Messico - Costa Centrale del Pacifico

Diario di viaggio 2005

di Lucia Patrizia Sacco

 

Piero ed io partiamo il 2 di marzo lasciandoci alle spalle uno degli inverni più lunghi e freddi che io ricordi in tutta la mia vita. Il volo Roma - Madrid - Città del Messico dell’Iberia ci porterà a cominciare un nuovo itinerario, il nono, nel paese del mio cuore, in cerca di sole, spiagge, calore e colore.

Arriviamo, dopo circa sedici ore tra voli e soste, e tutto fila rapido e liscio come l’olio: bagagli subito pronti, dogana e controlli ultrarapidi, minibus dell’albergo appena fuori dalla porta. L’Aeropuerto Plaza è a due minuti di strada ed è confortevole e perfetto per una notte in transito. Prima di andare a nanna sbocconcello totopos con guacamole, sorseggio un tequila e mi sento a casa... Que viva Mexico!

La mattina successiva torniamo in aeroporto per il volo di Aerocalifornia che ci porta a Tepic, dove atterriamo alle 11.30. Con un taxi andiamo alla central camionera dove lasciamo in deposito le valigie per fare un giretto in centro. Tepic è una cittadina dell’interno dello stato di Nayarit, non particolarmente bella, ma comoda per avvicinarsi alla zona che vogliamo esplorare. La piazza principale è comunque gradevole e vivace come tutte le piazze del Messico, con i giardini, la chiesa, il chioschetto per la banda e il municipio con i portici. Ed è qui che si raggruppano gli Huicholes nei loro coloratissimi abiti ricamati. Questi indios sono sparsi un po’ in tutto lo stato, ma questa è quasi la loro capitale, qui vengono per fare spese e per vendere i loro prodotti artigianali, realizzati con perline e fili di lana, che sono un vero trionfo del colore e della creatività. Dopo uno spuntino sotto i portici, a La Parroquia, torniamo alla stazione e al bus che ci porta verso la costa del Pacifico, a San Blas. Arriviamo dopo un’ora e mezza e subito siamo avvolti dall’atmosfera sonnolenta e un po’ irreale di questo minuscolo e strano paese. A San Blas il mare c’è e non c’è, lo cerchi e non lo vedi, come la gente, che non si sa bene che fine abbia fatto... Trasciniamo le nostre valigie su stradine deserte, tra piccole case un po’ decadenti, finché compare la deliziosa sagoma coloniale dell’Hacienda Flamingos. Avevo telefonato da Roma per essere sicura di trovare una camera in questo piccolo albergo dato che saremmo arrivati  per il fine settimana, ma mi rendo subito conto di aver fatto una cosa del tutto superflua, dato che della decina di stanze non è occupata nemmeno la metà. Meglio così. L’albergo è pieno d’atmosfera, con patios pieni di piante e arredi coloniali; la nostra camera, grande e romantica, affaccia sul giardino tropicale e la piscina. Più che in un albergo ci sembra di essere ospiti in una bella casa antica.

