Mexico e Centro America in motocicletta
Diario di viaggio 2009
di Gianluca

Dopo l´esperienza Asiatica dello scorso
anno, eccomi di nuovo in America Latina, stavolta Messico e Centro America.
Il viaggio e' iniziato gia' 2 settimane prima della partenza, con una bella
influenza Messicana che mi sono preso e che per fortuna e' passata in 2-3
giorni: che coincidenza, sembra quasi che la febbre lo sapesse che dovevo andare
in Messico e quindi si e' fatta viva fin da subito. Naturalmente nessun allarme
e zaino pronto per la partenza.
Io ed Alba atterriamo quindi il 30 Settembre a Citta' del Messico (che si trova
a 2200 metri di altezza), il mio volo di ritorno e' fissato per l'8 Febbraio
2010. Con 3 cambi di metropolitana ci rechiamo fino in centro per la modica
cifra di 2 pesos a testa (circa 10 centesimi di Euro) e andiamo alla ricerca di
un posto per dormire.
Stranamente lo zaino e' piu' carico rispetto agli altri anni e per la prima
volta da quando viaggio ho deciso di comprare una guida (forse sara' la
vecchiaia); ma giusto per evitare di finire a dormire negli stessi posti con le
masse dei turisti in giro per l'America Latina, evito la famosa bibbia Lonely
Planet e, sotto consiglio di Michele, ho comprato una Footprint.
La guida si rivela subito utile, l'hotel Juarez suggerito e' pulito ed economico
(camera doppia per 200 pesos, circa 10 Euro per tutti e due), a 2 isolati dalla
piazza Centrale, meglio conosciuta in Centro America come Zocalo).
Da subito giriamo il centro, molto bello, con la Cattedrale, il Palazzo
Nazionale, il Tempio Mayor etc. In molti stati dell'America Latina si fa il
conto alla rovescia per festeggiare i 200 anni dell'Indipendenza dagli Spagnoli
(in Messico sara' nel 2010) e la piazza Centrale e' tutta addobbata.
Ma appena dopo mangiato ci buttiamo dritti al nostro obiettivo principale:
trovare una moto abbastanza buona da portarmi fino a Panama: e' un po' di mesi
che macinavo l'idea di fare un viaggio diverso dagli altri fatti in passato e
l'idea di percorrere la Panamericana in moto fino al canale che unisce i 2
oceani mi stuzzicava non poco.
Certo che cercare una moto usata appena arrivati nella seconda citta' piu'
grande del mondo, credetemi non e' facile: chiediamo informazioni un po' in giro
e finiamo nella giungla dei furbi, meccanici e pseudo-concessionari, che
vogliono venderti un po' di tutto, e' difficile fidarsi di qualcuno, specie
quando sei uno straniero; non sai se la moto e' rubata o mezza scassata. E poi
io di motociclette ne capisco ben poco.
A quanto pare ci vogliono almeno 2500 Euro per trovare una moto decente, ma e'
un po' una lotteria, non sai quello che ti capita e poi non vogliamo spendere
troppo con il rischio di prendere un bidone. Inoltre piu' di qualcuno ci allerta
di stare attenti nei Paesi del Centro America in quanto non sono molto sicuro,
specie El Salvador. Quasi quasi ci convinciamo che sarebbe meglio una macchina,
piu' economica, sicura e ci ripara in caso di pioggia.
Senza portarla troppo alla lunga, dopo vari giri, telefonate, internet e
giornale con gli annunci dell'usato, con Alba gia' stanca e stressata che mi fa
pesare ogni mia parola o movimento, il giorno dopo, durante una passeggiata nel
quartiere sud di Xochimilco, ecco un tizio che ci carica su una camionetta e ci
da un passaggio verso la zona giusta.
Chiedendo ad un po' di officine meccaniche entriamo in contatto con Roberto Leon,
un signore che vuole vendere la sua moto per 25000 pesos. La andiamo a vedere,
e' vecchia e abbastanza scassata, ma ci convinciamo che questa sara' la scelta
giusta.
Preleviamo il contante in banca, ceniamo nella turistica e ben pulita Zona Rosa
ed il giorno dopo compriamo i caschi, torniamo da Roberto, trattiamo il prezzo
fino a portarlo a 21000 pesos (circa 1100 Euro) e prima di chiudere l'affare
(che e' un affare solo per lui) io gli chiedo di andare in commissariato per
controllare che la moto sia a posto.
Lui accetta ed un ufficiale controlla il tutto, documenti, numeri di telaio e
targa al computer, sotto pagamento di mazzetta da 200 pesos (qui funziona ancora
cosi') : la moto ha una denuncia per furto, ma poi e' stata regolarizzata con un
nuovo numero di telaio e nuovi documenti (da noi si dice che e' stata battuta),
tutto cio' per la polizia e' regolare. In Messico l'assicurazione non e'
obbligatoria, quindi non la facciamo, e la compravendita si fa su un semplice
foglio di carta firmato dalle 2 parti ed un testimone (che io nomino in Alba).
Dopo una controllatina al meccanico, eccoci in sella ad una Kawasaki Vulcan del
1987, motore 454 di cilindrata, ovviamente in condizioni pessime,
sconsigliatissima per un viaggio cosi' lungo; ma il tempo e i soldi sono pochi,
quindi bisogna rischiare un po'. La moto ha 2 marmitte che fanno un casino
incredibile, ci sentono anche ad 1 km di distanza, siamo i piu' tamarri di tutto
il Messico, in Italia ci avrebbero gia' arrestato con un mezzo cosi'.

Era un po' un sogno quello di trovare una moto per affrontare il mio viaggio, ma
mai avrei immaginato che al terzo giorno di viaggio ne avrei gia' comprata una.
Torniamo quindi in hotel in sella e abbastanza carichi di energia e ci rendiamo
conto di quanto sia grande ed inquinata questa citta'; forse ci avremmo
impiegato 2 ore per attraversarne un quarto ed abbiamo respirato l'impossibile
su quelle strade.
All'indomani iniziamo l'avventura ripartendo dalla capitale verso nord ed
ovviamente gli acciacchi della nostra vecchia Kawasaki non si fanno attendere:
una volta si ferma, l'altra perde acqua, facciamo controllare le candele etc.
Intanto visitiamo il sito archeologico di Teotihuacan con le sue imponenti
piramidi, molto bello, e prima di partire, ancora sosta da un meccanico.

Facciamo qualche decina di chilometri e ancora problemi. Insomma sta moto e'
proprio un bidone: una volta cambiamo il tubo che porta il decongelante, una
volta una saldatura da uno pseudo-maestro che trovo in mezzo alle campagne di un
villaggio... Tutte le riparazioni qui vengono fatte con mezzi di fortuna, si
riciclano tubi da vecchie macchine scassate, si creano pezzi dal niente etc.
etc. In giro si vedono moto con le gomme consumate fino all'osso, e tutti
sembrano sapere trovarti la soluzione al tuo problema.
Gireremo 7 meccanici in 6 giorni (potete immaginare lo stress raddoppiato dai
commenti di Alba), credo che sia un vero record il mio, appena torno mando
un'e-mail a quelli del Guinness. Il problema e' che se supero i 100 km all'ora (piu'
o meno 100 perche' il contachilometri naturalmente non funziona) il motore si
scalda e il decongelante cade per terra; ma nessun meccanico riesce a capire il
perche': un paio di tecnici apparentemente esperti me l'hanno aperta tutta e a
quanto pare l'unico problema che puo' esserci e' la punta della testa del motore
(oh mio Dio). E va bene, vorra' dire che continueremo senza superare i 90-100
km/h, tanto su queste strade e' anche difficile andare piu' veloci, di sicuro
non mi metto a cambiare il motore, al massimo la butto sta moto e continuo in
bus come ho fatto negli anni passati.
Intanto in questi giorni di pit-stop ci siamo fermati a dormire nei paesini piu'
sconosciuti del Messico, dove non abbiamo incontrato neanche un turista, quindi
abbiamo vissuto un po' la vita locale e mangiato tanti tacos piccanti e
tortillas.
Passiamo velocemente dentro San Miguel de Allende, molto bella e coloniale, ma
abbastanza americanizzata e 30 km prima di arrivare a Guanajuato la moto si
ferma di nuovo: questa volta la benzina (eh si, la moto non ha neanche il
contatore della benzina ed io ancora non avevo capito quanto era capiente il
serbatoio).

Si fa buio e comincio a preoccuparmi, ma per fortuna ad un certo
punto un tizio si ferma ai nostri segnali di luce, poi arriva anche una
pattuglia della stradale e quindi ci caricano sia a noi che la moto dietro un
pick-up fino al prossimo distributore. Devo dire che in Messico e' pieno di
problemi e cose scassate, ma c'e' sempre una soluzione a tutto (a modo loro,
pero' c'e'), se rimani a terra difficilmente ci rimani, qualcuno ti tira su.
Regaliamo 100 pesos di mancia al tipo che non ha avuto paura a fermarsi da solo
sulla stradina buia per raccoglierci, ma non regaliamo niente ai poliziotti, che
una battutina sui soldi ce l'hanno buttata (aouuuuu... e che m'avete preso per
zio Tom). Con questo pieno finalmente so quanto e' capiente il serbatoio della
moto (sono solo 11,5 litri e con un pieno faccio 200 km circa, non male direi).
Arrivati a Guanajuato (il settimo meccanico sara' qui all'indomani per un
problema di batteria) scopriamo che e' una bellissima citta' coloniale: le
stradine, i monumenti, le piazzette, i localini, tanti universitari, la vista
panoramica dal Cerro; e poi e' particolarissima perche' ci sono un paio di
strade sottoterra costruite tipo metropolitana che la tagliano a meta' per
evitare il traffico; poi da giu' si sale attraverso le scale verso il centro
storico. Veramente particolare. Peccato che siamo al settimo giorno del nostro
viaggio e questa e' ancora la seconda tappa (un po' in ritardo sulla tabella di
marcia direi).

Si riparte alla volta di Real de Catorce: il viaggio e' lungo (piu' di 400 km,
che in Messico significano 8 ore), quindi ci fermiamo a dormire a meta' strada.
Passiamo quindi la linea del Tropico del Cancro con tanto di cartello, ed ai
lati della strada si cominciano a vedere i cactus ed un paesaggio piu' brullo.

Real de Catorce e' un posto molto particolare, raccontato anche nel film Puerto
Escondido, con Abatantuono e Bisio: una citta' mineraria come tante nel nord del
Messico, ma questa e' stata abbandonata dai minatori anni fa ed e' rinata grazie
al turismo. Per accederci bisogna deviare su una strada di 25 km fatta di
sanpietrini (o almeno io li chiamo cosi'): sembrava di stare su un campo minato,
ci e' voluto almeno un'ora per percorrerla ed io gia' pensavo alle conseguenze
che sarebbero successe alla moto, li' in mezzo al niente. Per fortuna me la cavo
stringendo solo il cavo della frizione che sembrava partita ormai, anche perche'
a Real de Catorce non credo avrei mai potuto trovare un meccanico.
Nel paese si entra attraverso un tunnel a senso alterno lungo 3 chilometri circa
ed i visitatori pagano 20 pesos per attraversarlo con un mezzo: alla fine del
tunnel eccoci arrivati in questo posto sperduto in mezzo alle montagne. Non so
quanti abitanti facesse, ma e' davvero piccolo, le case tutte in pietra, sembra
di tornare indietro di 100 anni.

Fin da subito mi piace, il tunnel chiude di notte e quindi si resta isolati qui,
l'atmosfera e' particolare, Alba invece inizia gia' con le prime lamentele e le
sue voglie di andare al mare (purtroppo per la maggior parte di noi Italiani le
vacanze e il Messico significano solo relax in spiaggia, amaca e cocco, che
peccato, e' un po' riduttivo direi). Faro' una passeggiata alla citta' fantasma
(una piccola Real a qualche chilometro di distanza, ma completamente
abbandonata) e tornero' per il tramonto. In serata vado vicino ad una pseudo
Arena dei Tori, dove i ragazzi del posto giocavano a pallone. La scena e' stata
bellissima: dopo l'ultimo goal sono andati tutti via, un paio di macchine ed il
resto di loro ha preso il cavallo parcheggiato fuori dal campo e tornato a casa
galoppando. Mi sembrava "Ritorno al Futuro".
All'indomani passeggiata a cavallo alla montagna sacra, dove alcuni indigeni
fanno a piedi fino a 400 km per compiere il proprio cammino alla montagna tutti
gli anni (ci mettono alcune settimane). Intanto in mattinata abbiamo conosciuto
Gianni e Carla che ci invitano a pranzo e noi accettiamo: sono 2 commercialisti
torinesi che sono scappati 3 anni fa dallo stress delle nostre citta' e si sono
fermati qui comprando una bella casetta costruita da uno svizzero. Che storia,
pare ci siano un'altra decina di Italiani che vivono a Real (oltre naturalmente
ad altri stranieri), tra i quali una ragazza che lavorava per la NASA negli
Stati Uniti (o qualcosa del genere), una giornalista (non ricordo se del
Corriere della Sera o Repubblica) ed un tizio al quale hanno dato 8 anni in
Italia per un po' di mariuana e quindi e' scappato via e non e' piu' tornato
(anche se ora sembra siano caduti i termini).
Veramente interessante e strano sto posto, pare che qui si viva veramente in
pace e tranquilli, anche se gia' da qualche anno e' abbastanza turistico.
Cucineranno un'ottima polenta e carne con una bella vista dal salotto sulle
montagne vicine e i 2 amici piemontesi ci racconteranno un sacco di storie
curiose; dal signor Pedro che pensava di avere 83 anni e al momento di dovere
farsi il documento d'identita' ha scoperto di averne 85, alle feste di
compleanno dove inviti 3 persone e se ne presentano 25, alle escursioni notturne
con saccappelo nel deserto, all'uscita settimanale a Matehuala (la citta' piu'
vicina a 2 ore di distanza) per fare le compre e cambiare un po' d'aria, fino ai
gruppi che vengono a suonare e che se non piacciono la gente spara ai piedi dei
musicisti, i quali scappano via (tipo far west praticamente)...
E' venerdi', il tempo e' brutto, io sarei anche rimasto un giorno in piu', il
posto mi piace, ma Alba vuole arrivare al mare, quindi partiamo nel tardo
pomeriggio, anche per paura che in coincidenza della festa di San Francesco
chiudano il tunnel per il fine settimana per evitare che non ci sia abbastanza
spazio per le macchine in entrata. Ripercorriamo la strada di sanpietrini (i
nostri glutei la ricorderanno a lungo) e all'incrocio ci prendiamo un bel
aquazzone: troveremo una bettola per dormire non prima di tarda sera ed in un
paesino sperduto dove cerco il proprietario della pseudo stanza per piu' di
un'ora chiedendo alla gente del posto, quindi viaggeremo al buio e bagnati: mai
piu'!!! Qui e' pericoloso guidare di notte, specialmente in moto, ci sono gli
assalti armati e le rapine, ma intanto non avevamo calcolato bene i tempi.
Siamo a Zacatecas, un'altra bella citta' coloniale, con la solita piazza con
Cattedrale, musicisti in strada ed una manifestazione religiosa. Nell'America
Latina sono malati per la religione e piu' o meno dappertutto si vedono scritte
del tipo "Dio Ti Ama", "La Risposta E' Gesu'" e robe del
genere. A Zacatecas visiteremo anche una vecchia miniera e proveremo per la
prima volta lo zip line (o qualcosa del genere) che collega 2 colline della
citta': in poche parole si viaggia attaccati ad una cerniera a qualche centinaio
di metri d'altezza per quasi 1 km da una collina all'altra e poi si ritorna alla
stessa maniera (giusto perche' questa non l'avevo ancora provata, erano gia' un
paio d'anni che volevo farlo in Basilicata).
Si parte per Guadalajara, la seconda citta' piu' grande del Messico dopo
l'immensa capitale, la moto ormai pare vada bene, ma occhio a non superare i 100
(80 in salita) altrimenti tira acqua (come dicono i messicani). Anche qui mega
messa religiosa in piazza e festa patronale con bancarelle dappertutto (in
Messico pare ci sia sempre una festa) ed un bel Luna Park nel nord della citta'
che noi non ci facciamo sfuggire facendo un po' di giri sulle giostre piu'
grandi. E capitiamo pure il 12 Ottobre, giusti per la festa della Madonna di
Zapopan, con file chilometriche per entrare in chiesa nel piccolo sobborgo
vicino Guadalajara (che noi naturalmente non abbiamo fatto, di chiese ne avevamo
viste gia' troppe).
Ci fermeremo una notte a Chapala sulle rive di un lago, un bel posticino
tranquillo, ma anche qui becchiamo la pioggia e l'indomani partenza verso il
Pacifico: per la gioia di Alba saranno piu' di 400 km e ci fermeremo pure 2
volte dal meccanico, una volta il cambio, l'altra la catena (fesserie per
fortuna).
Pian piano si scende verso la costa (fino a quel momento
avevamo sempre viaggiato sugli altipiani a quote che andavano dai 1500 ai 2500
metri circa, il caldo umido si fa sentire e il paesaggio comincia a diventare
verde con mega distese di alberi di palme (siamo ai tropici).
E intanto mi sento sempre piu' come Che Guevara nei Diari della Motocicletta,
solo che lui e il suo amico avevano una moto un po' migliore della mia per
girare il Sud America.
Prima destinazione al mare, Maruata, un bel posto selvaggio sperduto nella
giungla con un solo albergo e qualche cabana sul mare. Noi scegliamo la
comodita' dell'hotel, nel paesino non c'e' veramente niente, una piazzetta,
strade di terra (o meglio fango per via delle piogge) ed il rumore delle onde
del Pacifico che si infrangono sulla spiaggia.
Di notte sul bagnasciuga arrivano le tartarughe a deporre le uova, ma noi non
andremo a vederle. In mattinata primo bagno nel Pacifico con le onde fortissime,
passeggiata in spiaggia e via con la prima di un'interminabile serie di mangiate
di pesce.
Si riparte subito attraverso il verde della vegetazione verso Caleta de Campos.
Non ci e' piaciuta molto, piu' costruita della precedente, ci siamo pentiti,
saremmo rimasti volentieri un altro giorno a Maruata.
Ripartiamo verso Zihuatanejo che e' il posto dove sono ambientate le scene
finali del film "Le Ali della Liberta". In strada ci fermeremo a
pranzo (di pesce naturalmente a Playa Azul).
Zihuatanejo e' molto bella, con diverse baie e spiagge, ma naturalmente piu'
turistica delle altre e quindi piena di alberghi, locali etc.

