asciutto, e tutta la procedura si svolge comodamente all’ombra di una grandiosa pensilina costruita ad hoc. L’organizzazione è quasi svizzera. C’è una quantità enorme di addetti sul campo — niente a che vedere con i soli due operatori visti a Genova! —, i controlli in dogana sono velocissimi e le pratiche svelte.
 

 

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Risultato? Alle 15:00, ovvero l’orario in cui la biglietteria avrebbe dovuto soltanto aprire, siamo già posizionati in prima fila sulla banchina di imbarco, al fresco sotto un’altra enorme tettoia ombreggiata. Il confronto con il caos patito alla partenza dal porto di Genova all’andata è semplicemente impietoso. Solo ora riesco a comprendere fino in fondo quel ragazzo marocchino che, in Italia, aveva sbottato per il caldo soffocante e per le tre ore e mezza di coda immobile sotto il sole. Tangeri Med è un altro pianeta: ordinata, fresca, ventilata, con meno umidità e con una logistica impeccabile. In questa occasione è amaro ammetterlo, ma siamo stati noi italiani a fare la figura dei “marocchini” della situazione! Ora non resta che godersi l’attesa all’ombra in banchina. La partenza della nave è prevista per le 23:59 ora europea.

 


Quattro ore che volano
L’avventura marocchina in moto si avvia alla conclusione, ma mentre siamo qui in banchina conosciamo due ragazzini, figli di marocchini immigrati in Italia: uno vive a Bergamo e l’altro a Pavia.
Con loro mi faccio una bella chiacchierata di almeno un paio d'ore. Sono curiosi di sapere perché facciamo questi viaggi in moto e quanto sia bella. “È una 125, vero?” mi chiedono. “Sì, più o meno.
È una 1100” rispondo sorridendo.
Ci mettono subito in guardia dal viaggiare di notte, sostenendo che il Marocco sia un posto molto pericoloso dopo il tramonto. Cominciano a raccontarci episodi terribili: due ladri beccati a rubare mucche, oppure ipotetici banditi che piazzano sacchi pieni di sassi sulla strada per fare andare in panne le auto, impedirne la fuga e derubare i passeggeri.
Poco dopo giunge al porto l’unica altra moto incontrata in 4.700 chilometri di viaggio: a bordo c’è una giovane coppia di origine marocchina che quest’anno, per la prima volta, ha deciso di affrontare il viaggio verso il proprio Paese d’origine sulle due ruote. Lui ha ventitré anni ed è di Modena, lei ventisette ed è di Torino; si sono conosciuti e innamorati sui social. Anche loro ci raccontano aneddoti sulla presunta pericolosità del Marocco di notte e, mentre li ascolto, penso a quante cose abbiano in comune con noi italiani. Infatti, anche noi siamo maestri nello sminuirci gratuitamente.
Nel frattempo, il personale del porto provvede a distribuire gratuitamente a tutti i passeggeri delle bottiglie d’acqua. Nonostante Simona avesse già preso le nostre due, poco dopo arriva la nostra compagna di attesa torinese offrendocene altre quattro, che aveva appena ritirato per noi.

 

  

 


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Parlando con i ragazzi dico che, adesso che abbiamo pranzato, ci vorrebbe proprio un bel caffè. Mi spiegano che un tempo c’era un chiosco che lo preparava, ma che ora è chiuso. Poco dopo il ragazzo di Modena sparisce. La fidanzata riceve una telefonata: ha trovato il caffè e la sta chiamando per sapere quanto zucchero vogliamo! Inutile correre verso di lui nel tentativo di pagare: doveva spendere gli ultimi dirham rimasti, si giustifica. Ormai è andata! Le quattro ore in loro compagnia sono letteralmente volate. Alle 19:04 termina lo scarico della nave e un’ora più tardi siamo finalmente a bordo.
Ore 20:40: siamo in cabina — la 9125, mentre all’andata era la 9157 — pronti per la cena. Alle 21:00 ci spostiamo al self-service. Fa decisamente più freddo rispetto al viaggio d'andata, perciò infiliamo una maglia pesante e ceniamo. Alle 22:10 siamo di nuovo in cabina. Non usciamo nemmeno a vedere la nave salpare: oggi è il giorno in cui Simona risente più di tutti della stanchezza accumulata in vacanza. D'altronde, stare ferma a lungo senza fare nulla è la cosa più difficile per lei. La notte passa velocemente e, quando mi sveglio con l’intenzione di fotografare l’alba, il sole è già alto nel cielo. Ci riproverò domani.