San Blas si trova sull’estuario di un fiume ed è stata un porto rilevante nel periodo della colonia; rimangono tracce dei suoi fasti in alcuni edifici in disuso come la vecchia dogana, ad una certa distanza dal paese. Un po’ fuori è anche l’imbarcadero dove il giorno dopo andiamo a cercare una lancia che ci faccia risalire un tratto del fiume ed un braccio laterale fino alla sorgente La Tovara. Ci accordiamo per 400 pesos e partiamo con il nostro marinaio in una mattinata un po’ grigia e non troppo calda. Il fiume è ampio e silenzioso e dopo poco entriamo in un canale laterale stretto tra le mangrovie. All’inizio del percorso sono un po’ scettica; ho letto racconti entusiastici  riguardo a questo percorso, ma ho fatto tante risalite di fiumi non solo in Messico ma anche in Nicaragua, Costa Rica, Panama, che questa non può darmi niente di più, mi dico. Eppure man mano che procediamo mi sento sempre più affascinata dallo scenario di natura segreta che mi circonda e mi avvolge. Da nessun’altra parte ho mai visto una tale quantità di uccelli e di animali acquatici. Cormorani, aironi bianchi e colorati, cicogne, aquile e un’infinità di altri di cui non conosco il nome, da soli, in coppia, in gruppi familiari, se ne stanno sulla riva o sugli alberi, e ci guardano passare a pochi metri, a volte così vicini che sembra quasi di poterli toccare, senza muoversi o smettere di farse le proprie faccende. Il nostro lancero è bravo a navigare senza disturbarli, indicandoci i più rari e facendoci osservare tartarughe e coccodrilli che se ne stanno a pelo d’acqua tra le mangrovie e che, senza il suo occhio esperto, non riusciremmo a individuare. Dopo qualche ora di navigazione arriviamo alla sorgente, in una piccola gola densa di vegetazione, dove l’acqua è trasparente e ci si può bagnare se non si teme qualche incontro ravvicinato... Il ritorno è altrettanto bello e pieno di avvistamenti fino ad arrivare oltre l’imbarcadero, al punto in cui il fiume si confonde con un mare ondoso e spumeggiante davanti ad uno scoglio carico di pellicani.

Intorno a San Blas ci sono diverse spiagge attrezzate con enramadas dove si può riposare all’ombra e fare un ottimo pasto. A Las Islitas il ceviche de pescado è delizioso e la lunga spiaggia a mezzaluna è quasi deserta.

Un’altra escursione nei dintorni è a Mexcaltitlàn, uno strano paesino al centro di una laguna, che dicono sia il punto da cui la tribù degli Aztechi partì per conquistare la supremazia su gran parte del Messico. Arrivarci non è semplice: si va prima a Santiago Izcuintla in bus, poi con un combi a La Batanga, sulla riva della laguna. Da lì si prende una lancia per l’isolotto, che ha una forma tonda con le stradine a raggi concentrici; quando è stagione di piogge le stradine si inondano e tutto si trasforma in una micro-Venezia. Ma ora non è così, le stradine sono rigagnoli di sabbia  e il piccolo museo sull’origine degli Aztechi è chiuso per restauri. Così ripartiamo presto per tornare a San Blas, ma quando arriviamo a Santiago Izcuintla c’è una sorpresa: è domenica e la cittadina si è riempita di indios Huicholes e di altri campesinos che sono venuti dai dintorni per la giornata festiva, trasformando questo posto bruttino e banale in un grande spettacolo di colore e in un angolo di vecchio Messico dal fascino antico.

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Huicholes al mercato

Questo è il dono più bello che San Blas e tutta questa zona del Nayarit ci lasciano, una sensazione di irrealtà che pervade strade e piazze tranquille e un po’ polverose, uguali a quelle in cui sarebbe potuto passare quel Benito Juarez, che osserva in forma di immancabile busto, lo scorrere di un tempo quasi sempre uguale a se stesso.