Dopo un paio di giorni ripartiremo alla volta della mitica e famosa Acapulco. In
strada ci fermeremo prima a Baia de Potosi per un po' di relax e l'ennesima
bevuta di cocco e poi pranzo (di pesce ovviamente) alla spiaggia di Cayaquitos.
Che dire di Acapulco: e' uno di quei posti che bisogna vedere, una baia
bellissima ed enorme, ma naturalmente e' come andare a Rimini: ci sono i
McDonalds, le discoteche, i grandi hotel e perfino il Bungy Jumping vicino la
spiaggia, che questa volta non provero'. Un classico da non perdere ad Acapulco
sono i tuffatori alla QUebrada, che ogni sera danno uno spettacolo tuffandosi da
35 metri, dovendo calcolare il momento in cui arriva l'onda forte che entra
nella baia. Faremo anche una bella camminata nel verde dell'isola La Roqueta,
raggiunta in barca da un molo, dove finalmente troveremo una spiaggietta senza
onde (finora avevamo solo trovato mare agitato, d'altronde il Pacifico non
potevamo aspettarcelo diversamente da queste parti).
Ripartiamo alla volta di Puerto Escondido, ancora una volta 400 km dove
difficilmente si puo' superare una media di 50 km all'ora e quindi ci fermiamo a
dormire ancora una volta a meta' strada.
Puerto Escondido ci piace subito. Il bello di questo viaggio e' che siamo in
bassissima stagione, quindi in ogni posto che andiamo troviamo spiagge isolate
ed hotel con cui trattiamo alla grande il prezzo. Ci concediamo una stanza vista
mare. Pare che qui in alta stagione sia strapieno; in effetti il posto e' fin
troppo costruito e dedito al turismo e ricorda solo lontanamente il villaggio di
pescatori per il quale era diventato famoso.
Le giornate al mare passano come al solito tra bagni e mangiate di pesce, per la
gioia di Alba (ma anche mia) e a Puerto Escondido decido di riprovarci col surf;
dopo l'esperienza fallimentare in Australia qualche anno fa, affitto una tavola
e mi riammazzo una paio di volte con una bella botta al collo; le onde sono
veramente forti e mi sballottolano come se fossi una formica; non riesco a stare
piu' di 2 secondi in piedi, mi sa che non e' per me e un giorno ci riprovero'
con il kite surf, per il quale mi sento piu' portato; la spiaggia accanto a
quella dove sto io pare sia la terza spiaggia piu' famosa al mondo per il surf
(e infatti si vedono certi cavalloni che fanno paura).

In serata ci concediamo un ristorante Italiano (una volta ogni tanto e' bello
non mangiare sempre Nachos, Pastor, Encillada e Tortas de Carne) e qui
conosciamo il proprietario 25enne Marco Conti, figlio del veronese Claudio Conti
che pare abbia inspirato il film Puerto Escondido (il locale e' pieno di
locandine, articoli di giornale e foto). Conti e' stato rapito ed ucciso l'anno
scorso. Eh gia', proprio cosi', successivamente ho trovato anche informazioni su
internet a riguardo. Marco mi offre un paio di mojito e ci racconta come e'
andata la scena del rapimento del padre, la richiesta del riscatto eccetera
eccetera.
Qui non si scherza quindi, piu' di qualche volta, specie viaggiando in mezzo
alla giungla i militari ci hanno fermato per controlli di routine (anche se non
sono mai stati dei grandi controlli approfonditi), pero' di sicuro con tutto
questo verde, clima caldo e umido e centinaia di chilometri di sentieri, i
narcotrafficanti sono ben rappresentati.
Ultima tappa al mare prima di risalire gli altipiani, Zipolite; ad Alba non
piace tanto, a me va bene direi. Zipolite e' un posto hippy, qui la gente sta
intere giornate a dondolare sulle amache, fuma, si sballa e non si fa niente; il
solito spiaggione vuoto tutto per noi con le onde che si massacrano sul
bagnasciuga; ma soprattutto Zipolite e' un posto famoso per i nudisti, anche se
in bassa stagione ce n'e' pochi naturalmente. E poi la sfortuna vuole che nei
posti per nudisti per la maggior parte si vedono solo maschi adulti col pisello
di fuori, quindi non e' che siano tanto gradevoli da vedere alla fine. Qui
notiamo la presenza di molti francesi e infatti andremo a cenare in un posto
gestito da una coppia francese. Domani ripartiremo verso Oaxaca e poi il Chiapas.

Lasciamo il Pacifico e pian piano risaliamo la Serra Madre del Sur, passiamo il
passo a San Jose' del Pacifico, che pare sia famoso per i funghi allucinogeni,
ed arriviamo a Oaxaca. Ma mica arriviamo come le persone normali!!! La moto
ricomincia a fare i capricci, si scalda di nuovo e questa volta proprio non ne
vuole sapere di riprendersi. Un po' a singhiozzo arriviamo ancora una volta di
sera.
La citta' e' bella, piacevole da camminare a piedi e poi produce una cioccolata
buonissima che io naturalmente non mi faccio sfuggire. L'indomani andiamo a
visitare il sito di Monte Alban (girando per il Messico ci sono talmente tanti
resti archeologici millenari che ci si rende conto che Colombo non ha scoperto
proprio un bel niente, qui la civilizzazione esisteva gia' dapprima).
Ma la giornata di oggi si presenta piena di lavoro: bisogna capire di che morte
morira' la nostra moto. Visto che qui tutti dicono di sapere, ma ognuno da
soluzioni diverse, decido di fare di testa mia. Vado prima da un radiatorista e
mi faccio smontare e pulire il radiatore, poi da un meccanico di moto per
smontare, pulire e cambiare i pezzi vecchi del carburatore. Dopo ore e ore di
montaggio e smontaggio ci accorgiamo, ormai superato il tramonto, che il
cappuccio di una candela fa un falso contatto e quindi la moto non ha spinta e
si riscalda subito. Bene, amici miei, con questi 3 ritocchini la moto va de puta
madre, come dicono in Sud America. Ma non come andava prima, bensi' meglio. La
sento sotto di me che va meglio di prima ed infatti ci mettiamo poco ad
accorgerci che il problema del riscaldamento non esiste piu', e' ormai superato
e non abbiamo piu' il limite dei 100 da rispettare. E' incredibile: dopo 3
settimane di penitenze e bestemmie, quando ormai ero convinto che la mia moto
era un catorcio, tutto inizia a girare bene (altro che punta della caveza del
motor, come avevano detti i 2 santoni, qui il motore va alla grande).
Ripartiamo verso l'Istmo, che e' la parte piu' stretta del Messico (210 km da un
lato all' altro). Finalmente la temperatura della moto non sale piu' e
l'acceleratore spinge come una moto normale. Questa volta sara' il viaggio piu'
lungo, sono 600 km da qui a San Cristobal, nel Chiapas. In strada ci fermiamo al
convento di Cuilapan del Guerrero per una visita breve, poi al Tule (che pare
essere l'albero piu' vecchio al mondo, veramente enorme), poi ancora un mercato
domenicale in un paesino in strada e via attraverso la sierra ed i paesaggi che
cambiano man mano che saliamo e scendiamo. Bellissimi. Pranzo in un paesino
sperduto in compagnia di alcuni abitanti riuniti per la domenica in strada a
mangiare e ci fermiamo a dormire a Tehuantepec.
La mattina sveglia presto, e' incredibile come ci si sveglia presto in viaggio,
tante volte in serata non c'e' niente da fare, quindi non si va a letto tardi e
la mattina e' meglio partire intorno alle 7 per evitare il sole bruciante delle
ore calde (a volte mi stresso piu' quando viaggio che quando lavoro). Siamo di
nuovo al livello del mare e fa caldo. Prenderemo una deviazione per ammirare il
bel canyon del Sumidero e poi 50 chilometri di salita, per fortuna autostrada a
pedaggio questa volta, fino a San Cristobal. Alba avvista alcuni ragazzi che
danno il benvenuto in Chiapas tirando le pietre agli automobilisti (bene, un po'
come in Italia dai cavalcavia) e nel tardo pomeriggio arriviamo a destinazione.
San Cristobal della Casas subito ci appare bellissima, siamo nel Chiapas, si
cominciano a vedere i lineamenti Maya tra gli abitanti, nelle vicinanze vivono
diversi gruppi indigeni che parlano la propria lingua, pare siano 21, molti di
loro vestono con abiti tipici ed un colore ben definito a seconda del gruppo al
quale appartengono. Questa e' la zona dei ribelli Zapatisti che occuparono la
citta' nel 1994 e nella piazza centrale vediamo dei dimostranti di un villaggio
poco distante da qui che hanno occupato l'entrata della Cattedrale per
protestare contro i militari che pare abbiano fatto fuori dei loro compagneri ed
arrestato altri.
San Cristobal e' naturalmente molto turistica, ma veramente bella, qui
prenderemo la stanza piu' bella mai presa finora, con stupenda vista sulle
montagne circostante per la modica cifra di 250 pesos a notte (praticamente 7
Euro a persona) e la mattina dopo partiremo in direzione Palenque per poi fare
ritorno.
Saranno 210 km, ma ci vogliono 5 ore; curve, rallentamenti, frane, tir che
bloccano la strade e poi i tanto odiati TOPES; le strade in Messico assomigliano
un po' alle nostre vecchie statali, ma molto piu' malandate, ci sono sempre
lavori in corso, passano all'interno di paesini e villaggi e in ogni centro
anche minimamente abitato ci sono numerosi dossi, che qui chiamano Topes;
rallentamenti obbligati quindi, ma il bello e' che molte volte non sono
segnalati e quindi se non li vedi si fanno dei gran bei salti tipo motocross, e
la vecchia Kawasaki ormai soffre in silenzio. Purtroppo le autostrade non sono
presenti dappertutto, ma quando ci sono conviene alla grande prenderle, anche se
costano abbastanza direi.
E poi questi Messicani non hanno proprio il senso dell'orario e delle distanze:
se per andare da un punto A ad un punto B uno ti dice che ci vuole un'ora, un
altro tranquillamente ti dice 4 ore. E sono in pochi a dirti non lo so.
Piuttosto ti dicono cazzate. Un Messicano difficilmente ti dice "torno tra
20 minuti", piuttosto ti dice "torno tra un po'". Per non parlare
delle direzioni: se chiedo a 10 persone, 5 mi diranno vai a sinistra e 5 a
destra, e la cosa piu' bella che in molti non sanno la differenza tra la destra
e la sinistra: non e' difficile trovare qualcuno che ti dice gira a destra, ma
ti fa segno con la mano sinistra o viceversa. Questa cosa mi fa troppo ridere.
Tutto funziona un po' cosi', tante vale fare da soli.
In strada per Palenque ci fermeremo alle Cascate di Agua Azul, molto belle, ho
fatto pure un bagnetto fresco. Alle cascate abbiamo anche incontrato il furbo di
turno che ha provato a metterci paura, dicendo che andando nella giungla sarebbe
stato pericoloso e che ci avrebbero derubato, cosi' era meglio pagare lui per
farci da guida. Un po' ci e' venuto il dubbio, ma alla fine non gli abbiamo
creduto ed abbiamo continuato da soli nella giungla. Per fortuna non e' successo
niente.
Visitiamo Palenque subito all'apertura, alle 8, bellissimo sito Maya avvolto
nella giungla, con cascate e fiumi che passano vicino le rovine. Veramente
interessante.

Prendiamo quindi la strada per il ritorno e dopo altre 5 ore di sofferenza e caldo ritorniamo a San Cristobal. Accompagno Alba all'ipermercato dove avrebbe acquistato un po' di mangiare messicano da portare in Italia all'indomani. E' il 28 Ottobre e al multisala accanto pubblicizzano l'uscita del film di Michael Jackson, che naturalmente non mi perdero'.
Trovo un taxista che porti in aeroporto Alba alle 4:45 di mattina (in moto
sarebbe stato troppo buio e rischioso fare 50 km fino all'aeroporto della
capitale Tuxtla Gutierrez). Cenetta ad un ristorantino Argentino, che ci ha
deluso abbastanza (ne avevamo gia' provati un paio abbastanza buoni in questo
viaggio, e poi dopo le scorpacciate di carne di 2 anni fa a Buenos Aires il
paragone non tiene molto).
Sveglia presto la mattina, Alba parte ed io comincio a respirare un po': mi
svegliero' con calma, colazione, giretto per la citta', il mercato, internet e,
naturalmente, vado al cinema a vedere "This Is It". Inutile dirvi che
mi e' piaciuto e che sarei rimasto in sala per la replica se il chico non mi
avesse fatto notare che io ero l'ultimo rimasto ancora li'. Decido comunque di
non rientrare in sala e tornare in centro, avro' modo di rivederlo piu' in la'.
Intanto la batteria della moto fa ancora i capricci, ormai sto diventando
esperto e riconosco i problemi solo con l'orecchio (proprio io che non ci avevo
mai capito niente di motori). Avevo gia' fatto un'altra carica ad Acapulco dopo
quella precedente a Guanajuato, quindi e' arrivato il momento di cambiarla sta
batteria e comprarne una nuova.
Nel pomeriggio vado a visitare San Juan Chamula con un microbus, che e' un
villaggio di un gruppo indigeno nelle vicinanze, ma anche qui mi prende la
pioggia, mi godo per l'ultima sera la mega stanza con vista panoramica e preparo
il tutto per l'indomani. Sono pronto a lasciare il Messico ed entrare in Guatemala.



