DUE FAMIGLIE IN GIRO PER IL MESSICO

Diario di viaggio 30 giugno-19 luglio 2003

di Claudio Giacchetti

 

 

Il nostro viaggio si è svolto in venti giorni, dal 30 giugno al 19 luglio, durante i quali abbiamo percorso la “ruta Maya”, partendo da Città del Messico per arrivare a Cancun, per un totale di oltre 1200 chilometri, toccando anche Oaxaca, Puerto Escondido, San Cristobal de las Casas, Palenque, Tulum e Playa del Carmen.

Il gruppo, nove in totale, era composto da due famiglie, con tre ragazzi dai 14 ai 17 anni e due bambini, Tommaso di sette anni  ed Andrea di nove.

Abbiamo utilizzato un volo Iberia (costo a persona circa 750 euro, 520 i bambini) che, con uno scalo a Madrid all’andata ed uno a Miami al ritorno (ma qui abbiamo avuto una sorpresa…) aveva una durata di circa 17 ore a tratta.

Come nostro costume, abbiamo cercato di utilizzare i mezzi di trasporto locali senza acquistare alcun pacchetto da agenzie turistiche, contrattando a volte il prezzo delle escursioni direttamente in loco con le persone che ci avrebbero accompagnato.

Per gli spostamenti più lunghi, con un massimo di 14 ore, abbiamo utilizzato autobus notturni di prima classe, con aria condizionata, sedili reclinabili, servizi igienici a bordo e TV. Questi mezzi, ampiamente usati anche dalla popolazione locale visto che la rete ferroviaria è inesistente, presentano molti vantaggi in termini di sicurezza, comodità e per il fatto che viaggiando di notte si guadagna tempo e… non si paga l’hotel!

Abbiamo utilizzato in viaggio due guide, la classica Lonely Planet (ed. italiana EDT 2002) e la Mondadori, molto ricca di foto a colori, disegni e spaccati dei monumenti importanti.

Per quanto riguarda le sistemazioni negli hotels, abbiamo scelto soluzioni con bagno in camera, acqua calda (ma spesso non è necessaria), ventilatore a soffitto (sempre necessario), in posizioni almeno semicentrali. I prezzi a cui farò riferimento sono per camere per quattro persone, con due letti matrimoniali, quindi per una doppia equivalente bisogna considerare una riduzione di circa il 50%. Quando non diversamente indicato, sono espressi in pesos (1 euro = 11, 50 pesos; 1 dollaro = 10,30 pesos).

La spesa totale per quattro persone, è stata complessivamente di 5.000 euro di cui 2.770 per i biglietti aerei.

Cose da non dimenticare assolutamente prima di partire: medicinali di base (aspirina, antidiarroici, antibiotici a largo spettro, tachipirina ecc…), una torcia elettrica, un coltellino multiuso, un cappello, un lucchetto, antirepellente per zanzare e una lozione solare ad altissima protezione.

I telefoni cellulari funzionano solo se sono del tipo tribanda, ma per telefonare in Italia ho trovato molto conveniente e facile da utilizzare, la scheda internazionale NewColumbus della Telecom, utilizzabile in quasi tutti gli apparecchi pubblici e che permette, al costo di 12 euro, chiamate per oltre 25 minuti, mentre con le schede telefoniche locali, la tariffa sale a più di 2 euro al minuto.

 

Partiti da Bologna alle sette del mattino del 30 giugno, siamo arrivati all’aeroporto di Città del Messico alle 5 del pomeriggio (da considerare +7 ore di fuso orario). Una volta recuperati i bagagli e… ritrovati i figli immediatamente persi all’arrivo nei meandri dell’aerostazione, siamo giunti in centro con un mezzo fattoci pervenire dall’hotel scelto via Internet dall’Italia (costo del servizio di pick-up, 15 pesos a persona).

Questo albergo, l’Hostal Moneda, ( www.hostalmoneda.com.mx ) ha camere più spartane di quelle mostrate nel sito e neanche perfettamente pulite, ma offre una posizione centralissima a pochi metri dallo Zòcalo e dalla stazione della metropolitana. Inoltre dalla terrazza ristorante si gode una bella vista della città e si mangia abbastanza bene a prezzi modici, infine l’abbondante colazione al mattino è compresa nel prezzo di circa 400 pesos. Dopo le 22 si trasforma in una specie di pub frequentato da viaggiatori indipendenti con musica, birra e spuntini.

Passato l’attimo di sconforto iniziale, dovuto anche alla stanchezza ed alla confusione per il diverso fuso orario, abbiamo apprezzato queste comodità e mi sento quindi di consigliarlo a chi abbia un minimo di adattabilità.

La capitale messicana, chiamata dai suoi abitanti El Defe (sta per D.F. cioè Distrecto Federal), è una megalopoli di quasi 40 milioni di abitanti che vivono in una città caotica con l’atmosfera pesantemente inquinata dagli scarichi delle industrie in periferia e delle automobili che intasano le strade in una perenne ora di punta, ma come ci ha detto un residente, “non moriamo come mosche, quindi in qualche modo è vivibile…”.