Dopo tre giorni è tempo di scendere più a sud lungo la costa,  la nostra destinazione è Sayulita. La strada è bella e tre ore passano veloci; il pullman ci lascia all’incrocio con la statale, così ci incamminiamo trascinando le valigie e sperando che il paese sia vicino. Dopo poco per fortuna si ferma un pick-up e una coppia di ragazzi ci offre un passaggio. Lui è messicano e lei americana e presto scopriremo che sono l’immagine perfetta di questo posto: giovane, internazionale, amichevole e un po’ alternativo-chic. E, dimenticavo di aggiungere, bello! Sayulita era un piccolo villaggio quando all’inizio degli anni ‘90 venne scoperto dalla tribù dei surfisti americani, sempre in cerca di buone onde, che possibilmente si infrangessero sulle rive di paesi pittoreschi dove le vacanze fossero anche economiche. Da allora è cambiata lentamente, sono comparsi i primi alberghi (piccoli, per fortuna) e le ville. Molti americani hanno acquistato terreni e case, e i prezzi naturalmente hanno preso il volo. Ma per ora, nonostante un po’ di negozi eleganti e qualche ristorante, rimane una spiaggia piacevole e tranquilla. Qui a Sayulita ci concediamo un albergo più caro di quanto avevamo previsto: dopo aver visto Villa Amor e la camera che la simpatica receptionist ci mostra, qualsiasi altra soluzione più economica viene accantonata. Non ho mai avuto una stanza, anzi una suite, così suggestiva e romantica. Basti dire che invece di quattro pareti intorno a noi ce ne sono solo tre, perché al posto dell’ultima c’è una sottile ringhiera per impedirci di cadere giù in mare, e una grande tenda bianca che possiamo tirare per proteggerci dal sole. Di protezione della privacy non c’è bisogno, perché davanti a noi c’è solo la baia e il cielo. Tutto contribuisce a rendere incantevole questo alloggio, talmente piacevole che decidiamo di sfruttarlo al massimo e usare la cucina per prepararci colazione e cena. Così passiamo tre pigre giornate a rosolarci al sole, a giocare con i cani di un gruppetto di ragazzi messicani che fanno gli istruttori di surf (ce n’è uno che è bravissimo ad andare sulla tavola insieme al padrone) e gironzolare nel paesino. Faccio la spesa in un piccolo supermercato e preparo cene italo-messicane a base di spaghetti e uevos rancheros e la notte dormiamo con un leggero piumino che ci protegge dal fresco che entra a riempire la stanza tra mormorii di onde.

Sayulita ci ha catturato, ed è con rimpianto che la lasciamo. In poco più di un’ora di bus e poche decine di chilometri passiamo da un mondo ad un altro, dalla tranquillità chic-alternativa-new age di Sayulita al caos vetero consumista di Puerto Vallarta. Vallarta non è una città ma tre, tutte intorno ad un’ampia baia: Nuevo Vallarta, quartiere satellite residenziale, la Zona Hotelera, sfilata di immensi e anonimi alberghi di tutte le grandi catene, dallo Hyatt all’Holiday Inn, affacciati ognuno su un suo tratto di spiaggia. Infine c’è Viejo Vallarta, in basso, sul lungomare, condomini bianchi e altissimi anni ‘60  e, man mano che si sale su, sulle colline che racchiudono la baia, stradine con candide costruzioni basse e gradevoli.  In questa zona c’è ancora un po’ dell’atmosfera della prima ondata turistica, quando tra il ‘50 e il ‘60 arrivarono i ricchi messicani a costruire case di villeggiatura e i divi di Hollywood a girare film e comprare grandi ville. Qui ci fermiamo allo “storico” Molino de Agua, che ha un magnifico giardino tropicale e una bella piscina, mentre i bungalow non sono all’altezza dei 90 dollari di costo. ll primo impatto non è dei migliori, avevo molti dubbi su questo posto prima di partire ed ora sono tutte conferme. Troppi alberghi, troppi negozi, troppi yankies da manuale, troppi gay... Si, lo so non è politicaly correct e non è da me dirlo, ma qui mi sento in minoranza discriminata! Dato che la spiaggia poi è piuttosto banale, la mattina prendiamo una lancia che ci porti a Yelapa, una località a più di un’ora di navigazione a tutto motore. La costa è bellissima, tutta colline verdi che scendono fino al mare aprendosi ogni tanto in insenature con spiagge dorate. Purtroppo quasi sempre dove c’è una spiaggia c’è un enorme edificio, due o tre megacondomini, a deturpare quella che doveva essere una delle coste più belle d’America. Yelapa invece non è stata raggiunta ancora da tutto questo, il paesino è tranquillo e ci sono solo due o tre posadas per turisti molto alternativi.

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Yelapa

La spiaggia è ampia, con i soliti ristorantini sotto le enramadas, qualche turista con braccialetto fuggito dalle gabbie dorate degli all inclusive di Vallarta per una giornata, il fotografo con l’iguana al guinzaglio. Ma se per trovare una spiaggia piacevole bisogna fare un’ora di barca, Vallarta non fa per noi... Così il giorno dopo riprendiamo il bus e scendiamo ancora più a sud.