Si riparte in direzione sud, pronto per attraversare il primo confine del viaggio. All'indomani sara' l'1 Novembre e qual'e' il posto migliore dove trascorrere la Festa di Tutti i Santi? Ma naturalmente a Todos Santos, in Guatemala.
Nel tragitto verso la frontiera sento che qualcosa alla moto non va (tanto per cambiare), ma la mia ormai solida esperienza nel campo mi suggerisce che e' solo una questione di candele. Mi fermo in ferramenta a comprare gli ultimi attrezzi che mi mancavano, acquisto anche un paio di guanti per guidare e con l'aiuto del venditore puliamo le candele. La pioggia mi costringe ad una sosta in un Centro Commerciale, dove pranzero' e poi pian piano via verso la frontiera.
E qui inizia il bello: timbro sul passaporto in uscita dal Messico, timbro in entrata in Guatemala con tentativo non riuscito da parte del doganiere di spillarmi qualche soldo, tassa per la fumigazione sulla moto, ma all'ultimo ufficio che rilascia il permesso per il veicolo mi bloccano: la moto e' regolare in Messico, ma non in Guatemala. Eh gia', perche' mentre in Messico posso comprare un mezzo compilando una semplice carta bianca tra me e il venditore, in Guatemala c'e' bisogno che sia presente un notaio al momento del passaggio che testimoni il tutto. E ora che faccio? Mica posso tornare a Citta' del Messico a cercare chi me l'ha venduta per andare da un notaio?
Saranno forse 1500 km.! Entro in crisi. Provo a chiedere un po' a questo e a quello, cerco vie alternative, ma niente, la moto non puo' passare. Mi suggeriscono di tornare alla prima citta' messicana a 80 chilometri e cercare un notaio che renda valida la compravendita. Ma e' gia' sabato pomeriggio e non troverei nessuno per tutto il weekend. Inoltre inizia a piovere fortemente e qui quando piove, piove sul serio. E poi non voglio perdermi la festa a Todos Santos all'indomani. Percio' l'unica soluzione e'
di parcheggiare la moto al confine, proseguire in bus e il lunedi' tornare a riprenderla, ripassare la frontiera e regolare il tutto.
Sara' una bella sfacchinata e perdita di tempo, ma non ho scelta. Gli ufficiali mi fanno gentilmente mettere la moto nel loro parcheggio (io spero che non me la freghino proprio loro!) e dopo un ape-taxi che mi porta al terminal dei bus, eccomi a bordo di un chicken bus per la citta' di Huehuetenango, crocevia dove cambiare il bus per Todos Santos. I chicken bus sono in tutto il Centro America e non sono altro che dei vecchi scuolabus americani riadattati per il trasporto locale. Per percorrere meno di 100 km ci vorranno 2 ore. Il controllore riempe il mezzo fino all'inverosimile occupando ogni singolo spazio, si viaggia tutti ammassati e appiccicati, in 3 o 4 sui sedili da 2 posti, in molti stanno in piedi e non e' difficile che il tuo compagno di viaggio sia una gallina o qualche altro animale strano.
La pioggia continua fortissima e il chicken bus e' talmente scassato che piove anche all'interno; ed io inizio a rimpiangere la mia vecchia Kawasaki.
E pure negli anni passati ho sempre viaggiato sui mezzi locali di diversi paesi, ma forse mi sono troppo abituato alla liberta' della moto che, anche se da problemi, resta comunque un modo piu' comodo per spostarsi rispetto ai mezzi locali. Arrivato al terminal dei bus di Hue Hue (qui la chiamano cosi') vado un po' in giro ad informarmi se c'e' qualche mezzo che prosegua per Todos Santos, ma niente, non si riesce proprio a trovare un micro bus, e' ormai sera e l'ultimo e' partito da una mezz'oretta circa. E il bello e' che in molti mi dicono che non ci sara' neanche all'indomani, in quanto e' un giorno festivo, anche se le informazioni come al solito sono diverse da persona a persona.
Intanto prendo una stanza in hotel proprio davanti al terminal dei bus, che di notte e' un gran bel postaccio. Vado in centro dove pare ci sia una festa, ma piove troppo, mi bagno e quindi torno in hotel. C'e' una famiglia di Todos Santos in albergo che sostiene che all'indomani mattina presto ci sara' un bus che ci portera' a destinazione, ma nessuno e' sicuro di niente.
All'indomani mi svegliero' quindi alle 4 di mattina che e' ancora buio profondo e qualcuno mi dice che e' partito un microbus addirittura alle 3 e che non ce ne saranno piu'. Al terminal c'e' una famiglia con bambino piccolo in braccio che aspetta da 2 ore e sostiene che un mezzo ci sara'.
Altri sostengono il contrario, qualcuno dice che il chicken bus parcheggiato li davanti partira' per Todos Santos, ma non c'e' un cartello che indichi la destinazione ne' l'orario, tutto e' lasciato al caso, non ci sono indicazioni e la gente aspetta tranquillamente le ore con la speranza di partire, e' incredibile. Un altro ragazzo guatemalteco che aspetta lo stesso bus ci rinuncia e torna in stanza dicendo che rimarra' quindi ad aspettare un altro giorno. Per loro e' normale vivere cosi' e la vita qui e' fatta di attese interminabili. Anch'io ormai sconfitto me ne vado a dormire che sono ancora le 5 di mattina.
Ma proprio sul piu' bello, mentre stavo per rimboccarmi il lenzuolo, ecco sentire i passi del receptionista che corre su per le scale: lo sento, sta venendo da me. E infatti e' proprio cosi', mi dice di sbrigarmi che c'e' un microbus fuori pronto a partire non appena si riempe e che mi avrebbe lasciato ad un incrocio da dove sarebbe stato facile trovare un passaggio per Todos Santos, magari in autostop, in quanto tutta la gente di quella zona va verso la festa. Mmmmmhhhhhhh, si prospetta un'altra bella avventura.
Ma in pochi minuti sono giu', lascio lo zaino grande in hotel (lo avrei ripreso la sera stessa o il giorno seguente al mio ritorno) e via sul micro.
Aspetteremo un po' e appena si riempe si parte, il ragazzino controllare tanto per cambiare tenta di spillarmi qualche soldo in piu' rispetto ai locali, ma non aveva capito che con me c'era poco da fare. La strada e' sterrata, in condizioni pessime e si arrampica su per le montagne; dopo un'oretta abbondante arriviamo ad un incrocio dove mi dicono di scendere ed eccomi davanti un bus che aspetta di partire per Todos Santos. Una breve attesa, un altro viaggio di un'oretta ed eccomi arrivare. Ancora non ci credo, sono passate da poco le 8 di mattina dell'1 Novembre e sono a Todos Santos. Che sfacchinata!!! Ma ne e' valsa veramente la pena.
A parte la pioggia che viene e va, a Todos Santos trovo tutti i cittadini vestiti uguali, uomini con pantaloni a striscie bianche e rosse e camicia, donne con gonne larghe tendenti al blu. Anche in Guatemala come in Chiapas ogni comunita' indigena oltre a parlare la propria lingua veste tutti i giorni con i propri colori, ma mentre fin'ora avevo trovato villaggi nei quali non tutti seguivano alla lettera la tradizione, a Todos Santos i cittadini sono vestiti uguali, proprio come una squadra di calcio. E non solo il giorno di festa, ma tutti i giorni dell'anno!!! Successivamente un signore locale mi spieghera' che tutti portano il vestito uguale, anche se non sono obbligati, e' una tradizione del posto ed ogni anno l'1 Novembre si butta il vestito vecchio e si indossa quello nuovo, naturalmente dello stesso colore. Lui pero' ha ancora conservato quello nuovo, non ha voluto rovinarlo per via della pioggia e quindi lo inaugurera' prossimamente. In pratica per 365 qui la gente indossa gli stessi indumenti, si cambiano una
volta l'anno.
Ma il clou della festa e' la corsa dei cavalli: su una stradina sterrata ed in quest'occasione ovviamente infangata per via del'acqua, gli uomini del paese corrono a bordo di un cavallo avanti e dietro da un punto all'altro, con la particolarita' che sono tutti ubriachi fin dalla mattina; quindi si vedono le scene piu' impensabili, cavalieri che gridano, che cadono da cavallo e tutto il pubblico intorno ad incitare e divertirsi (tra i quali un folto gruppo di viaggiatori come me). Si svolge anche una partita di calcio con la squadra locale che sfida un altro villaggio e naturalmente il match e' seguitissimo. Nella piazzetta centrale 2 specie di ruote panoramiche arrugginite piene di gente che fanno paura solo a vedersi e che io non provero'. Bande che suonano musica. In giro per il paesino numerosissime bancarelle che vendono un po' di tutto. Man mano che la giornata avanza si vedono sempre piu' uomini del posto stesi per terra ubriachi ed in serata sara' davvero un delirio. Davanti al piccolo carcere locale parenti e amici parlano con i detenuti attraverso una ringhiera che da proprio sulla strada principale. Io devo decidere cosa fare: tornare a Hue Hue oppure fermarmi la notte qui? Intanto la pioggia incalza e mi riparo in un negozietto. Qui incontrero' una ragazza che avevo incrociato in un bar a San Cristobal dove faceva la cameriera. Le spiego il problema che mi e' successo con la moto in frontiera e lei mi tranqullizza dicendomi che con la macchina di un suo amico e' successa la stessa cosa ed hanno risolto il problema molto facilmente con l'aiuto di un avvocato messicano in un paesino a 20 chilometri dal confine. Mi dice anche che loro non hanno pagato niente e quindi mi faccio dare il nome ed il contatto di questo signore. che pare sia disponibile ad aiutare pratiche di questo tipo. Ora sono piu' tranquillo e decido di fermarmi a Todos Santos per la notte. La ricerca del posto dove dormire si rivelera' piu' difficile del previsto: gli alberghi sono pieni ed i pochi che hanno un posto libero lo vendono a prezzi alti. Anche le famiglie che si vendono le stanze delle proprie case sono full. E allora quando c'e' da risparmiare chi puo' aiutarmi se non 3 ragazze ebree? Eh gia', proprio loro: hanno una stanza con 4 posti letto, quindi uno e' libero; divideremo la spesa di 3 persone in 4.
All'indomani e' il giorno dei Morti che in tutto il Centro America e' una festa enorme: vado quindi al cimitero dove stanno per iniziare un po' di celebrazioni, ma per me e' arrivato il momento di andare via, la moto mi aspetta al confine. Il microbus del ritorno e' zeppo di gente, non solo e' pieno dentro, ma ci sono una decina di persone che siedono sul tetto e viaggiano all'aperto. Ad ogni salita sulle stradine sterrate di montagna dobbiamo scendere tutti e proseguire per un tratto a piedi, altrimenti il micro proprio non ce la fa. Passero' nuovamente da Huehuetenango a prendere lo zaino che avevo lasciato in hotel e poi dritti verso il confine, saranno in tutto 5 ore di viaggio.
Riprendo la moto, riattraverso il confine senza neanche timbrare il passaporto e vado a Comalapa alla ricerca dell'Avvocato Hugo Ramirez (in Messico gli avvocati hanno anche funzione di notaio); dopo aver chiesto un po' in giro arrivo al suo ufficio che naturalmente e' chiuso per la festa del Dia de Los Muertos; fortunatamente pero' Ramirez ha un negozio di alimentari proprio accanto e lo trovo li dentro. Mi apre quindi il suo ufficio, gli spiego il problema, ma in paese e' saltata la luce e quindi non
puo' accedere al computer per completare il mio documento (ma guarda un po'...). Dopo un po' di attesa decide di tirare fuori la vecchia macchina da scrivere ed in pochi minuti il tutto e' pronto: in poche parole scrivera' sul retro del mio foglio di compravendita della moto che lui era presente al momento del pagamento, quindi firma e tanto di timbro. Si frega 20 dollari americani (forse non sono abbastanza carino come l'altra ragazza a cui lo ha fatto gratis) e via, riparto verso il confine. Mi reco all'ufficio, il tizio controlla un po' e alla fine mi autorizza, pago il bollettino in banca e mi firma il permesso per entrare: SIIIIIIIIIIII, ce l'ho fatta, la mia moto e' in Guatemala con me.
Guidero' per una cinquantina di chilometri e poi ecco che arriva l'acquazzone: mi riparo un'oretta, ma questa pioggia non ne vuole proprio sapere di smettere ed intanto sta diventando buio, che da queste parti significa pericolo, specialmente se sei straniero e viaggi in moto. Intorno a me non ci sono posti per dormire, quindi forza e coraggio, sotto la pioggia incessante per 30 chilometri ancora fino a Huehuetenango, che ormai conosco come le mie tasche e dove trovero' un albergo per la notte.
Arrivero' talmente insuppato che saro' costretto a stendere nella stanza il passaporto (ormai ridotto ad uno straccio) e i soldi (sembrava un film di Toto').
Il giorno seguente sono di nuovo in strada accompagnato a tratti dalla pioggia, direzione Lago Atitlan. Come in Messico, anche in Guatemala le strade sono testimonianze di vita quotidiana, case, baracche, persone, venditori ambulanti ed animali di tutti i tipi: non bisogna meravigliarsi se mentre vai a 100, tutto ad un tratto ti attraversa una mucca, un cavallo o qualche incrocio strano di animali. Insomma bisogna fare bene attenzione.
Inoltre mi accorgo subito che a differenza del Messico non ci sono piu' i tanti odiati TOPES!!! E infatti... in Guatemala ci sono i TUMULOS, che sempre dossi sono e che io odio da morire perche' sono messi nei posti piu' imprevedibili per farti rallentare. Pero' devo dire che man mano ci si avvicina alla capitale la strada diventa buona e a doppia corsia per senso di marcia, io prendo sempre piu' confidenza con la mia vecchia Kawasaki ed inizio a divertirmi sulle curve: piego a destra, a sinistra e via dicendo.

La benzina in Guatemala costa di piu' e si misura in galloni anziche' in litri. Pausa pranzo a San Francisco El Alto, un piccolo villaggio molto guatemalteco e si riparte. Non mi accorgero' dell'uscita per San Pedro La Laguna (qui i cartelli stradali sono quasi inesistenti e laddove esistono sono peggio che nel Salento), quindi vado piu' avanti verso Panachel, faccio un giro nella cittadina e percorro tutta la strada panoramica del Lago Atitlan con vari stop per foto stupende, passando nei vari villaggi in riva fino ad arrivare a San Pedro. 5 chilometri di questa strada saranno in condizioni pessime, da moto cross direi, ma non ho scelta, devo continuare, non posso mica rifarmi tutto il lungolago e la Panamericana per tornare indietro, sarebbero piu' di 2 ore. Nei giorni successivi, parlando con qualcuno del posto, mi diranno che quel tratto e' spesso soggetto ad assalti da parti di banditi locali e mi fanno notare quanto io sia stato fortunato a passarmela liscia. Purtroppo a volte anche se non vuoi finirci in quelle situazioni, ti ci ritrovi per caso e non puoi farci proprio niente, le indicazioni non sono mai precise ed e' quindi facile ritrovarsi nei pericoli. Il livello di attenzione non e' mai abbastanza e da queste parti e' sempre meglio non abbassare la guardia.
Mi fermero' a San Pedro per 3 notti: pare che il lago sia un posto splendido per nuotare, ma da circa 3 settimane ci sono dei batteri che lo hanno inquinato e quindi niente bagno, i locali stanno tentando di pulirlo manualmente (ma dico, come si fa a pulire un lago cosi' grande manualmente?). Qui le giornate passano tranquille ai piedi del vulcano San Pedro, ci sono dei bei panorami ed io ne approfitto per riparare da solo il faro della moto e la targa che sui famosi 5 chilometri l'avevo quasi persa per via delle vibrazioni (ormai sono un meccanico esperto). A San Pedro incrociero' di nuovo le israeliane e faro' un po' di conoscenze: Gustavo e Fabio, il primo argentino, il secondo bolognese suonano in un gruppo a Isla Mujeres in Messico e sono qui per fare qualche serata, visto che di la' e' bassa stagione e non c'e' lavoro. Miguel, vicentino e manager di un ristorante-bar mi prepara un bel piatto di pasta (io accetto solo a condizione che sia lui a preparmelo). Un altro bolognese, Massimo, perennemente scoppiato, in attesa di aprire un bar in riva al lago. Un altro veneto che si e' fermato qui da una decina d'anni e vende pollo allo spiedo e' scappato dallo stress e le tasse dell'Italia. Mi raccontano anche di un napoletano arrestato da poco per droga (qui si dice lo abbiano usato come scusa per far vedere che ogni tanto arrestano qualcuno ed abbiano scelto lui come cavia in quanto era arrogante, non salutava e non portava rispetto alla gente del paese). In un bar mi fermo a parlare con una Canadese che ha un neonato in mano e mi racconta la sua storia: una scappatella nel lago con uno del posto ed e' nato il bebe', lei molto tranquilla a raccontare della sua vita e a come guadagnava i soldi facendo tatuaggi. San Pedro La Laguna e' una piccola comunita' con Guatemaltechi che occupano la parte centrale del villaggio e stranieri in riva al lago che restano folgorati dal posto e si fermano qui a vivere. E' un posto moooolto hippy, quindi gira un bel po' di droga e si passano le giornate a non fare niente e dondolare sull'amaca.
Io mi concedero' anche un bagno caldo all'aperto in una delle tanti vaschette che qui chiamane termali, ma proprio termali non sono.
La pioggia non smette e saro' costretto a rinunciare a visitare Chichicastanengo che pare sia il mercato piu' grande del Centro America dove il giovedi' e la domenica gli indigeni di diverse comunita' circostanti si incontrano a vendere i propri prodotti artigianali e tessili. Ma a dir la verita' la mia era solo una curiosita', a me i mercati sembrano tutti uguali e dei vari souvenir non me ne frega proprio niente.
Proseguo il mio viaggio e sono ancora nei pressi del lago quando rimarro' di nuovo senza benzina. Per fortuna qui la gente compra la super e se la rivende dentro casa, quindi il problema si risolve in un'oretta di ricerche.
Ancora la pioggia mi costringera' a fermarmi in un ristorante a buffet sulla strada e finalmente in serata arrivo ad Antigua, l'antica capitale del Guatemala. Qui rincontrero' Xander, che avevo conosciuto l'anno scorso in barca sul Mekong ed e' qui a studiare lo spagnolo. Passeremo un paio di serate insieme ai suoi amici. Sara' la prima volta di questo viaggio che dormiro' in un ostello: non si risparmia moltissimo rispetto ad una pensione economica e addirittura se si viaggia in 2 a volte costa anche di piu', pero' devo dire che alcuni ostelli sono un modo come un altro di conoscere altri viaggiatori e a volte si incontrano persone interessanti con delle esperienze incredibili, quindi non e' male se si viaggia da soli e poi alcuni hanno anche delle discrete stanze doppie e singole.
Antigua e' molto carina, architettura coloniale, tanti stranieri che studiano lo spagnolo ed e' circondata dai vulcani (ma tutto il Centro America direi che e' circondato dai vulcani). Prendero' un tour per scalare il piu' accessibile e famoso dei vulcani ancora attivo, il Pacaya. Saranno 2 ore di arrampicata e si arriva nella zona dove scorre la lava: SPETTACOLARE!!! Si sente il calore sotto i piedi e tutto intorno il fiume rosso di lava.