La zona centrale più interessante comunque è abbastanza circoscritta e si può facilmente visitare utilizzando la comoda metropolitana, gli onnipresenti autobus cittadini (i peseros) e le proprie gambe, evitando accuratamente i taxi dei quali tutte le guide parlano in termini quasi terroristici.

Abbiamo dedicato alla visita della città e dei suoi dintorni tre giorni, il primo dei quali ci ha visto circospetti e blindati come testuggini, tanto avevamo letto di furti, rapine e violenze, per poi scioglierci quasi subito, conquistati dalla cortesia e simpatia di tutte le persone con le quali entravamo in contatto.

Da sempre sostengo che un comportamento normalmente oculato, lo stesso che teniamo nelle nostre città, l’accortezza di non esibire denaro e oggetti di valore, ci pone al riparo dalle grinfie  dei malintenzionati e anche la presenza di bambini rappresenta un importante deterrente.

Dopo aver sostato sullo Zòcalo, l’immensa piazza centrale (una delle più grandi al mondo) ai lati della quale si trovano la Cattedrale, il Palacio Nacional e i resti di un antico tempio Maya, il templo Mayor, siamo andati a vedere i famosissimi reperti delle antiche civiltà preispaniche al Museo de Antropologia, dove è interessante il contrasto tra la modernissima struttura con soluzioni architettoniche geniali e il contenuto, tra cui svettano pezzi unici come il famoso calendario solare, le bellissime maschere di giada e le inquietanti teste olmeche.

Il museo è posto nel Bosque de Chapultepec, grande polmone verde della città dove si possono ammirare a qualsiasi ora del giorno i riti acrobatici dei voladores, che si lanciano nel vuoto appesi ad una corda, da un palo alto più di venti metri roteando lentamente fino a terra. Abbiamo incontrato anche poliziotti a cavallo con tanto di sombrero, che si sono prestati volentieri per una foto ricordo.

Siamo inoltre saliti in cima al grattacielo della Torre Latinoamericana da dove si comprende quanto Città del Messico sia sterminata ed inquinata.

Intorno al nostro albergo ogni pomeriggio prendeva vita un grande mercato con merci di ogni genere, che si estendeva anche in una parte della piazza ospitando bancarelle dove si potevano gustare direttamente in strada gli alimenti più popolari come tacos, tortillas, polli, pannocchie di mais ecc. il tutto annaffiato dai refrecos (bibite alla frutta) e dalla Coca Cola di cui i messicani sembrano essere i maggiori consumatori al mondo.

Davanti l’entrata dell’hotel sostavano anche gli autisti di furgoni a nove posti, con uno dei quali abbiamo contrattato per 100 pesos a persona un’escursione di un'intera giornata nei dintorni della capitale, alle rovine azteche di Teotihuacan, al santuario di Nuestra Señora de Guadalupe e alla Plaza delle tres Culturas.

Il primo impatto con le piramidi a gradoni è stato emozionante anche per chi, come me, non è un cultore di archeologia, tanto che, una volta scalati gli oltre 170 gradini della Piramide del Sole, anch’io come tanti, ho allargato le braccia verso oriente per caricarmi di energia. Lo spettacolo offerto dal panorama e dalla visione globale del complesso, ripaga ampiamente la fatica ed il sudore versato.

Una volta usciti, per pranzare c’è la possibilità di andare nel famoso ristorante “La Gruta” ricavato all’interno di una grotta naturale, oppure di percorrere un paio di chilometri ed approfittare dei prezzi molto più economici richiesti dai numerosi “comedores” a conduzione familiare. Noi abbiamo optato per questa scelta e segnaliamo quello contrassegnato dal n. 9 dove si mangia bene e c’è un piccolo parco giochi per i bambini.

Un altro momento importante è stata la visita al santuario della Virgen de Guadalupe, il più venerato in tutta l’America Latina, anche qui con molti contrasti, dalla presenza delle due chiese, quella originale ispanico-barocca dissestata negli anni settanta dal peso della moltitudine dei fedeli accanto a quella moderna dall’architettura avveniristica capace di contenere migliaia di persone, alla presenza di devoti in lacrime o che percorrono in ginocchio l’immenso sagrato accanto agli innumerevoli negozi e bancarelle che vendono souvenir pacchiani e riproduzioni dell’immagine venerata su T-shirt, piatti, tazze e perfino… globi con la neve.

Nella Plaza de le Tres Culturas, dove convivono appunto le rovine di un tempio Azteco, una chiesa cristiana e moderni palazzi, mi ha colpito un’iscrizione che diceva: “In questo luogo è avvenuta la battaglia finale tra indios e spagnoli; non è stata né una grande vittoria, né una ignominiosa sconfitta, ma solo il doloroso inizio della mescolanza di popoli che è oggi il Messico”. C’è da meditare su queste parole, sapendo anche che in questo luogo negli anni ottanta è stata repressa nel sangue la protesta della popolazione che chiedeva una maggiore giustizia sociale…

Il giorno successivo è stato dedicato all’arte, abbiamo passato bei momenti nel Parque di Coyoàcan, l’elegante e tranquillo quartiere coloniale, che ha visto nascere nel 1907 l’emblematica artista Frida Kahlo ed abbiamo potuto visitare la famosa Casa Azul, dove ella ha vissuto con l’altro grande pittore messicano Diego Rivera, di cui abbiamo potuto ammirare i grandi murales nel Palacio de Bellas Artes. E’ così rimasto solo un po’ di tempo per una camminata lungo il Paseo de la Reforma, il viale più alla moda della città, mentre i bambini e i ragazzi scorrazzavano nel grande parco dell’Alameda Central, oggi percorso da vialetti ombrosi e ricco di fontane, ma che all’epoca coloniale era il triste luogo delle esecuzioni e torture pubbliche.