Per arrivare a Barra de Navidad ci vogliono cinque ore, tutte di strada costiera bellissima. Dopo l’affollamento di Vallarta ci ritroviamo in un’atmosfera da “mezzogiorno di fuoco”, un piccolo paese talmente deserto che all’inizio siamo un pochino perplessi. Cerchiamo l’Hotel Delfin, gradevole ma più semplice di quanto immaginassi dalla descrizione della Lonely Planet, e prendiamo possesso di una stanza arrampicata al quarto piano senza ascensore. Ma il disagio è subito dimenticato dallo spettacolo che si gode dalla veranda su cui si aprono le stanze, la vista sulla baia. Nonostante abbia girato il Messico in lungo e in largo credo di non aver mai visto una baia più bella di questa, con una conformazione davvero speciale: mare aperto e isolotti rocciosi davanti, laguna con altre isole alle spalle, e colline, spiagge, palme e alberi di ogni tipo, uno scenario incantevole. 

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Barra de Navidad

Barra si trova ad una delle estremità, dalla parte opposta c’è San Patricio Melaque, e fra le due una lunga mezzaluna di spiaggia dorata. A Barra ci sono due o tre alberghi di discreto livello e varie posadas, ma i turisti sono pochissimi. Anche qui americani, ma piuttosto tranquilli, e una piccola colonia di residenti, pensionati e gay. La mattina si va in spiaggia e possiamo scegliere se andare su quella che da sulla laguna o su quella dalla parte del mare aperto, sono belle e tranquillissime entrambe.

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spuntino a Melaque

Verso sera è d’obbligo una sosta ad uno dei bar in riva alla laguna per un aperitivo davanti ad un tramonto da brividi. Sulla spiaggia come sempre ci sono venditrici di vari oggetti di artigianato; una di loro, la señora Juana, una donna semplice ma ricca di umorismo e buon senso con cui è un piacere chiacchierare, offre tele del marito. Lui si chiama Felix Adan Marcial, e dipinge immagini vivaci e coloratissime di vita campesina che saranno il più bel souvenir di questo paese e arricchiranno  la mai piccola collezione di naïf latinoamericani. La baia è talmente bella che anche io che non sono una gran marciatrice decido di provare ad arrivare all’estremità opposta camminando lungo la riva. In un’ora e mezza di gradevole passeggiata si arriva a Melaque, un altro paesino simpatico e un tantino più “mondano” di Barra. Tra l’altro scopriamo che per tutta la settimana c’è festa, così decidiamo di ritornare una sera (questa volta usando uno dei molti bus che lo collegano a Barra) per cenare e vedere una charreada nella plaza de toros. La charreada è la versione messicana del rodeo degli USA, una manifestazione molto popolare e colorata a base di bovini da cavalcare o catturare, cavalli che si muovono a tempo di musica, bande fragorose, birra, chicharrones, gelati, patatine e tutto quello che si può bere e mangiare guardando lo spettacolo. Ma il pubblico è gran parte dello spettacolo...

Anche qui tre giorni passano veloci e quando ci rimettiamo in cammino non so decidere se rimpiangerò più Sayulita o Barra de Navidad nelle fredde giornate dell’inverno romano. Ma la voglia di conoscere tutto è più forte, e risaliamo su un bus che ci allontana dalla costa. Dopo tre ore e mezzo arriviamo a Colima, la capitale dello stato omonimo. Nonostante sia una capitale è una città non molto grande e con un’atmosfera piuttosto rilassata. L’albergo Ceballos che scegliamo è una costruzione antica e ben restaurata, affacciata sulla bella piazza principale. La cosa che più mi colpisce è la piccola scritta “en caso de sismo pàrese aquì (in caso di terremoto mettetevi qua)” che sta sotto ogni architrave. Siamo infatti in una zona altamente sismica e il profilo dei due vulcani che affiancano la città lo ricorda costantemente. Sulla piazza si trova anche il museo cittadino con una bella collezione di terrecotte precolombiane, e all’uscita della città si può visitare Campana, il sito archeologico da cui molte provengono. Ma una delle attrattive principali sono i dintorni, le pendici dei vulcani coperte di magnifica vegetazione e i paesi di Comala e Suchitlàn, nel raggio di qualche decina di chilometri. Così decidiamo di noleggiare un’auto (50 dollari al giorno per una piccola Nissan) che useremo per proseguire anche sulla costa del Michoacàn. Una giornata passa quindi nei due paesini in cui il tempo sembra fermo ai giorni della Revoluciòn, tra artigiani che intagliano il legno per fare mobili e maschere, e botanas deliziose nei ristoranti sotto i portici. Le botanas sono “assaggini” di cibi sfiziosi e saporiti che in certi locali ti portano appena si ordina da bere; dato che si paga solo quello che si beve e i piattini arrivano in continuazione, se si ha la fortuna di trovare un buon botanero (e quelli di Comala sono famosi in tutto lo stato) questo è dei modi più piacevoli e meno cari di assaggiare le specialità messicane.  