Si cammina su pietre instabilissime e la lava e' proprio li', a un metro di distanza. Pericolosissimo direi, non sembra difficile caderci dentro, in Europa sicuramente non sarebbe possibile camminarci cosi' tanto vicino su dei sassi che si muovono.
Fino all'ultimo saro' indeciso se proseguire per Guatemala City oppure fermarmi un'altra notte ad Antigua. Sono in molti a suggerirmi che la capitale non e' molto interessante ed oltretutto e' anche pericolosa, quindi alla fine mi convinco a restare. Cazzeggio in piazza dove c'e' una processione religiosa e l'immancabile pioggerellina che non mi abbandona (pare che il periodo delle pioggie abbia tardato ad arrivare quest'anno e percio' ha aspettato il mio arrivo), mangio qualcosa alle bancarelle ed un gelato in un baretto prima di tornare in ostello.






E' arrivato il momento di proseguire verso il prossimo confine: si parte la mattina in direzione pacifico e da li' verso la frontiera con El Salvador.
Finalmente una bella giornata di sole, un paio d'ore per sbrigare le pratiche doganali e stavolta nessun problema per oltrepassare il confine. Ma come al solito non puo' andare tutto liscio: dopo pochi chilometri la catena della mia moto decide di uscire fuori sede. Mi era gia' successo in passato ed avevo risolto semplicemente reinserendola e stringendo le viti dietro. Ma stavolta il problema e' molto piu' grave: quando e' successo andavo abbastanza veloce e quindi la forza dell'impatto ha rotto un pezzo vicino al motore, tutto l'olio e' per terra in strada, sono in mezzo alle campagne e non posso ripartire altrimenti fondo la moto. Inizio a pensare che stavolta sara' l'ultima e che la moto non si riparera' piu'. Dopo varie richieste di aiuto alla fine mi caricano con tutta la moto su un pick-up (sara' la seconda volta dopo l'esperienza senza benzina a Guanajuato, in Messico) e mi portano in un'officina. Una specie di meccanico dalla faccia poco raccomandabile prova a risolvere il problema incollando il pezzo caduto, ma l'olio continua a fuoriuscire; quindi cambio meccanico e l'unica soluzione pare essere quella di smontare il motore, saldare il pezzo e ricostruire praticamente la moto pezzo per pezzo. Che stress!!! Alla fine diventera' una fermata di 2 notti nell'unico albergo di un paesino di confine chiamato La Hachadura, dove non c'e' niente; la sera trovo solo bancarelle che vendono patate fritte, le strade buie e la gente del posto che ormai mi riconosce in quanto unico straniero. Dopo un giorno intero e mezza mattinata di lavoro la moto e' pronta per ripartire, o almeno quasi pronta: infatti rimarra' una piccola fuga di olio della quale non si riesce proprio a trovarne la soluzione e decido che proseguiro' il mio viaggio in queste condizioni, abbiamo fatto 30, facciamo 31; se gia' prima dovevo aggiungere un litro di olio ogni 3000-4000 chilometri, ora dovro' farlo ogni 2000, ci manca poco che mi servira' piu' olio che benzina. Il meccanico salvadoregno mi e' sembrato sicuramente bravo, pero' ci ha fatto la cresta alla grande con "lo straniero" e mi ha spellato quasi 100 dollari, portando questo pit stop 6 volte piu' costoso della fermata piu' cara mai fatta fino a quel momento; lascio a voi immaginare la tonalita' delle mie bestemmie in dialetto pugliese.
El Salvador e' una nazione piu' piccola della Sicilia, ma molto popolato e piu' caro rispetto agli altri Stati della stessa area. Qui si usano i dollari americani come moneta locale. Se piu' volte mi avevano avvertito che viaggiare in Centro America poteva rivelarsi pericoloso, El Salvador dovrebbe in teoria essere la punta dell'iceberg e chiunque da queste parti parla dei Maras, che sono una banda ferocissima, i quali membri non si fanno tanti scrupoli ad ammazzare la gente per i motivi piu' futili. Sicuramente si nota che il Paese e' molto popolato e che piu' di qualcuno si atteggia tipo gangster americano, ma fortunatamente io non ho percepito tutta questa paura e poi con le solite precauzioni e buon senso credo si possa andare quasi dappertutto.
Mi fermero' 2 giorni in una specie di resort dei poveri in riva all'Oceano a El Tunco, sabbia nera vulcanica, tramonti spettacolari, famosa per i surfisti. Purtroppo in spiaggia sono presenti tronchi d'albero spezzati e natura morta un po' dappertutto per via dell'uragano che e' passato da queste parti proprio qualche giorno prima del mio arrivo, uccidendo un centinaio di salvadoregni. E' crollato anche un ponte e la strada costiera da quel punto in poi e' inpraticabile, quindi per proseguire verso est devo passare a nord attraverso la capitale. San Salvador si rivelera' molto caotica e come tutte le capitali del Centro America pare non abbia particolari luoghi di interesse. Mi fermero' la notte a San Miguel, dove ogni sera di Novembre e' carnevale fino all'ultimo sabato del mese, passero´ la serata nella piazza centrale a vedere il concerto e la sfilata delle miss e poi a nanna.
Si riparte quindi verso l'Honduras e in una sola giornata attraversero' 2 confini fino ad arrivare in Nicaragua. Le frontiere in Centro America sono tutte uguali, file di gente, camionisti dappertutto, persone che ti assalgono e provano a spellarti soldi in tutti i modi; ci sono sempre negozi o chioschetti che fanno fotocopie (le carte da presentare sono sempre troppe) e i mestieri piu' comuni sono il cambia soldi abusivo e il "tramite", sarebbe a dire qualcuno che ti aiuta nella giungla dei documenti burocratici in cambio di qualche dollaro. Ne avevo usato uno per passare dal Guatemala a El Salvador, ma solo perche' si era incollato come una zecca; da quel momento in poi, con l'esperienza della burocrazia lenta e contorta maturata in Italia, ho imparato a cavarmela da solo e non ho piu' pagato a nessuno. Il confine honduregno si rivelera' il piu' caro e odiato da tutti i camionisti: ci vorranno quasi 40 dollari per attraversarlo con la moto e il bello e' che, a differenza del Guatemala, non potro' utilizzare lo stesso permesso quando rientrero' durante il mio ritorno verso nord, ma dovro' pagare di nuovo; e io pagooooooo. Inoltre il tipo della dogana fa un po' di storie sul fatto che il telaio non corrispondeva esattamente al numero scritto del mio libretto, ma avevo un documento integrativo che attestava il cambio della numerazione. E poi sono lenti, lenti, sempre troppo lenti sti latini, ogni movimento, ogni operazione viene svolta con una comodita' estrema.
Appena passata la frontiera gia' al primo posto di blocco trovero' il poliziotto furbo cerca soldi, si attacchera' ad un coltello che avevo nello zaino, ma dopo un paio di tentativi gli ho fatto capire con le buone maniere che da me non avrebbe incassato un centesimo e che si potevano tenere quella che lui definiva arma. Ci vorranno circa 3 ore per arrivare al confine con il Nicaragua (faro' solo una breve sosta in un supermercato a San Lorenzo).
L'Honduras recentemente ha sofferto di un colpo di stato ed il periodo non e' dei migliori per visitare il Paese, pare ci siano state un po' di rivolte nella capitale e la tensione e' alta, ma io devo attraversarlo per forza per andare verso sud e quindi con le solite precauzioni e un po' di attenzione, eccomi arrivare al confine successivo.
Entrando in Nicaragua dovro' fare l'assicurazione alla moto (finora non era mai stata obbligatoria): si fa direttamente in frontiera alla modica cifra di 12 dollari e vale per un mese (non male direi). Arrivero' a Leon che e' quasi buio, ma la citta' e la gente mi piacciono fin da subito. Sembrano tutti piu' acculturati da queste parti, nonostante siano molto poveri.
Questo Paese mi ricorda un po' Cuba, forse per il fatto che negli anni ha saputo tenere testa agli Stati Uniti, dopo la famosa rivoluzione di fine anni `70. Il giorno seguente andro' allo stadio a vedere la partita di baseball, che qui e' lo sport nazionale e il Leon e' primo in classifica.
Bella esperienza, prendero' il posto nella tribuna piu' cara vicino ai telecronisti (2 dollari il biglietto!!!), ma scopro subito che i posti alla fine sono tutti uguali, l'unica differenza e' che i settori piu' economici sono piu' affollati. Assistero' alla sconfitta della squadra locale, anche se io della partita non ci ho capito molto (il baseball mi sembra cosi' noioso). In ostello conoscero' anche 2 motociclisti, un israeliano 23enne partito dalla California con l'idea di arrivare in un anno alla Tierra del Fuego (ma era gia' in viaggio da 8 mesi e non aveva fatto tantissima strada, quindi pensava che alla fine non sarebbe andato oltre Panama) e un canadese perennemente sotto effetto di qualche fungo speciale partito addirittura da Montreal, anche lui diretto a Ushuaia, ma gli era rimasto solo un mese di tempo, doveva tornare presto in Quebec in quanto pare che la sua ragazza fosse incinta; lui era convinto di farcela in tempo per arrivare fino laggiu' per Natale, ma sia io che l'Israeliano non ci avremmo scommesso 1 Euro e in molti lo prendevano in giro di questa sua convinzione; il canadese sosteneva che Leon fosse la sua ultima tappa e che da li' in poi avrebbe fatto tutto un tiro fino in Argentina. E' inutile dire che i 2 motociclisti avevano moto molto piu' serie della mia e che, al racconto della mia avventura con la Kawasaki, si sono spaccati dal ridere; inoltre mi hanno fatto notare piu' volte come le mie gomme siano assolutamente da cambiare in quanto consumatissime e quindi pericolosissime e a rischio esplosione, specie su queste strade. Leon si rivelera' comunque una bella cittadina coloniale, con una Cattedrale enorme e piacevole per passeggiare.
La tappa successiva sara' San Juan del Sur, ma non prima di aver guidato tra le strade della capitale: nonostante le voci di pericolo che definivano Managua non proprio bella da visitare, devo dire che a differenza delle altre capitali centroamericane qui mi e' sembrato di respirare di piu' e la citta' e' abbastanza estesa da non essere poi cosi' soffocante. Inoltre la strada che porta a Managua e' molto bella, costeggia il lago e offre delle belle viste sui vulcani. Faro' un giro in centro e sul lungolago, andro' in cima alla collina per ammirare un bel panorama dalla statua del Sandino, poi dopo pranzo via verso il mare. Strada facendo inizio la ricerca dei pneumatici nuovi per la Kawasaki man mano che passo attraverso le citta', ma in Nicaragua avro' poco successo.
San Juan del Sur e' un piacevole paesino in riva al mare, con una bella spiaggia: anche qui tramonti mozzafiato sull' Oceano Pacifico e meta famosa tra i surfisti che cercano l'onda perfetta a Playa Maderas, a qualche chilometro di distanza. Una piccola sosta dal meccanico prevedera' il cambio del cavo dell'acceleratore, rotto per fortuna proprio al mio arrivo a destinazione; se ne occupera' un tizio che ripara biciclette. Trascorrero' mezza giornata in spiaggia a Maderas e per raggiungerla il tratto finale della strada sterrata e´ un vero incubo di pietre, salite e discese ripide; invece di surfare mi consolero' con una partita a calcio sul bagnasciuga con i Nicaraguensi.
E siamo in Costarica!!! Anche qui assicurazione obbligatoria in frontiera, saranno 15 dollari che valgono addirittura per 3 mesi (che figata, ma non posso assicurare anche il mio scooter in Costarica?). Si viaggia in direzione Liberia e ci vorra' poco a capire che il Costarica e' la nazione piu' ricca del Centro America: le case sembrano piu' curate, le persone vestono meglio e tutto costa di piu'. A Liberia si vedono tanti Americani con cappello da cowboy e macchine 4x4. Ma io mi fermero' qui solo per il pranzo e per cercare i pneumatici che non trovero', poi via verso Fortuna e il vulcano Arenal.
Il vulcano Arenal e' alto 1633 metri, e' attivo e caratterizzato da nuvole di gas grigio che discendono dai lati a velocita' allarmanti e la lava e' ben visibile, specie di sera. Il vulcano e' attivo dal 1968 ed e' impressionante come illumini il cielo, ancor piu' quando c'e' la luna piena................ Beh, almeno cosi' mi hanno raccontato perche' io del vulcano non vedro' neanche l'ombra: appena devio verso l'interno del Paese i nuvoloni lasciati in Guatemala ricominciano a perseguitarmi e gia' nell'approcciare il lago artificiale Arenal la pioggia iniziera' a tormentarmi nuovamente. Una quindicina di chilometri prima di Fortuna saro' costretto a ripararmi bello ed inzuppato all'entrata di un resort lussuoso e spendero' piu' di un'ora in compagnia del portiere ad ascoltare in radio lo spareggio per le qualificazioni ai mondiali tra Costarica e Uruguay, vinto da quest'ultimo. Proseguiro' che ormai e' sera verso Fortuna, guidero' completamente al buio solo seguendo come punto di riferimento le linee sull'asfalto che dividono le 2 corsie (laddove ci sono). Come gia' sperimentato precedentemente in Centro America, viaggiare di sera con la pioggia significa non vedere assolutamente niente, a volte sembra di guidare ad occhi chiusi; prendero' dei buchi enormi in strada senza neanche accorgermene, ma alla fine arrivero' a destinazione. Ogni volta che concludo una tappa del mio viaggio e' una piccola vittoria, sempre molto sofferta, succede di rado che concludo un tragitto senza intoppi o problemi.
A Fortuna restero' 3 notti, con la speranza che il cielo schiarisca, ma niente da fare: solo pioggia e nuvole. C'e' gente che attende da piu' di una settimana di vedere il vulcano ed ormai e' pronta a gettare la spugna; addirittura in molti ci chiediamo se non fosse tutta una bufala, magari il vulcano neanche esiste e questi ci hanno costruito un business enorme intorno, tipo napoletani. Rimediero' con un intero pomeriggio immerso in un complesso termale di piscine calde a diverse temperature, ne approfitto per comprare via internet il biglietto aereo per Cuba dove finalmente trascorrero' le meritate vacanze a Gennaio e l'ultimo giorno andro' a fare il bagno nel fiume Fortuna con tanto di corda appesa ad un albero per fare tuffi tipo Tarzan, e di sfondo una piccola cascata. Fortuna e' piena di agenzie che offrono tour di ogni tipo e ha tutta l'aria di una cittadina costruita ad hoc per i turisti, addirittura c'e' una cascata alta 70 metri che e' privata e bisogna pagare l'ingresso per andarla a vedere; ma qui sono in pochi ad andarci perche' da queste parti le cascate sono in tutti gli angoli. Stranamente proprio a Fortuna dormiro' nell'ostello piu' economico di tutto il viaggio: si chiama Gringo's Pete, e' gestito da un gringo abbastanza antipatico, ma il posto e' ben pulito, acqua calda, una bella area comune, il tutto per 4 dollari a notte. A Fortuna incontrero' il meccanico numero 17: per la prima volta non sara' una sosta forzata da qualche problema, ma bensi' la decisione di cambiare finalmente i tanto desiderati pneumatici. Il punto e' che le mie gomme non erano solo consumate, ma quasi camminavo con i cerchi e il pericolo che mi scoppiassero le ruote in strada era ormai imminente.