L’ultima sera a Città del Messico l’abbiamo passata sulla terrazza dell’albergo, cenando ed ascoltando musica reggae e il mattino seguente abbiamo caricato gli zaini su di un bus ADO di prima classe che in sei ore ha percorso i 470 km fino ad Oaxaca.

Questi bus sono moderni e molto comodi, hanno un costo abbastanza ragionevole (50/60 pesos ogni 100 km) e percorrono le strade principali senza fare fermate, però la loro velocità è comunque modesta, sia per le condizioni generali delle vie di comunicazione, sia perché tutte le strade messicane sono letteralmente disseminate di “topes”, i dossi artificiali che devono essere superati a passo d’uomo imponendo quindi continue decelerazioni.

 

Siamo arrivati ad Oaxaca del primo pomeriggio. Dopo il caos della capitale, abbiamo apprezzato molto la quiete di questa bella città coloniale, le sieste nel Parque Central animato tutto il giorno da venditori di frutta, cibi e artigianato, che la sera si ravviva ulteriormente con la musica dei “mariachi” e quella andina dei gruppi sudamericani.

Abbiamo scelto, tra i tanti alberghi economici del centro, l’Hotel del Valle (360 pesos) con grandi camere dotate anche di TV ad un paio di “quadras” dal centro. A proposito, in tutto il Messico le camere si devono pagare “adelantados”, ovvero anticipatamente. Solo così avrete la sicurezza di trovare ancora la vostra, al rientro dalle escursioni.

Abbiamo trascorso due giorni di relax ad Oaxaca (si pronuncia Ohuaha e non Oxaca come credevamo…) passeggiando per le strade chiuse al traffico nel bellissimo centro storico dove i bambini hanno finalmente potuto scorrazzare liberamente inseguendo scoiattoli e cavallette (le “chapulines” che qui si mangiano fritte e spruzzate di limone, sono molto buone e nutrienti, provare per credere…).

La cucina oaxaqueña si diversifica notevolmente da quella, sempre uguale, del resto del Paese, per le sue salse piccanti e l’abbondanza di spezie di vario tipo. La zona è famosa anche per il cioccolato dal particolare gusto vanigliato per il quale i locali nutrono una vera passione e per il mezcal, liquore ottenuto dalla spremitura delle foglie di una pianta grassa, il maguey. A garanzia della purezza del prodotto, all’interno della bottiglia viene inserito un verme, parassita della pianta, che si conserva perfettamente per anni e che si dice conferisca un particolare sapore a questo prodotto.

Vicino alla città, nel paesino di El Tule, vive la creatura più vecchia del mondo, El arbor del Tule, un imponente albero della famiglia dei cipressi, che giganteggia vicino alla chiesa del paese e che lì vive da più di 2.500 anni!

Uno dei momenti topici del nostro viaggio l’abbiamo vissuto a Herve el Agua (l’acqua che bolle), una località a circa 70 km dal capoluogo, dove sorgenti sotterranee di acqua calcarea hanno creato, a 1.800 m. di altitudine una serie di laghetti tra cascate pietrificate (un po’ come a Pamukkale, in Turchia) dove è piacevolissimo fare il bagno e da dove si gode uno stupendo panorama della Sierra Madre meridionale.

Invece di acquistare l’escursione da una delle tante agenzie turistiche al costo medio di 150/200 pesos a persona, abbiamo preso l’autobus che parte alle 7.30 da Oaxaca che in due ore e al costo di 30 pesos,  ci ha portato sul posto attraversando strombazzante diversi villaggi e paesini nei quali l’autista sembrava conoscere tutti, sbracciandosi continuamente in calorosi saluti e fermandosi ogni tanto a chiacchierare con qualcuno, con il bus in mezzo alla strada pieno di persone, ceste di verdure e animali. Scene di altri tempi, che da noi, con la vita frenetica sempre in guerra con l’orologio, avrebbero provocato chissà quali proteste…

Lo stesso autobus riparte alle 14.30 per la via del ritorno ed il simpatico autista ha avuto la premura di sincerarsi che fossimo stati bene e che il posto ci fosse piaciuto. Questa scelta ci ha permesso di avere un paio d’ore di vantaggio sui pulmini delle agenzie turistiche e siamo stati così, per metà giornata, i soli padroni di questo luogo così incantevole.

La sera stessa, dopo aver recuperato gli zaini custoditi in hotel, abbiamo preso il bus notturno che ci ha portato sulla costa del Pacifico, a Puerto Escondido dove siamo arrivati il mattino seguente.