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Colima

Il giorno dopo lasciamo Colima in auto e ci dirigiamo di nuovo verso la costa. Decidiamo di trascurare completamente Manzanillo, nel timore che sia un po’ una replica di Vallarta, e proseguiamo verso sud. Appena si entra nello stato di Michoacàn il paesaggio diventa sempre più bello, selvaggio. La strada costiera si arrampica su alture e vallate chiazzate di palmeti, ritorcendosi in un’infinità di curve. Si cammina per chilometri e chilometri senza incrociare un’auto e vedere un villaggio. A volte alla fine di un fiume che sfocia in mare c’è una spiaggia deserta con l’immancabile corollario di palme; sempre più spesso compaiono i giganteschi cactus a candeliere. Che differenza tra questo costa così intergra e quella devastata tra Vallarta e Manzanillo!  Ci fermiamo a Faro de Bucerias, dove la sabbia chiara, l’acqua azzurra e un vecchio faro rendono il paesaggio da cartolina. Qui si può mangiare in una delle enramadas che offrono anche la possibilità di campeggiare, ma di veri alloggi non c’è traccia. Dopo una breve sosta continuiamo per una ventina di chilometri fino a Maruata, probabilmente la più incantata spiaggetta di tutto il Pacifico messicano, dove abbiamo qualche speranza di poter dormire. 

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Maruata

Qui infatti sono stati costruiti dei bungalow di muratura arrampicati sulle rocce che contornano la piccola baia. Da lontano sembrano deliziosi, ma quando il figlio della proprietaria del ristorante sulla spiaggia ci porta a vederne uno ci prende lo sconforto, e neanche la vista strepitosa riesce a farci superare lo squallore dell’interno... Che peccato! Cominciamo a perdere le speranze di trovare un posto dove dormire decorosamente quando quasi al tramonto arriviamo a Barra de Nexpa. Qui oltre alla spiaggia e al palmeto esiste un microscopico paese, casette e stradine di terra battuta, cabañas da affittare e anche una specie di casa-albergo. Ed è proprio qui, al Nexpa Rooms, che dormiremo per i prossimi tre giorni, in uno dei posti più simpatici e originali in cui sia mai stata. Si tratta della casa di Gabriella, italiana, e Kyle, americano, che si sono conosciuti in Messico e otto anni fa hanno deciso di viverci insieme e costruirsi una casa bella, in stile etnico a metà strada tra l’Asia e l’America, piena di colore e atmosfera. Ci sono quattro grandi stanze per gli ospiti, un soggiorno accogliente e una cucina che tutti possono usare per prepararsi colazioni, cene o anche solo un caffè; anche stereo, carte, giochi da tavolo vari sono a disposizione di tutti. Al di fuori di noi gli ospiti sono tutti americani: quattro atletici surfisti e una coppia con figlio adolescente, poi c’è un simpatico cagnone e una meravigliosa gatta siamese. Anche Barra de Nexpa è una “invenzione” dei surfisti, tanto che al centro del paese c’è un piccolo monumento, un busto di gesso colorato dedicato a “Gilberto Mellin, amigo de los surfistas”, dedicato dai ragazzi della piccola colonia internazionale a chi una decina di anni fa per primo diede ospitalità a coloro che arrivavano con le tavole di legno. 