Riparto in direzione sud, voglio raggiungere a tutti i costi il parco del Corcovado, che pare sia l'ultima frontiera rimasta davvero selvaggia in questo Paese. Il tragitto e' bellissimo, si passa tra le montagne, cascate e fiumi, tutto verde; attraversero' la capitale e la panamericana prosegue su per le montagne fino a superare i 3000 metri di altezza. Ovviamente ricomincia a piovere, oltre al freddo: prima saro' costretto a fermarmi a mangiare in un ristorante elegante che pare abbia un ottimo panorama (ma io vedro' solo nebbia e nuvole), poi in un altro posto di ristoro. A quanto pare, come gia' constatato in Guatemala, anche in Costarica le piogge dovrebbero essere finite, ma quest'anno il cattivo tempo ha tardato ad arrivare. Alla fine saro' obbligato a cambiare per l'ennesima volta il mio tragitto, deviare verso il Pacifico e fermarmi per la notte a Quepos: anche qui tanto turismo, americani e si vedono le prostitute davanti a qualche locale notturno.
Ne approfittero' quindi per visitare all'indomani il vicino parco Manuel Antonio: non avevo molte aspettative da questo posto e infatti Manuel Antonio mi si e' rivelato piu' come uno zoo che un parco. Sicuramente ci sono tanti animali e la natura e' bella, pero' e' pieno di gringo che danno da mangiare alle scimmie per avvicinarle ed avere la foto ricordo, ci sono i sentieri con le mattonelle eccetera eccetera; devo comunque ammettere che le spiagge da queste parti sono spettacolari. Passero' la notte in un posticino nei pressi del parco e qui conoscero' un saggio viaggiatore newyorkese sulla sessantina che ha tanta voglia di parlare: a me e gli altri ragazzi riempira' la testa di parole e racconti dei suoi viaggi, ci mostrera' delle belle vecchie foto in bianco e nero dell' Africa e della Thailandia e si vantava di quanto sia stato piu' bello e avventuriero viaggiare negli anni '70 (immagino proprio di si); pareva proprio essere un grande viaggiatore il tipo cresciuto nel Bronx, ma aveva un ego esagerato che riusciro' a calmare solo nel momento in cui lui mi dira' che e' stato in 60 Paesi del mondo ed io gli rispondero' che ne ho visti 65.
Faro' la strada costiera per arrivare finalmente a Puerto Jimenez, ideale per la visita del tanto atteso Corcovado. Da queste parti le strade sono orrende ed attraversero' diversi ponti assolutamente piccoli ed instabili.
Da subito mi dirigo all'ufficio del parco per prenotarne l'ingresso per il giorno successivo, ma gia' alle 4 del pomeriggio trovero' tutto chiuso.
Solita pioggia che rompe le scatole e all'indomani sveglia presto per prendere una specie di camionetta che alle 6 della mattina in un paio d'ore porta la gente all'entrata del parco. Qui i ponti decadenti neanche ci sono piu' e si guida proprio dentro i fiumi per attraversare da un lato all'altro. All'arrivo camminata di un'ora circa su uno spiaggione fino ad arrivare all'entrata del Corcovado dove il ranger mi fa sapere che non ho possibilita' di dormire all'interno la notte se non ho prenotato prima con l'ufficio a Puerto Jimenez. Il percorso classico sarebbe di camminare per 20 km nella foresta (circa 5-6 ore) e fermarsi alla stazione chiamata Sirena da dove partono i sentieri piu' interessanti e pieni di animali e poi fare ritorno per gli stessi 20 km (sempre a piedi naturalmente, non c'e' altra maniera). Provo a spiegare che il giorno prima avevo trovato l'ufficio chiuso, ma il ranger proprio non puo' autorizzarmi, quindi mi accontentero' di una camminata di 3 ore circa nel sentiero vicino e ritorno a Puerto Jimenez lo stesso giorno. Peccato, anche questa visita e' sfumata e il clima non e' dalla mia parte e purtroppo, tanto per cambiare, voglio fare troppe cose in poco tempo, quindi alla fine non mi godo niente. Anche quest'anno sto correndo troppo e mi stresso abbastanza.
Riparto sulla strada piena di buche in direzione Panama, la panamericana nel sud del Costarica e' davvero orribile e appena passato il confine anche qui il cattivo tempo non mi lascia in pace: pare che da quando Paolo Villaggio abbia smesso di fare i film, la nuvoletta di Fantozzi ha scelto me come sua vittima. Pranzero' in un centro commerciale a David, nella speranza del ciel sereno, ma niente da fare, mi tocca fermarmi a dormire da queste parti e scelgo Boquete come localita', una destinazione a 40 km famosa per il vulcano, la natura, l'aria fresca, il rafting etc.; una bella cittadina direi.
Sveglia presto (ma questa non e' piu' una novita'), piccola riparazione ad
una borsa della moto e via, destinazione Panama City. Saranno 450 km, qui la strada e' abbastanza comoda e scorrevole, per lunghi tratti diventa addirittura a doppia corsia per senso di marcia e quindi riesco ad andare abbastanza veloce verso l'obiettivo finale del mio viaggio. Sono molto carico, ci sono quasi, ma a soli 80 km dal traguardo, ecco che salta il freno posteriore; mi avvio pian piano verso il meccanico piu' vicino e rompo completamente una borsa della moto ed il beauty case che striscia per chilometri sul pneumatico: lo shampoo ed altri prodotti ne usciranno devastati e consumati. Risolto il problema, solo una manciata di chilometri in piu' e si rompe pure la catena: non ci posso credere, questa e' proprio sfiga, fino alla fine! Sono nervosissimo, se prima avevo intenzione di vendere la moto una volta raggiunta la Citta' di Panama, adesso mi convinco che faro' il possibile per togliermela davanti. Mi raccogliera' in strada una famiglia che vive in una specie di baracca sulla carrettera, lascio a loro la moto (con un po' di paura di non ritrovarla piu') e con un bus faro' una quarantina di chilometri per cercare un pezzo di catena, ma trovo l'unico negozio di moto del paese chiuso; alla fine un chico mi aiutera' smontando un pezzo da una catena di un'altra moto, c'e' sempre una soluzione a tutto; pago e di nuovo altri 40 km per tornare indietro. Il tizio che mi aveva raccolto in strada e' stato molto gentile, per fortuna ci capisce un po' di moto e mi aiutera' a riparare il tutto; mi offriranno anche la cena con la famiglia, mi fa capire che qualche dollaro di riconoscenza e' ben accetto per sdebitarmi, io ricambio e quindi riparto che e' ormai sera inoltrata. Mi assicurano che non e' pericoloso guidare di notte da queste parti, quindi piano piano mi avvio a percorrere gli ultimi 80 chilometri che completeranno la mia sfida; comincio a sentirmi emozionato e alle 22:24 del 26 Novembre eccomi con la mia vecchia Kawasaki sul Puente de las Americas, che oltrepassa il Canale per raggiungere la citta'. Luci e grattacieli di fronte a me, oggi anche il tempo ha deciso di festeggiare evitandomi la tanta odiata pioggia. Entrato nella capitale subito mi ferma la polizia turistica per un mio controsenso, ma alla fine saranno proprio loro che finiranno con lo scortarmi alla ricerca di un hotel per dormire (e si, questa volta mi concedero' un hotel serio, mica le solite bettole), e' proprio una grande festa!Ci ho messo 54 giorni e mezzo da quando sono partito da Citta' del Messico,
mi sono fermato dal meccanico 18 volte e mezzo (l'ultimo lo consideriamo mezzo in quanto non era proprio un meccanico) ed ho percorso círca 7000-8000 chilometri (circa perche' come gia' detto in precedenza il contachilometri non ha mai funzionato). Panama City e´il traguardo del mio viaggio, rappresenta la vittoria della mia sfida, ora puo' succedere qualsiasi cosa, sono pienamente soddisfatto e sento di avercela fatta. Non ci avrei scommesso molto all'inizio, viste le condizioni del mio mezzo. Citta´ di Panama rappresenta un po' il giro di boa: se possiamo dividere il mio viaggio in 4 parti, direi che la prima parte si chiama Messico, la seconda Centro America, la terza Ritorno verso Nord-Ovest e la quarta Cuba.Dormiro' nella zona nuova della citta' ed il mio hotel si rivelera' piu' un
Motel che altro, con prostitute che entrano ed escono e camere a tariffe orarie. La mattina seguente dedico alla moto il primo lavaggio, se l'e' proprio meritata e poi sta talmente zozza che non le offrirebbero un centesimo. Faro' un giro nel Casco Viejo della citta', molto carino, e subito realizzo e stampo in tipografia un piccolo cartello con scritto "Se Vende" da attaccare sul retro della moto. Poi via alla ricerca di un acquirente. Come al solito le informazioni sono sempre diverse e confuse e mi sbatteranno da un lato all'altro della citta', ma a quanto pare non sara' cosa facile: una moto non si vende da un giorno all'altro e poi avendo una targa messicana, l'eventuale compratore dovrebbe pagare onerosissime imposte per l'importazione che abbasserebbero quindi il prezzo del veicolo. E allora mi faccio forza, in serata assisto alla parata per l'anniversario dell'Indipendenza, ceno in un ostello con una coppia di Italiani che ogni anno se ne stanno all'estero per 6 mesi e l'indomani si riparte di nuovo in sella sulla strada del ritorno, ho a disposizione poco piu' di 20 giorni per arrivare fino a Flores, in GUatemala, dove ritornera' Alba per la seconda parte del suo viaggio. Purtroppo i vari problemi tecnici incontrati lungo il cammino mi hanno rubato un bel po'di giorni di viaggio e quindi dovro' rinunciare alla visita delle isole San Blas, di cui in molti, troppi me ne hanno parlato benissimo. Addirittura inizialmente l'idea era di arrivare fino in Colombia, che pare sia un altro paese spettacolare da visitare, ma il tempo non e' mai abbastanza e per percorrere poche centinaia di chilometri bisognerebbe organizzarsi in barca o in aereo, in quanto il Darien Gap (che e' quel piccolo istmo di foresta che divide il Panama dalla Colombia) pare sia fin troppo pericoloso e zona di indigeni ma soprattutto trafficanti che ammazzano senza scrupoli: e' una delle ultime sfide che ogni avventuriero vorrebbe affrontare, ma bisognerebbe avere un bel paio di palle per attraversarlo a piedi ed io non credo lo faro' mai (non per ora almeno).Alle 7 e mezzo sono fuori dall'hotel, giro per la citta', vado su una
collina ad ammirare lo stretto di Panama (non andro' nella zona delle chiuse, in quanto ci ero gia' stato qualche anno fa quando lavoravo in crociera), sempre in moto vado in una bella e pulita zona chiamata Causeway, nei pressi di Balboa (piena di yatch, ristoranti e locali) e via di nuovo sulla Panamericana. Sara' il tragitto piu' lungo in sella mai fatto in vita mia in una sola giornata: 650 km e 12 ore di guida, l'ultimo tratto attraversando le montagne, un lago artificiale, strade sterrate ed un po' di pioggia che non guasta mai. In strada mi scontrero' anche con il primo poliziotto furbo del mio viaggio: posto di blocco proprio in una piccola conca a trabocchetto e beccato per eccesso di velocita'. Lo sbirro sostiene che in quel tratto si va a 40, ma io andavo a 90, praticamente un tranello.Sono 50 dollari e 5 punti sulla patente (dice lui), ma io ci credo poco che
mi toglieranno i punti da una patente italiana; e ci credo poco anche che non mi faranno passare la frontiera per uscire dal Paese senza pagare la multa, pero' non me la sento di rischiare. Lui dice che mi puo' "aiutare" se pago subito 30 dollari (che gentileeeeeeeeeee), io dico di no, lui abbassa a 20 dollari, alla fine gli daro' 10 dollari e il poliziotto sara' contento.Arrivero' stanco morto ad Almirante che sono le 7:30 di sera, l'ultima ora
guidero' al buio completo. La ruota davanti e' quasi forata, ma non ho piu' voglia di pensarci, quindi trovo subito un parcheggio e mi imbarco sull'ultima lancia che mi portera' a Bocas del Toro (il ferry per imbarcare la moto era gia' partito da un pezzo). Restero' 3 notti sull'isola, una bella atmosfera hippy, feste in riva al mare, escursioni in barca, bagni e un po' di relax. A Bocas del Toro incontrero' Sebastian, un motociclista argentino che vive in California, partito da Los Angeles con una gran bella moto enduro Suzuki 650, attrezzatissimo e diretto alla Tierra del Fuego per poi finire in Venezuela. Nel suo viaggio visitava gli orfanotrofi dell'America Latina, incontrando e scambiandosi i sorrisi con i bambini. Mi ha raccontato che quasi sempre dormiva a casa di persone che lo ospitavano e che aveva contattato tramite internet durante un anno di preparazione del viaggio (un anno? Proprio come me...); ha anche realizzato un sito internet fatto molto bene e che segue in diretta la sua avventura: www.batimoto.com.Che grande! E' un po' che anch'io volevo fare qualcosa del genere e
Sebastian mi passera' qualche contatto per organizzarmi una visita agli orfanotrofi e magari dormire con qualche famiglia locale nei posti dove lui e' gia' stato ed io devo ancora andare.Ritorno sulla terra ferma e partenza verso il Costarica, ma non prima di
aver riparato la gomma forata. La frontiera tra i due Paesi dal lato caraibico e' a dir poco incredibile, un ponte ad un solo senso di marcia mezzo scassato che per attraversare dovro' attendere almeno un'ora per il passaggio dei vari tir in direzione opposta alla mia.Arrivo quindi a Puerto Viejo, in riva al mare, e qui alloggero' nell'ostello
piu' bello e pulito di tutto il viaggio: si chiama Pagalu', non e' presente nelle guide in quanto e' nuovo, pero' diverse persone incontrate prima me lo avevano consigliato: letti grandi, bagni puliti, struttura nuova, internet gratis e docce calde che finalmente non utilizzano il tanto odiato sistema elettrico per scaldare l'acqua, tanto diffuso in America Latina e molto spesso collegato con delle saldature assurde e del quale io ho sempre un po' di timore (non a caso visto che qualche anno prima in Brasile ho preso la corrente). In ostello conoscero' Amalia, una simpatica signora israeliana di 55 anni, sempre sorridente e di buon spirito positivo, che se ne va in giro da sola per mesi con la sua Lonely Planet.La costa caraibica del Costarica, come anche quella degli altri stati
confinanti, e' abitata da gente di colore, molti discendenti da vecchi immigranti giamaicani venuti qui per lavorare nelle piantagioni di banane.La maggior parte parla inglese e fuma marjuana; sembra davvero di stare a
Ocho Rios o Montego Bay piuttosto che in Centro America, c'e' sempre un buon odore di arrosto (come lo chiamo io) e spesso si incontrano i rasta che prima ancora di salutarti chiedono se vuoi un po' di ganja.Proseguo per la prossima tappa che si chiama Turrialba. Viaggio lungo la
costa atlantica piena di piantagioni della multinazionale Chiquita (quella della banana 10 e lode) e mi fermo a pranzo a Limon, citta' portuale in cui ero stato qualche anno prima, sempre quando lavoravo sulle navi. A Turrialba mi fermero' 2 notti perche' qui c'e' il rafting piu' famoso del Costarica, nel fiume Pacuare. Scelgo una delle tante agenzie che organizzano il tour e trascorrero' una bella giornata sui 20 km circa del tratto, con belle rapide classe III e classe IV, panorami mozzafiato, ma una guida moooolto antipatica. Prima di lasciare la citta' giretto alla ricerca di un acquirente per la Kawasaki, ma non si muove niente, quindi si riparte in direzione Penisola di Nicoya. Come gia' successo all'andata riattraversero' la capitale, faccio qualche giro nei negozi di moto per vedere se c'e' interesse e capire quanto valutano il mio mezzo, ma di nuovo tutto tace e prima del tramonto arrivero' a Tamarindo. Gia' da un po' di tempo avevo notato, specie nelle citta' piu' grandi, che gli allarmi delle macchine suonano in continuazione. Bene, ho scoperto il motivo: e' la mia Kawasaki che le fa suonare, se fin dall'inizio le marmitte facevano un gran casino, ora ne fanno ancora di piu', sto per diventare sordo ed al mio passaggio gli allarmi si scatenano; inoltre la moto vibra troppo e alla fine di ogni tappa il mio culo ne esce fuori non troppo bene.Tamarindo e' una destinazione molto turistica, abbastanza organizzata e non