Mentre facevamo colazione sulla spiaggia, ci siamo resi conto come, questo villaggio di pescatori diventato improvvisamente famoso in Italia e non solo per via del film di Gabriele Salvatores, non abbia perso del tutto l’atmosfera originale che si poteva respirare una decina di anni fa. Nella baja Principal, bellissima e coronata di palme, le barche arrivavano cariche di grossi pesci (le mojarras, della famiglia delle cernie) che venivano acquistati direttamente dalla gente del posto, mentre esili fregate e grossi pellicani sorvolavano lenti le acque vicino alla riva, tuffandosi per catturare le prede.

In lontananza verso est, si stendeva la lunghissima spiaggia della Zìcatela, meta degli appassionati del surf, ma pericolosissima per i bagni, viste le forti correnti e le buche insidiose, tanto che è sconsigliabile avventurarsi nell’acqua oltre l’altezza del ginocchio. Le onde, costanti e poderose, creavano l’effetto di una nebbiolina luminosa nell’aria dove i particolari dell’orizzonte si dissolvevano nei colori dell’arcobaleno…

Subito dopo colazione, ci siamo occupati di trovare una sistemazione, usando il solito sistema di andare in due persone senza bagagli, lasciando il resto del gruppo nella cafeterìa con borse e valigie, in modo da essere più liberi di camminare e meno affaticati per… trattare sul prezzo!

Puerto Escondido è un paesone di 40.000 abitanti suddiviso in una zona alta in collina dove risiedono gli abitanti e dove sono le banche, la posta e il terminal degli autobus, mentre nella zona bassa, vicino alla spiaggia sono concentrati gli alberghi, i ristoranti ed i negozi. La via principale, chiusa al traffico che la sera si anima per il passeggio e la musica dei vari locali, costeggia la baja Principal e si chiama El Adoquìn. Proprio lungo questa via abbiamo trovato una sistemazione perfetta, l’Hotel Hacienda Revolucion (www.haciendarevolucion.com), gestito da una cordiale coppia di Verona. Le camere, grandi e pulitissime, hanno un tocco tutto italiano nei particolari, come gli splendidi bagni rivestiti di ceramiche vivacemente dipinte, le foto d’epoca alle pareti e alcune, con patio, sono fornite anche di amaca. Il loro costo si aggira sui 3/400 pesos. Un grande cortile pavimentato in cotto, ombreggiato da piante curate, con tavoli e poltroncine in ferro battuto completano l’ottima visione d’insieme. La signora Daniela è anche un’ottima fonte di informazioni per tutto ciò che riguarda luoghi ed opportunità che il paese può offrire.

Durante il periodo della nostra permanenza, si stavano completando i lavori per l’apertura del ristorante, anch’esso gestito da italiani che sicuramente farà concorrenza all’ottimo “La Galeria” dove abbiamo mangiato una carbonara sublime…

Nei giorni trascorsi a Puerto Escondido, siamo stati in spiaggia alla Baja Principal, a Puerto Angelito con la Playa Manzanillo e la vicina, bellissima Playa Carizzarillo, dove i bambini e i ragazzi si lasciavano travolgere dalle grosse onde. Siamo anche stati in barca alla vana ricerca di testuggini, ma l’esperienza più emozionante è stata senz’altro la visita alla Laguna di Manialtepec, una lingua d’acqua dolce di circa 8 km che si trova ad ovest dell’abitato. Per andarci, si prende, dalla parte alta del paese, un qualsiasi pulmino diretto a Rio Grande, facendosi lasciare all’ingresso del Restaurant Isla del Gallo. Lì abbiamo trovato Cèsar, un simpatico barcaiolo che, per soli 500 pesos ci ha portato con la sua barca a motore lungo tutta la laguna fino alla sottile striscia di sabbia che la divide dal mare. Durante il tragitto abbiamo potuto osservare estasiati la grande quantità di animali che popolano questo ambiente, dai pellicani alle spatole, dagli ibis ai trampolieri, non dimenticando garze ed egrette, aironi (anche un raro airone tigre) e le iguane stese al sole sulle rocce. Arrivati vicino alla costa, siamo scesi a riva ed abbiamo potuto fare il bagno in un’acqua cristallina sempre circondati da centinaia di uccelli. In quel luogo, secondo Daniela, tre o quattro volte l’anno avviene un fenomeno che attira centinaia di persone, quando, per la presenza di miriadi di gamberetti, di notte l’acqua è illuminata dalla loro fosforescenza e farvi il bagno diventa una esperienza indimenticabile.

Ma il nostro viaggio deve continuare, così nel tardo pomeriggio, sotto un nubifragio di proporzioni bibliche, partiamo per il più lungo tragitto in autobus (ben 14 ore) che ci avrebbe portato, il mattino seguente a San Cristobal de las Casas, nel Chiapas.