 

 

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Il ritorno
Quando torno in cabina Simona mi rimprovera: “Che ci fai in giro a quest’ora? Dormi, che poi sei stanco!”

 


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Mi metto lì, in un cantuccio buono, e aspetto un’ora prima di svegliarla. Sono le 9:30, ora europea.
Simona mi rimprovera di nuovo, stavolta per non averla svegliata prima. Più tardi, a colazione, le spiegherò che, visto che alle 8:25 mi aveva detto di starmene nel letto, ho immaginato che avesse ancora sonno e l’ho lasciata dormire il più possibile. Ma non volevo farle perdere la colazione. La giornata trascorre con me che analizzo velocità e rotta e deduco l’ipotetica ora di arrivo a Barcellona, e rileggo il diario di viaggio. Simona prende il sole sul ponte 10 e nel frattempo legge, non si può tornare dal Marocco più bianchi di quando siamo partiti! Dopo pranzo faccio un pisolo. Poi arriva il momento dell’ape. Stasera con la Paulaner e delle patatine che dobbiamo tenere strette in mano affinché non ci volino via. Finito il mare, smette di essere una tavola e comincia a darmi fastidio.
Rimedio subito con un bel pisolo. Ancora! Cosa c’è di meglio che farsi cullare dalle onde del mare per addormentarsi? E infatti vengo risvegliato da Simona. Sono le 21:30. “Se vuoi cenare è ora, altrimenti salto anch’io.” Paella valenciana, tajine di pollo, verdure grigliate, melone verde e caffè. Il mare peggiora. È ora di votarmi alla Xamamina. La terza notte in mare passa veloce e ahimè siamo arrivati al porto di Genova.

 


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Toh, guarda una medusa!
Quanta invidia per le meduse. Vivono tutta la loro esistenza libere e senza pensieri. Non hanno nemmeno un cervello. Evidentemente è una ghiandola sopravvalutata. Noi esseri umani, invece, il cervello ce l’abbiamo. Eppure, in cambio della comodità, abbiamo lentamente rinunciato a una parte della nostra libertà e, forse, anche della nostra intelligenza. La natura non ama gli sprechi. Magari, prima o poi, si accorgerà che quel grosso cervello che ci portiamo appresso consuma troppa energia per i risultati che produce. Del resto, basta guardarsi intorno per chiedersi se la consapevolezza, la coscienza e l’intelletto siano davvero un vantaggio evolutivo oppure soltanto un lusso estremamente costoso che non sappiamo più utilizzare. Non è un caso che la massa cerebrale sia in diminuzione.
 

Forse la natura, nella sua infinita saggezza, ci ha osservati, ha fatto due conti e ha deciso che la consapevolezza è uno spreco di energie inutile e costoso, soprattutto considerando i danni che noi, intelligentoni, stiamo facendo al pianeta.
 

E così eccoci qui. Noi, con il nostro enorme cervello, chiusi in una nave diretta verso casa.
 

Lei, la medusa, libera nel mare.
Senza pensieri.
Senza orari.
Senza roadbook.
Forse, alla fine, è lei ad aver capito tutto.


Fine. MA


 

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Passano lunghissimi periodi in cui il tempo scorre lento, perché non accade nulla. Poi
arrivano giorni così intensi da valere una vita intera.

 

 

 

 

 

Roberto e Simona

scuderi.roberto@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

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