e' proprio il posto di mare da sogno che uno cerca quando va in Centro America. Ma io ho scelto di fermarmi qui perche' c'era Xander che fa la scuola di surf e visto che ci siamo incontrati gia' in Laos un anno prima e in Guatemala quest'anno perche' non fare una terza rimpatriata? In un ostello trovero' un dormitorio da 8 letti tutti liberi, quindi avro' la stanza a mia completa disposizione; saranno 3 giorni di relax con gli amici di Xander, spiaggia, qualche baretto, dolce far niente e naturalmente meccanico: e beh, quello non puo' mancare, anche se si trattera' di una semplice ricarica di batteria.Passando di nuovo attraverso Liberia eccomi rientrare in Nicaragua, che e'
un Paese che mi piace tanto. Come avevo notato all'andata, questa frontiera ha sempre una lunghissima fila di tir, ma parlo di chilometri e chilometri.I camion sono praticamente fermi ed i camionisti dormono o semplicemente si
rilassano su delle amache attaccate proprio sotto la carrozzeria dell'autotreno. Mi fermo un attimo a chiedere come mai questa storia e mi spiegano che e' una cosa normalissima, a volte li tengono li anche piu' di 24 ore per i vari controlli.Dormiro' 2 notti alla Isla de Ometepe, la vendono come l'isola di acqua
dolce piu' grande al mondo, non so quanto sia vero, ma e' comunque un bel posto, pacifico e rilassante, ci sono questi 2 vulcani che mettono un po' di timore, poche strade percorribili e tante strade moooolto sterrate. Qui conoscero' Miguel, un veronese che si e' fermato da queste parti da poco tempo e che sta tentando di fare il ristoratore, mi offrira' una bella carbonara e mi raccontera' dei suoi viaggi fatti negli anni. Faro' anche una camminata fin sopra la cascata e ripartiro' con l'ormai solito rimpianto di non avere il tempo di restare ad in un posto qualche giorno in piu'. E proprio a partire da Ometepe iniziera' una lunga serie di pit-stop che mi costringeranno a fermarmi da 10 meccanici diversi in soli 8 giorni, superato quindi anche il record di inizio viaggio. Proprio cosi', 10 meccanici in 8 giorni. Si inizia con un problema di starter, ma il meccanico sull'isola ci capisce ben poco; vado quindi sulla terra ferma a Rivas, ma anche qui ne esco con un pugno di mosche. Ormai la moto si accende a spinta ed e' curioso come ogni volta che mi fermo a comprare qualcosa o a fare benzina chiedo alla gente in strada di spingermi per mettere in moto; devo dire che tutti si mettono sempre a disposizione, anche se si fanno sempre delle gran risate a vedermi in quelle condizioni.Arrivo a Granada e vado subito a trovare gli amici di Sebastian a cui avevo
mandato un'e-mail qualche giorno prima, ma sia la signora della fabbrica di sigari che avrebbe dovuto ospitarmi, sia un'amica che doveva organizzarmi una visita in un orfanotrofio locale, si riveleranno un buco nell'acqua.Comunque non ho modo di annoiarmi, me ne vado in giro per le vie coloniali,
ma soprattutto spendo ore ed ore ad impazzire con i meccanici. Il "maestro" incontrato a Granada lo battezzero´ con il nome di Maradona per via dei suoi capelli, lui se ne approfittera´ abbastanza del fatto che io sia uno straniero. Il tutto e' fin troppo snervante: i ritmi di lavoro sono lentissimi, ancora piu' lenti di quanto mi fossi abituato in precedenza, ogni 5-10 minuti c'e' una pausa e se passa qualcuno a salutare, iniziano conversazioni senza fine; nell'America Latina si parla, si parla e si parla, si dicono un sacco di chiacchiere, si discute tanto di politica, dei problemi eccetera eccetera. E poi specie in Nicaragua son tutti pensatori e schierati, mi raccontano della rivoluzione sandinista, di quando poche decine di anni fa tutti avevano le armi in casa e si dava battaglia. Se incontri un comunista ti dice che la rivoluzione e' giusta, che Ortega e' un gran presidente e Chavez un esempio da seguire; se incontri uno di destra ti dice che si muore di fame, che la rivoluzione e' una farsa e che e' meglio seguire gli americani. Insomma e' sempre la solita storia come in tutto il mondo: ma non si possono abolire del tutto questi politici? Comunque alla fine il "mago" di turno saldera´ il pezzo rotto del motorino di avviamento, fara´ una pulizia al carburatore e cambiera´ la batteria alla moto. C'e' sempre una soluzione a tutto, a modo loro, ma c'e' sempre un modo per risolvere i problemi con dei mezzi di fortuna. Pero' mica finisce qui: ora iniziano i problemi con la marmitta, che a causa della vecchiaia e delle vibrazioni si spezzera' in due. All'indomani la porto da un saldatore e dopo pochi chilometri se ne rompe un altro pezzo; ancora un altro saldatore ed in strada ancora un altro pezzo rotto; mi convinco che tanto vale farsi un centinaio di chilometri con la marmitta rotta, tanto la moto gia' faceva un bel casino e ormai l'inquinamento acustico e' talmente alto da non calcolarsi piu'.Anche stavolta per via delle perdite di tempo, saltero' una tappa che avrei
voluto conoscere; e cioe' Masaya e la Laguana Apoyo, ma questo viaggio ormai sara' ricordato come la vacanza delle destinazioni perse e piu' che un diario di viaggio, questo mio racconto sta diventando un veri e proprio "diario di motocicletta".Arrivero' ad Esteli stanco e abbastanza mortificato (oltre che con la
marmitta rotta), e' sabato sera e c'e' una festa patronale, ma io dopo aver trovato un alloggio economico mi fiondo subito alla ricerca di un taller de torno che possa saldare per la terza volta la mia marmitta arrugginita. Mi danno un po' di indicazioni e finisco a casa di un saldatore che mi dice di lasciargli la moto e che l'indomani, anche se domenica, mi avrebbe sistemato il tutto, cosi' che io possa ripartire per l'Honduras la mattina stessa. Mi rianimo, mi godo la festa nelle strade di Esteli ed il giorno seguente vado dal saldatore: la moto e' praticamente pronta e prima di partire mi viene offerta anche la colazione in casa. Che bello il Nicaragua, sono tutti abbastanza disponibili e gentili, forse perche' non sono ancora soffocati dal turismo come per esempio in Costarica. Il problema pero' e' che la colazione ha sempre come piatto principale il solito "gallo pinto", che non e' altro che riso e fagioli mischiati ed e' un motivo di grande orgoglio e sfida tra il Nicaragua e il Costarica, in quanto ambedue i Paesi sostengono di averlo inventato e trasformato in piatto nazionale. Riparto, faccio una ventina di chilometri e la marmitta si rompe di nuovo (non e' possibile!!! Un altro pezzo); disperato penso di continuare per l'Honduras in queste condizioni, ma poco dopo perdo per strada un pezzo del tubo. Lo raccolgo e non mi resta altro che tornare ad Esteli, ma dopo pochi chilometri la moto si ferma completamente: lo stress ha raggiunto ormai livelli assurdi. Per raggiungere la citta' questa volta non mi caricheranno su un pick-up come gia' successo in passato, bensi mi tireranno per chilometri con una corda legata alla moto, pericolosissimo direi, ma alla fine eccomi tornare dallo stesso saldatore per la quarta saldatura sulla stessa marmitta in 2 giorni.Ma la moto non parte piu', c'e' forse un problema elettrico, e' domenica, non si trovano meccanici e tra pochi giorni devo essere nel nord del Guatemala a centinaia di chilometri di distanza. Sono esasperato direi e se prima ero pronto a svendere la moto, ora sono pronto a tirarle un calcio e buttarla. L'indomani ci provo prima con un meccanico ed anche qui mi offriranno da mangiare (almeno mi consolo!!!): pare sia un problema elettrico e bisogna cambiare un pezzo che si trova solo a Managua ed e' pure abbastanza caro. Inizia quindi la ricerca di un pezzo da adattare, ma niente da fare. Allora trasferiamo la moto da un tizio che pare essere esperto, ma da queste parti tutti dicono di essere capaci e di risolverti le cose. Io intanto vado su internet a cercare di mandare messaggi a 2 o 3 persone che conosco in Nicaragua e che possano prendersi cura della moto: ormai ho deciso, gettero' la spugna e l'abbandono qui per continuare in bus.
Ma questa e' diventata una telenovela a puntate: al mio ritorno dall'"esperto" di turno ecco la moto che funziona nuovamente, non so cos'abbia fatto, ma il problema elettrico pare essere risolto ed io mi chiedo, ma quanti chilometri faro' prima che si rompa di nuovo? Ad ogni modo decido di riprovarci ancora una volta e proseguire in moto.
Ho sempre pensato che c'e' una bella differenza tra un viaggiatore e un turista, ma a questo giro devo dire che ho proprio esagerato e non si tratta piu' neanche di un viaggio, questa e' una vera e propria spedizione.
Riparto in direzione Honduras, ho gia' preso i contatti con un orfanotrofio che mi ospitera' e con Dario, un amico di Sebastian che fa parte di un club di motociclisti. Come gia' successo all'andata la frontiera honduregna si rivelera' una bella rottura di scatole, ma alla fine paghero' i soliti 35 dollari e riusciro' a passare il confine prima che faccia buio e trovare un posto per dormire in un paesino di frontiera. A nanna presto e sveglia prestissimo che e' ancora buio, ripartenza in direzione San Pedro Sula. La Kawasaki vibra e vibra ed io non posso andare piu' veloce dei 70-80 chilometri per ora, altrimenti la sella diventa un elettrostimolatore. Sulla strada tanti rallentamenti e code per i lavori in corso, ma questa non e' una novita' in Centro America, da queste parti i lavori di riparazione possono durare anche decenni. Attraverso la capitale Tegucigalpa che fa abbastanza paura direi, tanta gente, disordine e costruzioni abusive; l'Honduras e' un po' in fibrillazione recentemente e le elezioni si sono svolte poco piu' di una settimana fa. Il sistema elettrico non da piu' problemi e la solita marmitta, nonostante le vibrazioni, non si rompe piu': la "solita marmitta"!!! Infatti, si rompera' la marmitta dell'altro lato. Eh si, sembra proprio una barzelletta questa. Ormai sono talmente abituato che mi cerco con scioltezza il taller di turno ed ecco che in un'ora mi eseguono l'ennesima saldatura.
Finalmente a mezzogiorno arrivo alle porte di San Pedro Sula, faccio un colpo di telefono a Dario che subito mi viene a prendere al casello e mi porta a mangiare a casa sua. Wuauhhhh!!! Un bel sospiro di sollievo per un´altra bella tappa lunga portata a termine. Ci conosciamo, si chiacchera del piu' e del meno e anche qui si parla di politica: mi spiega la storia del presidente appena messo in esilio, poi rientrato nel Paese con l'aiuto delle sue guardie ed ora rinchiuso nell'ambasciata brasiliana. Si parla delle elezioni appena svoltesi che hanno rovesciato il tutto e della situazione di instabilita' che il Paese sta vivendo in questo momento. Chiamo all'orfanotrofio che mi ospitera' per avvisare che arrivero' nel tardo pomeriggio e Dario mi porta un po' in giro: San Pedro Sula si rivelera' una citta' molto moderna per i canoni centroamericani, stradoni larghi e bei quartieri puliti; almeno questo e' cio' che ho visto. Andiamo a trovare Ana, una manager di un hotel, amica di Sebastian, a cui consegnero' la fotocamera che l'argentino mi aveva lasciato durante l'incontro in Panama; lei gentilmente ricambia offrendomi gratis la stanza per dormire. Ed ora che faccio? Sono 3 giorni che scrivo e-mail al direttore dell´orfanotrofio, ritardando ogni volta il mio arrivo a causa dei problemi occorsi, mi dispiacerebbe fargli un bidone; ma alla fine tutti insistono e mi convincono a restare nell'albergo, anche perche' incontrero' alcuni membri del club di motociclisti "Los Renegados" per capire un po' se posso lasciare la moto qui, cosi' che loro mi aiutino nella vendita. Avviso quindi l'orfanotrofio che non andro' piu' a dormire da loro, ma che voglio comunque fare una visita ai bambini il giorno seguente. Questa moto non ce la fa proprio piu', Dario mi sembra affidabile e decidiamo che la lascero' qui e che andro' a prendere Alba in bus, un membro del gruppo che e' anche meccanico me la rimettera' a posto, cercheranno con calma un acquirente e mi spediranno i soldi ricavati dall'eventuale vendita. Ho un timbro di entrata della Kawasaki sul mio passaporto che pero' mi pone qualche dubbio sul fatto che io possa uscire dal Paese senza moto, ma un altro amico del gruppo mi assicura che e' solo burocrazia e che nessuno mi blocchera' in uscita dalla frontiera, nella peggiore delle ipotesi tutto si risolve con una telefonata ad amici e conoscenti che lavorano in dogana o con qualche dollaro di mancia. Resta quindi solo da capire quanto costa nazionalizzare la mia moto messicana in Honduras, cosi' da decidere a che prezzo poterla vendere.
Mi sento felice, libero e rilassato e la sera ce ne andiamo in giro con una decina di moto per le strade di San Pedro Sula. Che figata!!! E pensare che avevo deciso di scartare a priori questa citta' perche' la ritenevo poco interessante! E infatti non ci sono molte attrazioni, pero' in ogni viaggio la gente che incontri fa la differenza e San Pedro Sula si rivelera' uno dei posti piu' piacevoli visitati proprio perche' essere portato in giro dalla gente locale e' un grande valore aggiunto in ogni viaggio e cambia tutte le carte in tavola. Sto cosi' bene che decido di fermarmi un giorno in piu' anche se non ho tempo. Sono simpatici sti ragazzi, molto rockettari, come la gran parte dei motociclisti, ma la cosa forte e' che hanno tutte le moto addobbate in modo strano, alcune hanno lo stereo con delle mega casse che sparano musica, altre tutte disegnate e i ragazzi ci tengono a mostrarmi la loro originalita' nelle decorazioni come se fosse una cosa figa; a me invece sembrano abbastanza tamarri. Inoltre sono veramente pochi ad avere delle moto serie, la maggior parte di loro hanno dei mezzi cinesi che hanno l'aspetto di una grande moto, ma sono 250 di cilindrata o al massimo 400.
All'indomani Dario mi viene a prendere e scopriamo subito che i nostri programmi andranno in fumo: la mia moto e' del 1987 e quindi troppo vecchia per essere nazionalizzata in Honduras, non ci sarebbero speranze di venderla e percio' sono costretto a riportarmela in Messico. Ormai e' diventata una sfida con me stesso e mi tocca portarla a termine. Dicono che sia una dote l'essere testardi e portare le cose fino in fondo, ma io penso che in questo caso ho proprio esagerato e se solo avessi abbandonato o regalato la moto quando era a Citta' di Panama, avrei perso meno tempo e denaro e mi sarei divertito un po' di piu'. Andiamo quindi dal membro del gruppo di motociclisti che e' anche un meccanico e gli lasciamo la mia moto per un po' di ore, cosi' che lui me la metta bene a posto per poter percorrere almeno gli ultimi 1200 chilometri che mi porteranno fino a Cancun.