Durante questi lunghi tragitti, dopo aver visto un film alla TV, si cerca di dormire reclinando il sedile che è abbastanza comodo anche per persone di alta statura come me. Gli autisti percorrono le strade a velocità moderata, fermandosi un paio di volte per ristorarsi o darsi il cambio. La sosta avviene generalmente in un terminal, dove sono sempre aperti sia la cafeterìa che il ristorante ed è curioso constatare come i messicani mangino carne encebollada (con cipolle), arroz e frjoles (riso e fagioli) anche in piena notte, ma specialmente la mattina, questi cibi accompagnati da tortillas e caffè nero, fanno parte delle loro colazioni. In certi locali spesso i camerieri rimanevano stupiti per le nostre ordinazioni di caffelatte con pane, burro e marmellata e a volte quest’ultima doveva essere addirittura mandata a comprare apposta per noi!

Molta è stata così la nostra sorpresa quando, appena usciti dalla stazione dei bus di San Cristobàl, siamo entrati in un locale dove troneggiava un grande vassoio colmo di dolci, paste e cannoli ripieni di panna! E’ stato però un episodio unico, per tutto il resto del viaggio avremmo ritrovato sempre i soliti…frjoles.

In questa regione, sugli altopiani al centro dello Stato del Chiapas, vivono parecchi indios, discendenti delle varie etnie che furono decimate dagli spagnoli in epoca coloniale e che neanche ora riescono a trovare una giusta collocazione sociale e a far valere i propri diritti nel loro Paese. Proprio in questa città, nel 1994, gli zapatisti del subcomandante Marcos, hanno tentato una sollevazione popolare che si è conclusa dopo pochi giorni con sanguinosi scontri con l’esercito regolare. Il comandante Marcos è divenuto un personaggio mitico in tutto il mondo, ma nonostante i successivi negoziati col Governo Federale e la famosa marcia fino alla Capitale nel 2000, poco è cambiato per la popolazione ed i territori circostanti, dove vivono gli indios Lacadones che ospitano tuttora il quartier generale degli zapatisti, mentre l’immagine del viso celato da un passamontagna di Marcos viene venduta ai turisti stampata sulle magliette o sui piatti ricordo…

Mentre all’ingresso di alcuni villaggi campeggia ancora qualche cartello con la scritta “Teritòrio Rebelde” sormontata da una stella rossa, la periferia di San Cristobàl, detta “la cintura della miseria”, è abitata dagli stessi bambini che al Parque Central chiedono l’elemosina o puliscono le scarpe, magari solo con uno straccetto logoro.

Tra i tanti alberghi a buon mercato che sorgono nella via principale Insurgentes, abbiamo scelto la Posada Vallarta, che al prezzo di 250 pesos ci ha dato una grande camera al centro di un patio che funge anche da parcheggio. L’hotel non ha bar o ristorante, ma nelle vicinanze ce ne sono diversi ottimi e con prezzi economici. Consiglio però di evitare il Maya Pakal, decantato dalla guida Lonely Planet, che si è rivelato una vera delusione…

Dopo aver fatto un giro nei dintorni, nel pomeriggio abbiamo visitato l’ex Convento di Santo Domingo, nei pressi del quale tutti i giorni si svolge un variopinto mercato tenuto dagli indios degli altopiani, dove si vendono manufatti dell’artigianato locale come le famose borse in cuoio dall’ottima lavorazione e le coperte multicolori.

Dal mercato siamo ritornati in centro percorrendo una strada chiusa al traffico, dove ci sono, oltre ai negozi, venditori ambulanti di frutta secca, dolci e pannocchie di mais, alcuni locali che si animano la sera con musica dal vivo e anche una cafeterìa nella quale abbiamo potuto inaspettatamente gustare un vero espresso all’italiana!

La serata è finita poi al ristorante per festeggiare il quattordicesimo compleanno di Raffaele, senza farci mancare neanche la torta con le candeline.

Il mattino seguente abbiamo preso un autobus che ha percorso, in poco più di quattro ore, i 270 km di curve fino a Palenque, dove sorge un altro grande complesso Maya.

Appena scesi dal bus abbiamo subito trovato l’hotel giusto, a poche decine di metri dal terminal infatti l’Hotel Santa Elena ci ha dato una bella camera con TV per 275 pesos. Nello stesso isolato, il Restaurante D’Osmani, che riempivamo completamente avendo solo tre tavoli, ci ha preparato ottimi piatti di pesce per una spesa totale, in nove persone di circa 25 euro! Nei ristoranti messicani, viene offerta come bibita l’agua de fruta, cioè acqua allungata con spremute di frutta varia (arancia, ananas, melone ecc…) e l’agua de sandìa (cocomero) da D’Osmani era proprio buonissima.

Nel pomeriggio abbiamo preso una camioneta (un pick-up dove ci si siede nel cassone) e siamo andati a rinfrescarci alle cascate di Misol-Ha. Lì il fiume Chacamax si getta dopo un salto di 25 metri in un ampio specchio d’acqua dove ci si può tuffare per rinfrescarsi dal caldo umido della giungla.

La sera abbiamo fatto un giro nel paese dove abbiamo trovato una notevole concentrazione di turisti, ma d'altronde le rovine di Palenque sono molto famose e meta obbligata del turismo organizzato.