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Barra de Nexpa

Quello che è divertente è che Gilberto è vivo e incredibilmente vitale, nonostante i suoi 90 anni; vive in una casetta a lato del monumento, e sorride sornione dello sguardo di stupore di chi lo lo riconosce avendo visto quel busto somigliantissimo. A Nexpa non c’è altro che spiaggia, tre ristorantini, uno spaccio di generi vari. Se si vuole qualcosa di più simile ad una piccola città, con negozi, un paio di alberghi, un cambiavalute, telefono e farmacia bisogna arrivare a Caleta de Campos, ad una decina di chilometri, dove c’è un’altra bella baia con spiaggia. Ma a noi piace tanto l’atmosfera di Barra e passiamo tre giorni deliziosi e rilassanti finchè è tempo di ripartire: dobbiamo ripercorrere tutta la costa del Michoacàn e tornare a Colima, dove prenderemo un volo per Città del Messico. Lasciando Barra di prima mattina abbiamo tutto il tempo di ripercorrere la costa, riconsegnare l’auto all’aeroporto di Colima ed arrivare alla capitale per le otto di sera. Ma il distacco è difficile e lasciamo questa spiaggia con rimpianto e la speranza che possa mantenere la sua atmosfera naïf ancora a lungo.

Arrivando a Città del Messico ci dirigiamo verso il Centro Historico, allo Zocalo, dove la vista della grande piazza, della cattedrale e degli altri edifici mi da ogni volta la stessa emozione.  Avremmo voluto prendere una stanza al fascinoso Gran Hotel, dove eravamo già stati, ma è temporaneamente chiuso per restauri, e anche il vicino Ritz, del quale avevamo un ottimo ricordo, non può accoglierci perché completamente riempito da un convegno. Così optiamo per il Majestic, dove la camera ha un bello scorcio sulla cattedrale. E non può mancare quella che è una tradizione per me: una cena a La Opera, ovvero buon cibo e atmosfera assicurati. Il giorno dopo è festa nazionale, l’anniversario della nascita di Pino Juarez, e tutto in città, musei, negozi, sarà chiuso. Così optiamo per una “gita fuori porta” come fanno molti chilangos ( gli abitanti di C.d.M.) e prendiamo un bus al Terminal Sur che in un’ora ci porta a Tepoztlàn. La strada, dopo aver attraversato l’enorme periferia, si addentra in uno stupendo paesaggio montuoso con rocce scure cosparse di conifere e pennellate di chiazze violette dei grandi alberi di jacaranda in strepitosa fioritura.

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Tepoztlàn

Tepoztlàn è una cittadina graziosa con un mercato vivace e coloratissimo, c’è anche un piccolo museo con un’eccezionale collezione di reperti precolombiani. Sulla roccia che sovrasta il paese c’è la piccola piramide del Tepozteco, con tutta la sua fama di luogo magico e la storia di fenomeni e di avvistamenti misteriosi. La guardiamo dal centro cittadino, ma la fiacca che l’altitudine ha messo nei nostri polpacci è più forte del desiderio di arrampicarsi fin lassù... Il giorno successivo è purtroppo l’ultimo prima del rientro in Italia, e lo dedichiamo a gironzolare per la capitale. L’unico momento culturale è una puntata al Palacio Nacional per rivedere i miei amatissimi affreschi di Rivera e poi è tutta un’orgia di piaceri gastronomici e consumistici. A metà giornata ci concediamo birra e botanas al Nivel, la più antica cantina della città, e la sera una cena indimenticabile per atmosfera e cibo al Gallos Centenario, un ristorante in un’antica casa che conserva tutti i suoi arredi preziosi e pieni di echi del passato. E poi gli ultimi acquisti, i libri, gli oggetti, i semi di peperoncino per portare con me ancora una volta un pezzo di questo Messico tanto amato, per sentirlo meno lontano fino alla prossima volta.

 

Lucia Patrizia Sacco   piero.pat@tiscali.it

 

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