Nel frattempo si va finalmente all'orfanotrofio; e qui diventa tutta un'esperienza a parte: i bambini sapevano che dovevo arrivare ed iniziano a chiamarmi già quando mi vedono al cancello. Ci vorra' un solo minuto per finire coinvolto in una partita di calcio con poche regole e tanto divertimento. Conoscero' Christof, che e' il fondatore e direttore di questo posto chiamato El Refugio e che esiste gia' da qualche decina di anni. Mi spiega un po' come funziona, il lavoro dei dipendenti, dei volontari, ma soprattutto dei bambini: eh si, qui i bambini sono autosufficienti, tutti hanno qualche compito, chi pulisce, chi lava, chi mette a posto, chi fa la manutenzione etc.; il tutto va da se'. Ognuno ha una classe di scuola da seguire, poi c'e' una scuola esterna per gli ultimi 3 anni, fino ad arrivare al mondo del lavoro e alla vita indipendente. Ogni anno 2 o 3 bambini scappano via, pensando di trovare una strada migliore e, a quanto pare, tutto cio' e' normale, non c'e' molto da fare, gia' da ragazzi si e' responsabili delle proprie azioni e della proprio vita. Non sono tutti orfani, ma molti di loro hanno famiglie poverissime che consegnano i figli alla struttura per dargli un futuro migliore. I bambini mi faranno fare un giro turistico e El Refugio si presenta veramente ben organizzato ed equipaggiato con sale computer, mense, biblioteca, campo da basket, sale di studio, sale tv, etc., il tutto creato con le donazioni di gente svizzera. Conoscero' anche alcuni volontari che decidono di fare quest'esperienza stando li alcuni mesi o anche un anno. Veramente bello. E poi i bambini si sono subito affezionati e, al momento di andare via, non ci lasciavano piu'. Sempre sorrisi, saluti, foto... e al momento di ripartire si ricominciava: saluti, abbracci, foto... e poi di nuovo... Veramente una bella esperienza. Mi sarebbe piaciuto aver avuto il tempo di fermarmi almeno una settimana, ma proprio non mi e' possibile. Credo che in ogni viaggio nei Paesi poveri si dovrebbe prevedere almeno una visita di questo genere, non c'e' bisogno di portare regali o soldi, la presenza e' gia' tanto e poi i bambini fanno il tutto, sono loro che ti guidano e dirigono il gioco, io dovevo solo stare li'. Come gia' successo per l'ospedale di Emergency in Cambogia lo scorso anno, questo tipo di esperienza mi ha arricchito tantissimo e sicuramente si ripetera' in un viaggio futuro.
Ritorniamo a prendere la mia moto che andra' un po' meglio (diciamo meno peggio): anche le vibrazioni si sono ridotte e pare che abbiamo ristretto il problema con un semplice cambio di olio; infatti nei 10000 chilometri percorsi non lo avevo mai cambiato (che ignorante che sono), mi ero convinto che siccome ne aggiungevo un po' ogni tanto (per via della perdita) sarei stato a posto cosi': niente di piu' sbagliato. Andro' a cena di nuovo a casa di Dario e giochero' con i suoi figli prima a Playstation 2 e poi scacchi (ah ah... vincero' tutte e due le sfide). E' difficile mangiare da queste parti se non ti piacciono i fagioli e le banane, qui si cibano di frijoles e platano praticamente tutti i giorni, ma la moglie di Dario ci ride sopra e non se la prendera' se lascero' qualcosa nel piatto.
Sono pronto a ripartire, a malincuore direi. Se fossi rimasto qui per un po' gli amici di Dario mi avrebbero portato a visitare la costa nord e l'isola di Roatan, ma sara' per la prossima volta. Dario mi dice che ha una sorellastra di cui non ha contatti da quasi vent'anni e che dovrebbe vivere in Italia, mi lascia l'unico recapito che ha e mi chiede quando ho tempo di provare a dare un colpo di telefono. Lo faro' volentieri al mio ritorno, anche se ho i miei dubbi che dopo tanti anni riesca a trovare questa persona. Mi spiega che il padre era un po' Casanova e che lui ha diversi fratellastri nati da diverse madri. Sara' cosi' gentile da venirmi a prendere la mattina presto e guidarmi fino all'entrata della strada statale, la moto va benino e, seguendo la costa, arrivo in un paio d'ore alla frontiera. Le pratiche doganali saranno veloci ed efficienti come non mai ed il timbro d'entrata in Guatemala andra' ad occupare l'unica pagina rimasta disponibile sul mio passaporto, appunto la numero 32. Il documento si e' ormai ridotto ad uno straccio, in alcune frontiere gia' da un paio d'anni mi fanno storie, sono 10 anni di viaggi e vagabondaggi in giro per il mondo, quando torno in Italia ne faro' uno nuovo e questo lo conservero' molto accuratamente come un reperto da museo.
Arrivo a Rio Dulce che sono le 12 e, se non fosse stato per il tizio della barca che si e' svenduto ad altri turisti cambiandomi l'orario del ritorno, sarei anche riuscito ad arrivare sulla costa fino a Livingston per poi ritornare presto la mattina seguente e correre a Flores a prendere Alba. Ma niente da fare, ci litigo, lui mi da i soldi indietro ed io resto a dormire a Rio Dulce: questo e' proprio il viaggio delle destinazioni perse.
Mi avvio il giorno seguente verso il nord del Guatemala, ma non prima di una breve visita al vicino castello di San Felipe. Sara' una tappa di 200 chilometri e sull'ultimo tratto di strada la moto inizia a darmi problemi, si ferma e poi riparte, si ferma di nuovo e poi riparte. Mi convinco che non riusciro' ad arrivare in tempo a Flores, ma alla fine giocando un po' con il cappuccio della candela e l'apertura del serbatoio (che in teoria non funziona), la Kawasaki si riprende e con un po' di fortuna arrivo in ritardo in aeroporto che Alba gia' mi attendeva fuori. Sospiro di sollievo, un'altro obiettivo raggiunto in extremis.
Da qui in poi il viaggio dovrebbe procedere piu' tranquillo, sono 800 chilometri circa che ci separano da Cancun ed abbiamo 2 settimane a disposizione. Cerchiamo un alberghetto, cena e, al ritorno in stanza il portiere di notte ci dice che un ragazzo ha visto il cartello di vendita della moto e ritornera' domani in quanto potrebbe essere interessato; bene, chissa' che Alba non mi porti fortuna allora. Ad ogni modo, abituato alle parole dei latini, non do molta importanza e organizziamo per l'indomani alle 4 e mezza di mattina la visita alle rovine di Tikal: la citta' Maya e' molto bella, immersa nella foresta e con gli animali liberi che ci girano intorno. Andremo con un tour organizzato stavolta, almeno la guida spieghera' e proveremo a capire qualcosa di cio' che stiamo vedendo. Con noi ci sara' anche un tipo canadese ubriaco e che continua a bere anche durante l'escursione venendo fuori con delle scenate troppo forti.
Al ritorno a Flores, la receptionista ci avvisa che il ragazzo interessato alla moto era ripassato a cercarmi nella mattinata. Noooooooooo, forse un'occasione persa, pensiamo. O forse ritornera'? Purtroppo quest'ultima opzione non succedera' e l'indomani lasceremo la cittadina sul lago in direzione Belize. Partiremo un po' in ritardo a causa della pioggia ed il serbatoio rimasto secco ci fara' perdere un'oretta prima di trovare qualcuno in strada disposto a venderci un po' di gasolina. Formalita' doganali abbastanza rapide, facciamo l'assicurazione obbligatoria e ci fermiamo nella citta' di San Ignacio. Anche la mattina dopo partenza in ritardo per via della pioggia, ma pian piano ci avviciniamo a Belize City. E saremmo arrivati anche in tempo per la lancia che porta alle isole vicine se non fosse accaduto l'ennesimo problema alla moto: cavo della batteria rotto e rimpiazzato da un collegamento molto rozzo creato dal meccanico di turno. La cosa bella in tutti questi stop e' proprio il fatto di trovare sempre un meccanico nelle vicinanze. E' incredibile come in tutto il viaggio abbia sempre trovato una soluzione ai problemi: e' vero che da queste parti tutti si dilettano a fare un po' tutto, pero' e' anche vero che a volte ho percorso dei tratti completamente disabitati; e se fosse successo qualche problema in quelle occasioni? Per fortuna non e' mai andata cosi' e ogni tanto mi viene da pensare che forse qualche santo in paradiso ce l'ho anch'io. Faremo solo pochi chilometri e di nuovo la moto si fermera': pare che ci sia un corto circuito da qualche parte tanto che ad un certo punto la moto comincia ad andare letteralmente in fumo e ci spaventiamo un po': un signore molto gentile ci aiutera' in 2 tempi a rimettere a posto i cavi elettrici e nell'attesa Alba si mette a giocare con le bambine di una casa di fronte. Arriveremo a Belize City in serata e quindi dobbiamo fermarci qui per la notte. Che postaccio, sembra di stare a Kingstown, in Giamaica, sbarre di ferro a chiusura delle finestre, facce poco affidabili ed espressioni caraibiche; proprio come me la ricordavo dall'ultima visita di qualche anno fa, Belize City non e' proprio una cittadina tranquilla. Nonostante l'atmosfera poco sicura parcheggiamo la moto in strada, decidiamo che forse quasi quasi e' meglio che ce la rubano, forse e' l'unico modo per togliercela davanti.
Ma la mattina successiva la moto e' ancora li, ritorneremo ad usare il vecchio sistema a spinta per accenderla, in quanto il mezzo incendio del giorno prima ha buttato giu' la batteria, e ce ne andiamo per un paio di notti a Cayo Culker, dove affitteremo una vera e propria capanna in spiaggia. Bagnetto nel Mar dei Caraibi non proprio caldissimo in inverno, mangiate di aragosta ed io il giorno dopo decido di dedicarmi alle immersioni. Infatti nelle vicinanze non c'e' solo San Pedro (quella della canzone La Isla Bonita di Madonna), ma esiste uno dei piu' famosi diving al mondo, il Blue Hole: si tratta di un vero e proprio buco enorme nel mare che va giu' per centinaia di metri formando stalagmiti e stalagtiti in profondita'. Con un diving center di San Pedro andremo giu' fino a 40 metri e poi un paio di immersioni nelle barriere coralline circostanti. Il tour in generale e' risultato molto schematico e gli istruttori poco umani, ci buttavano in acqua senza troppi problemi e senza troppa attenzione per la sicurezza. Come gia' successo in precedenza, anche in Belize provo a spargere la voce qua e la' per quanto riguarda la vendita della Kawasaki, offrendo una commissione a chi dovesse aiutarmi nella vendita. Ad ogni modo anche questo sistema non funziona, quindi si ritorna verso il Messico.
Sara' un altro bel viaggietto di 300 chilometri, si passa per la laguna di Bacalar, fino ad arrivare a Mahahual, in spiaggia.
Sono felice che siamo rientrati nel Paese di partenza, il Messico mi piace e gia' appena si passa il confine si ha la sensazione di rilassatezza. Da questo punto fino a Cancun conosco piu' o meno tutti i posti in cui ci fermeremo, sono tutte destinazioni dove i croceristi arrivano con le escursioni comprate a bordo. Pero' Mahahual l'ho trovata proprio diversa, talmente diversa che mi viene il dubbio che forse mi sono sbagliato e non ci sono mai stato prima: ora c'e' una stradina pedonale che costeggia la spiaggia con i vari negozietti per turisti, ma io solo qualche anno fa mi ricordavo una strada sterrata con poche capanne e ho scelto questa destinazione proprio perche' me l'aspettavo molto rustica. Alla fine mi spiegheranno che l'uragano passato da queste parti nel 2007 ha spazzato via tutto ed hanno ricostruito tutto da capo, cercando di sviluppare il porto per l'attracco delle navi da crociera; insomma, un'altra destinazione che va in mano al turismo organizzato e perde pian piano il suo fascino. A Mahahual passeremo il Natale in spiaggia, ci concederemo un po' di dolce far niente e mangiate nei ristoranti italiani. In tutta la penisola dello Yucatan gli italiani sono molto presenti, addirittura a Playa del Carmen si parla di una comunita' italica di 6000-7000 persone. Da questo punto in poi iniziero' a spingere di piu' sulla vendita della moto in quanto siamo in Messico e quindi qui la moto e' in regola. Prima di ripartire sosta dall'unico saldatore della zona per l'ennesima riparazione alla marmitta, che ormai se ne sta cadendo a pezzi. Inoltre arriveremo al distributore di benzina quasi a moto spenta, ma stavolta non per colpa mia, bensi per un furto di gasolina subìto durante la notte: avevo notato il serbatoio un po' sporco, ma non ci avevo dato molta importanza e invece a quanto pare qualcuno lo ha aperto, ma non ne ha trovata moltissima.
Arriviamo quindi a Tulum, solita ispezione di 3 o 4 alberghi alla ricerca di quello che piu' fa per noi, ma non si puo' stare troppo in pace ed ecco che il giorno seguente un altro corto circuito manda nuovamente in fumo la moto, con tanto di persona che corre fuori da un hotel nelle vicinanze con in mano un estintore per spegnere l'eventuale incendio che per fortuna non accadra'. Uno pseudo elettrauto messicano fa una riparazione da mettersi le mani nei capelli ed io per poco non lo meno, costringendolo a rifare la riparazione come si deve e minacciandolo di non pagarlo (a volte bisogna usare le maniere forti, altrimenti qui ti prendono in giro sempre e alla grande). Tulum si rivelera' una gran bella spiaggia, sabbia bianchissima e mare cristallino (come in tutto lo Yucatan del resto), le rovine sono a qualche centinaio di metri piu' in la' e la cittadina a 4 chilometri verso l'interno. Siamo nel pieno delle vacanze natalizie, quindi si vede piu' gente in giro e, naturalmente pieno di italiani, che vanno in vacanza solo nelle 2 settimane a cavallo di Capodanno. L'ultimo giorno prima di ripartire faro' un'altra immersione, ma molto piu' bella della precedente: per la prima volta provero' il diving nel cenote. In questa zona ci sono migliaia di cenote che non sono altro che degli sprofondamenti della superficie terrestre avvenuti nei millenni e che hanno creato quindi accesso agli intricati labirinti di acqua dolce presenti sotto terra. Saremo solo io ed un simpatico istruttore basco di nome Xavier e faremo le immersioni tra le caverne del Gran Cenote e del cenote Calavera; addirittura in quest'ultimo l'incrocio tra l'acqua dolce e quella salata crea a certi livelli uno strano e curioso mix con visibilita' ridotta e cambiamento immediato di temperatura. Mi e' piaciuto veramente tanto.
Ormai ci siamo, la prossima destinazione e' Playa del Carmen e si trova a soli 60 chilometri. Qui con Alba ci inventeremo un vero e proprio volantinaggio per promuovere la moto, oltre ad un bel giro dei saloni di auto usate e meccanici vari, ma anche stavolta niente; questa storia ormai è diventata un vero e proprio incubo ed io sto iniziando a prendere in considerazione anche le offerte piu' basse per la vendita della moto, penso che forse dovrei accettare 10000 pesos pur di togliermela davanti.
Tra gli altri, in spiaggia conosceremo un simpatico signore toscano, ormai in pensione, che viaggia tutto l'anno e conosce molto bene Cuba, quindi mi darà qualche indicazione interessante per la mia prossima destinazione. Tra le altre cose ci racconterà di aver girato la Mongolia in sella ad una mucca. Eh si. proprio una mucca, in vero stile mongolo, altro che moto. Ci siamo ammazzati dalle risate quando ci ha raccontato che ad un certo punto del viaggio alcuni poliziotti al confine con la Russia lo hanno fermato ed hanno ammazzato l'animale per vendersi la carne. Roba da far west.
Se in tutto lo Yucatan abbiamo trovato un turismo molto diffuso e sviluppato (con naturale aumento dei prezzi), a Playa del Carmen ci sara' proprio una situazione tipo Rimini, con vie pedonali piene di negozi occidentali, franchising, turisti vestiti bene eccetera eccetera. Il 31 Dicembre andro' all'isola di Cozumel per incontrare Corrado, un ex collega che lavora a bordo di navi da crociera, e insieme affitteremo uno scooter per girare l'isola; alla fine faremo lo stesso e identico giro fatto qualche anno prima con un maggiolone, ma ci divertiremo ugualmente. In serata ritorno sulla terra ferma e la mezzanotte di Capodanno la trascorreremo in Calle 12, stracolma di gente e con tutti i bar e le discoteche che spopolano. Come gia' accade da un po' di anni difficilmente riusciamo a superare le 3 di notte e quindi dopo una lunga passeggiata in spiaggia si torna a nanna in albergo.