Noi ci siamo andati il mattino seguente di buon ora, percorrendo i sei chilometri di distanza dall’abitato con una camioneta che ci ha lasciato all’ingresso. Mentre i templi di Teotihuacan ci hanno stupito per l’imponenza della piramide del sole, Palenque ci ha quasi commosso per la bellezza e la magia del luogo. Templi e palazzi sono immersi nella giungla da dove provengono continuamente le grida e i rumori degli animali; si cammina con passi ovattati sull’erba scoprendo scorci da cartolina ad ogni angolo. Salendo per le ripide scalinate, una volta in cima alle piramidi, ci si rende conto della ampiezza complessiva del sito e di quanto sia sterminata la giungla che lo circonda e che ancora ne nasconde una buona parte.

La nostra visita è durata tutta la mattinata. Bisogna riconoscere che anche i ragazzi ed i bambini hanno sempre fatto queste escursioni di buon grado e nonostante le nostre perplessità iniziali, hanno sempre trovato cose per loro interessanti, dalle scalate alle piramidi per i più grandi, alla “caccia” ad insetti, farfalle ed iguane per i due piccoli.

Nel pomeriggio, siamo andati a nuotare nel Rio Chacamax in un punto balneabile all’interno dell’Hotel Calinda Nututun, (entrata 30 pesos a persona). Nel tratto di pertinenza dell’albergo, il fiume fa un’ansa formando una grande piscina naturale con una cascatella sul lato dove prosegue poi il suo corso. Lì abbiamo passato il pomeriggio prendendo il sole e facendo il bagno, scoprendo che le acque  erano abitate da un tipo di pesci lunghi una decina di centimetri, che si nutrivano di…carne umana! Questi lontani parenti dei piranhas, si riunivano intorno alle nostre gambe e se si stava immobili, dopo qualche secondo si avvicinavano dando piccoli morsi sulla pelle. Ovviamente non erano per nulla dolorosi, ma al primo impatto si resta un po’ sconcertati.

La sera abbiamo affrontato l’ultimo viaggio notturno in autobus, lungo 11 ore che ci avrebbe portato a Tulum, sulla costa caraibica, dove ci aspettavano mare e… la terza tappa della nostra Ruta Maya, sito dai templi costruiti direttamente sulla spiaggia e fotografati in ogni depliant del Messico.

L’abitato di Tulum dista circa sette chilometri dal mare, così che, appena fatta colazione in un ristorante vicino al terminal, abbiamo preso due taxi che ci hanno portato tutti sulla costa, una lunga striscia di spiaggia contornata di palme e mangrovie dalla sabbia fine e bianchissima come borotalco. Il guaio è che tutta la zona è “lottizzata” da alberghi che offrono solamente cabañas, cioè bungalows piuttosto spartani, spesso fatti solo in legno, con tetto di paglia e pavimento in cemento o addirittura sabbia. Ne abbiamo visti anche alcuni molto belli, ampli e con bagno, ma tutti avevano il letto sospeso al soffitto e dotato di zanzariera. Questo ci ha fatto supporre che la zona, al tramonto, sarebbe stata infestata da zanzare e da altri insetti fastidiosi di cui noi avremmo rappresentato una buona possibilità di pasto. Inoltre i prezzi erano decisamente cari, una sistemazione economica partiva dai 600 pesos per due persone, così abbiamo deciso di tornare in paese. Questo si snoda in pratica lungo la strada statale che arriva fino a Cancun. Nel tratto dell’abitato si concentrano molti locali, alcuni gestiti da italiani, e vari alberghi economici.

Dopo una breve ricerca, ci siamo sistemati all’Hotel Chilam Balam, che al costo di 300 pesos ci ha dato una camera con bagno, ventilatore, TV e con un bel balcone.

Saremmo poi andati in spiaggia con i taxi che qui hanno la tariffa fissa di 35 pesos per qualsiasi percorso.

La giornata al mare è stata fantastica, ci riparavamo all’ombra delle palme dal sole cocente facendo frequenti bagni nell’acqua turchese e abbiamo mangiato nel ristorantino casalingo “The Best Wiew”, posto alla fine della spiaggia vicino alle cabañas “italiane” del “La Bella Vita” (per i proprietari, suppongo, visti i prezzi esosi e l’aria snob da villaggio tutto compreso…).

Il buon Victor che lo gestisce ci ha fatto assaggiare  ottimi nachos e il miglior guacamole della costa in una veranda dalla vista veramente magnifica, ristorati da un fresco venticello e da varie bottiglie di Corona ghiacciata.

Nel pomeriggio siamo andati fino alle rovine con una passeggiata di un paio di chilometri. Più che i templi ed i palazzi, risalenti ad un periodo già decadente della civiltà Maya, siamo rimasti incantati dalla loro splendida posizione, direttamente sulla spiaggia, con una fitta vegetazione alle spalle e con una numerosa colonia di iguane che incuranti dei turisti prendevano il sole sulle rocce.

Appena a fianco del Castillo, la costruzione più imponente del sito, si trovano due piccole baie dove siamo stati fino all’ora di chiusura, annunciata dai fischietti dei guardiani alle sei del pomeriggio.

Questa spiaggia ed i suoi dintorni avrebbero meritato sicuramente più tempo ed attenzione, ma ormai eravamo agli sgoccioli, solo altri cinque giorni e saremmo dovuti essere all’aeroporto di Cancun per il volo di rientro in Italia. Abbiamo deciso perciò di raggiungere Playa del Carmen da dove avremo fatto le ultime escursioni. Il mattino seguente un pulmino ci ha portato in questa località con un’ora di viaggio. Sistemati i bagagli in una cafeterìa dove abbiamo fatto colazione, abbiamo quasi subito trovato una sistemazione ottimale, l’Hotel Paraìso Azul – Casa de Gopala (www.casadegopala.com).

Questo hotel, centralissimo, ad un passo dal terminal dei bus, ad una quadra dalla via principale (la Quinta Avenida) e dalla spiaggia, possiede belle camere spaziose e ben arredate, con frigo, cassaforte e ventilatori al prezzo di 350 pesos. Davanti al nostro balcone, al secondo piano, avevamo il verde di un giardino rigogliosissimo, mentre sul retro c’era anche una discreta piscina a nostra disposizione per la gioia di tutti i ragazzi! C’erano anche camere più costose con aria condizionata o più economiche poste sul retro vicino alla piscina. Non potevamo chiedere di meglio e a pranzo abbiamo festeggiato davanti a tre chili di costolette alla griglia.

Ci siamo resi subito conto che eravamo arrivati in un altro Messico, quello delle cartoline, del turismo organizzato e festaiolo e dei viaggi di nozze…

La vita di Playa del Carmen si concentra tutta sulla bellissima spiaggia e nella strada che la costeggia, la “quinta avenida” col nome che richiama volutamente l’elegantissima 5th Avenue di New York. Lungo questa strada i freschi sposini passeggiano la sera indossando le mises appena tirate fuori dalle confezioni o sorseggiano i loro drinks comodamente seduti ai tavoli dei bar alla moda. Ma si capisce che siamo in Messico, dal fatto che tutti i locali ed i negozi della via hanno il loro bravo “buttadentro” che richiama insistentemente l’attenzione dei probabili clienti. Oltre questo sfavillio di luci e colori, il nostro gruppo ha voluto ritrovare invece il nucleo originale del paesino di pescatori che qui doveva esserci stato una volta, cercando nelle vie secondarie e più lontane i locali frequentati dagli abitanti del posto, dove si mangiavano piatti semplici e anziani mariachi suonavano canzoni popolari non per i turisti, ma per gli stessi messicani. Anche qui, come già ci eravamo resi conto sia a Puerto Escondido che a Tulum, c’è un “pueblo” per i residenti e una zona hotelera dove si concentrano i turisti.

Dopo un paio di giornate in spiaggia, abbiamo preso un traghetto che ci ha portato sull’isola di Cozumel, che dista dalla terraferma appena 40 minuti di traversata. L’isola è diventata famosa negli anni sessanta, dopo che venne trasmesso in TV un documentario di Jaques Cousteau, sugli splendidi fondali e sulla fauna marina e che ha attirato su questi lidi moltissimi appassionati subacquei e di snorkelling.

Abbiamo passato una intera giornata nel parco naturale di Chankanaab, a pochi chilometri dal paese di San Miguel de Cozumel, il capoluogo dell’isola, divenuto anch’esso un piccolo divertimentificio.

Il parco merita senz’altro una giornata, anche se di naturale c’è ben poco. Infatti all’interno ci sono: un delfinario con spettacoli a pagamento, una zona di mare recintata dove si può nuotare (a pagamento) con i delfini in cattività, vari ristoranti, american bar e negozi di souvenir.

La parte interessante è la magnifica spiaggia, il mare dove nuotano migliaia di pesci di dimensioni e colori variatissimi che si possono avvicinare ed ammirare con una maschera (portatevene una, il noleggio è carissimo!) e una laguna tra le piante tropicali del giardino botanico dove vive indisturbata una nutrita colonia di iguane di notevoli dimensioni, che non disdegnano di fare passeggiate sulla sabbia rovente tra le sdraio.

Rimanevano ancora un paio di giorni, che abbiamo utilizzato per stare ancora sulla playa e per chiudere in bellezza con la visita di Chichen Itza, il sito archeologico dove le civiltà maya ed azteca si sono maggiormente espresse nel loro periodo di massimo splendore, sia dal punto di vista artistico che nelle conoscenze scientifiche alimentando per secoli storie e leggende sulle origini extraterrestri di questi popoli.

L’escursione di una giornata, comprendente la visita di tre ore alle rovine, pranzo a buffet, bagno in un “cenòte” e una visita alla città di Valladolid è molto popolare a Playa del Carmen e viene offerta da diverse agenzie turistiche e dai procacciatori di clienti direttamente per strada, lungo la solita quinta avenida. Il prezzo varia dai 45 dollari chiesti da un procacciatore italiano (che, aggiunge sottovoce, fa ben cinque dollari di sconto ai turisti italiani) ai 29,90 proposti da altri,  ma è un’offerta valida solo la domenica, quando l’ingresso alle rovine (9,50 dollari) è gratuito.