Ripartiamo verso l'ultima destinazione del viaggio in motocicletta: Cancun. Arriveremo in un'oretta circa: è incredibile come alla fine siamo riusciti a completare l'itinerario intero in sella alla moto. In una maniera o nell'altra la vecchia Kawasaki morirà qui. Non appena ci sistemiamo in albergo, subito giretto per capire un po' come andrà a finire questa storia. Vorrei svenderla immediatamente per poter trascorrere gli ultimi giorni al mare sull'isola Mujeres, ma non andrà così. Spenderemo quasi 2 giorni nei pressi dello stadio di calcio dove la gente (specie nel weekend) si incontra per comprare e vendere macchine e moto usate. Ma niente da fare, non si muove una foglia e la tensione è oltre ogni limite ormai. L'ultimo giorno prima della partenza di Alba ce ne andiamo nella zona hoteliera di Cancun per cercare un po' di mare, ma il tempo già da un po' di giorni non e' dei migliori da questo lato dei Caraibi. E la zona hoteliera non è altro che chilometri e chilometri di grandi alberghi all inclusive che non rispecchiano proprio i nostri gusti.
La principessa quindi riparte verso l'Italia ed io ho ancora qualche giorno per provare a concludere l'affare, è diventata ormai una questione di principio. Ricomincio il giro dei meccanici e ritorno in zona stadio per riprendere le pubbliche relazioni con i vari mediatori volponi che non aspettano altro che qualcuno con l'acqua alla gola come me, per comprare a cifre bassissime. Ma la sfiga mi perseguita: oltre a non ricevere alcuna offerta valida, mi accorgo che ho perso la targa della moto. Proprio così, la targa non c'è più: era già abbastanza crepata ed evidentemente con le vibrazioni ormai assurde della Kawasaki si deve essere staccata completamente. E ora che si fa? Se già era difficile venderla così, figuriamoci senza targa!!! Mi immergo completamente nella burocrazia messicana cercando di risolvere la cosa in giornata, quindi eccomi andare in polizia per la denuncia, poi in fila presso un altro ufficio per avere altre firme e documenti che attestino l'accaduto, poi ancora motorizzazione eccetera. Grazie ad alcuni impiegati gentili che prendono a cuore il mio problema, riesco a fare in giornata un paio di documenti che normalmente richiedono 1 o 2 giorni di tempo, però non riesco ad ottenere la nuova targa: per questo ci vorrebbero un bel po' di giorni, ancora altri documenti e bisogna essere residenti. Bene, allora siamo proprio alla frutta e credo sia arrivato davvero il momento di mandare tutto a quel paese. Mi sono rimasti solo 3 giorni in Messico e forse è il caso che mi vada a rilassare un po' in spiaggia. Mi metto quindi d'accordo con una famiglia di ristoratori veneti conosciuti qualche giorno prima, che gentilmente si offrono di prendere la moto in consegna se non dovessi darla entro l'ultimo giorno: loro gestirebbero la vendita per conto mio e a distanza dall'Italia. Sono anche molto simpatici e mi racconteranno come siano arrivati ad avere un ristorante nella piazza centrale di Cancun, dopo aver iniziato solo 3 anni prima con una ricarica postepay (di queste storie in Messico se ne sentono proprio tante).
Decido quindi di andare senza targa all'isola Mujeres, attacco sulla moto un altro paio di cartelli dove spiego chiaramente che accetto qualsiasi tipo di offerta e chissà che proprio laggiù non trovi il mio cliente. Al porto d'imbarco per il traghetto un funzionario mi lascia il proprio numero di cellulare, dicendomi che se non concludessi, lui sarebbe disposto ad offrirmi 15000 pesos per il mio mezzo. Bene, mi sembra un buon inizio, ma chissà se poi l'offerta sarà concreta? (da queste parti è tutto un punto interrogativo e le parole volano, si sa). Mi godo i 2 giorni sull'isola, bella, turistica, ma molto meglio di Cancun e Playa del Carmen, si può girare interamente in bicicletta, ma volendo anche a piedi. Ad Isla Mujeres ritroverò Fabio e Gustavo, i 2 musicisti conosciuti un paio di mesi prima in Guatemala, con cui trascorrerò le serate dopo le loro esibizioni nei locali. Parcheggerò la vecchia Kawasaki in un punto strategico e ben visibile fuori dall'ostello più popolare dell'isola, il Pocna, punto di ritrovo dei giovani per le serate in spiaggia, e più di qualcuno si avvicinerà attratto dai cartelli che avevo scritto; ma purtroppo del cash ancora non se ne vede l'ombra.
Ma ora arriva il Gran Finale? Siete pronti?
Il 7 Gennaio in serata si avvicina alla moto un signore messicano, pare interessato, la prova, sembra che gli piace, gli dico che la mollerei per 20000, ma lui risponde che non ha molto da spendere (tanto per cambiare) e si prende una mezz'oretta per pensarci. Io incrocio le dita. Dopo meno di un'ora lo vado a trovare nel suo ufficio ancora aperto a pochi isolati di distanza, gli faccio vedere i vari documenti, racconto un po' il mio viaggio, lo rassicuro, prendiamo in mano la calcolatrice e lui mi dice: "ok, la compro per 20000, portami la moto e firmiamo il foglio di compravendita". Niente di più facile, sembra quasi fatta, ma io resto ancora freddo finché non ho i pesos in tasca. Torno in ostello per prendere moto, caschi e tutti gli accessori e incontro una ragazza che aveva mostrato qualche interesse negli ultimi 2 giorni: le dico chiaramente che sto per vendere, lei mi blocca e mi chiede di comprarla. Incredibile!!! Da non avere nessuna persona interessata per più di un mese son finito a trovare 3 persone in 2 giorni (incluso il tizio conosciuto al porto), di cui 2 nell'ultimissima serata utile. E proprio nel posto in cui non ci avrei scommesso un Euro, l'isola Mujeres appunto: questo è proprio culo. Alla fine della storia concluderò la compravendita in pochi minuti con Treacy, si chiama così l'australiana che ha comprato la Kawasaki.
20000 pesos!!! No dico, 20000 pesos. Lo scrivo in lettere per essere sicuro: VENTIMILAPESOS!!! Tutti in contanti, uno sopra l'altro, per una moto scassata, senza targa e con numeri di telaio e motore alterati. E' lo stesso prezzo al quale l'ho acquistata. E nell'ultimo giorno utile. Ma come avrò fatto? E' assurdo!!! Non riesco ad esternare la gioia, ma forse anche un po' per scelta mi tengo tutto dentro, non si sa mai che Treacy cambi idea. Le lascio i miei recapiti nel caso abbia bisogno di aiuto o consigli, foto di rito baciando la moto, poi un'altra foto insieme con i pesos in mano, serata tranquilla in un bar con Gustavo e a nanna non tardissimo. Ho deciso che l'indomani mi sveglierò presto e lascerò l'isola, meglio evitare ripensamenti. Solo nel momento in cui lo scafo veloce lasceerà Isla Mujeres per fare ritorno a Cancun inizio ad avere un senso di rilassatezza, l'incubo pare davvero finito, l'avventura si è conclusa nel migliore dei modi, io sono tutto d'un pezzo ed ora è arrivato il momento di andare in vacanza. Spendo la giornata intera tra internet, mangiata, cambio i soldi, poi la ceretta, poi di nuovo mangiata, riorganizzo lo zaino e sono pronto per ricominciare. Saluto la famiglia veneta che si era messa a disposizione e l'indomani ho il volo da Cancun per Cuba, dove trascorrerò l'ultimo mese di questa incredibile avventura.
E' già da un po' di giorni che le temperature sono basse e appena atterro all'Avana la situazione non cambia, trovo freddo e pioggia, pare sia l'inverno peggiore degli ultimi anni. Resto un po' in aeroporto per pensare cosa fare, poi approccio una coppia di italiani diretta in macchina a Cienfuegos e chiedo loro di unirmi e dividere la benzina; ma il marito non si fida molto di me e alla fine condivido un taxi con 2 americani (per 5 CUC a testa) e mi faccio lasciare direttamente alla stazione dei bus: ho deciso che approfitterò del brutto tempo per viaggiare tutta la notte ed iniziare da Santiago de Cuba, nella parte orientale dell'isola.
A Cuba ci sono 2 monete diverse, i CUC (pesos convertibili) usati dai turisti (valgono poco più di un dollaro americano) e i CUP (moneta nazionale) usati dai cubani (valgono 25 volte meno del CUC). Per i viaggi a lunga percorrenza ci sono i bus per i cubani ed i bus per i turisti, in treno il cubano paga un prezzo ed il turista ne paga un altro, ci sono i ristoranti in moneta nazionale e quelli in moneta convertibile, i negozi sono quasi tutti in CUC. Per fortuna da un paio d'anni a questa parte anche i cubani possono accedere ai posti riservati per i turisti (prima per loro era proibito), però è facile rendersi conto che qualcosa di strano in questa economia c'è se un cubano guadagna in media 20 CUC al mese ed una stanza nell'hotel più economico di Varadero ne costa 35, una cena in un ristorante locale vale circa 2 e via dicendo. Fin da subito proverò in tutti i modi a salire sul bus a lunga percorrenza Astro, quello usato dai cubani, ma non ci riuscirò e alla fine la stanchezza mi porterà a viaggiare con gli altri turisti in Viazul fino a Santiago per la cifra di 51 CUC (invece di 7).
A Cuba si dorme nelle case particular, le persone un po' più benestanti pagano una tassa mensile al governo e possono quindi ospitare i turisti in casa propria: le case legali hanno il simbolo del ciavito fuori la porta, ma ovviamente ci sono anche tanti che affittano illegalmente, rischiando multe sproporzionate e il sequestro dell'abitazione. In molti mi avevano avvertito che difficilmente avrei trovato da dormire a meno di 20 CUC al giorno, ma non appena arrivato in terminal a Santiago, la freddezza con cui ho risposto al primo di un'infinita serie di cubani che ti assaltano in cerca di commissioni facili e supportato ampiamente dalla mia faccia da culo perenne, ha fatto in modo che trovassi una casa legale per soli 5 CUC e ci sono rimasto 4 giorni. La stanza non è proprio il massimo ed il bagno ancora meno, ma per meno di 4 Euro al giorno in stanza singola non mi sembra proprio il caso di lamentarmi.
Santiago è bella, molto coloniale e molto musicale, mi abituo fin da subito alla propaganda politica sui cartelli e sui muri un po' dappertutto e mi addentro in questa dimensione strana dove sembra che il tempo si sia fermato al 1959, anno della rivoluzione. Fin dall'inizio sono abbastanza infastidito dall'atteggiamento di molti cubani: loro vedono in me solo il simbolo del dollaro e non mi lasciano molto in pace, tutti vogliono diventare amici, tutti mi offrono ragazze, sigari, consigli eccetera, è un assalto continuo, ma io li conosco da un bel po' di anni e se la memoria non mi tradisce, credo che il cubano sia l'unico popolo che io reputo più furbo del napoletano, ti girano e ti rivoltano fino a quando non ottengono ciò che vogliono. A Cuba ci sono file dappertutto: fuori dai negozi, le banche, ai chioschetti in strada, alle gelaterie e ristoranti in moneta nazionale, pare che qui la gente abbia un sacco di tempo da perdere e non è poi un grande problema stare in fila. Quando si arriva all'entrata di un posto bisogna chiedere chi è l'ultimo e qualcuno ti risponderà, poi io risponderò a qualcun altro e così via: è un po' una catena di Sant'Antonio e tutto funziona così, in vero stile comunista. Un altro avvertimento ricevuto più o meno da tutti era quello di non cambiare troppi soldi in moneta nazionale in quanto non mi sarebbero serviti: niente di più sbagliato, da subito inizio a frequentare i posti per cubani e i CUP mi saranno utilissimi, ma ho capito che a Cuba per la maggior parte ci sono solo turisti da vacanzetta e quindi per ogni consiglio ricevuto basta semplicemente fare l'opposto.
Un giorno conosco una signora cubana in fila ad un ristorante. Come è solito fare da queste parti, per non aspettare troppo la fila ci si siede a mangiare allo stesso tavolo, anche se non ci si conosce. Cristina è dell'Avana, vive in Germania da tanti anni, è sposata con un tedesco, ma è qui a Santiago perché la madre sta facendo una radioterapia in ospedale (all'Avana pare che il macchinario non funzioni). Io come al solito sono un po' prevenuto nei suoi confronti, ma lei sembra diversa dagli altri cubani e provo a fidarmi un po'. Andremo in un negozio a comprare un secchio per la madre in quanto lo scarico del bagno in ospedale non funziona. Il secchio non è di oro laccato, e pure costa quasi 4 CUC (cioè lo stipendio di una settimana): se non si comprende bene il sistema di questo paese è difficile capirne le proporzioni in termini di numeri, ma è facile immaginare che esiste un'intera economia sotterranea ed illegale dove il cubano s'inventa un po' di tutto per sopravvivere; e in questa maniera circola il denaro che entra nel paese grazie ai turisti ed ai parenti dei cubani a Miami (che sono più di un milione). "Per un cubano è una lotta continua", come mi dirà un giovane conosciuto una sera in una piazzetta, lui aveva una borsa piena di rum e se ne andava in giro la notte per cercare di tirare su qualche peso. Spiego a Cristina che sto viaggiando per provare a conoscere veramente Cuba e mi lamento con lei del fatto che il comportamento dei cubani non aiuta proprio la mia missione; lei quindi decide di invitarmi in ospedale dalla madre, così posso vedere la struttura, io non mancherò all'appuntamento e alle 19 in punto (orario delle visite) vado a trovare la signora anziana.. E allora sfatiamo subito un mito: a Cuba i medici saranno pure bravi e capaci, ma gli ospedali non sono un granché, ci sono camerate da 10 letti, quasi tutti i bagni non funzionano e le finestre sono rotte. E mi dicono pure che quello di Santiago è un ospedale all'avanguardia!!! Mentre provo a fare qualche foto all'interno della struttura, una guardia si incazza abbastanza e lo riferisce al suo superiore, ma alla fine per fortuna si risolve tutto con una stretta di mano. Oggi è anche il giorno del forte terremoto che ha provocato enormi disastri ad Haiti, qui in ospedale in molti ne parlano e qualcuno lo ha anche avvertito (siamo a soli 300 km). E' strano come ogni volta che succeda qualche grande catastrofe naturale io mi trovi spesso nelle vicinanze.
Cristina ha un desiderio: vuole andare nelle campagne a 2 ore da qui per tornare nel posto in cui è nata e dal quale manca da 17 anni. Entusiasta del mio interesse mi chiede se voglio accompagnarla ed io non ci penso 2 volte. L'indomani prenderemo un bus locale per 3 CUP direzione Contramaestre, dove trascorreremo la giornata a fare visita a casa di persone, cugini, parenti, anziani, baci, abbracci, saluti e via dicendo. Contramaestre mi appare un posto più tranquillo e vero, ci inviteranno a mangiare sia a pranzo che a cena e i cubani sembrano meno aggressivi da queste parti. Sembra che nelle campagne e piccoli villaggi siano rimasti gli unici che credono ancora nella rivoluzione e quindi un po' meno furbi e incazzati della gente che si conosce nelle città o sulle spiagge. Faremo ritorno a Santiago con un pullman Astro (quello dei cubani), ma l'autista accetterà di farmi salire solo dietro il pagamento di una mancia da 5 CUC. Tutto funziona così a Cuba, nessuno vuole rischiare multe salate per portare i turisti dove non potrebbe, ma alla fine alzando la posta in gioco tutto si può e l'autista mi farà scendere all'incrocio prima del terminal per evitare controlli incrociati all'arrivo del bus. Arriverò a casa abbastanza stanco, Cristina mi ha parlato per tutto il giorno, mi ha raccontato tutta la sua vita e la mia testa sta scoppiando.
TO BE CONTINUED...
Gianluca