Noi abbiamo contrattato, direttamente con il titolare dell’agenzia “Rosas Tour” che ha gli uffici all’inizio della strada, quasi di fronte all’ingresso del terminal degli autobus, ed abbiamo spuntato 400 pesos a persona (circa 36 dollari) e i bambini gratis.

Il prezzo è buono, l’agenzia è seria e ben organizzata, inoltre la simpatica guida Alonso con la sua verve comica dà un valore aggiunto al tutto.

La mattina seguente, siamo stati prelevati all’ora stabilita dal nostro hotel ed abbiamo raggiunto Chichen Itza dopo due ore e mezzo di bus. Non starò qui a descrivere la bellezza del sito, ampiamente descritto in tutte le guide ed i depliants sul Messico, dirò solamente che la prima impressione di sconcerto avuta all’ingresso in stile un po’ hollywoodiano, accodati con altre centinaia di persone, tutti con il nostro bravo braccialetto giallo al polso (il pass per l’entrata), ha lasciato subito il posto ad una totale ammirazione per quello che si parava davanti a noi una volta entrati.

Vedendo El Castillo con le sue misure e orientamento che rappresentano il calendario solare, il gruppo delle mille colonne, El Caracol, usato come osservatorio astronomico o il grande campo del gioco della Pelota, viene da chiedersi se gli Spagnoli di Cortes abbiano veramente portato la “civiltà”…

Le tre ore previste per la visita sono letteralmente volate via e all’ora di pranzo siamo andati in un grande ristorante a buffet, dove ci siamo rimpinzati a dovere.

Nel primo pomeriggio siamo stati all’interno del Cenòte Dzitnup, un pozzo naturale creato da fiumi sotterranei dove, in una atmosfera irreale da girone dantesco, si può fare il bagno in un’acqua limpida e fresca, un’esperienza da non lasciarsi sfuggire. Nella penisola dello Yucatàn ce ne sono diversi, in quanto la conformazione calcarea del terreno ne favorisce la formazione, tanto che, gli appassionati speleologi e subacquei potrebbero effettuare un intero viaggio in questo paese, interamente dedicato ai cenotes.

Lungo la via del ritorno, una rapida visita alla piacevole cittadina coloniale di Valladolid, con sosta nel Parque Central ed entrata alla vicina cattedrale, concludeva il programma della giornata e così siamo arrivati in hotel per l’ora di cena.

Il giorno successivo, l’ultimo della nostra permanenza in Messico, ci siamo arresi al consumismo, dedicandoci allo shopping nei negozi di Playa del Carmen per acquistare qualche inutile souvenir, prima di prendere il bus che ci ha portato direttamente all’aeroporto di Cancun, dove nel pomeriggio siamo decollati per il volo di rientro in Italia.

O almeno così credevamo.

In effetti, abbiamo ottenuto grazie all’Iberia un piccolo supplemento di vacanza, quando, a causa di un guasto al nostro Jumbo 747, lo scalo tecnico di un paio d’ore a Miami in Florida si è trasformato in un pernottamento ed una intera giornata sul suolo statunitense.

Non si può dire che abbiamo visitato la città, in quanto il tempo è trascorso nei pressi del lussuoso albergo messoci a disposizione, in attesa di notizie riguardanti la partenza del nostro volo.

Abbiamo approfittato dell’occasione per mangiare all’americana (cena con cheeseburger e patatine and coke e colazione con scrambled eggs with bacon… una vera manna per il colesterolo!) e ci siamo potuti rendere conto che a Miami si parla prevalentemente spagnolo, data la massiccia presenza di immigrati dai vicini paesi latino-americani.

Nel pomeriggio del giorno successivo siamo finalmente ripartiti dopo ore di coda estenuanti, per superare i capillari controlli di sicurezza in vigore negli USA (fanno persino togliere le scarpe a tutti e le passano ai raggi x).

Ancora uno scalo a Madrid ed infine, il viaggio cominciato giovedì pomeriggio da Cancun si è concluso sabato sera a Bologna, dove, prendendo il primo vero caffè, ci siamo chiesti…ma quanti pesos costa?

 

 

Alla fine di questo viaggio, abbiamo riflettuto su quello che abbiamo potuto fare e, soprattutto, su tutte quelle cose che invece abbiamo dovuto tralasciare, come le cascate di Agua Azùl, di Agua Clara e i villaggi indios sugli altipiani del Chiapas,  la zona naturalistica di Rio Lagartos, habitat di migliaia di fenicotteri rossi, la costa del Golfo del Messico e la città di Veracruz e, perché no, il parco in stile disneyano di Xcaret e molto altro ancora.

 

Alcune volte siamo passati in certi luoghi a “volo d’uccello” come sulla costa del Pacifico, dove, oltre a Puerto Escondido esistono altri villaggi che hanno mantenuto ancora il loro aspetto e ritmo di vita originali.

Tutto questo avrebbe richiesto almeno altri 7/10 giorni, per non parlare del Messico settentrionale con i suoi deserti, il canyon di Barranca del Cobre, la città fantasma di Real de Catorce  e tutta la Baja California che meriterebbero un altro viaggio.

Il Messico è tutto questo e molto altro ancora, hasta luego!

 

Claudio Giacchetti  clang1@virgilio.it 

 

 

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